Genitori e Figli |
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“Gli elementi contrastanti si accordano, e da ciò che discorda deriva la più bella armonia.” Eraclito
Indice: La Famiglia - La famiglia come nido - I conflitti familiari - Il veleno nel nido - La famiglia sana - I Figli - Desiderare un figlio - Arriva un bambino - I figli gelosi - I figli difficili - Il problema delle regole - Il problema del sesso - La conquista dell’identità personale - Consigli per la figlia - I Modelli di Famiglia - I modelli autoritario e tradizionale - Dal permissivismo alla trascuratezza - DaII’iperprotettività all’invadenza - Lo stile autorevole - Adozione Internazionale - Psicologia dell’adozione Internazionale: aspettative e pregiudizi - Alle origini del Figlicidio: un copione che si rinnova… A cura della Dott.ssa Mariarosa Trifirò
Famiglia
La famiglia come nido La metafora che più spesso viene associata alla famiglia è quella del nido. Un’immagine che non viene evocata per caso, in quanto nel mondo animale rappresenta il modello più simile a quello della famiglia umana. Fino al secolo scorso “farsi una famiglia” era considerato naturale come respirare o mangiare — anche perché a essa spettava la gestione in toto della sessualità, almeno di quella socialmente accettabile — ed era semplicemente impensabile l’idea di costruire relazioni su una base diversa. Ancora oggi del resto le persone non sposate sono considerate meno affidabili di quelle che hanno famiglia, sulla base del fatto che se una persona è in grado di reggere le responsabilità familiari, saprà reggere anche quelle di una nazione o di una holding. Nessuno scapolo è mai stato eletto presidente degli Stati Uniti. Contrariamente a quanto avviene nei nidi veri — dove i cuccioli vengono allevati con estrema cura finché non mettono le piume e poi, dopo un sommario addestramento, incoraggiati a volare via — nei nidi umani i cuccioli vengono allevati con il proposito dichiarato di tenerli saldamente ancorati a sé per tutta la vita. Dalle famiglie umane non si esce mai. Non appena nato, l’ignaro bambino si vede consegnare una sorta di fiaccola ideale da portare avanti, che con il tempo si fa sempre più concreta: la famiglia sceglie i suoi studi, i suoi interessi, sorveglia le sue frequentazioni, interferisce nei suoi amori, spesso sceglie il suo partner — apertamente o tramite abili pressioni, gli progetta il destino. E quanto più la classe sociale in cui nasce è elevata, tante meno possibilità ha di sottrarsi: una buona educazione è uno strumento di controllo straordinario. Del resto nemmeno lo desidera, visto che in cambio gli viene fornita una fonte continua di protezioni, giustificazioni e gratificazioni, e soprattutto la mitica “sicurezza”. Non è un caso che in tutti i miti, leggende e fiabe, l’eroe sia un orfano, un bambino abbandonato o uno che, come Ulisse, si è lasciato la famiglia alle spalle... chi riuscirebbe a compiere imprese mitiche dal calduccio del nido familiare? Infatti, di eroi in giro non se ne vedono molti. Per contro nella nostra società abbondano le nevrosi, le depressioni, i disturbi dell’alimentazione, gli attacchi di panico e via elencando: il prezzo da pagare per il mito moderno della sicurezza distillato dalla famiglia possessiva è la totale rinuncia a se stessi, e le conseguenze si vedono. Ma anche altri aspetti possono complicare i rapporti familiari.
I conflitti familiari Quando due persone si uniscono a formare una famiglia, credono di essere in due. In realtà sono almeno in sei: ognuno di loro porta con sé un intero mondo di fantasmi emotivi e relazionali interiorizzati, quelli della famiglia d’origine. Che il più delle volte ignora di avere o pensa di essersi lasciato alle spalle.
Si dice che gli amici si scelgono, i parenti no. Invece si dovrebbe, perché nel vasto mondo delle parentele non manca mai un esemplare di quelli che si definiscono “parenti serpenti”, un avvelenatore professionale dei rapporti famigliari. Spesso è un membro acquisito — un cognato, una suocera, il partner stesso — ma può essere anche una madre, un padre o un fratello. Quale che sia il suo grado di parentela, questo “serpente “riesce sempre a porsi al centro di un’ampia ragnatela relazionale, coinvolgendo nelle sue manovre l’intera famiglia. Il suo potere manipolatorio è sorprendente: da solo riesce a compromettere i rapporti dell’intero clan familiare, producendo incomprensioni, insinuando sospetti, causando laceranti fratture e allontanamenti dolorosi. Perché lo fa? Perché ama il potere e trae soddisfazione dal dispiacere altrui. Insicuro, egocentrico, maligno, incapace di risolvere i propri conflitti, crea intorno a sé una realtà deformata che gli assomiglia. Pieno di veleno com’è, ha bisogno di riversano sugli altri per ricavare un po’ di quel piacere che gli è negato dalla sua natura. Per funzionare al meglio ha bisogno di una vittima ed è abilissimo nel trovarla. Il suo fiuto infallibile gli fa identificare rapidamente la persona emotivamente più indifesa della famiglia, sulla quale si concentrano i suoi sforzi. Comincia subito a circuirla con atteggiamenti vittimistici alternati a lusinghe, fino a portarla dalla propria parte. Poi la scaglia contro gli altri membri, in una guerra fatta di ricatti affettivi, interpretazioni deformate di ogni azione o parola, illazioni, sospetti. L’avvelenatore non agisce mai in prima persona: come un burattinaio se ne sta acquattato dietro le quinte a tirare i fili del suo burattino. Il clima infernale che si viene a creare genera frustrazione, aggressività repressa, tensione nell’intera famiglia, che possono sviluppare patologie psicofisiche di vario genere. Ma chi ne viene maggiormente danneggiata è la vittima prescelta, che vive una profonda scissione e può anche ammalarsi gravemente. Sottrarsi al suo gioco non è facile, perché le sue carte sono le regole non scritte della comunicazione affettiva. E sono sistematicamente truccate. Ma con un po’ di attenzione si possono scoprire.
La famiglia sana Una famiglia può definirsi sana quando è in continua trasformazione, quando non si pretende che il coniuge guarisca dalle ferite affettive che originano nella famiglia d’origine, quando non si pretende che i figli siano un nostro possesso...
Ecco qualche indicazione:
• Mantieni vivo l’eros I Una famiglia è tanto più sana quanto più la coppia riesce a mantenere vivo l’eros. • Non Giudicare emotivamente / Se nella tua famiglia qualcuno awelena sistematicamente i rapporti, non reagire alle provocazioni in modo emotivo. Limitati a isolarlo, tenendolo lontano con un bel sorriso e un’aria distratta. • Non Scendere al suo livello I Se attacchi frontalmente chi semina zizzania, scatenerai una rissa psicologica generale che vedrà tutti sconfitti e provati tranne lui, che ancora una volta avrà raggiunto il suo scopo.
“... I vostri figli non sono figli vostri. Sono figli e figlie della sete che la vita ha di se stessa... Benché vivano con voi non vi appartengono...”
La pulsione alla riproduzione caratterizza tutti gli organismi viventi. Dal regno vegetale a quello animale, nessuna specie vi si può sottrarre, in quanto l’istinto riproduttivo è sovraindividuale, scandito da ritmi automatici geneticamente predeterminati. Ogni anno — in un momento specifico diverso per le varie specie — l’orologio biologico scatta, innescando il tempo della riproduzione: la fioritura (o il rilascio di spore) per i vegetali, l’estro per gli animali. L’unico essere vivente che si sottrae a questo automatismo è l’uomo. Nel mondo umano la spinta a riprodursi non è tuttavia scomparsa, è solo diventata cosciente, abbandonando così il campo delle necessità obbligate (come respirare) per entrare nella sfera delle scelte possibili.
Desiderare un figlio Contrariamente alle altre specie, l’uomo può controllare la propria sessualità, decidere quando avere figli e se averne oppure no. Anche se le pressioni inconsce da una parte e quelle sociali dall’altra continuano a indicargli la via della riproduzione come l’unica scelta possibile. In ogni caso, entrando nel campo della coscienza la funzione riproduttiva si è arricchita di aspetti psicologici complessi ignoti al mondo animale. E di non poche complicazioni emotive e relazionali. A volte, le complicazioni nascono addirittura al momento del concepimento, perché spesso il piano cosciente e quello inconscio vedono le cose in modo diverso. Abituati come siamo a pianificare la nostra vita, tendiamo a programmare anche la nascita di un bambino all’interno di una scaletta di obiettivi da raggiungere: prima gli studi, poi l’inizio della carriera, il matrimonio, la sicurezza economica, la casa, qualche viaggio, un bambino, la macchina nuova... La coppia spunta man mano gli obiettivi raggiunti sulla scaletta. Ma quando arriva al figlio qualcosa s’inceppa: nonostante i numerosi tentativi e l’impegno profuso, il figlio non arriva. È l’inizio di un’angoscia che si trasforma spesso in un calvario. Non si tratta solo del dolore di non poter avere un bambino, ma di una vera e propria angoscia genetica. Anche se le analisi non rilevano problemi all’apparato riproduttivo, i due partner vivono un complesso di colpa e di castrazione, una specie di “tara” che li isola e li divide dagli altri. I quali dal canto loro oscillano tra la compassione e un oscuro senso di superiorità che la coppia percepisce benissimo. Eppure, la ragione del mancato concepimento è raramente di origine organica. Il più delle volte a fare resistenza è l’inconscio, il quale non ritiene che sia il momento giusto per vivere l’esperienza di un figlio. E poiché il corpo e l’inconscio sono la stessa cosa... Altre volte è proprio l’ansia di gravidanza a inceppare il meccanismo e finché la donna rimane fissa sulla propria ossessione, non succede nulla. Poi, quando nessuno se l’aspettava più, ecco che il figlio arriva.
Arriva un bambino La nascita di un bambino desiderato è un evento colmo di gioia per la coppia, ma attiva contemporaneamente numerose ansie — nei riguardi del figlio (sarà sano, bello, intelligente?) e dei genitori stessi (sarò una buona madre, un buon padre?). Nasce così il problema delle attese. Il rapporto tra genitori e figli passa infatti attraverso le attese del padre e della madre, cioè attraverso le idee che essi hanno su come il figlio dovrebbe essere o su come si fa a “fare i genitori”. Un’altra complicazione è rappresentata dalle proiezioni inconsce della coppia, che a seconda del tipo di rapporto avuto con i rispettivi genitori durante l’infanzia — spesso ha di questa età una visione distorta, idilliaca o problematica — desidera che il bambino resti sempre piccolo o che sia precocemente adulto. Interferendo in entrambi i casi con i processi creativi del bambino e con la sua crescita equilibrata. Man mano che il figlio cresce, le sue richieste emotive fanno rivivere ai genitori gli aspetti non risolti della loro personale relazione affettiva primaria, che affiorano non solo nei comportamenti, ma anche nel linguaggio. Quante volte ci siamo sorpresi a ripetere ai nostri figli le frasi tipiche dei nostri genitori — che a suo tempo ci facevano innervosire tanto! Spesso sul figlio vengono proiettati persino sentimenti che risalgono alla relazione con i fratelli, scatenando assurde gelosie e rivalità nei suoi confronti, oppure grottesche competizioni per aggiudicarsi il favore e l’attenzione del partner. Il gioco dei bisogni non soddisfatti e delle compensazioni nevrotiche è alla base anche della creazione di alleanze tra padre e figlia contro la madre, oppure tra madre e figlio contro il padre. Quanto più alto è il potenziale di aggressività accumulato nelle transazioni familiari, tanto più forte è la barriera difensiva che il figlio struttura contro le proprie percezioni e i propri impulsi. In questi casi può avvenire che il figlio si modelli passivamente sui genitori a scapito del proprio sviluppo individuale, rinunciando ad avere criteri di valutazione e idee proprie e restando indefinitamente in una situazione di sostanziale dipendenza; ma potrebbe anche accadere che il figlio diventi addirittura più rigido e moralista dei genitori.
I figli gelosi Non solo i genitori, anche figli possono soffrire di gelosia nei confronti dei genitori. Capita per esempio quando un genitore rimane vedovo o divorzia, che si innamori di qualcun altro. In questo caso spesso i figli la prendono male, aggrediscono i genitori.... I buoni figli sono quelli che godono della felicità dei genitori. Non si comportano come bambini che perpetua- no l’idea della mamma perfetta, del padre virtuoso, della mamma senza sessualità o del padre senza corpo. Si rendono conto che attraverso il piacere di un nuovo amore i genitori tengono vivo anche l’amore perduto, che può continuare a esistere solo se chi è scomparso può essere ricordato nella gioia, nel piacere, nella scelta di vivere.
I figli difficili Il figli percepiscono le più sottili sfumature dell’atmosfera familiare, colgono gli stati d’animo nascosti nel tono della nostra voce, e forse ci conoscono meglio di quanto noi stessi pensiamo di conoscerci. Inoltre hanno bisogno di noi. Eppure spesso non ci ascoltano. Anzi, fanno il contrario di quello che diciamo loro, sbuffano, si ribellano. E più noi diamo consigli, facciamo critiche “costruttive”, più loro diventano aggressivi. E per ripicca magari si cacciano nei guai. Cosa fare per ridurre la tensione e spiegare che vogliamo davvero il loro bene? Prima di tutto dobbiamo capire che il loro comportamento esprime una voglia di autonomia legittima e necessaria per la loro crescita. Hanno bisogno di avere idee e iniziative proprie, di decidere da soli. Non ha la benché minima importanza che il nostro consiglio sia giusto. Il semplice fatto di riceverlo li obbliga a fare qualcosa di diverso, e magari di sbagliato, che però li fa sentire autonomi. E nei consigli gratuiti o nelle critiche continue percepiscono un chiaro messaggio di sfiducia nelle loro capacità che crea le basi per una futura e castrante mancanza di autostima. Perciò è meglio limitare i consigli alle occasioni in cui vengono apertamente richiesti e, per il resto, restare affettivamente vicini fornendo silenziose indicazioni con il nostro comportamento attivo.
Il problema delle regole Le tensioni più grandi fra figli e genitori nascono intorno al tema delle regole da adottare e del grado di libertà da concedere ai ragazzi. Soprattutto quando questi chiedono di uscire, perché su questo tema nascono i contrasti più forti — tra figli che chiedono libertà di movimento e genitori che, pur comprendendo il loro bisogno di fare esperienze, sono tormentati dai dubbi. Alcuni genitori adottano il modello rigido: «Quando sarai maggiorenne farai quello che vuoi, ma in questa casa comando io e tu stai in casa a studiare». Perciò fissano orari di rientro rigidissimi e non sentono ragioni («È così e basta»), coinvolgono il figlio in noiosissime riunioni famigliari alle quali “non ci si può sottrarre” e concedono i divertimenti con il contagocce, facendoli cadere dall’alto come premi eccezionali in base al rendimento scolastico. Senza rendersi conto di danneggiare il figlio sotto molti aspetti: da una parte, infatti, questi si sente umiliato sia come persona che nei rapporti con gli amici, con i quali deve sempre inventare scuse penose per non fare la figura del “cocco di mamma”. E finisce per sviluppare un senso di inferiorità. Dall’altra, il comportamento tirannico dei genitori lo riempie di rabbia impotente che può finire per sfogarsi in comportamenti pericolosi adottati per “vendicarsi”. Altri genitori, invece, pensano di essere “moderni” perché lasciano che i figli facciano quello che vogliono, senza alcun controllo. Non chiedono dove vanno, quando tornano, con chi sono, se stanno bene o male. La loro filosofia sembra essere: «Fai quello che vuoi, basta che te la sbrighi da solo e non crei problemi». Un atteggiamento che i ragazzi percepiscono come indifferenza e disinteresse dettati dalla mancanza d’amore. Perché i figli hanno sì bisogno di fiducia e di libertà, ma hanno anche un gran bisogno di sentire l’interesse dei genitori. Anche se si atteggiano ad adulti, non lo sono ancora e — benché non lo ammetterebbero mai — la presenza di una regola familiare flessibile ma salda li rassicura, li fa sentire amati e importanti per i genitori, comunica l’idea che in caso di guai c’è qualcuno più adulto ed esperto che li può aiutare a risolverli. Se questa percezione manca, il rischio è che vadano a cercarsi i riferimenti affettivi fuori di casa, incappando magari in persone sbagliate, o che si attacchino prematuramente a un partner, instaurando un rapporto di dipendenza, oppure che si caccino in guai seri per attirare finalmente l’attenzione dei genitori. Un terzo modello è quello del genitore ansioso che, pur concedendo un certo grado di libertà, vede pericoli dovunque e ossessiona continuamente i figli con consigli e raccomandazioni alla prudenza, trasmettendogli l’idea di un mondo pericoloso, pieno di insidie e di persone che vogliono solo approfittare di lui. Inconsciamente il messaggio che il ragazzo riceve è: «Ti concedo libertà perché sono buono, comprensivo e ti voglio bene, ma sappi che là fuori non troverai nulla di buono, solo restando qui con noi puoi avere amore ed essere al sicuro». Un atteggiamento che crea ragazzi insicuri, dipendenti e ansiosi che non riescono mai a sviluppare la propria indipendenza e vivono un conflitto perpetuo tra il desiderio di fuggire e la paura di non farcela.
Il problema del sesso Tra le paure dei genitori la possibilità che i figli escano per fare sesso è il fantasma più frequente e inquietante, anche perché proiettano sui figli il ricordo piacevole o doloroso delle proprie esperienze passate. Ecco allora che inventano mille modi per controllarli a distanza: leggono il diario di nascosto alla ricerca di frasi rivelatrici, perquisiscono abiti, zaini e cassetti per trovare eventuali tracce, li tempestano di domande quando rientrano per sapere nei dettagli cosa hanno fatto, pretendono di controllare da vicino le loro amicizie premendo perché portino il “filarino” a casa ecc. Però non parlano mai apertamente dell’argomento , se la conversazione vi cade sopra, tagliano corto con aria ansiosa, affermando che il figlio è troppo giovane per pensare a “queste cose”. Tutte manovre trasparenti per i ragazzi, che detestano sentirsi spiati, trattati come bombe pronte a esplodere da un momento all’altro o ignorati nella loro realtà di adolescenti dotati di un corpo oltre che di una mente. Peggio ancora sono quei genitori che si comportano da complici e amiconi e intervengono nella vita intima del figlio facendosi raccontare le sue prodezze sessuali e commentandole con compiaciuta partecipazione. Un comportamento predatorio che sottrae ai ragazzi lo spazio delicato delle prime esperienze, svuotandole di significato e di emozione. La vita intima dei figli va rigorosamente rispettata e trattata con discrezione; inoltre, il genitore deve mantenere il suo ruolo, altrimenti il figlio perde i propri punti di riferimento. Il modo migliore di comportarsi è tenere un atteggiamento aperto e accogliente: anche i ragazzi, non solo i genitori, hanno paura del sesso e si portano dentro mille domande. Per questo provano spesso a sondare la sua disponibilità a parlare dell’argomento, mantenendosi accuratamente sulle generali. Se il genitore appare affidabile — né impiccione né giudicante — il figlio si apre e comincia a chiedere consigli. A cui bisogna rispondere con delicatezza e sincerità, offrendo consigli sensati, non proibizioni acritiche dettate dall’ansia né tantomeno passando subito a un interrogatorio serrato: «Perché me lo chiedi? È successo qualcosa? Non avrai mica...».
La conquista dell’identità personale Man mano che i figli crescono è importante favorire il loro distacco dalla famiglia, perché possano sviluppare un’identità personale. Se questo non avviene, si rischia di rimanere figli a vita, senza mai diventare adulti autonomi. Tra i due sessi, a correre maggiormente questo rischio sono le ragazze, in parte perché le pressioni sociali e culturali tendono a mantenerle dipendenti dalla famiglia, in parte perché il primo modello di identificazione, per la figlia, è rappresentato dalla mamma, che è anche il suo primo oggetto d’amore. Anche per il maschio la madre è il primo oggetto d’amore, ma il modello identificativo è il padre, perciò il bambino può, a un certo punto dello sviluppo, staccarsi dal modello paterno senza dover attaccare la madre. Un’ulteriore complicazione è data dal fatto che a volte anche la madre si identifica con la figlia, in cui vede uno specchio della propria giovinezza perduta. Il rapporto con la madre rischia perciò di diventare simbiotico, interferendo pesantemente nella vita e nella personalità della ragazza. Le alterazioni dello sviluppo personale danno vita allora a varie tipologie di figlia. C’è l’eterna bambina, la cui dipendenza dalla madre è dichiarata, visibile e vissuta come una condizione naturale. Vive in tandem con la madre, di cui condivide tutte le scelte di vita, dalle più banali alle più importanti, a cui chiede costantemente un parere: sul fidanzato, sui vestiti, sulla scelta del corso di studi o del lavoro. Ha nella madre — con cui è in costante contatto telefonico — il suo referente principale anche quando è sposata e con figli. Per questo sceglie un partner disposto fin dall’inizio a sposare il blocco madre-figlia. Un’altra tipologia è quella della falsa autonoma. Affermata in ambito professionale e sociale, ostenta sicurezza e persegue i suoi obiettivi come un carro armato. La sua dipendenza dalla madre — presentata come “la mia migliore amica” emerge solo quando ha stabilito legami affettivi forti. In questo caso è la figlia il referente della madre, che la considera quasi come un marito (quello vero non c’è più o è passivo) e realizza attraverso di lei le sue ambizioni frustrate. La ribelle a metà, invece, intrattiene con la madre un rapporto fatto di sensi di colpa, rabbia, recriminazioni continue e amore non capito. La ribelle spende gran parte della vita a dimostrare alla madre di valere, con periodi di rifiuto alternati a effimeri idilli. Spesso resta sentimentalmente sola perché ripropone con gli uomini lo stesso rapporto conflittuale, invadendoli con la sua paura di essere abbandonata.
Consigli per la figlia Il legame di dipendenza ti fa vivere te stessa sempre come figlia e non come adulta. Chi entra in relazione con te prima o poi lo sente, e il rapporto si guasta o fallisce. Prova a fare una cosa importante senza condividerla con tua madre. Si comincia così a conquistare l’autonomia. Stacca il telefono per un giorno e non fornire spiegazioni o giustificazioni quando tua madre ti chiede perché non hai telefonato. Limitati a dire che avevi da fare. In ogni caso, non telefonarle mai più di una volta al giorno. Non raccontarle cose della tua vita privata o dettagli sul rapporto con il tuo partner, ti si ritorcerebbe contro, impedendoti di elaborare le vostre crisi all’interno della coppia. Non chiedere a lei di cambiare e scaccia il senso di colpa: diventare autonoma non significa abbandonare la madre, ma avere con lei un rapporto più sano…
Ecco qualche indicazione:
• Osservali di più / Semplicemente osserviamoli di più, senza giudicare, senza intervenire. Cosa fanno nella loro autenticità? Già la nostra sola presenza contemplativa può far cambiare molte cose. • Lascia ai figli l’iniziativa / Quando la situazione non è urgente, lasciamo che siano loro a cercarci e a chiedere consiglio.
• Non Martellarli / La critica continua, seguita magari dal classico “te l’avevo detto” spinge i figli non ad agire ma a reagire. Per esempio, ad andarsene di casa appena raggiunti i 18 anni, non perché si vuole davvero andar via, ma perché si deve. Non è autonomia ma una dipendenza irrisolta, una fuga dalla frustrazione. • Non proiettare I Le regole che consigliamo ci hanno reso felici? O nascono da nostri antichi traumi? Non basiamo la nostra idea di cosa è bene per loro su fantasmi del tipo: «lo ho sofferto tanto, non voglio che capiti anche a te». Il nostro bene può non coincidere con il loro.
I Modelli di Famiglia
I modelli autoritario e tradizionale Come si comportano tra le mura domestiche i genitori che hanno un approcci autoritario con i figli? Padre e madre sono severi, autocrati. Stabiliscono regole senza fornire spiegazioni e raramente tengono conto dell’opinione dei figli. Le regole sono restrittive, i “no” numerosi, spesso ingiustificati, e le punizioni severe. I principali strumenti di controllo di questi genitori sono la coercizione e l’intimidazione. La disobbedienza è interpretata come una minaccia all’autorità. Di fronte alla disobbedienza dei figli i genitori vanno facilmente in collera e rinforzano la distanza che esiste già tra loro, diventando ancora più dogmatici. Non c’è alcun tentativo di vedere le cose dal punto di vista dei figli o di coinvolgerli nelle decisioni. Possono invece fare appello al senso di colpa e alla vergogna. Ci si aspetta che i figli obbediscano senza fare domande o avanzare obiezioni, il che non favorisce il dialogo ma, al contrario, la freddezza. I ragazzi che crescono in questo clima hanno quasi sempre un Super-Io forte, atteggiamenti rigidi e stereotipati. Qualcuno si ribella, altri si adeguano diligentemente alle aspettative e forniscono della loro famiglia un’immagine idealizzata, schierandosi dalla parte dei genitori e giustificandoli anche quando questi usano metodi ricattatori. «Quando io e mia sorella ne combinavamo una grossa i miei genitori dicevano che avrebbero divorziato per causa nostra, così noi capivamo che quella cosa non dovevamo più farla», spiega Claudio, 11 anni. Una variante di questo stile, assai diffusa, comporta una divisione molto netta dei ruoli tra padre e madre: è lo stile educativo tradizionale. La figura autoritaria è generalmente (ma non sempre) il padre: il capofamiglia che stabilisce le regole e punisce i figli. La madre, invece, pur non dissociandosi dagli interventi disciplinari paterni, che spesso sollecita o minaccia, ha con i figli atteggiamenti più permissivi, indulgenti, consolatori. E lei che fornisce affetto e calore umano. Ed è con lei che i figli stabiliscono un clima di confidenza e a volte di richieste eccessive. Con il padre, invece, c’è distacco, spesso risentimento e incomprensione. La mamma tradizionale che “si sacrifica” per i figli suscita generalmente un forte attaccamento, anche se la sua totale dedizione può trasformarsi in possessività.
Dal permissivismo alla trascuratezza Lo stile permissivo è l’opposto di quello autoritario e a volte sfocia nella trascuratezza. I genitori non mostrano di avere una linea di condotta coerente. Cedono facilmente alle richieste dei figli e non svolgono una funzione di guida. Non c’è un sistema di regole strutturato. Papà e mamma possono affidare ai bambini decisioni che spetterebbero a loro. Quando cercano di disciplinare i figli sono deboli e inconsistenti. Non pongono limiti, né fanno richieste. In altre parole, i genitori si aspettano che i figli si educhino da soli e i messaggi che trasmettono sono spesso incoerenti: a volte totalmente permissivi, altre volte trascuranti. Qualche volta, nel tentativo di riprendere in mano le redini, possono diventare autoritari. Nell’insieme si considerano come una risorsa che il bambino può utilizzare e non come degli agenti attivi responsabili di trasmettere delle abilità e di correggere. Viene a mancare una guida e ognuno reagisce sull’onda del momento, cosicché la litigiosità intergenerazionale può essere elevata. Mancando una linea di condotta coerente, vengono meno anche gli obiettivi. In questo clima di imprevedibilità e incoerenza i figli spesso si allontanano, cercando di realizzare all’esterno, nel gruppo dei pari, quel bisogno di coerenza che non riescono a soddisfare in famiglia. «Mio padre mi rimprovera», spiega Maria,13 anni, «ma non gli do retta perché è tutta scena. Lui e mia madre prima dicono che non devo fare una cosa, poi però me la lasciano fare». Il permissivismo sfocia facilmente nella trascuratezza. Uno stile piuttosto frequente nel nostro campione è quello che Diana Baumrind, dell’università di Berkeley, in California, ha definito respingente-trascurante. I genitori che adottano questo stile non sono né esigenti, né ricettivi, ma distaccati, tanto da ignorare persino le necessità di base dei figli. Li tengono a distanza, mostrando uno scarso interesse per ciò che fanno, pensano o dicono. Se non danno loro fastidio li lasciano fare ciò che vogliono, non li sostengono e tendono a fornire pochi strumenti di comprensione del mondo e delle regole del vivere sociale. Non di rado parecchi di loro vivono ai margini della società. Il messaggio che i figli ricevono è: «Fai quello che ti pare, ma stammi lontano, lasciami in pace». «Mio padre è impaziente. Se gli chiedo qualcosa dice subito di no. Così faccio quello che mi pare senza dirglielo», spiega Tommaso, 12 anni, molto trascurato negli abiti e nell’aspetto, pallido e denutrito. Ci sono delle differenze tra genitori che sono infastiditi dalla presenza dei figli, li allontanano da sé, li maltrattano e li spaventano, e altri che non li allontanano o li maltrattano, ma non mostrano un sufficiente coinvolgimento: non li educano, non sono attenti ai loro bisogni, non li incoraggiano, li intimidiscono. Il rischio per i figli è di crescere immaturi e inesperti sul piano culturale e sociale. E, non sentendosi considerati, possono anche avere scarsa stima di sé, covare risentimenti e timidezze. Una condizione che può rendere difficile anche l’integrazione “alla pari” con i coetanei. Se lo stile respingente-trascurante è per sua natura demotivante, esiste anche la possibilità di uno stile demotivante non tra— scurante o respingente, fortemente influenzato dalla condizione socio-culturale della famiglia. Dal punto di vista affettivo il clima familiare è soddisfacente: i genitori forniscono regole di comportamento in modo coerente, ascoltano le idee dei figli e li rendono partecipi delle decisioni familiari. C’è tuttavia una incapacità a spronarli ad esprimere le proprie potenzialità: i genitori li “contagiano” con una rassegnata rinuncia o un serpeggiante pessimismo che mal si addice all’età dei ragazzi. Gli adulti non insegnano loro a sognare e a credere in se stessi, ma li abituano ad accontentarsi di un futuro già scritto. «Da grande non sarò niente di speciale. Non ho aspirazioni. Farò una vita normale come i miei genitori», dice Luca, 14 anni, «loro sono contenti se prendo sufficiente a scuola e mi dicono di non impegnarmi troppo, tanto non ne vale la pena.
DaII’iperprotettività all’invadenza I genitori iperprotettivi non sono incoerenti, o affettivamente distaccati, e neppure demotivanti. Sono però ansiosi e trasmettono insicurezza. E questa una categoria poco rappresentata nel nostro campione, ma piuttosto frequente tra quei genitori che, consapevoli dell’importanza dell’educazione e capaci di stabilire dei legami forti, sono però preoccupati per ciò che potrebbe accadere ai figli in loro assenza. Hanno paura che possano sbagliare, incorrere in pericoli, andare incontro a insuccessi a scuola o tra i coetanei e alla fine non concedono quell’autonomia necessaria per imparare ad orientarsi nel mondo, difendersi, organizzarsi, crescere sicuri e fiduciosi. Questi genitori sono esageratamente interventisti. Continuano a svolgere per i figli, ormai grandi, una serie di “servizi” che i figli potrebbero svolgere da soli. Questi ultimi possono ribellarsi a questo regime, oppure adeguarvisi, formando un legame simbiotico con i genitori, cui sono molto legati, e caricarsi delle loro stesse ansie e aspettative. «Papà e mamma sono comprensivi e mi vogliono molto bene. ma si impicciano di tutto... troppo», dice Mirko, 13 anni, «si comportano come se io non sapessi fare nulla da solo, il che mi dà ai nervi, soprattutto quando ci sono degli amici...». Nel tempo l’iperprotezione può trasformare i figli in “dittatori domestici”: abituati a essere seguiti e serviti in tutto e per tutto, pretendono che i genitori soddisfino ogni loro capriccio. Maria Montessori sapeva bene che i bambini devono sperimentare il piacere di intraprendere e di superare autonomamente le difficoltà e che l’invadenza degli adulti può privarli di questo piacere, abituandoli a dipendere da loro anche quando potrebbero fare da soli. Così narrava un episodio cui aveva assistito in prima persona: «I bambini si erano raggruppati chiassosamente nella sala intorno a una bacinella d’acqua ove si muovevano dei galleggianti. Avevamo a scuola un piccino di appena due anni e mezzo: egli era rimasto indietro solo e si vedeva evidentemente animato da intensa curiosità. Io l’osservavo a distanza con grande interesse: si avvicinò prima al gruppo, scansò con le manine i bimbi, capì che non avrebbe avuto la forza di farsi largo e allora ristette e si guardò attorno. Era interessantissima la mimica del pensiero in quel volto infantile; se avessi avuto una macchina fotografica, avrei fissato quell’espressione. Adocchiò una seggiolina ed evidentemente pensò di portarla dietro il gruppo dei ragazzi e montarvi su. Si mosse col viso illuminato di speranza verso la seggiolina: ma in quel momento la maestra lo prese brutalmente (o forse gentilmente, secondo lei) in braccio e gli fece vedere la bacinella da sopra il gruppo dei compagni dicendo:
Lo stile autorevole Il genitore autorevole richiede rispetto e stabilisce delle regole che hanno maggiori probabilità di essere rispettate perché si adattano all’età e alle caratteristiche dei figli. A differenza di quello autoritario, riconosce i desideri e i bisogni dei bambini e dei ragazzi e sollecita la loro opinione. Non è invadente, non si sostituisce a loro e fornisce dei feed-back coerenti. A differenza del permissivo, sa dire di no quando lo ritiene necessario e in accordo con quei valori che cerca di trasmettere ai figli. Educa all’autonomia e ad imparare dai propri errori. Ha un rapporto caldo e favorisce esperienze educative culturalmente ricche. Rispetta la personalità del bambino; una forma di rispetto che si riflette nel modo in cui comunica e si pone in relazione. In genere, prova piacere nello stare con i figli e viceversa. I bambini di genitori autorevoli risultano, in media, i più capaci: rispetto ai bambini degli altri gruppi tendono a essere più fiduciosi nelle proprie possibilità, socialmente responsabili, contenti, dotati di autocontrollo e cooperativi nei confronti sia degli adulti che dei compagni. Sono anche meno inclini, diventati adolescenti, ad assumere sostanze stupefacenti. Consideriamo il seguente scenario. E stato detto a Paolo che può giocare fuori casa, con gli amici, per un’ora dopo cena. Paolo non presta attenzione e rientra a casa dopo due ore. Un genitore autoritario potrebbe reagire in questo modo: «Non andrai più a giocare fuori! Questo ti insegnerà a non disobbedire<>. Il genitore permissivo potrebbe notare il ritardo ma decidere di non dire nulla. La risposta del genitore autorevole potrebbe essere: «Paolo, avevamo concordato che stavi fuori un’ora, che cosa è successo?». Paolo potrebbe rispondere che, preso dal gioco, non si è accorto del trascorrere del tempo. A sua volta il genitore potrebbe obiettare: «Domani dovrai tornare in tempo>, ma anche suggerire delle soluzioni: «Vedi di dare un’occhiata all’orologio oppure fatti avvisare da qualcuno». I genitori trascuranti potrebbero non accorgersi nemmeno che Paolo è rientrato e tanto meno che è rientrato tardi, se il suo comportamento non interferisce con le loro routine. Da questo esempio si può vedere come lo stile “autorevole” incoraggi i figli ad assumere le proprie responsabilità e a rispettare gli accordi, promuova la soluzione di problemi e offra un modello di interazione positiva.
Adozione Internazionale
Psicologia dell’adozione Internazionale: aspettative e pregiudizi Adozione è prima di tutto una sfida, oltre che un modo alternativo e sempre più comune di diventare genitori e figli... Una sfida che implica una profonda revisione del concetto di genitorialità, che non si fonda più sul legame di sangue, ma sull’amore e su un patto socialmente sancito. La nostra società è preparata ad affrontare tale realtà e ad accogliere con la necessaria consapevolezza bambini e genitori adottivi? Chi è adottato si sente inserito a pieno titolo nella comunità in cui vive? Fino agli anni Settanta era frequente la pratica di mantenere il segreto sulle origini del bambino: l’adozione avveniva quasi sempre alla nascita e, in molti casi, si tentava addirittura di abbinare alla coppia un neonato con tratti somatici simili, per mascherare la mancanza di un legame di sangue. Spesso il figlio adottivo scopriva da adulto le proprie origini, magari in seguito ad un esame medico o alla rivelazione di un parente, traendone un profondo senso di smarrimento e la sensazione di essere stato in qualche modo ingannato per anni. Oggi non è più così: l’adozione è una tematica comunemente discussa e i futuri genitori vengono preparati ad accogliere e informare il bambino nel migliore dei modi. Inoltre molte adozioni avvengono in età prescolare o scolare: il bambino non può quindi ignorare il suo passato. Spesso poi è il suo aspetto, somaticamente diverso da quello dei genitori, a rammentare la sua diversa origine. Nelle interviste che ho condotto sono emersi i vissuti di genitori e figli, le loro storie di vita, il racconto emozionante del primo incontro, le difficoltà della quotidiana costruzione del rapporto. Nel complesso, il bilancio appare in attivo: la grande maggioranza degli intervistati dà all’esperienza una valutazione positiva e la giudica un’occasione importante di maturazione personale e sociale. Accanto a questi aspetti rassicuranti, sono però emersi anche elementi meno positivi, alcuni dei quali riguardano forme di pregiudizio che, troppo spesso, accompagnano la famiglia adottiva lungo il suo percorso. Spesso i pregiudizi riguardano la pratica adottiva in sé e per sé: il solo fatto di essere stati adottati (o di avere adottato un bambino) suscita diffidenza, quasi l’adozione fosse un ripiego che, come tale, comporta meno gioia e più rischi rispetto alla “normalità”. Come se i ragazzi adottati fossero “figli di un dio minore”. I pregiudizi sottili, che a volte possono essere espressi in modo inconsapevole, traspaiono da atteggiamenti e discorsi. Non feriscono certamente meno dei pregiudizi manifesti, anzi... Una forma particolare di pregiudizio sottile è il pregiudizio benevolo che si esprime attraverso elogi eccessivi o atteggiamenti iperprotettivi. Sono “portatori” di tale atteggiamento quelli che insistono in lodi e complimenti, manifestando un’ammirazione esagerata. L’esperienza dei pregiudizi, spesso messi in atto dalla stessa propria famiglia adottiva – che siano manifesti o sottili, benevoli – può seriamente far male, può rendere difficili i processi di identificazione con il gruppo di appartenenza, minando l’identità sociale dell’individuo. Per una persona che, per un qualsiasi motivo, cambia paese inserendosi in un contesto etnicamente diverso, l’ideale è sviluppare un sentimento di appartenenza al nuovo ambiente senza rinunciare alla propria identità etnica. Molti ragazzi adottati sono destinati a confrontarsi con le difficoltà che l’essere oggetto di pregiudizi comporta: abbassamento dell’autostima, dovuto all’interiorizzazione del giudizio sociale di inferiorità del gruppo di provenienza, indebolimento della motivazione a perseguire i propri obiettivi, difficoltà ad interpretare e a valutare in modo corretto e sereno le risposte ricevute dagli altri (ambiguità attribuzionali). Le persone oggetto di pregiudizio sono spesso incerte sulle ragioni che portano gli altri a trattarle in un certo modo: non sanno se attribuire una determinata risposta al loro singolo comportamento o alla loro appartenenza a un gruppo stigmatizzato. Quella lode è loro rivolta in quanto individui o, pietosamente, in quanto membri di un gruppo sociale valorizzato? Quel rimprovero è loro rivolto in quanto individui o, impietosamente, in quanto membri di un gruppo sociale svalorizzato? L’incertezza genera ambiguità e l’ambiguità finisce per tradursi in un sentimento di insicurezza ed esitamento, ben esemplificato dalla testimonianza di Luca (20 anni) quando dice: “Distruggevo tutte le relazioni che avevo [...] mi sentivo un pesce fuor d’acqua [...] ero dipendente dal giudizio degli altri, che percepivo spesso negativo, diffidente...”
SUGGERIMENTI PER I GENITORI
- PER MIGLIORARE LA CONSAPEVOLEZZA DELLA DIFFERENZA ETNICA BISOGNA: essere in grado di riconoscere i propri pregiudizi razziali e gli stereotipi che si potrebbero avere nei confronti di altri gruppi etnici, in particolare di quello da cui proviene il bambino; sforzarsi continuamente di modificare i propri pregiudizi e stereotipi soprattutto chiedendosi sul perché del proprio desiderio e atto di adozione considerando un’etnia diversa dalla propria pur nutrendo e negando a se stessi pregiudizi svalorizzanti... continuare a sviluppare la conoscenza e il rispetto verso la cultura e la storia del paese del bambino; comprendere i bisogni particolari del bambino relativamente al suo vissuto (di abbandono dei genitori di sangue) e alla sua provenienza etnica; rendersi conto che il bambino potrà essere trattato rudemente o ingiustamente a causa del razzismo e prepararsi a fronteggiare tali situazioni per proteggerlo efficacemente. - PER FAVORIRE LA MULTICULTURALITA’ BISOGNA: offrire al bambino l’opportunità di apprendere il suo linguaggio di nascita, di ascoltare la musica del suo paese, di apprezzare la sua cucina, la tradizione artistica, l’artigianato, la religione, ecc...; visitare il paese o la comunità di provenienza del bambino; cercare servizi e contatti personali che favoriscano nella comunità l’identità etnica del bambino. - PER CONTRASTARE IL RAZZISMO BISOGNA: aiutare il bambino a riconoscere ed affrontare il razzismo, discutendone apertamente le tematiche in casa in sua presenza; essere consapevoli degli atteggiamenti degli amici e dei familiari rispetto alla differenza etnica del bambino; sviluppare nel bambino l’orgoglio per la propria provenienza; non tollerare alcun commento distorto su qualsiasi gruppo di persone; aiutare il bambino a capire che il fatto di essere discriminati non ha nulla a che vedere con dei limiti personali; convalidare i sentimenti de bambino, anche quando si tratta di rabbia e dolore provocati da atteggiamenti e comportamenti discriminanti.
Alle origini del Figlicidio
Alle origini del figlicidio: un copione che si rinnova… A cura della Dott.ssa Mariarosa Trifirò La famiglia è una delle istituzioni più importanti e antiche di tutte le società che nel corso dei secoli ha subito profonde trasformazioni. Ciò che sembra rimanere immutato è che essa rappresenta sia oltre un nucleo fondamentale della società sia una garanzia di ordine biologico che contribuisce ad assicurare la conservazione della specie mediante la riproduzione. Per quanto concerne quest’ultimo punto di vista il bambino oggi gode di diritti ben precisi e riconosciuti dalla legge specie dove l’affettività dei genitori e la sensibilità dell’ambiente che lo circonda si dimostrano carenti o distorti. Purtroppo non è sempre stato così ; strane e brutali consuetudini, sorrette perfino dalla legge governarono in passato facendo del bambino un’entità alla mercé del padre o della comunità. Sin dai primordi dell’umanità, troviamo in ogni cultura degli elementi in comune, quali: una graduale proibizione dell’incesto, il culto dei miti primitivi, i sacrifici umani, i riti d’iniziazione. Per quanto riguarda il primo elemento, la gerontocrazia primitiva riuscì a imporlo attraverso un duro dispotismo genitoriale durante l’infanzia dei propri figli al fine di evitare le continue lotte tra padri e figli per l’accaparramento delle donne in seno al gruppo. Alcuni studiosi, tra cui Rascovsky, sostengono che questo principio consolidò la società primitiva che stabilì una serie di procedimenti atti a bloccare il vigore istintuale, tra cui l’uccisione di una parte dei figli (a cominciare dal primogenito) e la mutilazione/intimidazione degli altri. Tale esigenza è da considerarsi una norma antichissima che fu istituzionalizzata, in seguito, mediante sistemi religiosi come una richiesta sacra delle divinità e che appare esplicitata in diverse testimonianze religiose. Quasi tutti i popoli, a un certo momento del loro sviluppo, hanno offerto sacrifici umani agli dei, sostituendoli in seguito con sacrifici di animali. Questi popoli condividevano la convinzione che dai progenitori (solitamente la madre terra e il cielo) discendono tutte le altre divinità che bisogna adorare ma anche temere; potenze superiori generose o crudeli, origine di tutto, della buona o cattiva sorte; è in questo contesto che trova tragicamente posto anche il figlicidio, il sacrificio tanto gradito alla divinità da placare. Un altro elemento che accomuna tutte quelle popolazioni che attuano questo tipo di sacrificio è che esso di riparazione delle mancanze nei confronti del mito o dei miti da parte del padre o anche della comunità stessa. Per quanto riguarda il primo punto, anziché sia il padre a morire per una colpa è il figlio a perire per quella colpa affinché il genitore possa continuare a vivere. Questo modo di concepire l’espiazione dei peccati è tipico delle società primitive. Lo stesso principio è riscontrabile in altre civiltà più o meno alla stessa maniera ma con la differenza che con il diffondersi delle lotte e della rivalità tra i popoli, i sacrifici dei bambini erano compiuti anche in onore del dio della guerra. Questi sacrifici a volte venivano attuati prima della guerra per propiziarsi il dio in loro favore ma a volte anche dopo la guerra perché se venivano sconfitti, il popolo credeva che fosse una punizione ai loro peccati. E’ evidente quindi che l’uccisione dei figli appare spesso come un requisito essenziale per l’inizio delle relazioni armoniche dell’individuo o della società con la divinità, oppure costituisce il fondamento di un patto con essa. Il sacrificio totale, ossia la morte, verrà successivamente sostituito dai riti d’iniziazione, che possono rappresentare una forma di aggressione dei genitori sui figli. Le prime fasi dei riti iniziatici mirano a distaccare il giovane dalla madre e di istruirlo sui suoi compiti e responsabilità d’adulto. Prove ardue nonché mutilazioni e circoncisioni, spesso effettuate in maniera poco igieniche, mettono a dura prova la sopravvivenza degli iniziati e delle iniziate, ma risultano fondamentali affinché, una volta superate le prove, i giovani possano considerate persone adulte nonché riconosciuti come membri attivi del gruppo. A riguardo Reik3 si chiede cosa significano questi riti crudeli. La spiegazione che essi rappresentano prove di coraggio e di sopportazione è, secondo lo studioso, solo una motivazione secondaria mentre in realtà sono atti ostili e crudeli degli adulti sui giovani. Questi padri primitivi proiettano i loro sentimenti ostili sul mostro che divora i giovani, e così facendo chiariscono che una parte essenziale di quei sentimenti deriva da un inconscio timore di rappresaglia. Le loro azioni apparentemente protettive e affettuose in realtà nascondono la loro ostilità verso i figli. Si viene quindi ad innescare un meccanismo perverso: sono loro stessi, i padri, i mostri che torturano, circoncidono e nello stesso tempo ipocritamente proteggono i novizi nella lotta contro il mostro irreale. Altre prove che testimoniano la scarsa considerazione del bambino nell’antichità sono le soppressioni e le esposizioni, usanze che trovavano la loro giustificazione nella cultura delle popolazioni che li esercitavano. La mitologia greca, ad esempio, abbonda di casi di figlicidio o infanticidio tramandati dai grandi scrittori e poeti nelle loro opere. Il più delle volte la trama principale di questi racconti è incentrata sul timore dei padri di essere spodestati dai loro figli, basti pensare alla storia di Laio e di Crono. Non dobbiamo quindi stupirci se anche i mortali imitavano i miti nella politica di repressione preventiva degli eredi. In Grecia come nell’antica Roma, la famiglia aveva un ruolo fondamentale e al marito erano riconosciuti ampi poteri tra cui il diritto di vita e di morte sul figlio. Infatti quando nasceva un figlio se il padre non lo riconosceva (il rituale del riconoscimento consisteva nel prenderlo in braccio), il bambino veniva abbandonato in strada o ordinava all’ostetrica di tagliare il cordone ombelicale più del dovuto in modo tale da procurare un emorragia letale; altre volte veniva buttato in un pozzo. Il motivo fondamentale del disconoscimento non era dettato dal dubbio che si trattasse di un figlio illegittimo, ma dalla paura di non dividere in troppe fette il patrimonio. A Sparta invece, se i bambini nati risultavano gracili o deformi, e quindi non utili per lo stato, venivano gettati in un precipizio presso il fiume Taigeto. Anche la Bibbia abbonda di casi di infanticidio, alcuni dei quali trovano anche fondatezza storica. Il primo è quello d’Isacco, salvato in extremis dalla morte sull’altare. Il secondo e il terzo raccontano la storia di due re: del re d’Egitto Ramsete II e del re di Giudea Erode. Entrambi per paura di essere spodestati, il primo dal popolo ebreo, il secondo da Gesù, trovarono nell’infanticidio la soluzione ai loro timori. In entrambi i casi l’infanticidio non è l’atto che trova la causa nella volontà del genitore ma in quella di una persona a cui è impossibile imporsi se si vuol cara la vita. Inoltre é doveroso menzionare la vita di Gesù e i suoi discorsi poiché sono fondamentali per comprendere la nuova pedagogia d’amore di cui si fece portavoce, che include anche un’intimidazione per coloro che maltrattano i figli. Questi insegnamenti saranno fondamentali per la diffusione del movimento religioso cristiano, ma è opportuno non soffermarci solo a questo poiché per Cristianesimo si deve intendere non solo la religione in quanto tale ma anche tutto il movimento politico e culturale che da esso è sorto e che l’ha determinato, improntando di sé la natura intima dell’uomo occidentale e un diverso modo di intendere i rapporti non solo familiari ma anche una diversa concezione della sessualità. Tutto ciò si riflette anche nel matrimonio, l’unico luogo in cui i rapporti sessuali devono trovare compimento ma al solo fine di procreare. Il nascituro e il bambino, grazie all’importanza che gli ha dato Gesù, viene visto come un dono divino, perché la vita è essa stessa dono. Di conseguenza, la Chiesa (e successivamente anche la legge), condanna coloro che abortiscono o uccidono i bambini6, poiché riconoscono all’embrione si la vita, ma essenzialmente perché i genitori non hanno potere assoluto sui figli in quanto la vita del nascituro o del bambino è sotto il dominio di Dio, l’unica che può darla o può toglierla7. Nell’ambito dei rapporti familiari, la fedeltà coniugale e l’obbedienza dei figli ai genitori rappresentano punti cardini di questa nuova morale che lasceranno un’impronta storica duratura nelle moderne società occidentali sino a circa la metà del XX secolo. La nuova morale sessuale però ha influito sul rapporto uomo-donna in maniera più negativa che positiva, poiché l’immagine della donna oscilla tra i due poli della condanna e dell’esaltazione. Se da un lato l’importanza della figura della donna da parte di Gesù, sollevò la donna ad altezze ignote alle civiltà precedenti, dall’altro la donna era vista come una tentazione della carne e quindi un male. Conseguenza di ciò fu che la società medievale fu dominata da una esagerata valorizzazione del sesso maschile e che la donna veniva reputata inferiore e come tale doveva sottomettersi in tutto e per tutto a l’uomo. Il pater familias era il sovrano assoluto della casa, della moglie e dei figli. Quest’ultimi potevano essere bastonati ogni qual volta lo reputava opportuno perché la legge gli riconosceva il diritto di farlo. Inoltre gli veniva riconosciuto anche diritto di scegliere i futuri consorti dei figli senza che questi potessero ribellarsi. Motivo di tale pressante presenza nella vita dei figli era dovuto al fatto che venivano sposati in età molto bassa, specie nelle classi aristocratiche. L’amore non aveva importanza, solo il patrimonio delle rispettive famiglie. In particolare per quanto riguardava il figlio maschio era fondamentale che mettesse al mondo al più presto dei figli maschi per far crescere la stirpe; le bambine invece erano mal viste, poiché bisognava dotarle. Solo nei ceti sociali inferiori, in città e in campagna, si riscontrano maggiore autonomia nelle decisioni nonché ribellione alla tutela imposta dai genitori, infatti non mancarono casi di matrimoni realmente d’amore ma che ebbero il più delle volte come contropartita il ripudio da parte delle reciproche famiglie. A riguardo è interessante sottolineare come i matrimoni contratti senza la volontà dei genitori non vennero ritenuti validi fin oltre il Concilio di Trento(1545-63). Le giovani donne hanno comunque cercato di fuggire da questa politica matrimoniale della famiglia, facendo annullare successivamente il loro matrimonio davanti al tribunale ecclesiastico, o rifugiandosi tra le mura di un convento o facendo voto di castità. Per le madri del Medioevo ciò che contava era svolgere al meglio il loro ruolo materno. Per quanto riguarda la cura dei bambini, le classi più elevate si servivano delle balie per quanto concerneva la pulizia, il bagno e la fasciatura del bambino, nonché per l’alimentazione e per l’ assistenza, mentre gli artigiani e i contadini si servivano delle domestiche o dei parenti o delle sorelle maggiori per accudirli, anche se la presenza della madre è maggiore rispetto alle classi nobili in quanto vi è un rapporto più diretto con l’infante poiché questa svolge le mansioni di allattamento, pulizia e fasciatura, e ciò si scontrava con altri doveri, in primis quello del lavoro31 che veniva prima della cura dei figli, e ciò comportava di conseguenza un minor numero di figli per queste classi rispetto alla nobiltà che era più prolifera. Se per le donne di alto rango avere dei figli significava essenzialmente dare al marito una garanzia di discendenza politica, per le donne di medio e basso rango, i figli rappresentavano non solo un aiuto in ambito lavorativo ma soprattutto una garanzia per la vecchiaia. Infatti i bambini, quando compivano più o meno quattro anni, potevano gia essere chiamati a collaborare nei lavori di casa o di giardinaggio, ambito che spettava alle donne, cosicché esse potevano contare su di un alleggerimento del lavoro32. Ma non tutte le mogli volevano bambini o erano brave madri. Molti studi confermano che era diffuso l’aborto, la soppressione e l’esposizione del bambino, pratiche utilizzate specie da coloro che avevano rapporti extraconiugali o svolgevano il lavoro di prostitute. Dal Cinque al Settecento, il dibattito su uomo e donna è estremamente animato. Per tre secoli sconvolgimenti economici, politici, culturali e religiosi hanno trasformato indubbiamente le relazioni tra i due sessi. Innanzitutto è opportuno menzionare il principale cambiamento, ossia il formarsi, se pur lentamente, di una nuova tipologia familiare definita monogamica nucleare fondata sull’amore romantico, che affermandosi a partire dalla fine del XVII secolo, si caratterizzerà dalla libera scelta del partner, per l’affettività e per il sentimento1. Tutto ciò si riflette naturalmente anche sul bambino: le riforme umanistiche, religiose e politiche associate al Rinascimento e alla Riforma, hanno generato un cambiamento radicale del rapporto dell’adulto con il bambino. All’inizio del secolo il discorso sulla fecondità, fino a quel momento monopolio del clero, si secolarizza. Lo Stato si sostituisce progressivamente alla Chiesa per regolamentare la maternità, l’infanticidio e l’aborto diventano crimini severamente puniti. Nell’Europa occidentale i secoli XV e XVI rappresentano il grande spartiacque del cambiamento psicogeno dove il consistente miglioramento delle pratiche dell’allevamento del bambino determinarono un mutamento: se da un lato gli venne riconosciuto il diritto alla vita, per quanto riguarda tutto il resto aumentò lo sfruttamento dei bambini e degli adolescenti che venivano arruolati per funzioni militari o per servizi religiosi. Nei ceti inferiori invece, il bambino cominciò nella più tenera età ad essere avviato al lavoro, specie nei campi, poiché il capofamiglia vide con favore un gran numero di figli per poterli sfruttare e far fronte così alle esigenze del lavoro che in gran parte si svolgeva manualmente. Il massiccio numero di mortalità dei bambini dati a balia dimostra ancora una volta l’indifferenza dei genitori nei confronti dei figli a prescindere dall’estrazione sociale. Questi bambini venivano lasciati dai genitori a perfette sconosciute (il più delle volte si trattava di donne povere malate e bisognose di soldi) che vivevano in campagna, senza che s’informavano del loro stato di salute né andavano mai a trovarli. Solo a partire dal Concilio di Trento in poi, col diffondersi di una nuova mentalità più moderna, soprattutto con il nascere di correnti filosofiche e lo sviluppo della scienza e della medicina, il bambino sarà oggetto di una maggiore attenzione e la loro educazione sarà interesse non solo della Chiesa ma anche dello Stato. L’educazione separata imposta a bambini e bambine nel Medioevo sarà via via meno netta. La donna, dal canto suo, favorita dagli avvenimenti cerca via via di imporre la sua presenza cercando di svincolarsi da quei ruoli che la società patriarcale le ha impresso come marchi indelebili: quello di sposa e di madre. Le donne delle classi superiori sono le più fortunate in quanto per sfuggire alla reclusione dei loro ruoli si servirono del loro intelletto e dei salotti letterari per esprimere la loro visione del mondo. Per le altre, ossia le donne del popolo, sfuggire alla reclusione e ai loro ruoli significa essere al pari di una criminale. La povertà e le strette mura della famiglia invogliano a guardare altrove e al rifiuto di essere madre di una numerosa prole. L’espediente a tutto ciò è l’adulterio, l’aborto, l’infanticidio, furti e risse familiari nonché la ricerca di una certa autonomia economica che grazie all’avvento della Rivoluzione Industriale le permetterà di lavorare come operaia e di guadagnare per poter comprare da sola la dote.
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