Filosofando

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  "Le domande dell'uomo saggio contengono già la metà delle risposte"

R.W.Emerson

La Ricchezza del Pensiero nei Processi Evolutivi della Scienza

 

Indice: Il prodigio del linguaggio – La diffusione dell’alfabeto - L’epoca delle colonie – La scuola di Mileto – Talete il saggio - L’enigma dei numeri – Il mistero dell’inizio - L’audacia della dimostrazione – Il pozzo di Talete – Gli albori dell’occidente - AristoteleLogica e filosofia – Fisica e metafisica - L’ordine del mondo - L’essenza del movimento –  Energia e dinamica – Essenza del tempo - Platone, Aristotele e il dialogo – La dottrina delle categorieLo spirito del filosofo – Teoria e prassi – Platone - L’anima e i numeri - L’idea del bene - L’arte della dialettica – La settima lettera - L’armonia del bello – La misura delle cose – Il Teeteto e la conoscenza - L’istante dell’intuizione – Epicureismo e stoicismo – La formazione delle scuole – Il giardino di Epicuro - L'epoca dell’ellenismo – Nel solco di DemocritoLa consapevolezza dei limiti – Il poema di LucrezioIl porticato degli Stoici – La libertà dalle passioni - L'attualità dello Stoicismo – Caso e volontà ordinatrice – Da Eraclito a Socrate – Il fulmine governa ogni cosa - I confini dell’anima – Le contaminazioni della Chiesa - L’autenticità dei testi – Il logos dell’unità – Empedocle e Zenone – Socrate in Sofista – Socrate l’educatore – La realizzazione di un idealeLe scienze dell’esperienza  - Il metodo della conoscenza  - L’esperimento e il fatto – Verità scientifica e verità metafisicaLa filosofia come sistema – Il pensiero e l’estensione – Il sogno delle monadi  - L’ottimismo della ragione  - Il pessimismo della ragione – Kant e la fine del sogno dogmaticoLa fine del sogno dogmatico – La teoria dell’abitudineLa necessità dei concetti – La possibilità dell’esperienza - L’apriori e la casualità – La deduzione trascendentale - I limiti della ragione – La fondazione della moraleDovere e responsabilità – La sofistica delle passioni - Da Kant a Fichete – Un geniale guardiano di oche – Il vigore morale della ragione – La libertà dell’autocoscienza - L’autonomia della morale - L’io e il non ioLe disposizioni di un nazionalista – Il superamento di KantIl sapere del genio – La finalità del giudizio - L’organismo del vivente - Conclusioni - Hegel il genio della conciliazione – Il genio della conciliazione – Il vero il bene il bello – Il positivo e il negativo – La vita dello spirito – La forza del destino – La molla del pensiero – Il senso della vita – Parmenide - Senofane il rapsodo – Il poema di Parmenide – La questione del Nulla – Il pensiero dell’Essere - L’equilibrio degli opposti – Unità e molteplicità – Essere e Divenire - L’unità della diversità

 

Epistemologia

 

Indice: Introduzione - Epistemologia nel XX secolo – Hume - Le rivelazioni di Karl Popper - Karl Popper e la ragione incerta - Iniziative per il centenario della nascita del grande filosofo austriaco - Kuhn

 

Neopitagorismo e Relatività

 

Indice: Il “ritorno” a Pitagora - “Gaussbuster” ovvero all’origine della metafisica moderna - L’eredità di Gauss: dalla “perdita dell’intuizione” alla “libertà cantoriana” - Dagli assiomi ai postulati: il programma di Hilbert tradotto in fisica - Conclusioni: le basi metafisiche della teoria della relatività

 

 

"Filosofia" è una parola greca. Perciò ha senso chiedersi perché ciò che anche noi oggi chiamiamo "filosofia" sia venuto alla luce in un determinato momento della storia dell’umanità. Bisogna dire, infatti, che in molte culture (sotto forma, certo, di tradizioni religiose, di cicli leggendari e altro ancora) si trovano risposte alle questioni ultime della vita umana: il mistero della morte, il miracolo della nascita, infinite forme di organizzazione religiosa della vita, di inserimento degli adolescenti, ormai maturi, nel gruppo e nella società – tutte queste cose rappresentano ovviamente un patrimonio culturale comune. Però è soltanto in un’unica cultura antica europea, anzi, quasi ai margini dell’Europa, che nasce la "filosofia" – come parola e come problema.

 

 IL PRODIGIO DEL LINGUAGGIO

Che cos’ha di peculiare questo interesse che ci lega alla filosofia? Certamente… questa è una domanda alla quale possiamo dare qualche risposta solo per grandi linee, offrendo magari un’idea di che cosa fosse la Grecia in quei secoli passati, in cui si fecero i primi passi verso la fondazione di quell’insieme di questioni e dottrine filosofiche dell’Occidente (e ormai dell’intero pianeta) che rappresentano per noi oggi la filosofia nel suo complesso. Se vogliamo farci un’immagine di tutto ciò, questa è la prima cosa da considerare, tanto più al giorno d’oggi, visto che abbiamo cominciato a tener conto degli immensi intervalli di tempo della storia della Terra o addirittura della storia dell’universo. Da quando, insomma, la fisica ha cominciato a presentarci il Big bang come vero inizio di strutturazione del sistema cosmico di cui fa parte il nostro pianeta, sorge spontanea una domanda: se alle nostre spalle c’è l’intera storia dell’evoluzione di questi sistemi di corpi celesti, e infine la nascita stessa della vita sul nostro pianeta, … se questo è il metro con cui misuriamo le nostre origini, allora è davvero sorprendente che la tradizione del pensiero umano abbia potuto produrre in pochi secoli l’intero complesso di ciò che chiamiamo filosofia. Non c’è dubbio che fu innanzitutto il linguaggio il primo grande prodigio nell’evoluzione dell’umanità. Noi naturalmente non sappiamo quando sia nato, ma la scrittura… – di questa e della capacità figurativa possiamo fissare un inizio: di tali segni e tracce rimane infatti testimonianza. Abbiamo scoperto pitture rupestri, abbiamo trovato iscrizioni, forme di scrittura del testo parlato anche agli albori della grecità, ma ciò che chiamiamo filosofia, e che ha rappresentato l’evoluzione del pensiero occidentale nel flusso ininterrotto della tradizione, ha certo invece una storia relativamente recente. Questa storia comincia a un certo punto…. Sappiamo naturalmente che la Grecia, così come gli altri Paesi europei, è stata colonizzata dal movimento migratorio e culturale dei popoli indoeuropei. È nota pure la preesistenza in quelle regioni di altre grandi culture, più prossime alle origini anche agli occhi degli stessi Greci. C’è un passo stupendo nel Timeo di Platone in cui Solone, uno dei più grandi statisti ateniesi, giunto in Egitto vede qualcosa che lo interessa, al punto tale da chiedere: "Ah, fanno anche qui come noi?" E allora il sacerdote del posto gli risponde: "Voi Greci siete sempre rimasti fanciulli! Non riuscite a capire quanto tardi siate arrivati nella storia della nostra vita culturale".

 

LA DIFFUSIONE DELL’ALFABETO

Dunque, è vero che la tradizione scritta comincia assai tardi, ma l’autentico passo avanti è segnato piuttosto da qualcos’altro, cioè dalla particolare forma in cui si sviluppò in Europa – in questo caso in Grecia – l’alfabeto, ovvero la nuova scrittura alfabetica. Si tratta di un processo che ci lascia davvero con il fiato sospeso, se pensiamo, oggi, che nel giro di pochi decenni l’alfabeto creato in Asia minore – con poche correzioni e modifiche – è diventato quell’ABC di cui tutti conosciamo almeno la prima e l’ultima lettera: l’alfa e l’omèga. Questa evoluzione dell’alfabeto ha portato in brevissimo tempo a una trasformazione della tradizione orale relativa a leggende,… miti,… storie di dèi e di eroi, memorie di grandi eventi come per esempio la guerra di Troia, testimonianze esistenti già prima che ci fosse la possibilità di una registrazione scritta. Lo stesso si può dire, ovviamente, anche per quanto concerne la storia ebraica delle origini, ovvero tutto ciò che conosciamo dall’Antico Testamento. Quando io ero giovane, la storiografia collocava ancora la preistoria del popolo ebraico (e quindi anche della coscienza storica occidentale) subito dopo le dinastie regnanti egizie. Oggi sono al centro della nostra attenzione ipotesi di un inizio ancora più remoto; ma un fatto è tangibile: l’alfabeto; grazie al quale anche il racconto di Omero (il grande epos della guerra di Troia e del ritorno di Ulisse) è diventato uno dei testi fondamentali della letteratura universale. Dopo di lui, Esiodo attinge la storia della tradizione religiosa ancora più indietro nel tempo, agli albori della leggenda. Si tratta di memorie già esistenti, evidentemente. In che tipo di cultura, in quale ambiente, è maturato tutto ciò? La provenienza dell’alfabeto dal Vicino Oriente ci offre già una risposta: la navigazione, il commercio. Anche da un punto di vista geografico, è nel mare Egeo, in questo lembo più orientale del Mediterraneo, che si trovano i luoghi in cui la filosofia conobbe le sue prime testimonianze. Ciò accade in un momento della storia greca che chiamiamo epoca delle colonie.

 

L’EPOCA DELLE COLONIE

Oggi l’espressione "età coloniale" ha assunto ormai un sapore politicamente negativo: siamo consapevoli dei limiti della cosiddetta "civilizzazione", che l’Europa ha preteso offrire nell’età moderna. Ma il tempo delle colonie greche fu in realtà assai diverso. In quell’epoca si era già largamente profilata la differenza tra aristocrazia di campagna e artigianato in città, e fu proprio in questo periodo che i Greci avviarono un’ampia politica di colonizzazione, di fondazione di nuove città; in questo arco di tempo essi distribuirono per tutto l’ambito del Mediterraneo una moltitudine di giovani, imbarcati su navi greche. È noto che sulle coste dell’Asia minore si trovavano grandi città come Mileto ed Efeso – di cui torneremo a parlare – e lo stesso vale per la cosiddetta Magna Grecia, e cioè la Sicilia, il Meridione italiano, il Sud della Spagna, il Nord dell’Africa… la Francia meridionale. Dovunque troviamo colonie greche: questo è il nome dato a insediamenti che divennero vere e proprie città greche, caratterizzate dalla laboriosità artigianale greca, dall’arte della navigazione e dalla cultura dei Greci, secondo il modello delle pòleis di provenienza che avevano ispirato queste nuove fondazioni,… come per esempio le grandi e fiorenti città commerciali, quali appunto Mileto ed Efeso, sulle coste dell’Asia minore.

L’inizio della filosofia non ebbe luogo nel nucleo originario della terra natìa, in quella che chiamiamo la patria greca. Atene è certamente il punto culminante in cui si concentrò la cultura greca con le sue arti e scienze, ma ciò avvenne relativamente tardi. L’inizio del pensiero greco ebbe luogo invece nelle città portuali dell’Egeo, in un periodo nel quale erano ormai evidentemente in declino i precedenti dominatori di questi porti commerciali e navali, vale a dire i Fenici, probabilmente i responsabili della diffusione dell’alfabeto in Grecia. Essi si ritirarono, attestandosi sulla costa settentrionale dell’Africa, dove sopravvissero molto a lungo nella storia di Cartagine. Adesso dunque ci è noto, approssimativamente, dove il primo filosofo sollevò il capo – per usare un linguaggio figurato… anche un po’ poetico. Ma non sappiamo affatto in che modo ciò sia avvenuto. Tutto quello che conosciamo dei primi pensatori deriva da una ricostruzione appositamente creata, escogitata, ad Atene, trasmessa poi nei suoi tratti fondamentali da Platone e Aristotele, e che in seguito ha subìto ulteriori integrazioni da parte dei loro commentatori eruditi.

 

LA SCUOLA DI MILETO

Ho già menzionato Mileto: uno dei grandi porti sulla costa dell’Asia minore. Queste città esistono ancora oggi, anche se solo in forma di ruderi, tanto più che i porti sono già da tempo insabbiati e non possono più avere l’importanza di un tempo. Anche la scoperta di Troia, nella stessa area, a Nord, nel punto di transito per il Mar Nero, fa parte ormai del patrimonio culturale di tutti. È noto che ci fu una guerra tra Greci e Troiani per motivi mitici, leggendari – del resto, le ragioni delle guerre rimangono per lo più ignote! Ebbene, Mileto è la prima di queste città della quale sappiamo qualcosa di più preciso, si parla, infatti, persino di una "scuola di Mileto". Quali fonti ci parlano di questa scuola di Mileto? Aristotele innanzitutto: pensatore tardo… dell’epoca classica,… la cui vasta erudizione era rivolta anche alla tradizione greca, e che, nel confrontarsi con il suo celebre maestro, Platone,… si è interessato particolarmente agli inizi del pensiero greco. È naturale però, che quando qualcuno si occupa di qualcosa, finisca per ritrovarvi quello che gli interessa. Ed è proprio questo che accade ad Aristotele. In sèguito avremo modo di dire perché Aristotele sia stato attirato proprio dai primi pensatori greci che – come Talete – avevano individuato nell’acqua l’elemento primo che tutto regge, tutto copre e tutto vivifica.… Sappiamo anche di altri uomini di pensiero, che hanno considerato l’aria come il primo elemento sostanziale; è quello che si dice di Anassimene. Ma perché proprio l’acqua e l’aria? Questo è facile da capire: è evidente che la vita dipende dall’acqua, soprattutto nei Paesi meridionali è impossibile dimenticarlo, anche solo per un momento. Allo stesso modo si dovrà pensare che la vita dipende dall’aria. Così si genera una sorta di circolazione: dall’acqua all’aria, il vapore; dal ghiaccio e dalla neve alle forme più aeree, come l’alito di brezza o il vento di burrasca. Si comprende allora, come sia stato possibile dire: "questo è stato l’inizio!", oppure: "questo è il tutto!". In origine c’era l’acqua o l’aria, e in seguito, grazie alla loro evoluzione, in una sorta di cosmogonia, si è giunti al nostro mondo ordinato.

"Cosmogonia" è di nuovo un’espressione greca; mi dispiace dover citare così tanti termini greci, ma è appunto la Grecia ad aver maturato il linguaggio della filosofia, trasmettendocelo in eredità. "Cosmogonia" significa nascita del cosmo, genesi dell’ordine del mondo.… Tutto ciò ricorda molto ciò che interessava Aristotele, e avremo ancora occasione di mostrare come, in effetti, tale tradizione sia stata ordinata e presentata in base a determinati concetti nei quali, con buona approssimazione, riconosciamo più che altro Aristotele, e non tanto ciò che egli intende descrivere con essi.…

 

TALETE IL SAGGIO

Di Talete sappiamo in realtà qualcosa. Ci è noto, innanzitutto, che era un eminente cittadino di Mileto, grazie ai suoi grandi meriti: si dice che egli seppe prevedere un periodo di siccità, oppure un raccolto abbondante, e in questi casi consigliava di immagazzinare i prodotti, in modo da evitare il pericolo di carestie. Uno come lui era considerato saggio agli occhi della sapienza greca, più ancora che a quelli della filosofia. Di lui sappiamo anche un’altra cosa: elaborò un teorema matematico sull’angolo retto e il triangolo. Questo è già un primo segnale di allarme: qui comincia qualcosa di nuovo.

Nella storia dell’umanità, almeno in quella del nostro mondo occidentale, ivi compreso il Vicino Oriente, troviamo indubbiamente che l’osservazione delle stelle fu decisamente precoce: possediamo antichissimi inventari delle eclissi solari, giacché una delle grandi esperienze di terrore dell’umanità primitiva era la visione del sole che si oscura. Vi si riconoscevano segni premonitori per il futuro e perciò, per esempio a Babilonia, esisteva una casta sacerdotale che nelle sue tabelle aveva già registrato una sorta di ricorrenza ritmica di queste eclissi solari (e ciò non è privo di importanza per le ingegnose previsioni della siccità attribuite a Talete). Un altro aspetto importante era l’alto grado di perfezionamento pratico raggiunto in Egitto dall’agrimensura, e quindi dalla geometria, in quanto il faraone aveva bisogno di riscuotere tasse, e queste erano legate alla misurazione del terreno agricolo fertile. Per poter effettivamente calcolare l’estensione di terreno agricolo fertile, i geometri egiziani, i "misuratori della terra" – questo significa letteralmente la parola "geometra" – conoscevano il sistema più semplice: suddividere il terreno in tanti triangoli. Da qui si è sviluppata la trigonometria, con tutto il complesso di nozioni che conosciamo come geometria euclidea, la scienza fondamentale dei Greci. Ora, per tornare a Talete, si racconta che egli avrebbe enunciato una determinata verità geometrica, che non è necessario spiegare in questa sede. Di essa si disse, con ragione: "È una banalità! Gli egiziani lo sapevano già da tempo!". Un matematico olandese, un mio caro amico, van der Warden, ne ha tratto la giusta conclusione, che cioè Talete non avrebbe scoperto questo principio, bensì avrebbe cercato, per primo, una dimostrazione in grado di fondarlo. Ecco, questa è, per così dire, la prima espressione che contraddistingue lo spirito greco e – in realtà – lo spirito scientifico dell’Occidente.

 

L’ENIGMA DEI NUMERI

La geometria e il prodigio dei numeri… sono davvero questioni che esercitano grande fascino su tutti i pensatori. Ancora oggi è difficile sottrarsi alla riflessione di fronte all’enigma del numero. Si pensi ad esempio ai numeri primi, a questa singolare particolarità, di cui abbiamo anche una prova certa (come ha dimostrato la matematica moderna), che cioè i numeri proseguono all’infinito: infatti esiste sempre un numero maggiore – e sembrerebbe che ciò non dipenda da nient’altro se non dal fatto che noi seguitiamo ad aggiungere! Esatto! Eppure ci sono certamente… numeri primi, che cioè non sono divisibili per due. Perché mai esistono questi numeri, se in fondo noi non facciamo nient’altro che contare, aggiungendo, da uno a due, a tre, a quattro, e così via all’infinito?

Credo che qui siamo di fronte a un primo problema scientifico, che ha certamente dato da pensare: Talete fornisce la prova di un principio geometrico di per sé evidente. Ma a questo si aggiunge un secondo aspetto, un’osservazione che io stesso ho fatto. Di Talete si tramanda che avrebbe dimostrato come determinate cose galleggino sull’acqua riaffiorando sempre, anche se spinte verso il fondo. Possiamo sperimentarlo in qualsiasi piscina: ad esempio, una trave riemerge ogni volta, e per quanto un giovane si sforzi di spingerla verso il fondo, la trave ritorna sempre a galla. – Che cosa succede? Qui si manifesta un principio, una questione che certamente ha impegnato l’umanità fin dall’inizio: come mai la Terra su cui abitiamo rimane in equilibrio? Che si tratti di un disco, o di una sfera, o comunque la si possa immaginare, il problema rimane. La mitologia racconta che un gigante, un certo Atlante, fosse stato condannato dal dio supremo a reggere la Terra, sostenendola sulle sue spalle da atleta. Gli indiani raccontano un’altra storia, … di un elefante… che sta su una tartaruga. Ma, comunque stiano le cose, è evidente che questa storia che si narra di Talete va intesa nel senso della enunciazione di un principio fondamentale: la terra è in equilibrio. E questo principio è stato tramandato: Anassimandro parla di un "disco terrestre", e così via, fino a quando non si è riusciti a individuare finalmente la forma sferica della terra.

Qui prende il via per la prima volta la riflessione sull’ordine del mondo, una sorta di cosmogonia che non racconta più storie di dèi, né saghe leggendarie, bensì, in sostituzione di quelle tradizioni mitiche, osa proporre ipotesi audaci su come, a partire da fatti esistenti e osservabili, si sia progressivamente sviluppato e formato l’ordine del mondo che conosciamo, l’ordine celeste, i rapporti tra mare, aria e terraferma, e così via.

 

IL MISTERO DELL’INIZIO

Evidentemente la filosofia greca si è sviluppata da questo primo grande studio dell’ambiente, sempre più arricchito da molte osservazioni, fino a diventare una teoria cosmogonica. È naturale che ad una comunità di marinai facciano capo un’infinità di esperienze: si conoscono fossili, si incontrano strani animali o abitudini singolari – è una specie di immensa curiosità per il mondo, quella che sorge in queste antiche e audaci città marinare. Il termine greco per questo sapere è "historíe", che non significa "storia", quanto, piuttosto "sete di sapere", cioè una curiosità che vuole assimilare tutto ciò… che è osservabile nel mondo.

A proposito di questi uomini di Mileto e delle località vicine si parla della cosiddetta "scuola di Mileto". Questa è ovviamente la tipica proiezione all’indietro che fanno sempre i maestri di scuola, e così anche Aristotele, "il maestro di color che sanno", come lo ha chiamato Dante. Aristotele ha anche retrodatato la nascita delle scuole di pensiero – di una delle quali egli stesso fu fondatore eminente – facendo di queste grandi figure di pensatori della tradizione, altrettanti iniziatori di scuole. Naturalmente non esisteva affatto una "scuola di Mileto": poteva forse trattarsi di una tradizione di famiglia, o magari soltanto di un paio di personaggi di spicco che in seguito, usando retrospettivamente categorie successive, furono insigniti del titolo di capiscuola. Senza dubbio erano patrizi provenienti da famiglie agiate, che potevano effettivamente coltivare questo interesse del tutto teoretico, questa passione per la conoscenza del mondo. E in fin dei conti si vedrà che la cosiddetta "scuola di Mileto", ovvero questo determinato modo di pensare, ha osato per la prima volta interrogarsi su qualcosa di affatto sorprendente: che cos’è il tutto? Come si è formato il tutto? Come è sorto quest’ordine cosmico? – Sono questioni che affondano nel mistero dell’inizio. C’è un celebre passo di Aristotele che afferma: "L’inizio è la metà del tutto". Un proverbio tedesco dice: "Ogni inizio è difficile". Comunque sia, possiamo osservare che furono posti questi interrogativi, caratterizzati da un originario interesse teoretico per l’ordine del mondo, vere e proprie questioni-limite. Come il problema-limite della morte, sospeso al di sopra di ogni vita umana, rappresenta per le religioni un punto di partenza imprescindibile che alimenta speranze e promesse, così vi sono altri problemi di questo tipo: che cosa c’era prima del "Big bang", prima della grande esplosione? È una domanda che certo fa sorridere i fisici, eppure nessuno può fare a meno di porsela. I primi pensatori greci si sono occupati criticamente di tali questioni fondamentali, in alcuni testi che sono giunti fino a noi.

 

L’AUDACIA DELLA DIMOSTRAZIONE

L’inizio di questa curiosità scientifica per il mondo affonda naturalmente le sue radici nelle altre grandi culture dell’Asia anteriore. Noi non pensiamo più che il mondo abbia avuto inizio con la creazione di cui riferisce l’Antico Testamento, come ancora si riteneva ai tempi dell’Umanesimo classico o dell’Umanesimo cristiano, all’inizio dell’età moderna. Nel racconto biblico riconosciamo una verità religiosa, non certo una conoscenza scientifica. E naturalmente oggi riusciamo a penetrare, per molti aspetti, anche in altri ambiti, grazie all’ampliamento che a poco a poco ha interessato la conoscenza storica del passato… e grazie alle attive ricerche di archeologia preistorica. Gli scavi archeologici sono stati un altro dei grandi eventi della storia e per la storia dell’umanità. Ovunque ci imbattiamo in tracce di vita vissuta e, un po’ alla volta,… questa tradizione, ricostruibile attraverso rovine e relitti, si mescola con il nostro orizzonte storico mediato dalla tradizione scritta, e quindi dall’alfabeto e dagli alfabeti. Se osserviamo le cose da questa prospettiva,…allora sì, [che] risulterà evidente la nuova conquista dei Greci. Essi appresero dagli Egiziani innumerevoli conoscenze, ereditarono dai matematici babilonesi tecniche importanti per le equazioni, per la teoria delle equazioni, quindi per l’algebra, come diremmo oggi.

Eppure soltanto i Greci raccolsero questi materiali, come nel caso di Talete, in un concetto del sapere e, per così dire, in un ideale di scienza, così formulabile: bisogna dimostrare ciò che si asserisce. Ed è noto a tutti che in effetti il grande, definitivo risultato di questo ideale di dimostrazione (che ha portato alla prima forma di scienza) ha conservato tutto il suo valore fino ai nostri giorni grazie alla logica di Aristotele, conoscendo negli ultimi due secoli un sorprendente processo di affinamento e differenziazione. In ogni caso, grazie a tutto ciò, oggi sappiamo che in quelle città commerciali (con i loro traffici mondiali, con quel miscuglio di conoscenze provenienti da tutto il mondo conosciuto) si è manifestata anche l’audacia dell’indagine scientifica.

 

IL POZZO DI TALETE

E qui posso ricordare un altro episodio a proposito di Talete. Certa manualistica ricorre spesso e volentieri a un aneddoto che si racconta di lui, quasi per riconoscervi con soddisfazione, già nell’antichità più remota, l’archetipo del professore distratto. Si dice che Talete sarebbe caduto in un pozzo e che una servetta tracia lo avrebbe aiutato a venirne fuori, visto che da solo non ci riusciva. Questa storia nasce nel contesto di una critica teoretica, rivolta all’assurdità di un’esistenza ingenuamente teoretica. Gli spiriti pratici raccontano sempre con piacere qualche strano aneddoto sugli uomini di pensiero, e, com’è noto, anche sui professori. Che cosa accadde, in realtà? Oggi lo sappiamo con una certa precisione. Naturalmente Talete non cadde nel pozzo, ma si calò in un pozzo asciutto, perché questo era il "cannocchiale" degli antichi. Grazie infatti alla schermatura offerta dalle pareti della cavità, si può registrare con grande precisione l’orbita delle stelle così inquadrate, riuscendo inoltre a vedere molto più che a occhio nudo: una sorta di vero e proprio cannocchiale greco. Quindi non siamo affatto di fronte a uno sbadato che cade in una buca. La verità è un’altra, e in realtà questo aneddoto rende onore all’audacia del pensiero, costretto prima a servirsi di uno scomodo azzardo, come quello di calarsi in un pozzo, e poi a rimettersi all’aiuto di qualcun altro per uscirne.

Audacia teoretica e passione per il sapere vengono espresse in questo aneddoto quasi con la stessa efficacia con cui esso comunica anche il desiderio della tarda antichità di farsi beffe della stravaganza dei sapienti.

Vedremo però che questa vasta conoscenza del mondo, conservata in innumerevoli testimonianze, e poi sviluppata da Anassimandro ed Anassimene (cioè dalla "scuola di Mileto", come è stato detto) divenne certamente il presupposto primario affinché le questioni fondamentali, da sempre un rompicapo per la riflessione umana, venissero affidate a vie di soluzione razionale, sempre più di competenza del pensiero, del pensiero concettuale.

 

GLI ALBORI DELL’OCCIDENTE

La tradizione scritta dei Greci fu senza dubbio segnata dalle epopee di Omero e di Esiodo. È certo, però, che fin dagli albori ebbe inizio anche la trattatistica, anche se Talete, come ci viene riferito, non avrebbe lasciato alcuno scritto, il che nel suo caso è molto probabile.

Ma sorprendentemente abbiamo un testo antico che, per così dire, demarca l’inizio di tutti i testi di filosofia. Altrimenti, infatti, ci sarebbero note solo singole proposizioni filosofiche. Invece, appunto, possediamo anche un testo antico, ed è il caso di presentarne brevemente la storia. Si tratta del cosiddetto Poema di Parmenide. Su Parmenide dovremo render conto in dettaglio, perché qui abbiamo un testo vero e proprio – e un testo è altra cosa rispetto a una semplice frase. Una frase non è un testo. "Testo" significa, come dice la parola stessa, "ciò che è intessuto in un intero", l’intreccio di un intero, un ampio percorso di pensiero. Si tratta di un testo che troviamo all’interno di un commento ad Aristotele, ricopiato dall’ultimo erudito dell’Accademia platonica nel periodo bizantino, nel sesto secolo, allorché l’Accademia fu sciolta per decreto di Giustiniano. Dai tempi di Platone, nel quarto secolo avanti Cristo, fino al sesto secolo dell’era cristiana, operò ad Atene l’Accademia, nella quale avevano studiato, è inutile dirlo, anche molti Romani. L’erudito si chiamava Simplìcius, e il nome di questo dotto aristotelico fu in seguito usato con derisione da Galilei: Simplìcius significa infatti "sempliciotto": in latino simplex vuol dire semplice. Ma questo "sempliciotto" era un uomo assai colto, e in occasione della chiusura dell’Accademia aveva trovato il manoscritto che riportava il Poema di Parmenide. Egli ebbe cura allora di ricopiarne un brano – un passo significativo, sul quale torneremo. Dunque, possediamo un unico scritto in sé concluso della filosofia greca anteriore a Platone o a Socrate. Esso ci darà modo di osservare i primi passi della filosofia in senso proprio.

Siamo di fronte a un sentiero particolare, a un cammino: qui infatti la conoscenza del mondo – quella curiosità onnivora che abbiamo osservato nei Greci, e che procede in tutte le direzioni per superare ogni frontiera – si avvia in un percorso in cui trovano espressione quei problemi-limite, quella conoscenza del mondo alla quale nessuna esperienza può condurci. Il Poema di Parmenide deve quindi essere il primo oggetto di un approfondimento più preciso, insieme con un contemporaneo di Parmenide, Eraclito, che, in un contesto analogo, dovremo considerare come uno dei padri del concetto occidentale di filosofia.

 

ARISTOTELE

Tra i membri dell’Accademia fondata da Platone c’erano molti personaggi di rilievo,… soprattutto giovani, che, grazie al dialogo educativo condotto da Platone con i suoi allievi per tutta la vita, maturarono straordinarie conoscenze e capacità. Uno di questi giovani fu Aristotele. Era figlio di un medico macedone… e studiò nell’Accademia. Di lui si racconta che un giorno, essendo malato, non prese parte a una piccola discussione di gruppo; e allora Platone avrebbe detto: «Oggi è mancato lo spirito».… In effetti, i due ebbero fin dall’inizio… un legame profondo. In seguito Aristotele diverrà celebre come critico della dottrina delle idee, anche se la principale obiezione mossa a Platone sarà introdotta da un’affermazione diventata a sua volta famosa:… «Sono amico di Platone, ma più ancora sono amico della verità».

Chi fu dunque Aristotele? Dotato fin da giovane di eccellenti qualità intellettuali, iniziò presto a insegnare nell’Accademia, occupandosi soprattutto di retorica. Egli proseguì in tal modo l’opera di rivalutazione e riabilitazione della retorica avviata da Platone nel Fedro; senza dubbio, questo suo interesse particolare, testimoniato anche dalle lezioni sulla retorica e da altri scritti, diede vita a una vera e propria antropologia, a una sorta di dottrina filosofica dell’uomo, e non a un semplice manuale tecnico di eloquenza. Egli realizzò il vecchio programma del Fedro, secondo il quale chi vuole tenere un buon discorso deve aver di mira innanzitutto gli individui ai quali si rivolge e sui quali vuole far presa.

 

LOGICA E FILOSOFIA

Aristotele fu ben presto incaricato di occuparsi anche delle lezioni di logica. Questo è il secondo aspetto che di lui tutti conoscono, che cioè fu il fondatore della logica formale, e più precisamente di una certa parte di quel complesso edificio che è la logica formale, vale a dire la dottrina della corretta deduzione, la cosiddetta sillogistica aristotelica. Spieghiamo che cosa significa: si trattava, per così dire, dell’analisi logica dei procedimenti in uso nella matematica del tempo.

La logica formale è la dottrina della conoscenza, in forma un po’ ampliata; è la dimostrazione di cui si faceva uso in matematica. Come è noto, la filosofia come tale non è riducibile a questa logica formale. Anche Aristotele, ovviamente, ne era consapevole: infatti, subito dopo i suoi scritti di logica, c’è un capitolo nel quale descrive come avvenga, propriamente, l’atto del filosofare umano. In questa sede egli illustra anzitutto come certe impressioni fugaci si fissino nella memoria, e come, da queste, si formi in seguito un ricordo unitario di ciò che sappiamo… e infine come questo sapere… venga comunicato agli altri. Egli spiega, insomma, in che modo si produca il sapere delle archài (questa è l’espressione greca che noi traduciamo con «princìpi», «inizi»). Qual è il punto cruciale? La dimostrazione è sempre dimostrazione che muove da premesse, cosicché la conclusione, cui si perviene, risulta valida. Non vi è dubbio, perciò, che debbano già esservi dei presupposti, quelli che in logica vengono chiamati «premessa maggiore» e «premessa minore». Ma quando si tratta dei princìpi, non si può presupporre qualcosa che sta ancor prima del principio. Quindi la filosofia non può coincidere con la logica della dimostrazione. Essa deve consistere piuttosto in una induzione che risale all’origine, ai presupposti primi. Il termine greco è epagoghè, «induzione». E Aristotele – un maestro nelle immagini forti – ne offre appunto un drastico paragone. Come nasce in realtà questa universalità della nozione di principio? – Ecco – egli dice – è come quando un esercito fugge davanti al nemico; e finalmente uno si gira a guardare se il nemico incalza, fermandosi. Gli altri intanto continuano a correre; poi un altro si guarda intorno e vede quel soldato che ha smesso di scappare perché il nemico è già lontano, e così – uno dopo l’altro – si voltano tutti quanti, fino a che le milizie obbediscono di nuovo al comando di uno solo. Per «comando», la parola greca è ancora archè: «ciò che è primo,… e che domina». Questa è dunque l’analisi logica di che cos’è filosofia, secondo la descrizione di Aristotele. E in un certo senso questa induzione, che conduce all’universale, è proprio la stessa via percorsa dai dialoghi platonici, che muovono dal non-sapere alla visione di ciò da cui tutto dipende.

Non ho intenzione di raccontare qui la vita di Aristotele. Non è molto importante, in effetti. Quello che conta, invece, è che Aristotele fondò una propria scuola – anzi la prima vera scuola – che si è poi sviluppata e ha fatto storia nel corso dei secoli, grazie anche ai commenti delle opere aristoteliche. Ed eccoci all’opera fondamentale!

FISICA E METAFISICA

Si dice in genere che Aristotele sia il fondatore della metafisica. È vero, ma innanzitutto dobbiamo prestare ascolto a questo termine. Che cosa fondò? La meta-fisica? Allora è il fondatore di una scienza che fonda la fisica? Che razza di scienza è mai questa, come è possibile che essa si dia? E come può essere nata dall’ispirazione platonica? In effetti, si è soliti affermare: «È metafisica tutto ciò che ha avuto inizio con Parmenide, e poi con Eraclito e con Platone» –Ma tutte queste sono interpretazioni successive! Se si dovesse definire Platone, si dovrebbe dire, in realtà, che fu innanzitutto un meta-matematico: il mistero dei numeri, questo fu, da buon pitagorico, il suo punto di partenza. Fu il rigore scientifico della geometria euclidea a stimolarlo, come ho potuto mostrare analizzando il Teeteto, in cui Platone convince a poco a poco un giovane e geniale matematico del fatto che, al di là della matematica, vi è anche una conoscenza argomentativa, dialogica. Qui riecheggia, in parte, un innegabile spirito agonistico: bisogna ammettere che la filosofia è dialettica; è cioè nei lògoi, nello scambio di domanda e risposta,… nell’alternarsi di critiche e riformulazioni… è insomma attraverso questo processo che le discussioni tra gli uomini pervengono infine a risultati, magari non tangibili, ma pur sempre significativi e fecondi. Una discussione è valida anche quando si capisce di essere approdati a qualcosa, benché gli interlocutori non sappiano esattamente a che cosa, e si tratta in realtà di una prospettiva comune, che è venuta formandosi.

Una cosa, comunque, è chiara. Metafisica significa questo: che Aristotele cominciò con la fisica. Egli ha attuato il programma espresso da Socrate nel Fedro: posso cogliere un ordine della natura, solo se capisco che tutto è conforme a una certa finalità. In tal senso si parla di «teleologia», cioè mirare a uno scopo: questo è un principio unitario che spiega tutto ciò che incontriamo.

 

L’ORDINE DEL MONDO

[Per esempio] Aristotele interpreta la caduta dei sassi, e, in generale, di ciò che cade, dicendo: il sasso vuole tornare dai suoi sassi; e lo stesso vale per il fuoco che avvampa verso l’alto, per raggiungere gli altri fuochi, nel cielo. Evidentemente si tratta di modelli di spiegazione basati interamente sull’esperienza umana della finalità, dell’azione conforme a uno scopo. Si può certo sorridere di ciò, tanto più se si è figli, come noi, della scienza moderna. Nondimeno, uno dei più importanti teorici della storia della scienza, Thomas Kuhn, ha riconosciuto di essere giunto alla sua teoria delle rivoluzioni scientifiche, perché aveva tanto ammirato il fatto che la fisica aristotelica rappresentasse un’immagine complessiva del mondo, unitaria e coerente, come la scienza moderna. Io non sono d’accordo con Kuhn, perché penso che qui le differenze siano sostanziali; ma in ogni caso il suo giudizio risulta illuminante per il nostro contesto: che cosa c’è di nuovo, dunque, nel modo aristotelico di fare filosofia partendo dalla fisica? «Fisica» significa: comprendere l’essere del movimento; l’essenza dell’“aritmetica”, infatti, sta nel cogliere la      “a-ritmicità”… dei rapporti immutabili tra numeri e figure da essa elaborati, che non partecipano del movimento. Il giovane Platone concepiva ancora il movimento come un non-essere, perché differente da quell’essere, la cui immutabilità, come diceva Parmenide, è sempre e ovunque presente. Aristotele, invece, fa proprio il programma che possiamo già intravvedere nel tardo Platone, il quale aveva criticato a sua volta la dottrina dei due mondi contrapposti, elaborata in realtà solo da Plotino (nella tarda antichità), come vera e propria concezione filosofica.… Platone stesso, dunque, aveva assunto, di fronte a questa dottrina, un atteggiamento critico, cercando di mostrare come il mondo delle strutture immutabili come i numeri e le figure si rispecchi negli eventi di questo mondo, e abbiamo visto come ciò trovi espressione nel concetto di misura e armonia, di ordine e bellezza.

 

L’ESSENZA DEL MOVIMENTO

Aristotele cerca soprattutto di comprendere che cosa sia il movimento. Ma già nel pronunciare questo termine,… il nostro pensiero corre subito al movimento da un luogo a un altro; però, come è ovvio, si finisce per concepirlo, immediatamente, con i concetti della meccanica galileiana: pensiamo alla caduta dei gravi, pensiamo all’accelerazione, al rapporto fra tempo e spazio percorso – insomma alle ben note leggi della meccanica galileiana. Si cadrebbe ovviamente in errore, se per la fisica aristotelica si ricorresse a un sistema di elementi astratti: un tempo vuoto, un corpo qualsiasi, indefinito, che percorre un certo spazio in un determinato tempo a una velocità data. Questo sarebbe già il nuovo edificio della meccanica, assurta al rango di scienza fondamentale fra le discipline scientifiche moderne. Quando Aristotele parla del movimento, intende l’essenza di ciò che è mosso:… da grande biologo, qual era – come spesso accade ai figli di medici – si è sempre molto interessato, per esempio, ai diversi movimenti degli animali, quelli che strisciano, che volano, che corrono, eccetera, descrivendone tutte le infinite varietà. In altri termini, rispetto ai presupposti fondamentali della scienza moderna, ha operato scelte differenti: non la compagine astratta di spazio, tempo e velocità, nella quale i punti-massa sono concepiti del tutto astrattamente, bensì proprio la diversità degli enti, che partecipano del movimento… questo è l’elemento essenziale. Tutti ricordano dai tempi della scuola l’esperimento in cui si mostra che, nel vuoto, un pezzo di piombo e una piuma cadono più o meno alla stessa velocità. Galilei lo sapeva già, prima ancora di aver potuto creare il vuoto, e poi l’esperimento lo ha confermato: effettivamente, il peso non influisce sulla caduta.… Con Aristotele siamo ancora in un mondo tutto pieno, nel quale ci sono enti di diverso tipo, ciascuno con un movimento differente.

Ma che cos’è, in generale, il movimento? Non è, semplicemente, un non-essere-qui. Ma non è nemmeno, soltanto, un essere-qui. Infatti, se di movimento si tratta, è insieme qualcosa che è qui – e non è più qui. Queste sono le aporie a partire dalle quali Agostino ha successivamente affrontato il mistero del tempo: di nessun istante si può dire: «è adesso»; non appena lo si nomina, infatti, l’istante è già passato. Lo stesso vale, ovviamente, anche per il movimento, ad esempio il «percorrere una via». (Il tedesco «Bewegung» – movimento – è ancora strettamente connesso a «Weg», la «via» che esso percorre).

 

ENERGIA E DINAMICA

Aristotele si è posto il seguente problema: questa presenza dell’essere – che già Parmenide conosceva e che Platone ha descritto come l’immutabile presenzialità dell’idea – come si concilia con la motilità degli eventi del mondo e della natura che vi prendono parte? Quando Platone dice: «ogni ente prende parte dell’idea» – che tipo di partecipazione è questa?, chiede Aristotele: che cosa significa?

«Partecipazione» traduce il greco métexis. Precisiamo, allora, questo concetto di «partecipare»: possiamo anche dire «prendere parte»; e sappiamo bene che «prendere parte» non significa prendere soltanto una parte. Ugualmente, quando diciamo «partecipare», non intendiamo dire che abbiamo soltanto una parte di ciò di cui partecipiamo: si partecipa di tutto! Questo è “prender parte”, questa è partecipazione! Che cosa ne consegue? Che Platone ne ha parlato solo per immagini: ecco perché ha detto «ogni ente prende parte dell’idea».

Aristotele si chiede: che cosa significa attribuire l’essere allo spazio e al tempo (il primo come luogo in cui si trova un ente, l’altro come il tempo in cui esso si muove)? Che tipo di essere è mai questo? … In generale, spazio e tempo sono pur qualcosa – qualcosa di effettivamente reale. L’espressione greca che Aristotele ha coniato per dire questo è enèrgheia. Vi risuona per noi la parola «energia»: ovvero qualcosa che non è semplicemente presente, ma che è in grado di provocare certi effetti, e perciò è davvero «effettiva», «reale». Ebbene, Aristotele ha individuato qualcosa come un «essere all’opera», un «essere in opera», o, come potremmo anche dire, il «compiersi» di qualcosa. Che cos’è il compiersi del movimento? Il movimento si compie non quando l’ho già compiuto: se sono già arrivato, il movimento è terminato, non c’è più moto, ma quiete. Che cos’è invece il movimento in quanto movimento?… Il movimento come tale! – questo dobbiamo descrivere, esso è due cose: adesso è all’opera, e al tempo stesso già non è più, è l’istante dopo. In altre parole: il movimento dev’essere descritto come intreccio di dynamis ed enèrgheia.

Dynamis – noi conosciamo il termine «dinamica», vale a dire «forza efficiente». È un’espressione frequente nella lingua greca: anche Platone la usa, in passi importanti,… per mostrare che, quando parla dell’essere, intende appunto… la realtà effettiva, e non solo un insieme di rapporti numerici e di relazioni tra figure. Nel Sofista Platone parla della dynamis, di questa capacità di produrre effetti. Aristotele, con l’incredibile acume che lo contraddistingue, ha poi osservato che, pensando insieme le due cose, il non-ancora, che produrrà effetti, e l’essere di ciò che è effettivo – in altri termini il «non-ancora» e l’«essere già» – si arriverà a cogliere appieno la natura di ciò che è in movimento.

 

ESSENZA DEL TEMPO

Lo stesso vale anche per il flusso del tempo; facciamo un esempio: l’attimo – l’istante del tempo – in verità, è già passato? E l’istante successivo – non è ancora? Ecco, proprio questo trapassare dal non-ancora al non-più: questo è l’istante.

Aristotele ha analizzato anche il concetto di tempo, creando un apparato concettuale davvero epocale, che ha esercitato su tutto il nostro pensiero europeo un’influenza decisiva. Qui il tempo è già trattato come una sequenza numerica che scorre parallela al movimento. Proprio così, infatti, Aristotele ha definito il tempo: come il numero del movimento dell’istante. È un’astrazione immensa, se si considera che cos’è la vita e che cos’è il tempo:… per esempio il futuro o il passato – non sono mica semplici somme di istanti! Pensiamo a esperienze come la speranza o l’attesa, oppure a quando ci capita, per un attimo,… di sprofondare in un pensiero, o nella contemplazione di qualcosa di bello! È ben altra cosa il tempo che occupiamo, rispetto a questo tempo astratto!

Con questi esempi desidero solo far capire l’immane spirito fondativo che agisce all’interno del pensiero aristotelico. (E non solo in quello aristotelico, naturalmente). Nel Timeo di Platone affiorano già dei cenni in questo senso – offerti in maniera poetica, con descrizioni vivaci – ma incentrati proprio sull’essenza del tempo. Però in entrambi emerge un aspetto davvero imprescindibile: cominciamo a capire come in questa fisica greca, all’apparenza tanto ingenua… che ci parla di un fuoco nostalgico, desideroso di tornare alle stelle, oppure di pietre che aspirano a ricongiungersi con l’amata Madre-Terra – al di là di queste espressioni ingenue, antropologiche – si esprima già la capacità di astrazione propria dell’Occidente.

Ritengo assai importante mostrare anzitutto come Aristotele si sia richiamato alla tesi platonica, che afferma espressamente: l’idea non è un mondo a sé stante, bensì è (come può dirsi del bello) in ogni cosa.… Platone aveva di mira questa immanenza dell’idea quando parlava di un «prendere parte», ma questo non significa affatto che egli abbia detto le stesse cose che, in seguito, fu invece Aristotele a elaborare, facendo del concetto di essere l’universale che è presente nelle singole cose concrete, e dichiarandolo esplicitamente. D’altro canto, però, si vede quanto vicine risultino essere queste due posizioni, allorché si impari a leggere i testi della filosofia cercando di comprenderli… ermeneuticamente, vorrei dire.

 

PLATONE, ARISTOTELE E IL DIALOGO

Quando leggo i dialoghi di Platone, so che si tratta di poesia pensante, grazie alla quale ci viene offerto, come per incantesimo, un dialogo con tutti gli aspetti imponderabili della comunicazione, della comprensione, del fraintendimento, dell’incontro reciproco nel consenso; di fronte, invece, al Corpus Aristotelicum, alla gran massa degli scritti di Aristotele (2000 pagine nella editio maior del Becker), la nostra cultura ermeneutica dovrebbe indurci a domandare: che cosa abbiamo davanti a noi? Libri da acquistare in libreria, come facciamo noi, oggi, andando a comprare le opere di Aristotele? No di certo: erano appunti, sulla base dei quali Aristotele faceva lezione; era una retorica vivente, di cui dobbiamo sempre percepire la presenza quando leggiamo le argomentazioni e le analisi aristoteliche. Questo non significa che debbano essere argomentazioni coerenti, nel senso attuale del termine. Tutto è invece incentrato sulla ripetizione, che nella retorica rappresenta un principio fondamentale dell’arte di persuadere. Intendo dire che dobbiamo renderci conto di quanto siano diverse le modalità della conversazione e del colloquio adottate nello stile dialogico, poeticamente raffinato di Platone, rispetto alle bozze di lavoro che ci ha lasciato Aristotele.

A dire il vero, Aristotele ha scritto anche dialoghi, che però non conosciamo; ma sappiamo, da Cicerone, che furono celebri nell’antichità per il «flumen aureum orationis», per quell’«aureo fluire dell’eloquenza» che vi si trovava.

(Dall’imitazione ciceroniana dei dialoghi aristotelici, ancora famosi all’epoca, sappiamo che erano dibattiti scritti, nei quali due personaggi – di regola due soltanto – discutevano tra di loro, e poi interveniva un terzo personaggio che assisteva al colloquio, con il compito di proporre una qualche soluzione mediatrice: nello stesso modo è strutturata la Politica di Cicerone, al pari di altri suoi scritti. Da questi testi possiamo immaginare approssimativamente come fossero i dialoghi artistotelici. Ma non è questo che ci interessa, ora.)

L’ importante, adesso, è imparare a far proprie le intenzioni sottese ai diversi stili, traducendole nel rispettivo pensiero; solo così emergono i punti di reciproco contatto, anche fra Platone ed Aristotele, come accade in ogni dialogo fecondo.

Chi, nel corso di una disputa, concentra la sua attenzione nel chiedersi «che cosa posso obiettare?», non presta ascolto come dovrebbe. Se invece si pensa: «che cosa intende dire l’altro? Perché non mi convince?», «Che cosa mi sfugge?» (e l’interlocutore, adottando a sua volta lo stesso atteggiamento, chiede: «che cosa vuole propriamente dire?») si ottiene che i due partner in gioco siano già molto vicini a una possibile comprensione reciproca. Bisogna essere consapevoli di questa essenza del dialogo, della vera discussione, e del contenuto di verità che può celarsi nel pensiero filosofico. Una volta Platone commentò: «Il pensiero è il dialogo interiore dell’anima con se stessa»; – e aveva pienamente ragione: anche in questo modo possiamo approssimarci alla verità: immaginando delle obiezioni, così da mirare, grazie al loro esame, a un nuovo possibile punto di accordo. Questa è la via del pensiero.

 

LA DOTTRINA DELLE CATEGORIE

Tornando alla Metafisica: non posso certo tralasciare di dire che essa non consiste della sola dottrina dell’enèrgheia e della dìnamis. Ci si aspetta, ovviamente, che io parli della dottrina delle categorie: quella parte della Metafisica sulla quale Kant ha espresso il celebre verdetto: «Aristotele è stato solo rapsodico… ma non sistematico nell’elaborare la tavola delle categorie». Certo: solo rapsodico! – cioè solo retorico! Egli le raccolse dall’esempio vivo delle lezioni e delle spiegazioni che teneva nella sua scuola. In realtà, che cosa ha fatto Aristotele? Innanzitutto ha elaborato ciò che, nella nostra proposta interpretativa, avevamo intravisto già nel tardo Platone, ricavandone concetti. Che cos’è l’essere? L’essere non è mai soltanto l’universale; l’essere è sempre anche «questo essere qui». Entrambi sono essere: l’universale, e il «determinato».

Questo è un altro modo di descrivere quella che ci appare come l’intenzione della dottrina platonica: l’idea del bene si mostra nella forma del bello. Il bello, infatti, è sempre un tóde ti, è sempre un «questo qui». Il bello deve apparire. Non serve a niente pensare una bellezza che non compare affatto: non avrebbe «sostanza».

Con questo concetto… cominciamo a esplorare il significato della dottrina delle categorie; quest’ultima esercita, in effetti, una ben precisa funzione di raccolta, visto che l’essere dell’ente si diversifica in altre forme, inseparabili da esso, che si trovano già prefigurate in Platone: il poión, (il «come è fatto»), il posón, (il «quanto», il «quanto grande»),… e soprattutto il prós ti,… ovvero ciò che pensiamo «in relazione con», «in riferimento a» qualcosa. Queste sono dunque le categorie fondamentali che Aristotele ha sviluppato, e che sono rimaste un saldo punto di riferimento nella storia della Stoà e nella tradizione della metafisica successiva. Queste quattro categorie comportano naturalmente anche dei problemi: Che ne è, in loro, dell’essere? Prendiamo la «relazione»: chi è diventato padre, è con ciò in relazione con il figlio che è nato. Ricordo qui un passo geniale di Eraclito, che ho ricostruito io stesso: il padre non ha generato soltanto il figlio, ma anche se stesso, in quanto padre. Queste sono le misteriose strutture della relazione! E altrettanto può dirsi per la «qualità» e la «quantità» (per usare i nomi latinizzati delle categorie). E infine abbiamo l’enigmatica struttura della sostanza, unitaria e determinata.

 

LO SPIRITO DEL FILOSOFO

Ebbene, la Metafisica ha cercato di mostrare, su questa base, che c’è una sorta di ordine nella totalità dell’essere, la cui espressione più alta è – ancora una volta – una realtà eterna – nella quale non si ha più alcun movimento: il primo motore, il concetto filosofico di Dio, nel quale sembra trovare coronamento la metafisica aristotelica. Certamente oggi, dopo tutte le ricerche e gli studi che si sono occupati della Metafisica aristotelica, si sono fatti dei progressi interpretativi e perciò diremmo che questa è una delle possibilità che Aristotele ha maturato: la enèrgheia suprema, un essere che è sempre in sé e presso di sé, oggetto di amore cui tutto aspira, e quindi causa del movimento di tutte le cose. Questa è soltanto una delle possibilità. Ma oggi la mia convinzione è questa: sono state le metafisiche del tardo Medioevo e soprattutto della Controriforma – penso a Suàrez – a fare di tutto ciò un sistema. Metafisica non significa sistema: in Aristotele essa connota tutto ciò che non si poteva includere nella fisica. Vi si affrontano, perciò, ambiti diversissimi, come il «principio di non contraddizione» (la bebaiotàte archè, il principio più sicuro, secondo Aristotele, per garantire correttezza al pensiero) o appunto i concetti di sostanza, o di potenza, e molte altre cose che vi possiamo incontrare e che procedono in direzioni assai differenti, nelle quali forse, al di là della fisica, possono maturare princìpi fondamentali.

La retorica resta la forma viva nella quale il pensiero greco ha riflettuto e, nel leggere i testi antichi, non dovremmo mai dimenticare che nessun Greco è stato capace di leggere senza scandire ad alta voce.… Agostino ammirava Ambrogio, vescovo di Milano, per il fatto che sapeva addirittura leggere in silenzio. In realtà, fu solo nel dodicesimo secolo che nacque la lettura silenziosa, non accompagnata dalla voce. Leggere significava ascoltare: lettura e ascolto vigile erano inscindibili. Vorrei raccontare un altro aneddoto su Aristotele (ma gli argomenti incalzano: su di lui c’è molto da dire). È una storia davvero bella.

Tra i suoi amici, Aristotele era soprannominato «il grande lettore»: leggeva continuamente… e di sera, quando era disteso sulla klìne, cioè sul letto, aveva da un lato una bacinella di ottone, e mentre leggeva teneva in mano una sfera di metallo; ogni volta che si addormentava, la sfera cadeva con gran rumore nella bacinella, così egli si risvegliava e poteva continuare a leggere. Questa è un’immagine inventata, con grande sagacia, per accostare il filosofo, il suo spirito vigile, allo spirito divino, caratterizzato appunto dalla presenza costante. Infatti, il concetto di Dio della metafisica aristotelica è quello di uno spirito che non è interrotto, come quello umano, dalla veglia e dal sonno, o da analoghe situazioni.

Questo bell’episodio che troviamo in Diogene Laerzio (una vera e propria miniera di informazioni), si presta assai bene per mostrare che non c’è niente di tanto interessante quanto gli aneddoti inventati.

 

TEORIA E PRASSI

Ma ora devo trattare anche dell’altro versante del pensiero di Aristotele,… e cioè di quell’aspetto per cui, a partire da Socrate, il discorso su Dio non deve allontanarci dal mondo. Si tratta del problema della vita etica, dello Stato e della società: su tutto ciò Aristotele ha svolto, in effetti, una riflessione consapevole, collocandosi, certo, anche nel solco dei dialoghi platonici della vecchiaia, come il Filebo e il Politico. Si tratta cioè della filosofia pratica, un pensiero che intende cogliere la vita effettiva dell’uomo, la sua prassi. Il termine «prassi» ci è ben noto, anche e soprattutto nei suoi significati secondari, derivati, che richiamiamo sempre alla memoria quando, per esempio, parliamo di prassi amministrativa o della prassi abituale di un ufficio. Che cos’è, nel nostro caso, la «prassi»? Certo, non è un agire, no, no! E che cosa dovrebbe essere, allora? Un certo modo di stare?! Così già va meglio, a patto che si intenda uno stare là dove si agisce! Dunque: prassi non è affatto l’applicazione della teoria; essa è piuttosto un modo particolare… di sapere e di essere, un modo di stare nelle situazioni. – I Greci concludevano le lettere con la formula: «èu prátein», che si può rendere con «ti auguro di star bene». Noi stessi non diciamo: «agisci bene», bensì auspichiamo: «stammi bene!» Prátein si usa anche per significare che le cose vanno bene, oppure vanno male. Insomma: la filosofia pratica non è semplicemente una dottrina dell’azione; essa tratta di come l’uomo si muove e si situa nella vita, in quanto essere che agisce e patisce. E così Aristotele, distinguendo opportunamente i concetti e seguendo il proprio metodo didattico, ha scoperto innanzitutto che la vita umana è caratterizzabile attraverso l’èthos e la frònesis,… cioè quell’impronta data dall’abitudine e dall’educazione… che si riflette nella scelta responsabile e consapevole del meglio e del giusto, che orienta il comportamento nelle diverse situazioni.

In altre parole, l’«etica». Questo nome è diventato familiare solo con Aristotele, sebbene esistesse già come sostantivo, usato però nel senso di «stile di vita», riferito agli animali,… o anche agli uomini.

Ma qui sopravvive la lezione di Socrate. Se il socratismo comincia con Platone, Aristotele è il secondo grande socratico, e ha tentato di mostrare che qui tutto dipende da questo intreccio di èthos, di educazione e di abitudine che diventa come una seconda natura, un secondo «essere». È quello che intendiamo – più o meno – quando diciamo che uno ha «carattere»,… oppure che ha «un suo essere», e con questo vogliamo appunto sostenere che qualcosa è entrato a far parte della sua natura grazie all’educazione, all’istruzione ricevuta, alle influenze sociali, ma anche (come oggi ben sappiamo) in larga misura, a causa della natura stessa, del patrimonio genetico. Tutto ciò rappresenta un presupposto affinché si possieda un certo sapere, che non è però lo stesso della scienza. Per la scienza non deve avere importanza il fatto che uno abbia certe inclinazioni e un altro ne abbia certe altre, che uno sia stato educato in un modo e un altro diversamente, che ci sia chi abbia un certo temperamento e chi ne mostri uno differente; tutto ciò è invece decisivo per la vita pratica e per l’azione consapevole, per sapere come comportarci di fronte a ciò che consideriamo giusto.

Voglio dire, in definitiva, che Aristotele, nel tener fede all’eredità socratica, e cioè ammettendo che non c’è solo imitazione, ma anche libera scelta… e responsabilità consapevole, ha proposto, in realtà, quello che già era stato descritto, seppur con immagini mitiche, nella Repubblica di Platone: uno Stato nel quale non si può agire scorrettamente, e un sapere che governi questo Stato. La vita umana è queste due cose insieme: filosofia teoretica e filosofia pratica. E il divino sta in entrambe.

 

PLATONE

Adesso che cominciamo a trattare la grande opera filosofica e letteraria cui Platone dedicò tutta la sua vita, il nostro discorso può poggiare su solide basi. Non si tratta più di ricostruire e quasi indovinare intuitivamente i motivi di fondo che hanno guidato il pensiero, come accade con i cosiddetti presocratici. Qui si celebra un grande evento, vale a dire la svolta introdotta da Socrate, che crea un nuovo, originalissimo stile filosofico… dominato dalla questione del bene: proprio questo è il punto, grazie al quale Socrate, inteso come personaggio platonico, risulta vincente rispetto a tutti i suoi interlocutori. Egli chiarisce loro, infatti, che in realtà non sanno affatto che cosa sia il bene.… Abbiamo spiegato che Platone, con i suoi dialoghi, eresse un monumento al suo maestro Socrate, mettendolo a confronto con i sofisti e con tutto il vuoto fermento dialettico della gioventù ateniese del tempo.

La storia della filosofia ha guardato a Platone, come pure ai «presocratici», anzitutto nella prospettiva di Aristotele. In quest’ottica, Platone è uno dei «Pitagorici»,… uno degli appartenenti alla setta religiosa fondata da Pitagora, pensatore che tutti conosciamo fin dai banchi di scuola come matematico, ma che fu soprattutto il fondatore di una congrega politico-religiosa, anzi di una federazione che ha interessato tutta la Magna Grecia, e in modo particolare l’Italia meridionale e la Sicilia. In questa regione esisteva una federazione di città, una sorta di patto, basato sui precetti pitagorici, che attribuì alla matematica, fin dal principio, una valenza quasi divina, anche se poi, nel corso del quinto secolo, assunse sempre più l’aspetto di una comunità scientifica. Platone fu in contatto con i pitagorici di Taranto e di Siracusa, dove si recò più volte, nel corso della sua vita, per incontrarli.

Platone viene così associato ai Pitagorici, al mistero dei numeri. Che cosa sono i numeri? È un enigma! Ne abbiamo già parlato.

 Se pensiamo all’eredità lasciata dalle grandi figure del pensiero «presocratico», dobbiamo dire, riassuntivamente, che essa consiste soprattutto di due aspetti: la domanda sull’essere, posta da Parmenide, e la questione dell’anima, sollevata da Eraclito, attraverso la profondità speculativa del suo pensiero, ed espressa con parole ispirate.… Che rapporto intrattengono questi due temi con l’eredità di pensiero dei Pitagorici? La setta pitagorica, come del resto tutte le altre espressioni del tempo, fu una conseguenza della pressione esercitata sulla Grecia dall’impero persiano, che portò alla nascita di nuove città nel bacino del Mediterraneo, in particolare nell’Italia meridionale e in Sicilia, con ripercussioni di portata storica universale. Si dovrebbe sempre tener presente che quando Platone visiterà i tiranni – i despoti – di Siracusa, sarà del tutto consapevole dell’importanza strategica di questi centri come baluardo contro la grande potenza fenicia, ovvero cartaginese e punica. Questo retroterra politico spiega perché Platone si sia tanto interessato a Siracusa… e abbia cercato di farne, da terreno di dispotica tirannia, un vero e proprio centro culturale, anche se, come è noto, questo progetto fallì. Anche i Pitagorici rientrano in questo quadro di resistenza dei Greci di fronte alla pressione cartaginese – Cartagine era appunto… il porto collocato all’incrocio delle vie di comunicazione del Mediterraneo, tra l’oriente greco – la patria – e il confine occidentale del Mediterraneo, in Spagna, e appunto tutte le coste del Mediterraneo erano state popolate da coloni greci.

 

L’ANIMA E I NUMERI

Abbiamo visto che Socrate introdusse la questione del bene,e  fu considerato un pitagorico. Il bene è qualcosa di inafferrabile è una realtà indefinibile, e lo stesso si può dire anche a proposito dei numeri e del modo misterioso in cui, unendosi, formano somme ed equazioni, frazioni e calcoli complessi. Il merito di Platone è di aver unificato il problema del bene e la questione dei numeri all’interno del suo più celebre capolavoro letterario: vale a dire il Fedone, il dialogo in cui Platone ci presenta Socrate condannato a morte, nel giorno dell’esecuzione (pronto a subirla) mentre riceve i suoi amici per l’ultima volta e discute con loro dell’anima, dell’immortalità dell’anima e della relazione che essa intrattiene con qualcosa di imperituro, immutabile, sicuro e noto, proprio come sono i numeri.

In un famoso passo, Nietzsche ha definito questo dialogo di Socrate morente come «l’affermazione del nuovo ideale della gioventù greca», che soppianta l’esempio eroico di Achille, come pure il geniale, avventuroso, astuto modello di Ulisse. È un nuovo ideale di sapienza: il saggio che vive per la propria cultura e che, con il quieto abbandono del suo spirito indagatore, libero dai dogmi accetta con serenità il destino che la vita gli assegna, e beve la coppa di veleno.

Numeri e anima – due cose che non sono di questo mondo: entrambe inafferrabili, entrambe dotate di un modo d’essere che è innanzitutto una sfida per il pensiero. È un mistero che, come mostra il Fedone, il due si generi aggiungendo uno all’unità! O forse il due nasce dall’unità stessa, divisa a metà? In entrambi i casi abbiamo il due. Analogo al problema del due, è il dilemma del pensiero umano, orientato sempre verso qualcosa che noi non troviamo direttamente, ma che desumiamo solo da ciò che è già dato nell’esperienza. È la celebre fuga nei lògoi, la fuga nel ragionamento e nel misterioso interesse per la verità che esso soddisfa.

 

L’IDEA DEL BENE

Chiediamoci ora: in che rapporto sta l’anima con la matematica, con le sue incredibili, affascinanti conoscenze, insomma con quanto espresso nel significato letterale della parola greca «matematica»: «ciò che possiamo apprendere», vale a dire "ciò che non necessita di alcuna esperienza" – ne è prova il fatto che, come accade anche al giorno d’oggi, vi sono bambini geniali per i quali la matematica è una specie di gioco dello spirito, capace di elevarli fino alle vette di questa disciplina. È nota la storia del piccolo Gauss: il suo maestro fu costretto a isolarlo (per potersi dedicare agli altri allievi della classe, meno dotati) assegnandogli intanto il compito di contare tutti i numeri da 1 a 1000. Cinque minuti dopo lo vide tornare: aveva scoperto una nuova regola numerica, che riassumeva in un baleno l’intera numerazione. Ecco, nel campo della matematica queste cose sono possibili.

Ma torniamo alla questione del bene. Nel dialogo Il Fedone, Socrate mostra che, al pari dei suoi predecessori, lo stesso Anassagora, il filosofo del noùs – la ragione universale, potremmo dire,… (che ha avuto un ruolo centrale nella cosmogonia) aveva ricavato l’ordine del mondo da una sorta di spirito che mescolava gli elementi e regolava il movimento. Ma nemmeno questa concezione era quella giusta agli occhi di Socrate, poiché non coglieva che l’ordine è perseguito da uno spirito che pensa e cerca il bene. L’idea del bene è perciò il vero e proprio culmine… del pensiero platonico, è la finalità formativa verso la quale è rivolto l’intero sistema educativo dell’utopia statale proposta da Platone. Ma questa idea del bene non è tangibile «hôs tà álla mat-hèmata», «come gli altri contenuti apprendibili»; essa è piuttosto «idea», cioè «visione», della totalità. E Socrate afferma che sarebbe interamente soddisfatto solo se tutte le conoscenze finora acquisite dai sapienti sul corso del sole e della luna, sulle stelle e le stagioni, sugli elementi, sulla terra e sul mare e così via, potessero essere intese come espressioni dell’idea del bene: è una celebre frase, ma non si è osservato abbastanza che essa costituisce in realtà il programma della fisica aristotelica, nel senso teleologico di un universo ordinato finalisticamente e orientato secondo certi scopi, nel quale anche l’uomo, con i suoi obiettivi limitati e la sua incessante tensione verso il meglio, guarda a ciò che è buono e vantaggioso.

 

L’ARTE DELLA DIALETTICA 

Dunque, la questione del bene ha una portata universale. Non si deve dimenticare che l’esistenza di Socrate, animata da questo problema, è sempre sotterraneamente presente nell’evoluzione della cosiddetta dottrina delle idee. Quest’ultima si fonda, certo, sull’essenza ideale dei numeri e dei triangoli, quindi sulla matematica, ma non si riduce a questo sapere. Pensiamo, ad esempio, alla scuola che Platone fondò ad Atene (il termine «scuola» va naturalmente inteso nel senso che aveva in quel determinato ordinamento sociale: si trattava cioè di una sorta di club intellettuale, con fini anche politici, diretto da Platone). Sulla porta d’ingresso stava scritto: «Qui non può entrare chi non conosce la matematica» – «Medèis a-gheo-métretos eis-íto». Certo, la matematica (eredità della setta pitagorica) era diventata uno dei più efficaci veicoli di trasmissione del pensiero scientifico, però la questione del bene si spinge ancora più in là. Il problema del bene pone un quesito che non si può mai risolvere come si fa nelle dimostrazioni matematiche, offrendo prove certe. Occorre invece il dialogo; sono richieste argomentazione e replica, domanda e risposta; è infine necessaria quella che Platone, riferendosi all’arte socratica di dialogare, ha chiamato «dialettica».

L’idea del bene non è qualcosa che si possa intendere come un principio supremo da cui dedurre tutto ciò che è. Questo è lo schema secondo il quale è costruita la geometria euclidea: dagli assiomi ai principi, fino alle dimostrazioni; ma la dottrina platonica delle idee mostra come dietro ogni sforzo di comprensione da parte dell’uomo, dietro ogni discussione, ogni volta si apra un orizzonte verso il quale intimamente si tende. Perciò la dottrina delle idee è al tempo stesso lo sfondo sul quale si staglia la possibilità della convivenza umana, da un punto di vista linguistico, etico e politico; qui si fonda la possibilità di una condivisione ordinata del mondo. È un punto, questo, che non sarà mai ribadito abbastanza: infatti il genio matematico dei Greci, che riecheggia con forza anche nel genio filosofico di Platone, in tempi più recenti ha ripetutamente indotto a cercare nello stesso Platone una sorta di teoria della conoscenza che è propria della scienza moderna.

 

LA SETTIMA LETTERA 

Io stesso sono stato allievo della Scuola di Marburgo, in cui Natorp (il mio maestro) scrisse il famoso libro su: "La dottrina platonica delle idee" nel quale tentò di mostrare che le idee sono più o meno equivalenti alla legge di natura nella fisica moderna, qualcosa che, per così dire, apre la strada alla verità scientifica lungo la via di un progresso che procede per ipotesi. Ma questo non basta. Bisogna capire, piuttosto, che così facendo si oltrepassa il concetto di scienza nel senso di epistème e di dimostrazione. Si tratta di una fondazione della verità ancora più radicale, e a questo proposito possediamo un documento importantissimo.

Come è noto, Platone ha scritto soltanto dialoghi, nei quali non parla mai in prima persona, ma sempre per bocca dei vari interlocutori, un po’ come Shakespeare, insomma, che, attraverso le sue figure tragiche, sapeva esporre le più grandi verità sul destino dell’anima umana. Non ha alcun senso assumere quel candore professorale, lungamente adottato, con cui di volta in volta si esaminavano singole proposizioni dei dialoghi platonici, quanto alla loro compatibilità teoretica e coerenza interna, per ricavarne poi una qualche teoria. Platone era un ateniese, aveva in sé tutto il sapore dell’arguzia attica: non temeva il rischio del gioco, l’azzardo dello scherzo, della trovata improvvisa, e tutto ciò ha contribuito a far sì che egli ci trasmettesse un’immagine viva del pensiero. C’è un solo eccezionale documento, a noi noto, in cui è Platone stesso a parlare. Si tratta della celebre lettera settima, che non intendo discutere qui nel suo significato politico legato al sovrano di Siracusa; essa contiene un paio di pagine nelle quali Platone cerca di spiegare perché non ha mai redatto a proprio nome né un libro, né altro scritto. Tutti i mezzi della conoscenza umana (le parole, le frasi, la grammatica, il racconto per immagini, quella che noi oggi chiameremmo: la lavagna, che per i Greci era naturalmente la sabbia, su cui disegnavano le figure matematiche,… insomma tutto ciò che si può adoperare per dimostrare qualcosa) sono per Platone dei mezzi che rimangono sempre ambigui, che possono indurre non già a comprendere le cose, ma solo a ripetere, a reiterare il discorso. Soltanto nella convivenza umana, nello scambio di argomenti e discorsi, di domande e risposte, si dà quell’attimo nel quale, all’improvviso, scocca la scintilla grazie alla quale lo spirito vede chiaramente. Questo è quanto viene affermato nel celebre «excursus» – così viene chiamato – della lettera settima, e dobbiamo sempre tenerlo presente quando leggiamo i dialoghi platonici.

 

L’ARMONIA DEL BELLO 

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