Approcci Terapeutici |
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A c c a d e m i a
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B e n e s s e r e
P s i c o s o m a t i c o
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“Non ci sono Pazienti impossibili ma solo Terapeuti incapaci”
Indice: La Psicoterapia di Gruppo – Comportamentismo – Operazionismo - Terapia Comportamentista - Cognitivismo e Terapia Cognitivista - Problem Solving - Psicoterapia Umanistica - La Gestalt tedesca - Terapia Esistenziale - Terapia Sistemico Relazionale - Teoria Generazionale - Terapie a orientamento Corporeo - L’Analisi Transazionale - Il Sogno Guidato da Svegli - Coodipendenza del bambino interiore - Cambierà la Psicoterapia? - Pillole o Parole? - Troppe Scuole troppi Linguaggi
La Psicoterapia di Gruppo La psicoterapia di gruppo non designa esclusivamente un contesto terapeutico, ma anche una specifica teorizzazione che considera il gruppo come luogo elettivo per l’esplicitazione di alcune dinamiche umane fondamentali. Si guarda l’individuo non dal vertice di osservazione della sua interiorità, ma da quello del suo essere insieme agli altri. I primi gruppi terapeutici avevano un obiettivo piuttosto pedagogico. I pazienti venivano riuniti insieme per condividere il loro disagio, che generalmente era di natura sociale. In un secondo momento, anche grazie alle esperienze mutuate dallo psicodramma di Moreno, il gruppo viene considerato da un punto di vista dinamico, ovvero come un luogo dove gli individui rappresentano e drammatizzano, attraverso proiezioni sugli altri componenti, i loro conflitti fondamentali, che sono rivolti tipicamente verso i familiari. Una delle convinzioni cardine di chi si occupa di gruppi è che il gruppo possa raffigurare meglio di qualsiasi altro contesto l’ambiente originario degli individui, che sempre e da sempre sperimentano l’esperienza di essere parte di una comunità. Sigmund Foulkes, uno dei più importanti terapeuti di gruppo, ha sempre sottolineato la basilarità dei sentimenti di comunione e del bisogno di esprimerli, ritenendo che la privazione di questa esperienza rappresenti una delle pressioni più nocive per la psiche. L’incontro tra il gruppo e le teorie analitiche ha prodotto diversi modelli di terapia di gruppo, tra i quali spiccano quelli di Foukes e di Wilfred Bion, che ne diedero una lettura in termini di dinamiche affettive profonde. Bion, per esempio, definisce il gruppo come un fenomeno funzionale, una specie di organismo vivente finalizzato alla sua conservazione, in cui si esprimono fenomeni mentali molto primitivi, simili a quelli originari che contraddistinguono il rapporto tra neonato e madre-ambiente, In quest’ottica, l’esperienza del gruppo conduce, attraverso vari passaggi, all’emersione della individualità matura. Le tre dinamiche fondamentali della terapia di gruppo sono la coesione, ovvero i sentimenti di solidarietà e di appartenenza. La conformità, ovvero la capacità di attenersi alle regole del gruppo. La psicoterapia di gruppo è stata riformulata e proposta con successo anche in contesti non strettamente psicoanalitici. Sono stati sperimentati i gruppi di sostegno, diretti a una problematica condivisa da tutti i componenti, che normalmente rappresenta un evento critico della vita, come un lutto o una separazione. Sono stati sperimentati anche i gruppi di auto-aiuto, cioè senza la presenza del terapeuta, il cui principio informatore è che la condivisione di un’esperienza dolorosa possieda in sé una forza terapeutica, che si acquisisce nell’adesione a una dimensione sovrapersonale accogliente e motivante. Un assunzione di responsabilità, ovvero l’impegno dei partecipanti verso il cambiamento che si riflette nella volontà di aprirsi e di accogliere l’apertura degli altri. Le indicazioni al trattamento di gruppo sono vaste, e comprendono disturbi del funzionamento interpersonale, del concetto di sé, problematiche emotive o più direttamente sintomi specifici. Le controindicazioni riguardano patologie molto gravi del carattere, in cui la condivisione di spazi collettivi può provocare sentimenti di angoscia profonda.
Il comportamentismo è una corrente che nasce all’inizio del ‘900, favorita dall’impostazione neopositivistica della psicologia. Nel 1879 veniva fondato a Lipsia il primo laboratorio di psicologia sperimentale, a opera di Wilhelm Wundt: coerentemente con l’impostazione scientifica dell’epoca, si cercava di indagare la mente oggettivandola, scomponendola in parti elementari, quantificando la sua attività. La psicologia dell’inizio rivela la tensione per l’acquisizione dello statuto di scienza, e molti sforzi furono prodigati per rendere “sperimentale” lo studio dell’attività mentale, nel senso di rendere misurabili e riproducibili i suoi risultati. La psicologia nasce dunque da una necessità di rigore che tuttavia sacrifica la teorizzazione riguardo ai fenomeni psichici complessi: nonostante tentativi di comporre ciò che si era scomposto e analizzato in sintesi creative, che tenessero conto della complessità della mente, resiste uno iato difficilmente colmabile tra fenomeni psichici elementari (la sensazione, il tempo di reazione, la percezione base) e fenomeni psichici articolati (l’emozione, la percezione “superiore”, il giudizio). Le basi epistemologiche del comportamentismo possono essere rintracciate nell’operazionismo e nel darwinismo.
Operazionismo
Terapia Comportamentista Il metodo terapeutico comportamentista è volto, in prima istanza, alla descrizione dettagliata dei problemi del paziente, sia sul versante dei sintomi, sia su quello più generico della vita sociale, degli atteggiamenti, delle aspettative, delle modalità di pensiero. In seconda istanza si approfondisce l’analisi delle circostanze in cui i sintomi o le anomalie comportamentali si presentano, attraverso un esame dettagliato di tutte le variabili in gioco. Il principio guida è che, se un comportamento anormale perdura, dev’essere mantenuto in vita da qualche forma di rinforzo, da ricercare o nella risposta delle persone che circondano il paziente, o in fattori interni a quest’ultimo. Si investigano quindi sia le circostanze concrete legate al disturbo, sia le emozioni e i pensieri ad esso collegato. L’obiettivo terapeutico è sostanzialmente quello di interrompere il circuito connesso alla sintomatologia attraverso un lavoro di decondizionamento dallo o dagli stimoli che circondano il disturbo, e di ristrutturare il comportamento secondo modalità più funzionali a una generale condizione di benessere. È stato dimostrato che la terapia del comportamento può risultare molto efficace nei casi di fobia semplice o di ansia associata ad una particolare esperienza traumatica.
La terapia cognitiva moderna emerse a metà degli anni ‘50, quando Ellis sviluppò la teoria denominata emotivo-relazionale. Tuttavia il cognitivismo si è primariamente imposto come corrente di pensiero in seno alla psicologia, e è stata lungamente considerata un’alternativa all’impostazione teorica del comportamentismo. Innanzitutto vi confluivano i contributi di discipline diverse: oltre alla psicologia sperimentale, alla linguistica, alla teoria dell’informazione e alla cibernetica, le neuroscienze e la filosofia della mente. Oggetto primario di investigazione erano appunto i processi cognitivi (la percezione, l’attenzione, la memoria, il linguaggio, il pensiero, la creatività), che erano stati trascurati dai comportamentisti, o considerati come semplici prodotti dell’apprendimento. Una importante caratteristica dell’approccio cognitivo era quindi quella di posizionarsi in un vertice di osservazione situato a metà strada tra lo stimolo ambientale e la risposta comportamentale, ovvero all’interno del processo di elaborazione delle informazioni. La prima metafora forte del cognitivismo paragonava l’individuo a un calcolatore, con una programmazione base prefissata di tipo sequenziale e una capacità limitata di elaborazione lungo definiti canali di trasmissione. Negli anni ‘70, con l’acquisizione del concetto di retroazione, si propose una concezione più dinamica del modello di elaborazione dei dati e produzione diretta del comportamento, dal momento che i processi cognitivi potevano produrre una o più revisioni dell’informazione, fino alla elicitazione della migliore risposta possibile per il raggiungimento dell’obiettivo, qualunque esso fosse. Negli anni ancora seguenti, l’immagine della mente come calcolatore che elabora informazioni venne mitigata dall’impostazione, definita ecologica, promossa da Ulric Neisser, che sottolineò l’aspetto funzionale della elaborazione, restituendo all’ambiente esterno, in cui l’elaborazione produce la sua risposta, la sua significatività e il suo potere interattivo. Dal punto di vista clinico, l’interesse per l’applicazione terapeutica della impostazione cognitivista è nata da un’insoddisfazione sia nei confronti della psicoanalisi, considerata troppo lunga e troppo orientata alle dinamiche inconsce, sia nei confronti del comportamentismo, troppo semplicistico nella sua tendenza al condizionamento comportamentale. La terapia razionale-emotiva di Ellis si fonda sull’idea che la gente abbia delle convinzioni irrazionali su come le cose devono o dovrebbero essere, e ciò provoca uno stato di sofferenza intima. La pratica terapeutica implica la scoperta e l’esplorazione delle convinzioni irrazionali, definite dall’autore masturbatorie, per revisionarle e ristrutturarle secondo modalità più funzionali. Generalizzando, si può dunque dire che la terapia cognitiva si basa sulla concezione per cui il comportamento è guidato da cognizioni e schemi che, quando si dimostrano disfunzionali alla salute personale, possono essere modificati. Le procedura terapeutiche spesso integrano tecniche comportamentali con tecniche centrate sui processi interni. Confrontando le diverse forme di terapia cognitiva, che spesso condividono uguali strategie di trattamento, si possono sintetizzare alcune caratteristiche essenziali: un rapporto di collaborazione attivo tra cliente e terapeuta; un’attenzione centrale sul cambiamento delle cognizioni alfine di produrre le modifiche desiderate nell’affettività e nel comportamento; un trattamento educativo, in genere limitato nel tempo, mirato all’acquisizione di capacità indirizzate a uno specifico obiettivo. Uno degli sviluppi più recenti all’interno del cognitivismo è il costruttivismo, che si propone una maggiore duttilità dialettica nei confronti delle cognizioni del paziente e indica nella terapia la possibilità di creare uno spazio per un’auto-esplorazione protetta del paziente.
Problem Solving Nell’ambito del cognitivismo esistono tecniche conosciute e diffuse che interessano soprattutto applicazioni di tipo sociale. È il caso del problem solving, la risoluzione dei problemi, che insegna alle persone come affrontare sistematicamente le difficoltà, attraverso la possibilità di attivare risorse che consentano di vedere il problema da prospettive nuove e che conducano a una risposta alternativa originale; o delle tecniche per vaccinarsi dallo stress, che prevedono l’acquisizione di abilità diverse che, riprodotte nelle situazioni di stress reale, possano consentire agli individui di tenerne sotto controllo gli effetti nocivi.
Le teorie della psicoterapia definite come umanistiche condividono idee e principi che le differenziano profondamente dagli altri grandi orientamenti, come quello psicodinamico o quello comportamentale. Nonostante non si tratti di una corrente compatta al suo interno, tutti i diversi approcci umanistici hanno in comune l’enfasi sulla soggettività, la consapevolezza e la comprensione del comportamento, rifiutando di considerare gli individui come meri oggetti di osservazione esterna. I teorici umanistici, spesso definiti come la terza forza in psicologia, puntano innanzitutto, su una basilare fiducia nella capacità unicamente umana di consapevolezza riflessiva, qualità in grado di condurre alla auto-determinazione e alla libertà. La tendenza all’autorealizzazione e alla crescita è un tema molto significativo per i terapeuti umanistici. Sebbene le scuole abbiano assunto posizioni piuttosto diverse, tutte convergono su una visione anti-omeostatica dell’essere umano, che per sua stessa natura tende verso la crescita e lo sviluppo piuttosto che semplicemente verso il mantenimento della stabilità. La tendenza naturale alla realizzazione determina la spinta finalistica delle scelte umane, che orienta il comportamento più di quanto lo faccia il passato. Un altro aspetto su cui vi è profondo consenso tra i diversi autori è la centralità della persona. Ciò comporta particolare riguardo e reale rispetto di ogni individualità, che in qualsiasi processo esprime la sua visione del mondo e il suo essere nel mondo. Questa posizione è di primaria importanza nella concezione della terapia, perché rivela la necessità che il terapeuta si immedesimi veramente nell’esperienza dell’altro e ne arrivi a condividere profondamente la realtà. All’interno dell’approccio umanistico possono essere distinti tre orientamenti principali: la terapia centrata sul cliente di Carl Rogers; la gestalt; l’approccio esistenziale e fenomenologico. Rogers sviluppò le sue teorie a partire da una lunga serie di colloqui terapeutici che lo portò a ricercare con attenzione quale potesse essere il fattore terapeutico fondamentale che innescava nel paziente un processo di cambiamento e dava vita a terapie riuscite. Si accorse che non si trattava tanto dell’emersione di un particolare contenuto, quanto piuttosto della possibilità di costruire, con l’accompagnamento del terapeuta, un’esperienza coerente di sé, di convogliare la propria autoconsapevolezza (che Rogers considerò un dono naturale) alla chiarificazione dei propri processi interni e esterni, Il ruolo del terapeuta non è, quindi, quello di svelare, contraddire o interpretare il contenuto dell’esperienza del cliente, ma quello di condividerne con empatia e coerenza la realtà.
La Gestalt tedesca Un approccio della gestalt, che in tedesco significa forma, ha origine nelle riflessioni della psicologia dei primi del ‘900. Seguendo il filone epistemologico della fenomenologia di Brentano, la teoria della forma si sviluppa a Berlino intorno al 1920, e è legata ai nomi di Koffka, Kohler e Wertheimer: si indagano soprattutto le capacità percettive della mente (celebri gli studi sulle illusioni ottiche), e si delinea il principio costitutivo per cui un insieme è qualcosa di più, e di diverso qualitativamente, della somma delle singole parti che lo compongono. La psicologia della gestalt assume che l’individuo percepisca e esperisca sempre in modo olistico, totale, e dunque i metodi per investigare l’esperienza umana devono in ogni caso tener conto di questa naturale tendenza. Dal punto di vista clinico, il maggior esponente dell’approccio gestaltico può essere considerato Frederick Perls. Egli fece confluire nella sua teorizzazione della tecnica terapeutica molti spunti diversi, dall’attenzione all’unità mente-corpo, al rapporto di continuità organismo-ambiente (sviluppata dalla cosiddetta teoria del campo di Kurt Lewin), fino a alcuni concetti mutuati dalla filosofia Zen. Il terapeuta della gestalt si pone nei confronti del paziente come guida. Favorisce esercizi per l’auto- consapevolezza, in alcuni casi arrivando a frustrare o sfidare direttamente i blocchi del paziente verso l’auto-realizzazione. L’idea di base è che non esistono malattie, ma solo individui malati, e che quindi la terapia deve essere tarata su ogni singolo individuo, con l’obiettivo di guidarlo al processo di comprensione (o insight) rispetto alle determinanti del disagio.
Terapia Esistenziale Un approccio esistenziale e fenomenologico rivela più degli altri le sue origini filosofiche. Vi si ritrovano le concezioni di Kirkegaard, di Husserl, di Jaspers, di Heidegger Lo stesso Binswanger collaborò con Breuer e Jung all’ospedale di Zurigo e fu un fertile teorico e pensatore. La focalizzazione terapeutica dell’esistenzialismo e della fenomenologia nasce dall’idea che le teorie psicoanalitiche avessero prodotto una sorta di irrealtà nella visione del paziente. La tensione è quindi indirizzata a cogliere la verità del paziente, la forma specifica e unica della sua esperienza del mondo. Il significato intimo della soggettività è insito alla sua fenomenologia, al suo dispiegarsi nell’esperienza. Pertanto, anche se non è immediatamente percepibile, non è necessario ricorrere a metodologie interpretative. L’inconscio è potenzialmente percepibile alla coscienza nell’immediato, bisogna solo favorirne la lettura. Nella conduzione pratica della terapia, la situazione è più complessa. Da una parte, i terapeuti esistenziali asseriscono che l’esperienza che ogni persona fa di se stessa e del mondo è unica e che, di conseguenza, la conoscenza di ogni esperienza deve venire dal paziente, piuttosto che essere imposta dal terapeuta: sono le mete e le scelte del paziente che vengono indirizzate. Tuttavia, da un altro punto di vista, i terapeuti esistenziali ritengono che i meccanismi di difesa come la rimozione, la distorsione e l’evitamento vengano suscitati dall’ansia relativa alle preoccupazioni esistenziali di fondo, come la morte, la libertà, la solitudine e la mancanza di significati: questi tentativi difensivi vengono spesso sfidati dal terapeuta in modo diretto.
La terapia sistemico-relazionale pone al centro del campo di intervento clinico la famiglia. Le ricerche sul ruolo della famiglia nella determinazione e nel mantenimento di patologie si sono sviluppate con grande intensità, soprattutto a partire dagli anni ‘50. Nathan Ackerman (1908-1971), uno dei fondatori del moderno movimento della terapia familiare, si interessò al potere emotivo della famiglia fin dall’inizio della sua carriera, così come altri psichiatri che lavoravano soprattutto con bambini affetti da forme gravi di patologie psicotiche. Una prima classificazione della terapia familiare propone di distinguere le teorie in cui è più evidente l’eredità psicoanalitica classica, da quelle che basano i propri principi primariamente sulle teorie della comunicazione e dei sistemi. L’eredità psicoanalitica è, ad esempio, evidenziabile nel lavoro di Ackerman. La sua impostazione clinica favorisce la trasposizione di alcune concezioni base della teoria psicoanalitica tradizionale ai contesti familiari problematici. I nuclei che con più determinazione vengono affrontati nella sua pratica con le famiglie sono quelli del nutrimento e della dipendenza, del controllo e della rabbia, della sessualità e dell’aggressività. La tecnica utilizzata rimane focalizzata sull’interpretazione delle dinamiche inconsce sottostanti agli agiti della famiglia. Dalla stessa tradizione si muove il lavoro di Salvador Minuchin, psichiatra infantile e psicoanalista. Minuchin, tuttavia, arricchì il suo modello anche attraverso contributi non psicodinamici. La famiglia è intesa primariamente come sistema relazionale. Il terapeuta strutturale ha l’obiettivo di evidenziare i punti deboli nei confini dell’organizzazione familiare per favorirne una riequilibratura. Lavora anche attraverso lo smascheramento delle cosiddette triadi che sviano il conflitto, intese come modalità di alleanza tra due componenti della famiglia contro un terzo, con evidenti disfunzioni nella comunicazione. Il suo lavoro tiene in debito conto la divisione del potere all’interno dell’organizzazioni familiare, potere che viene utilizzato anche del terapeuta, che stringe alleanze transitorie e direziona attivamente il percorso di cambiamento.
Altri autori di impostazione dinamica hanno invece concentrato la loro riflessione sul concetto di multigenerazionalità. I terapeuti che condividono questo orientamento hanno in comune la caratteristica di includere nell’unità familiare osservata almeno tre generazioni. Un’altra caratteristica che li accomuna è la focalizzazione dei loro studi su famiglie con problematiche gravi, come la schizofrenia. Questa impostazione ha privilegiato una lettura delle relazioni familiari in termini di meccanismi di difesa arcaici. Ad esempio, le famiglie in cui sono evidenti le riproduzioni di schemi antichi, attraverso i quali si investono i familiari presenti di dinamiche relazionali provenienti da relazioni precedenti, come quelle con i propri genitori.
Con la psicoanalisi di Freud, la clinica aveva centrato la sua attenzione sulle dinamiche delle pulsioni istintuali che spingono al proprio soddisfacimento e delle istanze psichiche responsabili dell’adattamento e del controllo che impediscono il raggiungimento del piacere, inteso come motivazione psichica fondante. Questa è la cornice di riferimento in cui si situa la prima riflessione originale sui significati psichici delle espressioni del corpo. Il primo a allargare il discorso sulla sessualità, intesa non soltanto nella sua dimensione pulsionale, ma anche nella sua dimensione reale e sociale è stato Wilhelm Reich (1897-1957). Reich apparteneva alla seconda generazione dei discepoli di Freud. Riflettendo sul conflitto psichico tra pulsione e richieste della civiltà, Reich obiettò all’impostazione psicoanalitica tradizionale di aver limitato l’ipotesi della risoluzione del conflitto alla sua presa di coscienza. La psicoanalisi aveva restituito parola e comprensione psichica alla pulsione sessuale. Il sintomo si trasformava, attraverso l’analisi, in cognizione; diventava accessibile il suo significato di compromesso. Il dilemma difensivo tra conscio e inconscio veniva superato con l’introduzione di una terza alternativa, a valenza positiva: la sublimazione, ovvero la trasformazione dell’energia sessuale istintiva verso mete e oggetti socialmente accettabili, di natura mentale e di valore culturale. L’istinto, trasceso, diventava produzione di pensiero. Reich ritenne questo spostamento irrilevante, in quanto non sufficiente a risolvere il grave problema della diffusione sociale della repressione sessuale, politicamente intesa come controllo dell’individuo e castrazione della sua potenzialità creativa. La soluzione della sublimazione era riservata esclusivamente a determinate classi sociali, culturalmente già preparate. Le classi meno abbienti non potevano veramente utilizzare questo strumento in modo proficuo alla loro crescita individuale. A partire da queste considerazioni di natura socio-politica, Reich si distaccò dalla psicoanalisi tradizionale e allargò la riflessione alle strutture di difesa che coartano la libera espressione individuale. In questo senso, intese il carattere come il prodotto di una determinata società, che, in relazione alle sue esigenze politiche, condiziona l’espressività individuale, costringendola a manifestare le caratteristiche funzionali alle necessità della classe dominante, Il carattere è allora una sorta di precipitato delle forze istintuali e repressive dell’individuo, fissate in una contrapposizione paralizzante. Nell’analisi del carattere, Reich sottolineò l’importanza di focalizzare non soltanto le verbalizzazioni del paziente, ma anche altre modalità espressive, come i gesti, le espressioni, le azioni. A tal fine proponeva, durante le sedute, alcuni esercizi di natura corporea, come quelli sulla respirazione. Sottolineò a tal punto la centralità della liberazione dell’energia localizzata nei centri vegetativi del sistema nervoso autonomo che chiamò la sua analisi vegetoterapia. Un obiettivo era cli rimuovere progressivamente le resistenze e le coercizioni per raggiungere il nucleo più profondo della personalità, sede della potenzialità e della creatività individuale. Per la prima volta, il corpo entrava in analisi nella sua dimensione espressiva reale. Il padre della bioenergetica, Alexander Lowen, che era stato allievo di Reich, approfondì la relazione tra specifici sintomi nevrotici e contratture o tensioni di diversi distretti muscolari. Attraverso la manipolazione del corpo si arrivava così all’espressione dell’emozione compressa. La possibilità di toccare il paziente rappresenta una forte diversione dal paradigma analitico classico, Il terapeuta corporeo è una presenza attiva, che attraverso la sua corporeità stimola l’espressione della corporeità dell’altro, alla ricerca dei significati emotivi racchiusi nella dimensione fisica. Per Lowen il passato dell’individuo è il corpo. Stemperando la focalizzazione centrale sulla sessualità, Lowen definì la bioenergetica “una tecnica terapeutica che si propone di aiutare l’individuo a tornare a essere con il proprio corpo”, per riappropriarsi delle proprie radici. Sono stati molti gli sviluppi delle teorie terapeutiche centrate sul corpo, nonostante i pregiudizi e i sospetti spesso nutriti nei confronti di tecniche così sovversive rispetto ai paradigmi classici. Senz’altro, nel panorama attuale, le terapie a orientamento corporeo forniscono un’alternativa terapeutica che può essere di grande efficacia.
L’analisi transazionale è una teoria sviluppata agli inizi degli anni ‘40 a opera di Eric Berne. Si tratta, secondo la descrizione di Michele Novellino, di un sistema di psicologia clinica e di psichiatria sociale, da cui deriva una specifica metodologia psicoterapeutica. L’ipotesi più conosciuta della teoria di Berne è quella relativa alla tripartizione della personalità, che si determina in differenti stati dell’lo. Questi sono rappresentati come realtà a livello cognitivo, emotivo, somatico e comportamentale. Lo stato dell’lo definito Genitore contiene la definizione del mondo, ha la caratteristica di dare prescrizioni e consigli, richiede o comanda azioni, contiene regole e programmi per risolvere determinati compiti. Lo stato dell’lo Adulto è una banca dati e un elaboratore, incapace di attivare energia propria, e sostanzialmente dedito alle attività di pensiero, inteso soprattutto nella sua funzione di adattamento all’ambiente. Lo stato dell’Io bambino è sperimentato dall’individuo come la parte più vera della propria personalità: contiene tutte le esperienze che l’individuo ha avuto, è il magazzino dei giochi e dell’intelligenza creativa, ha come primo interesse quello di massimizzare il piacere e minimizzare la sofferenza. Berne ha definito le dinamiche di integrazione degli stati dell’Io nel corso dello sviluppo individuale, concentrando la sua attenzione critica soprattutto sull’acquisizione di schemi comportamentali rigidi (il copione) che paralizzano la potenzialità individuale. L’obiettivo terapeutico, che prevede soluzioni sia individuali che di gruppo, è quello di indagare le dimensioni profonde che sostengono, a livello cognitivo, emotivo e comportamentale, tali schemi disfunzionali e, attraverso diverse fasi del lavoro terapeutico, permettere al paziente di appropriarsi di modalità di funzionamento più creativo e soddisfacente. Nella rielaborazione della teoria originaria di Berne ad opera dei suoi seguaci vi è spesso stata la tendenza a integrarne l’approccio di matrice, sostanzialmente, cognitiva e comportamentale con apporti derivanti dalle teorie dinamiche.
Il Sogno Guidato da Svegli L’energia segue il pensiero. Quando realizziamo qualcosa, lo creiamo sempre inizialmente sotto forma di pensiero. L’idea è una cianografia: crea un’immagine della forma, poi la dinamizza facendo fluire l’energia fisica in quella forma; alla fine si manifesta sul piano fisico. Lo stesso principio vale anche se non intraprendiamo alcuna azione fisica diretta per realizzare concretamente un’idea. Il semplice fatto di aver un’idea in mente e di tenerla, costituisce un’energia che tenderà ad attrarre e creare quella forma astratta sul piano materiale. Il Sogno guidato è una tecnica che permette di accedere con relativa semplicità a quella riserva inesauribile di risorse che i soggetti hanno acquisito nel corso della loro esperienza di vita. Lo stato mentale attivato dal Sogno guidato è uno stato sfumato che sta a metà fra la veglia ed il sonno. Possiamo definirlo come uno stato ipnoide caratterizzato a livello comportamentale, da rilassamento psicomotorio, battito delle palpebre, chiusura degli occhi e piacevole sensazione di benessere globale. Lo stato mentale del Sogno guidato è ben più vicino allo stato di veglia che allo stato di sonno. L’obiettivo generale che ci si pone con questa tecnica è quello di modificare l’atteggiamento del soggetto durante il suo sogno e trasferire questo nuovo schema mentale durante lo stato di veglia. Il conduttore fa emergere ciò che è presente nelle risorse inconsce del soggetto (attiva dei sé). I sogni guidati sono ricchi di immagini archetipiche. Il primo a parlare di Rève éveillé dirigé, il sogno da svegli guidato, è stato lo psicologo Robert Desoille. Con il rève éveillé dirigé si fa un uso attivo dell’inconscio e si pilota il soggetto verso la manifestazione delle sue potenzialità. Si fanno vivere alla persona, posta in stato di rilassamento, alcune situazioni mentali dando immagini iniziali e poi lasciando che esprima quello che man mano la sua fantasia le suggerisce. Arriva così a liberare alcuni contenuti repressi che bloccano la sua crescita oltre che minare il suo equilibrio. Il materiale spontaneo che emerge è rivelatore del mondo interiore, con i suoi blocchi e i suoi problemi, della situazione affettiva della persona e del suo modo di affrontare la vita; con la sperimentazione nel sogno guidato, attraverso anche i suggerimenti del conduttore, del potere dei simboli, della possibilità di superare gli ostacoli, il soggetto diviene in grado di avviare un processo di maturazione, di assumere un atteggiamento attivo, di superare i suoi conflitti, i suoi problemi e i suoi ostacoli e di aprire le porte alla sua energia creativa. Una particolare applicazione del Sogno guidato viene utilizzata in sedute di gruppo. In questo ambito viene proposto un simbolo la cui dinamica è suggerita interamente dal conduttore. I simboli ci mettono in contatto con aspetti interiori inaccessibili alla mente analitica e ci conducono a capire ‘vedendo’, visualizzando anziché ‘pensando’. Possono rivelare realtà interiori di cui non si sospetta l’esistenza. Il simbolo ha la proprietà di dirigere e strutturare alcune energie inconsce. Visualizzare per es. lo sbocciare di una rosa orienta i vettori dell’inconscio nella direzione dello sviluppo, dell’evoluzione. Possiamo a ragione dire: in principio era l’immagine. Vediamo perché l’immagine, ossia la visualizzazione creativa, influenza la realtà personale. Il sistema nervoso, che ci fa reagire alle situazioni, non può valutare la differenza tra una esperienza reale e una immaginata: in entrambi i casi reagisce ai dati comunicatigli dal cervello, ossia reagisce in conformità a quanto si pensa o si immagina. Il pensiero, che è una forma di energia veloce e sottile, si manifesta nel cervello componendo i neuroni, le cellule nervose, in forme tridimensionali simili a geroglifici, in un infinito numero di combinazioni. Qualsiasi realtà con cui entriamo in contatto, può essere per esempio una penna, viene raffigurata nel cervello da uno specifico geroglifico di neuroni. La cosa importante da sottolineare è che sia che noi vediamo la penna, sia che la immaginiamo soltanto, nel nostro cervello si forma lo stesso disegno di neuroni, che trasmetterà quindi il medesimo impulso al sistema nervoso. Perciò il sistema nervoso, che condiziona le nostre reazioni, non distingue se una cosa è vera o solo immaginata. Possiamo sperimentarlo con immediatezza, immaginando di addentare una fetta di limone: la reazione sarà un aumento della salivazione o addirittura un senso di forte fastidio nella zona mandibolare. In conclusione immaginare porta a una attivazione cerebrale identica a quella dell’agire.
Coodipendenza del bambino interiore Se pensiamo alle favole e hai loro protagonisti ci rendiamo conto di come l’innocenza e la spontaneità del bambino facciano parte della nostra cultura da moltissimi anni. Tutti noi ricordiamo almeno una di queste, Biancaneve , Pollicino, Scarpette Rosse, Cenerentola, Hansel e Gretel, attraverso una di queste favole risentiamo il contatto con il nostro bambino interiore perché esattamente come nella fiaba tutti noi abbiamo paura dell’abbandono e ci sentiamo piccoli e indifesi . Negli ultimi decenni, il concetto di bambino interiore si è radicato più profondamente attraverso le esperienze in diversi settori grazie a Psicoanalisti come Jung che ha parlato del bambino divino, Alice Miller e Donald Winnicot lo chiamano il nostro “vero io” mentre per Emmet Fox è il nostro “bambino magico” per C. Whitfield Il nostro “io adulto, io bambino” per E. Berne, mentre l’analisi transazionale basa tutto il suo lavoro sulla comprensione e revisione della dinamica comunicazionale tra le figure adulto e bambino. Vi sono quindi numerose scuole che elaborano in diversi modi il contatto e l’accudimento del bambino interiore. Nonostante le differenze dei metodi, più o meno completi, sono tutti concordi nell’affermare che attraverso il recupero, la cura e l’ascolto del nostro Sé Bambino può avvenire la nostra guarigione interiore. Al giorno d’oggi molti psicoterapeuti e medici stanno riconoscendo il valore imprescindibile di questo contatto per una vera e duratura guarigione. Il Sé bambino è quella parte di noi che resta e resterà piccola per sempre , portando con sé doni come la gioia di vivere, la giocosità, la creatività, il contatto con la natura e con la nostra essenza. Nel nostro quotidiano è il Sé più universalmente rinnegato, eppure questo Bambino vulnerabile può essere la nostra parte più preziosa, quella più vicina alla nostra essenza perché in contatto con i nostri bisogni e desideri più profondi. La sua principale qualità è la capacità di sentire: le parole non lo ingannano nemmeno per un momento, è squisitamente sensibile, reagisce immediatamente se percepisce un senso di abbandono e il suo dolore è un dolore profondo che richiede rispetto ed empatia , non dimentichiamo però che ha anche degli aspetti negativi, infatti non tutti i suoi aspetti sono costruttivi: la manipolazione, ribellione e l’insaziabilità, aspetti che affiorano soprattutto quando non è riconosciuto e rispettato. Solitamente questo avviene quando si è identificati in una voce adulta o di potere. La persona è molto responsabile ligia ai doveri e alle regole, rinnegando la propria parte istintiva e creativa, fa molta fatica ad esprimere i propri sentimenti, non ha un egoismo sano e per questo non è in grado di fare delle cose per se stesso, nega il valore di alcune emozioni, specie quelle dolorose, come la rabbia, la tristezza, il pianto e la vulnerabilità viene giudicata debolezza. In questo caso il bambino interiore non può esprimere la propria creatività e solitamente manca la voglia di sorridere e di gioire fino ad arrivare talvolta alla depressione. Quando la persona è completamente identificata nel Sé bambino, manca la protezione e il senso di responsabilità, non ci sono limiti, il sano egoismo diventa egocentrismo. Il bambino vuole avere tutto ciò che vede, il suo bisogno è tutto proiettato sul urgenza di possedere, non è in grado di gestire il denaro e i rapporti, specialmente con figure di potere, ed ha bisogno di essere al centro dell’attenzione. Questo tipo di identificazione ci porta apparentemente lontano dalla sofferenza tramite la negazione della realtà, tutto è bello e tutto è un gioco, che ad un certo punto finisce portando grande sofferenza. Finché non prendiamo consapevolezza, il nostro Sé bambino è gestito dall’ insieme delle Voci Primarie con le particolari cure e giudizi prevalentemente del Critico. Questi Sé sono genitori all’antica, molto spesso primitivi e giudicanti, proiettano il peggio dei nostri genitori ed educatori attraverso le loro regole, il loro atteggiamento inizia con le migliori intenzioni di proteggerci, per farci ottenere dei premi e dei riconoscimenti, finendo poi per rafforzare i Sé premiati e facendoci reprimere quelli che invece ottenevano sgridate o abbandono. Questi Sé non riescono a comprendere che siamo cresciuti, possiamo assumerci le nostre responsabilità e gestire la nostra vita, è importante per noi arrivare ad un certo livello di conoscenza interiore in modo da poterci sostituire ai nostri genitori interiori e prenderci le responsabilità che ci competono riguardo ai nostri Sé. Di cosa ha bisogno il nostro bambino interiore? Essenzialmente ha bisogno di due cose: Amore senza condizioni, ovvero essere amato per ciò che è con le sue mancanze, paure, bisogni e entusiasmi; e Protezione perché vi è il bisogno di mettere confini con il mondo esterno, sapendo dire di no, sia agli altri che al proprio bambino interiore, quando è necessario. Il modo in cui ognuno di noi funziona nella vita quotidiana è dettato da reazioni e strategie di sopravvivenza che abbiamo imparato durante l’infanzia. Ognuno di noi si porta dietro, anche da adulto, delle vicende accadute durante l’infanzia che non abbiamo del tutto elaborato. Queste vicende possono lasciare un carico emotivo che viene attivato da situazioni della vita quotidiana dell’adulto. Per questo è importante elaborare tale carico emotivo lasciato da questi avvenimenti passati. Da adulti disponiamo della forza personale necessaria per l’elaborazione delle esperienze passate e del loro carico emotivo. Emozioni che da bambini ci sembravano insostenibili diventano gestibili da adulti. Durante la nostra infanzia impariamo anche a dare un'interpretazione alla realtà, apprendiamo regole e maturiamo convinzioni. Alcune di queste convinzioni possono avere un effetto restrittivo e impedire il nostro sviluppo personale. Uno degli scopi della metodologia del bambino interiore è quello di individuare queste convinzioni e trasformarle in forza personale e in affermazioni positive mediante l’elaborazione degli eventi dell’infanzia. Il nostro passato continua a vivere nel presente. La maniera in cui siamo stati trattati da bambini è la maniera in cui noi trattiamo noi stessi da adulti. Per sopravvivere da bambini abbiamo sviluppato delle strategie che avevano lo scopo di non farci più sentire dolore. Queste strategie sono attive anche nel presente e possono ostacolare il nostro sviluppo personale. In genere, vogliamo credere che la nostra infanzia sia stata rose e fiori, oppure ci diciamo che il passato è passato e che dobbiamo metterci una pietra sopra, che i nostri genitori hanno fatto il meglio che potevano, che siamo tutti vittime delle circostanze. Queste sono maniere in cui il nostro ego prova a tenere in vita l’illusione di un'infanzia “ideale”. Solo nel momento in cui riusciamo ad abbandonare quest'illusione possiamo davvero vivere nel PRESENTE.
La frammentazione del panorama attuale delle psicoterapie ha aperto, tra gli addetti ai lavori, il dibattito sui suoi possibili sviluppi futuri. L’American Psychological Association ha recentemente promosso una ricerca in cui venivano stimolati gli associati (psicoterapeuti di tutte le impostazioni) a formulare un pronostico sulle direttive di sviluppo della psicoterapia. I risultati che sono emersi rivelano un panorama ancora più frastagliato. Per quanto riguarda la previsione sugli interventi terapeutici del futuro, coerentemente all’orientamento consumistico della cultura occidentale (e soprattutto dell’America, dove è stata svolta questa indagine), il campione della ricerca ha previsto che le tecniche centrate sul presente, strutturate e direttive siano destinate ad aumentare. Le tecniche che sono previste in calo sono quelle più tradizionali, come l’interpretazione dei sogni, le libere associazioni, l’analisi delle resistenze. Questo primo quadro connota la figura di un cliente orientato a una soddisfazione rapida e il più possibile indolore. Non si richiedono tecniche indirizzate alla comprensione e alla rielaborazione profonda della personalità, quanto piuttosto tecniche in grado di fornire una sensazione di benessere, o di sospensione del malessere, subito efficace. Se poi si sposta il focus dell’attenzione dalla tecnica alla teoria, il campione della ricerca ha previsto che l’orientamento terapeutico del futuro sarà caratterizzato da una diffusa duttilità di impostazione. Saranno pertanto privilegiati orientamenti integrati o eclettici, ovvero che utilizzino ipotesi teoriche e metodologie tecniche afferenti a modelli di riferimento diversi. Secondo la previsione gli orientamenti storici, come il comportamentismo e le psicoterapie dinamiche, non subiranno una variazione di flusso significativa.
Pillole o Parole? Il dibattito stesso si muove su più livelli. Per esempio, c’è la discussione sull’integrazione della psicoterapia con la farmacologia. Se è vero che in ambiente medico il modello attualmente predominante è quello psicofarmacologico, che ha progressivamente soppiantato quello psicoanalitico, è anche vero che nel privato il terapeuta può fare qualcosa di diverso che solo diagnosticare e prescrivere. Ovviamente questo è un problema che si pone soltanto per gli psichiatri, che hanno professionalmente la possibilità di offrire sia un intervento medico-psichiatrico, con prescrizione di farmaci, sia un intervento psicoterapeutico. In questo contesto, il dibattito si nutre intorno al problema se, di fronte a un paziente che necessita di entrambi i trattamenti, sia terapeuticamente più conveniente che i trattamenti siano realizzati tutti e due dal medesimo professionista, o se sia più conveniente che siano affidati a professionisti diversi. In una dimensione più ampia, invece, il dibattito si nutre intorno al concetto stesso di terapia integrata, Il fantasma che viene evocato con il concetto di integrazione, è che essa possa equivalere a una sostanziale arbitrarietà dell’intervento terapeutico, che mascheri sottostanti incompetenze e confusioni. La psicoterapia, d’altra parte, essendo una disciplina complessa ontologicamente, ovvero per la stessa natura del suo oggetto, è sempre stata guardinga rispetto alla difesa dei propri confini, costantemente insidiati da discipline attigue per oggetto ma completamente dissimili per impostazione epistemologica, come le arti divinatorie di vario tipo o forme diverse di assistenzialismo. Un’integrazione responsabile e consapevole dovrebbe quindi partire da una riflessione critica sui modelli di riferimento esistenti e sulla loro congruenza rispetto al lavoro pratico con il paziente. D’altra parte, identificarsi acriticamente con i presupposti teorici di una determinata impostazione può segnalare la stessa incapacità riflessiva rispetto a quello che si fa veramente con i pazienti. In questo senso, chi supporta l’idea dell’integrazione sottolinea che ciò che si richiede veramente al terapeuta è la capacità di cogliere i bisogni di cura e di crescita che il paziente esprime nella relazione e di fornire ad essi una risposta integrata: non occasionale né semplicemente eclettica, ma fondata sulla visione globale della persona che solo al terapeuta provvisto di integrità personale è accessibile. In questa visione globale i diversi bisogni che di momento in momento si esprimono nella relazione sono sottratti a una considerazione e a un trattamento parcellare e settoriale per trovare il loro posto nell’unità della persona.
Troppe Scuole troppi Linguaggi Come abbiamo già visto, anche all’interno di teorie definite ci sono sfumature differenti. Nel 1989 vari psicoanalisti della società internazionale si ritrovarono a Roma alla ricerca di un “terreno comune”, che non fu trovato. Come fece notare Roy Shafer (1990), tutti gli psicoanalisti usano le stesse parole chiave, ma con significati spesso molto diversi: per esempio, il termine transfert, così centrale nella teorizzazione freudiana tradizionale, è utilizzato dai vari analisti in modo sostanzialmente differente. Sembra evidente che non esiste più una psicoanalisi: ne esistono molte (Wallerstein, 1990). Così come non esiste un singolo approccio “psicodinamico”, ma ne esistono molti (diversi e spesso incompatibili). Lo stesso si può dire per la terapia cognitiva, la terapia della gestalt, e probabilmente per tutte le scuole più importanti. L’esito di questa frammentazione interna può comportare la possibilità che nel corso del tempo ciascuno sviluppi il proprio approccio personale, magari ritenendolo identico a quello dei colleghi di scuola. Per concludere, dobbiamo ribadire il nostro punto di partenza: più di altre discipline la psicoterapia ha la necessità e il compito di confrontarsi con se stessa e con il mondo che cambia, che rappresenta una parte inevitabile del suo specchio. Il dibattito, per fortuna, è aperto e fecondo, a testimonianza della prima qualità che viene associata a un pensiero autenticamente psicologico: la capacità di interrogarsi criticamente.
Nel prossimo futuro, la psicoterapia dovrà adattarsi ai grandi cambiamenti di scena degli ultimi anni. I contesti sociali e lavorativi sono in rapido sviluppo. Il pluralismo culturale dovrebbe potersi declinare anche in una sensibilità dei fornitori di psicoterapia alle nuove emergenze sociali. Aumenta anche il numero delle patologie legate ai contesti di vita degli individui. Lo stress della vita urbana, l’aumento delle difficoltà economiche a fronte di un’offerta di prodotti sempre più vasta, la diffusione dilagante dell’informatica, la crescita di famiglie con pochi membri o con genitori separati, la condizione sociale della donna, la crescita numerica degli anziani, la multirazzialità, sono alcune delle evidenze socio-culturali che si presentano sulla scena e di cui un operatore della salute, in senso lato, deve tener conto. Come abbiamo già detto, sono in costante aumento le patologie di natura borderline (tra nevrosi e psicosi), la depressione, i disturbi di carattere ansioso. Aumenta il senso di frammentazione dell’identità, la difficoltà a riconoscere e a esprimere le emozioni, la solitudine.
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