Ipnosi Umanistica Approccio Strategico e Problem Solving

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Ipnosi Umanistica, Approccio Strategico e Problem Solving

 

 

Tutti i grandi avvenimenti hanno luogo nella nostra mente”

O.Wilde

 

 

Indice: Ipnosi Umanistica - Perdere peso con l'Ipnosi - Smettere di fumare con l'Ipnosi - Tecniche Immaginative Guidate - Ipnosi e narrazioni: il costruttivismo nell’approccio strategico - La costruzione di "realtà" cliniche di Paul Watzlawick - Definire la normalità - Implicazioni per la psicoterapia - Realtà di primo e secondo ordine - Realtà e Psicoterapia - Intervista: Giorgio Nardone e la Terapia Breve Strategica - Il Problem Solving

 

 

Ipnosi Umanistica

L'Ipnosi rientra a pieno titolo nel gruppo delle Terapie Alternative perchè i risultati di decenni di applicazione nel trattamento psichiatrico sono la base scientifica della sua impostazione odierna. Derivano da Milton H. Erickson e collaboratori le novità e le sperimentazioni più ardite dell'Ipnosi Clinica. Dall'America, ricca di Scuole, di correnti ideologiche, di ricercatori spregiudicati, proviene il contributo più corposo e organico alla sistemazione della Nuova Ipnosi. L'Ipnosi trae la sua forza semplicemente dalla potenza della Parola.

 

Il Cliente trova aiuto e conforto per alleviare, controllare o eliminare disturbi come: dolore fisico, depressione, ansia, attacchi di panico, panico forense o del palcoscenico, stanchezza, vergogna, insonnia, scarsa memoria, abitudini nocive ( fumare e mangiare in eccesso, rosicchiare le unghie, ingoiare i capelli ecc.), sentimenti repressi, fobie di varia natura, e non solo, ma molto altro ancora…

 

L’ipnosi altro non è che uno strumento per comunicare con il nostro profondo… Riappropriarci di noi stessi, di quello che siamo veramente, attingendo alle nostre potenzialità profonde, ci permette di trovare le possibili soluzioni ai nostri problemi. L’ipnosi è proprio questo: un viaggio. Un percorso all’interno di noi stessi, durante il quale il terapeuta ci accompagna, aiutandoci a rendere agevole il compito… Un viaggio che il terapeuta e il cliente compiono insieme e sullo stesso piano, durante il quale guardano delle cose, le ascoltano, le percepiscono, le gustano… Non si porta il compagno di viaggio a diventare quello che non è, ma a recuperare quello che è! E’ un processo, a volte lento ma comunque inarrestabile, di conoscenza e di comprensione delle infinite potenzialità che spesso non sapevamo di avere… E’ anche un modo per semplificare la vita, liberandoci delle cose che non ci servono più e ricercando invece quelle che ci piacciono, quelle che sono rimaste in fondo a un cassetto, del quale, nel corso degli anni, avevamo persino dimenticato l’esistenza…

 

[Che sia chiaro… tutto ciò non ha nulla a che fare con l’ipnosi adottata dalla televisione o dal teatro: quella è solo ipnosi autoritaria che non ha alcun scopo nobile e terapeutico, ma vuole invece ottenere obbedienza al solo fine di fare spettacolo e quindi servendosi di individui naturalmente e facilmente manipolabili…]

 

“L’ipnosi è come uno stato fluido, come lo scorrere dei liquidi vitali all’interno del nostro corpo, come la via dell’acqua che scorre. Allo stesso modo di un torrente in piena a primavera, che rimuove i detriti accumulati nel suo alveo, l’ipnosi porta via e rinnova i pensieri, fa scorrere le idee nella direzione del mare, dove si perdono come vele tra i flutti. Un ciclo di andate e ritorni, poiché quell’acqua arrivata al mare si mescola e si confonde, si riassorbe ai raggi del sole, si condensa in nuvole che spinte dal vento si dirigono verso le montagne e tra le vette inviolate, quindi ricade come pioggia, neve, ghiaccio, per riprendere il suo ciclo. L’acqua nel suo scorrere nutre la terra che bagna e la rende fertile, recettiva a essere seminata da nuove e feconde idee. Erode i fianchi delle grandi montagne mutando il paesaggio, scava e s’insinua nei grandi massi e a poco a poco li frantuma, liberando rosso rubino, verde smeraldo e blu zaffiro. E quei sassi affrancati dalla roccia corrono nel letto del fiume, sagomandosi e arrotolandosi come biglie colorate. E nel continuo scorrere si frantumano e diventano sabbia, spiaggia sulla quale stendersi e lasciare l’impronta del corpo consentendo all’anima di vagare nello spazio e nel tempo…”

 

Perdere peso con l’Ipnosi

La maggior parte della ricerca scientifica in merito indica che il senso più rapido e più sano perdere il peso è seguire semplicemente una dieta controllata e più esercizio fisico. Tuttavia come soluzione a breve e a lungo termine non si rivela affatto semplice, ci vogliono grandi dosi di intenzione e volontà per modificare delle abitudini perpetuate magari per anni. Allora cosa fare se trovi difficoltà a fare più esercizio fisico o a modificare le tue abitudini alimentari? Come e in che modo dovresti modificare le tue abitudini disfunzionali prima di poter realmente vedere una differenza significativa e definitiva? L’ipnosi è la risposta concreta a tutte le tue esigenze! Le tecniche ipnotiche per la perdita del peso, ormai comprovate scientificamente, ti aiuteranno a sviluppare un nuovo atteggiamento nei confronti della gestione del peso. Ti inciterà a ripensare al tuo atteggiamento e credenze circa te e il tuo approccio con il cibo. Acquisterai una maggiore carica sia fisica che mentale e contemporaneamente inizierai a notare i risultati chiaramente visibili. Inoltre proverai maggiore soddisfazione dal gustare ogni alimento da te consumato. Acquisterai un senso reale di soddisfazione e di realizzazione concretizzando in pieno i tuoi obiettivi.

 

Smettere di fumare con l’Ipnosi

Una ricerca condotta nel 1980 sugli studi riguardanti l’applicazione dell’Ipnosi nel trattamento dei fumatori ha mostrato che si sono potute ottenere percentuali di totale astinenza dal fumo entro un lasso di tempo di sei mesi fino ad arrivare all’ottanta per cento di successi dei casi trattati. Un vero passo in avanti! Comunque il problema maggiore non è tanto quello di smettere di fumare, ma quanto quello di non ricominciare. E gli appassionati della sigaretta, in genere, lo sanno benissimo per esperienza personale: non c’è nulla di più facile di decidere di smettere di fumare, perché tanto qualche giorno dopo, invariabilmente si ricomincia. Comunque, altro risultato sorprendente è stato quello di constatare che i soggetti che coprivano la percentuale di non astinenza dal fumo dopo il trattamento, hanno comunque ridotto il consumo di sigarette da tre, quattro pacchetti a cinque sei sigarette al giorno. Sorprendente direi.  Ormai le argomentazioni dei medici si conoscono a memoria: il fumo provoca danni ai polmoni, il cuore riceve una minore quantità di ossigeno, i vasi sanguigni vengono danneggiati, il sangue si coagula più facilmente e, di conseguenza, aumenta il rischio di enfisema polmonare e asma, cancro ai polmoni, infarto miocardico, arteriopatia obliterante con amputazione degli arti, ictus o embolia… e che, oltre che danneggiare se stessi, si procura del male anche alle persone amate. Ma tutto ciò non sembra costituire affatto un deterrente per il fumatore accanito. D’altra parte il fumo procura anche un piacere incredibile. In realtà la nicotina ha effetto calmante o eccitante a seconda dello stato d’animo di fondo. Tutto ciò può essere spiegato da un punto di vista medico in quanto questa sostanza agisce su entrambi i “tipi di nervi” del sistema nervoso autonomo, sia su quelli che esercitano un’azione stimolante sia su quelli che esercitano l’azione opposta. Inoltre fumare è un modo eccellente per sognare, si sprofonda perfino in una piccola trance, ci si sente forti o protetti, vivaci e creativi. Naturalmente la sigaretta rappresenta un surrogato all’appagamento di molti altri bisogni, che in quel momento non possono essere soddisfatti; si finisce così con “l’accendersene una”. Chi decide di smettere di fumare innanzitutto deve conoscere i rappresentanti di entrambe le parti in causa per poter meglio raggiungere il proprio obiettivo. L’ Ipnosi opera su più aspetti contemporaneamente, si è rivelata scientificamente un’ottima alleata, e rappresenta attualmente una delle maggiori risoluzioni, efficiente e risolutiva, per permettersi il lusso di dire addio a questa abitudine dannosa, malsana, autodistruttiva.

 

 

Tecniche Immaginative Guidate

Ogni immagine racconta una storia… “Quello dell’immaginazione è il linguaggio fondamentale che abbiamo. Tutto ciò che facciamo viene elaborato dalla mente sotto forma di immagini”, dice Dennis Gersten, psichiatra di San Diego ed editore di ‘Atlantis’, pubblicazione bimensile di tecniche immaginative. “Se pensate alla vostra infanzia, probabilmente ne ricorderete le immagini, non le parole. Chiedete a qualcuno del primo ricordo che ha dei suoi genitori: difficilmente vi riporterà una conversazione.”

Un’ immagine vale più di mille cure… Suona troppo fantasioso? Non tanto, secondo un numero sempre più crescente di medici, di vari operatori della salute, secondo i quali l’immaginazione è una terapia troppo a lungo sottovalutata dalla medicina classica. Le tecniche immaginative guidate accelerano la guarigione e sostengono l’organismo nella lotta contro centinaia di affezioni, comprese la depressione, l’impotenza, le allergie e l’asma. “La capacità della mente di influenzare il corpo è notevole”, afferma Martin L. Rossman, medico e condirettore dell’ Accademia di Tecniche Immaginative Guidate di Mill Valley in California. “Anche se non sono sempre sufficienti a curare un disturbo, le fantasie guidate possono essere di grande aiuto nel novanta per cento delle affezioni che vengono sottoposte al medico di famiglia.” Diverse ricerche suggeriscono che l’immaginazione può amplificare le difese immunitarie. Alcuni ricercatori danesi, per esempio, hanno rivelato una maggiore attività dei linfociti killer in dieci studenti universitari che si erano immaginati che il loro sistema immunitario stava diventando molto forte. I linfociti killer rappresentano una parte fondamentale del sistema immunitario perché sono in grado di riconoscere e distruggere le cellule di un virus, quelle tumorali e altri pericolosi invasori. Altri studi hanno dimostrato che con la visualizzazione si possono abbassare la pressione sanguigna e la frequenza cardiaca, e influenzare positivamente problemi come l’insonnia, l’obesità, le fobie e gli attacchi di panico. Le tecniche immaginative guidate operano dei veri e propri miracoli nell’organismo in quanto il cervello reagisce agli stimoli immaginari nello stesso modo in cui reagisce a quelli reali. “La fantasia somiglia alla realtà nel senso che, se osserviamo l’attività del cervello nel momento in cui si immagina qualcosa, la sua attività è sorprendentemente simile a quella che mostra quando ciò che percepisce è reale”.

 

 

 

Ipnosi e narrazioni:

il costruttivismo nell’approccio strategico

1. Narrazioni

La vita umana è contraddistinta dai significati. Siamo condizionati, più che dagli eventi in sé, dalle opinioni e dai significati ad essi relativi (Bruner, 1990; Watzlawick et al., 1974; Watzlawick, Nardone, 1997; Polkinghorne, 1988; Gergen, 1998; Harré, Gillet, 1994). All'interno del processo di significazione degli eventi, secondo alcuni Autori, un ruolo centrale è giocato dalle narrazioni. I racconti in/con cui gli individui organizzano le proprie esperienze costituiscono il fondamento della percezione di sé, degli altri e del mondo. L'identità personale, le relazioni significative dell'infanzia e dell'età adulta, le esperienze eccezionali e gli accadimenti quotidiani, tutto ciò viene naturalmente organizzato in trame narrative. Noi riorganizziamo gli eventi che sperimentiamo in forma di storie, che si sviluppano nel tempo attraverso l'evolversi più o meno articolato di cambiamenti, ed in cui i personaggi sono mossi da desideri, intenzioni, opinioni, emozioni. Queste narrazioni non corrispondono direttamente alla “realtà”, ma sono il frutto creativo della nostra attribuzione di senso (Polkinghorne, 1988; Bruner, 1990).

Alcuni Autori (Bruner, 1990; Harré, Gillett, 1994; Polkinghorne, 1988) sostengono che la psicologia, nell'affannosa ricerca di oggettività per meritarsi un posto fra “le scienze”, non ha prestato sufficiente attenzione al ruolo che i significati rivestono nell'esperienza umana. In particolare, a partire dagli anni '50, il paradigma positivistico ha privilegiato gli aspetti “nomotetici” della psicologia a discapito di quelli “idiografici”. Ciò ha comportato che la ricerca di leggi generali ha preso il posto dello studio delle singole specificità delle vite umane. Conseguentemente, sono stati trascurati i significati percepiti in relazione agli eventi oggettivi, ritenuti questi ultimi l'unico oggetto di studio della psicologia. Solo tra gli anni '70 ed '80 si è cominciato a focalizzare l'attenzione sulle narrazioni, sia su quelle dell'individuo che su quelle dei suoi contesti culturali. Un tale slittamento di prospettiva ha consentito di entrare in contatto con il sistema di significazione della realtà del paziente, di poter sbirciare il mondo dalla sua particolare e unica prospettiva. Attualmente, la psicologia narrativa si occupa di contenuti e forme delle narrazioni individuali e del loro rapporto con contenuti e forme delle narrazioni socialmente condivise. Il campo di lavoro così demarcato orienta lo psicologo verso il processo di attribuzione di significato alle esperienze. Soprattutto, l'attenzione è incentrata sulla costruzione personale e individuale dei significati (Murray, 1995; cfr. sito Dulwich Centre). Il processo di significazione della realtà, inoltre, è profondamente influenzato dalle narrazioni socialmente condivise che le culture propongono ai singoli individui. Le narrazioni di ogni individuo non possono che essere intimamente connesse alla sua matrice culturale di appartenenza (Polkinghorne, 1988; Gergen, 1998; Hale-Haniff, Pasztor, 1999; cfr. sito Dulwich Centre).

Si può sostenere che le società propongono agli individui modelli narrativi a cui adeguare le proprie vite, una sorta di assegnazione delle parti di quell'ampio copione che una società propone, e che la storia e la cultura di volta in volta trasformano (Gergen, 1998; Murray, 1995).

D'altro canto, il Dulwich Centre ritiene che le narrazioni che le comunità propongono siano a loro volta elaborate dagli individui attraverso specifiche pratiche del sé e delle relazioni. L'uomo non è un passivo attore di indiscutibili copioni, bensì vi sono attività e rapporti che mediano il rapporto fra narrazioni individuali e sociali, fungendo in questo modo da catalizzatori di cambiamento sistemico.

La psicoterapia rientra in quelle pratiche relazionali che consentono alle persone un incremento delle possibilità di scelta circa la propria vita (cfr. sito Dulwich Centre). Per questo motivo, anche nell'ambito psicoterapeutico il costrutto delle narrazioni, in particolare quelle relative al sé, alle relazioni significative ed al mondo, ha assunto una specifica rilevanza.

La psicoterapia, secondo gli appartenenti alla psicologia narrativa, consiste nel collaborare con le persone a identificare nuovi modi di parlare della propria vita, così da elicitare la sensazione di essere gli autori della propria stessa vita (White, 1995). Non è però questo l'unico approccio ad interessarsi delle storie che i pazienti raccontano. Per esempio, alcuni psicoanalisti hanno introdotto nel proprio panorama teorico concetti analoghi. Tra i primi, Spence affermò che allo psicanalista interessa non tanto la “verità storica” del passato di un paziente, quanto la “verità narrativa” di quanto egli riporta in terapia (Spence, 1984 cit. in Bruner, 1990). Il lavoro psicoanalitico non sembra più connotarsi, in questa prospettiva, come lavoro archeologico di ricostruzione del passato, né tanto meno come investigazione poliziesca per far luce sui “fatti”, bensì come intervento trasformativo all'interno delle storie che il paziente ha costruito e costruisce circa se stesso, gli altri ed il mondo (Semi, 1985; Polkinghorne, 1988).

A questo punto è opportuno interrogarsi su come il costrutto delle narrazioni si intersechi con il costruttivismo, mentre in seguito saranno analizzate le implicazioni che questo discorso ha su alcuni usi clinici dell'ipnosi nella psicoterapia strategica.

 

2. Costruttivismo

L'attenzione alle narrazioni nelle scienze umane è intimamente connessa con il costruttivismo, che può esserne considerato il fondamento epistemologico. Il costruttivismo è una teoria della conoscenza, ossia un paradigma conoscitivo che interessa svariati campi del sapere umano, dalla biologia alle scienze politiche.
Sebbene i suoi precursori filosofici si possano individuare in Giambattista Vico ed Immanuel Kant, è soltanto dagli anni Ottanta che la rivoluzione costruttivistica si è imposta nel panorama ufficiale della comunità scientifica (Hale-Haniff, Pasztor, 1999; Fruggeri, 1998). Il processo di conoscenza non è un passivo recepire informazioni date nella “realtà”. La nostra visione del mondo non è una sua fedele riproduzione, ma è il risultato di una costruzione che ogni individuo elabora, individualmente, all'interno di un processo sociale di “negoziazione” su quella che è la “realtà” (von Glasersfeld, 1997; Hale-Haniff, Pasztor, 1999; Gergen, 1998; Harré, Gillett, 1994; Harré, 1997).

In quest'ottica, le narrazioni possono essere ritenute la modalità tipicamente umana di costruire la “realtà” a livello individuale ed il tramite di confronto con le narrazioni sulla “realtà” condivise nelle culture di cui le persone fanno parte.

Oltrepassando gli aspetti propriamente epistemologici del costruttivismo, è estremamente importante sottolinearne alcuni risvolti etici.

Secondo Heinz von Foerster (1990/1997), fisico, filosofo e cibernetico dei sistemi viventi, agire eticamente all'interno di questo paradigma epistemologico implica l'incremento dei gradi di libertà, il rispetto della complessità sistemica. L'atteggiamento costruttivistico, secondo questo Autore, porterebbe ad “aumentare il numero delle scelte” (von Foerster, 1990/1997: 49). La consapevolezza della artificialità delle varie concezioni di realtà ha come conseguenza il rispetto, l'interesse e la tutela anche verso costruzioni diverse da quelle proprie.

Conseguentemente, nella pratica delle psicoterapie costruttivistiche, manca un riferimento a criteri rigidi di normalità, sanità o verità (Hale-Haniff, Pasztor, 1999). Le storie di vita riportate da un paziente in terapia non devono essere ricondotte all'interno di copioni narrativi pre-disposti e pre-accettati dal terapeuta, trame narrative che in sé già pre-vedono quali sono le modalità “sane” dello sviluppo.

 

3. La psicoterapia breve strategica

La psicoterapia breve strategica si propone di risolvere, efficacemente e nel minor tempo possibile, le problematiche per cui il cliente si presenta in terapia. È infatti fondamentale che la coppia paziente/terapeuta espliciti gli obiettivi terapeutici che realisticamente intende perseguire.

Essendo imperniata su un'epistemologia costruttivistica, la psicoterapia breve strategica considera la “realtà” il prodotto di una costruzione personale. La pratica clinica mira a sostituire una “realtà” sgradita e limitante, ossia problematica, con una più soddisfacente. Ciò comunque nella consapevolezza che la nuova “realtà” non può essere ritenuta più vera di quella precedente. Nelle parole di Watzlawick (1997:16), “la psicoterapia si occupa della ristrutturazione della visione del mondo del paziente”.

Nell'analisi della costruzione del problema, particolare attenzione viene rivolta al sistema percettivo-reattivo del paziente: le specifiche modalità di attribuzione di senso agli eventi e le relative strategie comportamentali messe abitualmente in atto dalle persone costituiscono una solida impalcatura a mantenimento del disagio psichico. Il terapeuta, pertanto, interviene con la finalità di perturbare, in modo strategico, il sistema percettivo-reattivo del paziente. Attraverso richieste paradossali, tecniche di sorpresa e/o di confusione, uso dell'ironia, tecniche ipnotiche ed altre strategie opportunamente impiegate, si mira a sollecitare definizioni della situazione e/o soluzioni comportamentali alternative rispetto a quelle in uso, rivelatesi non soddisfacenti.

E' possibile a questo punto evidenziare una affinità tra l'attenzione clinica alle narrazioni e la terapia strategica: sia il re-authoring (White, 1995) che la ristrutturazione (Watzlawick, 1997) evidenziano il ruolo attivo che il paziente può esercitare nella costruzione psicologica sia dei problemi che delle loro soluzioni.

E' stato lo stesso White (White, Epston, 1990), citato da Geyerhofer e Komori (1997), a sostenere che la “metafora narrativa” nella psicoterapia può integrare l'approccio delle psicoterapie brevi centrato sul problema (Watzlawick, 1997) con quello centrato sulla soluzione (de Shazer et al., 1997). Nella psicoterapia narrativa proposta da questo Autore, inizialmente si incentra il colloquio clinico sulla decostruzione e reinterpretazione della storia di vita portata dal paziente: si lavora pertanto sulla de-costruzione del problema. Successivamente, si stimola la riscrittura della storia del cliente: ossia ci si orienta alla costruzione delle soluzioni (Geyerhofer, Komori, 1997).

Attenzione alle narrazioni, quindi, come attenzione agli esiti dei processi costruttivi e di significazione operati dagl'individui. Il materiale narrativo viene pertanto a configurarsi come campo possibile su cui mettere in gioco ristrutturazioni strategicamente orientate.

 

4. Ipnosi nella ri-costruzione di narrazioni

L'ipnosi viene utilizzata in psicoterapia con svariate finalità e modalità d'impiego. In questo paragrafo, dopo un accenno ad alcune problematiche inerenti l'uso clinico delle tecniche ipnotiche, si intende instaurare delle relazioni tra l'emergente metafora narrativa in campo psicologico e le possibilità applicative dell'ipnosi nella psicoterapia breve strategica.  Un primo aspetto rilevante per questo discorso è una critica che, soprattutto in passato, è stata indirizzata all'uso clinico dell'ipnosi: nella relazione ipnotica il paziente verrebbe ridotto ad una sorta di automa in balia del terapeuta, in una condizione di passività e dipendenza che non può essere funzionale alla sua crescita personale (Rossi, 1996). A questa visione, solo in parte sorpassata, dell'ipnosi come condizione di recettività/responsività acritica nei confronti dell'ipnotizzatore si contrappongono le ricerche condotte sul tema della creatività dei soggetti in trance ipnotica (Lynn, Sivec, 1992; Shames, Bowers, 1992; Rossi, 1996).

Le persone ipnotizzate, nella loro responsività alle suggestioni ipnotiche, mettono in atto processi estremamente individuali e creativi. Lynn e Sivec (1992) evidenziano come, per esempio, le allucinazioni ipnotiche siano il risultato di un complesso e creativo problem-solving, messo in atto per rispondere appropriatamente alle suggestioni ipnotiche. Più recentemente, Ernest Rossi (1996), ha enfatizzato come i fenomeni ipnotici siano espressione delle dinamiche di auto-organizzazione proprie di ogni essere vivente. La trance ipnotica non è il prodotto dell'induzione ipnotica, la risposta ad un comando, bensì è uno stato di coscienza caratterizzato da un estremo assorbimento dell'attenzione su alcuni aspetti della realtà e da una concomitante dissociazione da tutte le altre informazioni, sensoriali e/o cognitive potenzialmente accessibili, ma non pertinenti (Hilgard, 1992; Schumaker, 1995). Questa condizione è, secondo Rossi, particolarmente favorevole per la facilitazione della risoluzione creativa dei problemi e delle conflittualità psicologiche. Sulla base di queste considerazioni, Rossi (1996) propone un'ipnoterapia permissiva in cui il terapeuta non guida il cliente in modo direttivo. Il ruolo dell'ipnotista è invece quello di creare le condizioni affinché il paziente possa imparare a riconoscere e facilitare le proprie risorse interne per la soluzione dei problemi e per la guarigione.

Un'altra considerazione rilevante è che l'efficacia terapeutica dell'ipnosi è subordinata ad un'appropriata teoria del cambiamento, di cui il terapeuta deve essere in possesso. Il conseguimento di trasformazioni evolutive necessita della comprensione di come queste ultime si realizzino (Watzlawick et al., 1974; Rossi, 1996)Secondo Ravenstorf, il passaggio da uno schema di sentimenti, pensieri e comportamenti disfunzionali (stagnazione) allo stabilirsi di uno schema più funzionale (consolidazione) avviene tramite una fase di perturbazione delle precedenti modalità di organizzazione delle esperienze e delle azioni (differenziazione). L'intervento terapeutico mira a provocare il cambiamento proprio sollecitando lo svilupparsi della fase di differenziazione (Ravenstorf, 1992).

Rossi (1996) ritiene che nella soluzione di problemi si susseguano quattro fasi: a) raccolta dei dati, ossia la percezione del problema; b) incubazione, concentrazione su possibili soluzioni, assorbimento emotivo, attivazione psicofisica; c) illuminazione, intuizione della soluzione, risoluzione creativa del conflitto; d) verifica. L'ipnosi viene impiegata per focalizzare l'attenzione del paziente alle specifiche fasi di questo percorso, nel completo rispetto dei tempi che ad egli sono più congeniali.

Una contestualizzazione ancora diversa dell'applicazione terapeutica di tecniche ipnotiche è quella fornita da Gheorghiu e Kruse (1992), i quali vedono nei processi decisionali di tipo suggestivo un elemento chiave nel mantenimento e nella soluzione delle problematiche psicologiche. Ritenendo la realtà fondamentalmente ambigua, questi Autori affermano che gli uomini devono continuamente mettere in atto strategie cognitive di “disambiguazione” per potersi orientare nella vita di tutti i giorni. Nell'ambito di questi processi decisionali, secondo Gheorghiu e Kruse, possono essere impiegati meccanismi riflessi, suggestivi o razionali. Le decisioni che si basano su meccanismi riflessi sono essenzialmente di tipo automatico: non sono possibili soluzioni comportamentali alternative, mentre la scelta è di tipo esclusivo e conclusivo. I meccanismi riflessi agiscono in modo automatico pur senza essere dei riflessi comportamentali innati. Rientrano in quest'area i comportamenti stereotipati connessi ad opinioni ed atteggiamenti.

Altre volte invece la scelta di un comportamento fra più alternative viene effettuata escludendo, per lo più non consapevolmente, la possibilità di altre soluzioni comportamentali. Il meccanismo suggestivo consente cioè di agire “come se” non ci fossero alternative.

Infine, il meccanismo razionale consiste nel valutare singolarmente la diverse alternative possibili e pertanto di scegliere consapevolmente quella ritenuta più opportuna. La persona in psicoterapia, rispetto al problema che vorrebbe risolvere, ha probabilmente già sperimentato sia i comportamenti automatici e spontanei (meccanismi riflessi) che l'attenta elaborazione di soluzioni specifiche (meccanismo razionale). Pertanto il disturbo si mantiene, probabilmente, sulla base di un meccanismo decisionale di tipo suggestivo, che è, conseguentemente, il livello al quale è più efficace un intervento. Sebbene i tre modelli teorici relativi al cambiamento esposti sopra siano dissimili tra loro, da tutti emerge che soltanto all'interno di una consapevolezza teorica circa il processo di cambiamento l'uso clinico dell'ipnosi può amplificare le potenzialità evolutive del repertorio esperienziale e comportamentale del paziente. È l'impiego strategico delle suggestioni ipnotiche che ha una valenza terapeutica, piuttosto che il fenomeno ipnotico in se stesso.
Alla luce di queste considerazioni è quindi possibile valutare l'impatto clinico che nell'approccio strategico l'ipnosi ha sulle narrazione del paziente.

Una delle applicazioni più frequenti dell'ipnosi alla terapia consiste nell'indurre il paziente a immaginare ciò che sperimenterebbe qualora il suo problema non esistesse più. Questa tecnica è stata usata da Erickson (1958/1982) con una giovane sposa che avrebbe voluto consumare il matrimonio, ma che era ostacolata in ciò da attacchi di panico a ogni tentativo. Tramite l'utilizzo delle sue reazioni di panico, Erickson suscitò nella donna uno stato di trance. Quindi le venne fornita la suggestione di percepire le carezze del proprio marito, pur continuando a vedere che in realtà questi non le si fosse affatto avvicinato. La seduta proseguì lasciando che la paziente sperimentasse le piacevoli sensazioni che il contatto intimo con il marito le procurava. La terapia si concluse favorevolmente in questa unica seduta.

Un impiego analogo di questa tecnica è stato effettuato dallo stesso Erickson (1958/1982) in una decina di casi di impotenza nuziale: anche in questi casi, dopo aver utilizzato i sentimenti spiacevoli connessi al sintomo per indurre lo stato di trance, l'ipnotista suggeriva al paziente di percepire il contatto della propria partner e di sperimentare le piacevoli sensazioni erotiche derivanti da esso.

Riconducendo questi esempi al tema della narrazione si può affermare che le narrazioni ipnoticamente suggerite ai pazienti hanno consentito loro un ampliamento delle storie sino ad allora vissute: ai racconti di impotenza e di panico per il rapporto sessuale si sono aggiunte le narrazioni di piacevoli esperienze sessuali. In questo modo si è costituita una perturbazione all'interno del sistema di narrazioni che sosteneva il disagio. Erickson aveva cioè prodotto nei suoi clienti quella perturbazione, che Ravenstorf (1992) ha chiamato fase di differenziazione, ossia il punto di passaggio da una organizzazione di sentimenti, pensieri e comportamenti sgradevoli ad una più soddisfacente. Un approccio analogo è quello adottato in alcuni casi di dipendenza da sigarette (Brown, 1992). La finalità strategica delle suggestioni ipnotiche è in questa tecnica proprio quella di alterare l'immagine di sé come fumatore. Al paziente viene suggerita la percezione di sé come non-fumatore. Tali suggestioni si strutturano quindi come narrazioni di sé come non più dipendente dal fumo delle sigarette.

Un'altra tecnica interessante è l'uso delle metafore individualizzate proposto da Dormaar e Olthof (1992) e sviluppato a partire dalla tecnica dell'utilizzazione di Erickson (1959/1982). Inizialmente si individua una attività che per il paziente è importante e positiva, una sua particolare abilità o interesse. Successivamente viene indagato il problema portato in terapia. L'intervento consiste quindi nell'utilizzare in modo metaforico l'attività positiva su cui ci si era precedentemente informati, con la finalità di “espandere” atteggiamenti e sentimenti positivi che la contraddistinguono all'area percepita come problematica. Nel caso di un ragazzo trentacinquenne con problemi di diabete con componenti psicogene, gli Autori hanno utilizzato la metafora del mondo dei cavalli, per i quali il giovane aveva una profonda passione. In questo modo è stato accelerato il processo terapeutico, che in dieci incontri comportato la diminuzione del bisogni di insulina da 74 a 28 unità al giorno.

Questa procedura implica la sottolineatura e generalizzazione delle narrazioni positive, in modo tale da facilitare il processo di guarigione e amplificare le risorse personali nella soluzione dei problemi.

Un importante risvolto di questa tecnica consiste nell'importanza che il terapeuta deve porre nei confronti delle narrazioni di cui ogni paziente è portatore, così da poter intervenire con strategie opportunamente individualizzate.

Un altro ambito d'impiego dell'ipnosi è quello della memoria di eventi traumatici. Rossi (1996) ha proposto una specifica tecnica volta esplicitamente alla modificazione attiva delle memorie.

Al paziente viene chiesto di scegliere un ricordo importante su cui vuole lavorare. Quindi viene indotto a riviverlo in condizione di trance così come esso si è verificato. Successivamente viene suggerito di rivivere da capo il ricordo permettendo però che un particolare cambi. Si ricomincia quindi da capo apportando altre modifiche al ricordo originario. L'efficacia di questa procedure consiste nel consentire, soprattutto nel caso di ricordi traumatici, non nella trasformazione di ciò che è avvenuto, ma nel consentirsi la possibilità di sperimentare se stessi in modo svincolato da quello specifico ricordo. Si interviene cioè sulla possibilità di reinventare le narrazioni attuali di sé, ferma restando la consapevolezza che il ricordo originario non può essere negato o modificato.

Concludendo, è possibile affermare che l'impiego strategico delle diverse tecniche ipnotiche agisce all'interno del sistema di narrazioni di sé, degli altri e del mondo del paziente. Il ruolo creativo dell'ipnotizzato costituisce la base per l'efficacia terapeutica dell'ipnosi. Soprattutto negli approcci più moderni dell'ipnoterapia permissiva la ristrutturazione terapeutica del problema si fonde con la sollecitazione del paziente a essere attivo come autore della propria stessa vita.

La costruzione di "realtà" cliniche
di Paul Watzlawick

Noi clinici non siamo di solito anche epistemologi, non siamo cioè esperti di quella disciplina teorica che studia l'origine e la natura della conoscenza; le implicazioni e le conseguenze che ne derivano sono di grande portata, e vanno senza dubbio ben al di là della mia scarsa preparazione filosofica. Ritengo tuttavia che almeno alcune considerazioni epistemologiche di base, che determinano la direzione del nostro campo, debbano rientrare nel tema di questa antologia di saggi.

Definire la normalità

Permettetemi di cominciare con una considerazione che può risultare assolutamente ovvia per alcuni e quasi scandalosa per altri: a differenza delle scienze mediche il nostro campo non possiede una definizione di normalità definitiva e universalmente accettata. I medici sono nella fortunata posizione di possedere un'idea abbastanza chiara e oggettivamente verificabile di quello che può essere definito il normale funzionamento di un corpo umano. Questo permette loro di identificare eventuali deviazioni dalla norma e li autorizza a considerarle patologie. Inutile dire che questa conoscenza non li rende anche capaci di curare qualsiasi deviazione; possono però presumibilmente distinguere la maggior parte delle manifestazioni di salute da quelle di malattia.

 

Il problema della salute emotiva o mentale di un individuo è una questione totalmente differente. Si tratta di una convinzione non tanto scientifica, quanto piuttosto filosofica, metafisica o perfino, talora, manifestamente suggerita da superstizioni. Divenire consapevoli di chi siamo "realmente" richiederebbe uscire fuori da noi stessi e guardarci oggettivamente, un'impresa che finora solo il Barone di Münchausen è stato in grado di compiere quando salvò se stesso e il proprio cavallo dallo sprofondare in una palude tenendosi sollevato per il suo stesso codino.

Ogni tentativo da parte della mente umana di studiare se stessa porta al problema dell'autoriflessività o autoreferenzialità, sinteticamente definibile nella sua struttura con quella battuta che afferma come l'intelligenza sia quella capacità mentale che è misurata dai test di intelligenza.

 

Da sempre la pazzia è stata considerata la deviazione da una norma che si riteneva in se stessa la verità ultima, definitiva, tanto "definitiva" che il metterla in dubbio era di per sé sintomo di pazzia o cattiveria. L'età dell'illuminismo non ha fatto eccezione, tranne che al posto di qualche rivelazione divina poneva la stessa mente umana, giudicata in possesso di proprietà divine e definita quindi déesse raison. Secondo le sue asserzioni, l'universo era governato da principi logici che la mente umana era capace di comprendere e la volontà umana di rispettare.

Permettetemi di ricordare come la mitizzazione della Dea Ragione abbia condotto all'uccisione di circa quarantamila persone per mezzo dell'invenzione illuminata del dottor Guillottin e si sia alla fine ritorta contro se stessa con l'instaurazione di un'altra monarchia tradizionale.

Più di un secolo dopo, un concetto di normalità molto più pragmatico e umano è stato introdotto da Freud, che la definì come "la capacità di lavorare e amare"; la definizione sembrava dimostrata dalla vita di un'enorme quantità di persone e ha quindi trovato ampio consenso. Sfortunatamente, tuttavia, secondo i suoi criteri Hitler sarebbe stato piuttosto normale, poiché, come ben sappiamo, lavorava duramente e amava almeno il suo cane, se non anche la sua amante, Eva Braun. La definizione di Freud risulta insufficiente quando ci troviamo di fronte alla proverbiale eccentricità di persone fuori dal comune.

 

Questi problemi possono aver contribuito al generale consenso verso un'altra definizione di normalità, vale a dire quella di adattamento alla realtà. Secondo questo criterio, le persone normali (in particolar modo i terapeuti) vedrebbero la realtà come è realmente, mentre le persone che soffrono di problemi emotivi o mentali la vedrebbero in modo distorto. Una tale definizione implica senza alcuna riserva che esista una realtà vera accessibile alla mente umana, assunto ritenuto filosoficamente insostenibile per almeno duecento anni. Hume, Kant, Schopenhauer e molti altri filosofi hanno insistito sul fatto che della realtà "vera" possiamo soltanto avere un'opinione, un'immagine soggettiva, un'interpretazione arbitraria. Secondo Kant, per esempio, la radice di ogni errore consiste nell'intendere il modo in cui noi determiniamo, cataloghiamo o deduciamo i concetti per qualità delle cose in se stesse. Schopenhauer, in Sulla volontà nella natura (1836) ha scritto: "Questo è il significato della grande dottrina di Kant, che la teleologia (lo studio delle prove di un disegno e di uno scopo nella natura) è portata nella natura dall'intelletto, che in questo modo si meraviglia di fronte a un miracolo che ha creato lui stesso" (p. 346).

 

E' abbastanza facile accantonare queste opinioni con disprezzo come puramente 'filosofiche" e quindi prive di utilità pratica. Ma affermazioni simili possono essere trovate nei lavori dei rappresentanti di quella che è considerata da tutti la scienza della natura per antonomasia: la fisica teorica. Si dice che nel 1926, durante una conversazione con Heisenberg sull'origine delle teorie, Einstein abbia asserito che è sbagliato tentare di fondare una teoria solo su osservazioni oggettive e che è vero proprio il contrario: la teoria determina ciò che possiamo osservare.

In modo sostanzialmente analogo Schrödinger afferma nel suo libro Mind and Matter (1958): "La visione del mondo di ciascuno è e rimane sempre un costrutto della sua mente e non si può dimostrare che abbia nessun altra esistenza" (p. 52).

E Heisenberg (1958), sullo stesso argomento:

La realtà di cui noi parliamo non è mai una realtà "a priori", ma una realtà conosciuta e creata da noi. Se, in riferimento a quest'ultima formulazione, si obietta che, dopo tutto, esiste un mondo oggettivo, indipendente da noi e dal nostro pensiero, che funziona o può funzionare indipendentemente dal nostro agire, e che è quello che noi effettivamente intendiamo quando facciamo ricerca, a questa obiezione, così convincente a prima vista, si deve ribattere sottolineando che anche l'espressione "esiste" ha origine nel linguaggio umano e non può quindi avere un significato non legato alla nostra comprensione. Per noi "esiste" solo il mondo in cui l'espressione "esiste" ha un significato. (p . 236)

La circolarità autoreferenziale della mente che sottomette se stessa a uno "studio scientifico" è stata descritta dettagliatamente dall'autorevole biocibernetico Heinz von Foerster (1974):

Siamo ora in possesso del truismo che una descrizione (dell'universo) implica qualcuno che lo descrive (osserva). Ciò di cui abbiamo bisogno ora è la descrizione del "descrittore" o, in altre parole, abbiamo bisogno di una teoria dell'osservatore. Poiché solo gli organismi viventi si qualificherebbero come osservatori, sembra che questo compito spetti al biologo.

Ma egli stesso è un essere vivente, il che significa che nella sua teoria non deve soltanto rendere conto di se stesso ma anche del suo stare scrivendo questa teoria. Questo è un nuovo stato di cose nel discorso scientifico dato che, in linea con il tradizionale punto di vista che separa l'osservatore dalla sua osservazione, il riferirsi a questo discorso doveva essere attentamente evitato. Questa separazione non era fatta assolutamente per eccentricità o follia, poiché in determinate circostanze l'inclusione dell'osservatore nelle sue descrizioni può portare a paradossi, ad esempio l'espressione "Sono un bugiardo".

E' forse perfino più radicale (nel senso originario di "andare alle radici"), il biologo cileno Francisco Varela (1975) nel suo "A calculus for self-reference":

Il punto di partenza di questo calcolo è l'atto di distinguere. Con questo atto primordiale noi separiamo le forme che ai nostri occhi sono il mondo stesso. Da questo punto di partenza noi affermiamo il primato del ruolo dell'osservatore, che traccia distinzioni dovunque gli piaccia. Così le distinzioni, che danno origine al nostro mondo, rivelano proprio questo: le distinzioni che noi tracciamo - e queste distinzioni riguardano più la dichiarazione del punto in cui si trova l'osservatore che non l'intrinseca costituzione del mondo, il quale, proprio a causa di questo meccanismo di separazione tra osservatore e osservato, appare sempre sfuggente.
Nel percepire il mondo così come lo percepiamo, dimentichiamo ciò che abbiamo fatto per percepirlo come tale; e quando questo ci viene ricordato e percorriamo a ritroso il nostro cammino, quel che alla fine incontriamo è poco più di un'immagine specchiante di noi stessi e del mondo. Contrariamente a quanto di solito si presume, una descrizione sottoposta ad analisi approfondita rivela le proprietà dell'osservatore. Noi osservatori distinguiamo noi stessi esattamente distinguendo ciò che in apparenza non siamo, e cioè il mondo. (p. 24)

Va bene, si potrebbe dire, ma che cosa ha a che fare tutto questo con la nostra professione, in cui ci scontriamo con modelli di comportamento rigidi la cui follia non può essere negata neppure da un filosofo?
In risposta, lasciatemi citare quello strano incidente avvenuto più di sette anni fa nella città di Grosseto. Una donna di Napoli, in gita a Grosseto dovette essere ricoverata nell'ospedale locale in stato di agitazione schizofrenica acuta. Dal momento che il reparto psichiatrico non poteva accoglierla, fu deciso di rimandarla a Napoli per un trattamento adeguato. All'arrivo dell'ambulanza, gli infermieri entrarono nella stanza dove la donna stava aspettando, e la trovarono seduta su un letto, completamente vestita, con la borsa pronta. Ma quando la invitarono a seguirli si lasciò andare nuovamente a manifestazioni psicotiche, opponendo resistenza fisica agli inservienti, rifiutando di muoversi e, soprattutto, depersonalizzandosi. Solo ricorrendo alla forza fu possibile portarla sull'ambulanza con la quale partirono per Napoli.

Appena fuori Roma l'ambulanza venne fermata da una macchina della polizia e rimandata a Grosseto: c'era stato un errore, la donna nell'ambulanza non era la paziente ma un'abitante di Grosseto che era andata all'ospedale a trovare un parente sottoposto a un piccolo intervento chirurgico.

Sarebbe esagerato dire che l'errore aveva creato (o, come diremmo noi costruttivisti radicali, "costruito") una realtà clinica in cui proprio il comportamento di quella donna, "adattato alla realtà" , risultava la chiara evidenza della sua "follia"? Per quel motivo era diventata aggressiva, aveva accusato il personale di avere intenzioni ostili, si era depersonalizzata e così via.

Chiunque abbia familiarità col lavoro dello psicologo David Rosenhan non ha dovuto aspettare l'incidente di Grosseto. Quindici anni prima Rosenhan aveva pubblicato i risultati di un elegante studio, "On being sane in insane places" (1973), nel quale lui e il suo gruppo dimostrano che le persone "normali" non sono tout court individuabili come sane di mente e che gli ospedali psichiatrici creano le proprie realtà.

 

Un esempio essenzialmente analogo fu riferito dai mezzi di informazione circa un anno fa dalla città brasiliana di Sào Paulo. Secondo quanto riportato, si era reso necessario alzare la ringhiera (molto bassa) della terrazza del Circolo ippico, dalla quale molti visitatori erano caduti all'indietro, ferendosi gravemente. Dal momento che non si potevano spiegare tutti gli incidenti con stati di ubriachezza, fu suggerita un'altra spiegazione, probabilmente da un antropologo: culture differenti inducono regole diverse riguardo la distanza "corretta" da assumere e mantenere durante una conversazione faccia a faccia con un'altra persona.
Nelle culture dell'Europa occidentale e del Nord America, questa distanza consiste nella proverbiale lunghezza del braccio; nelle culture mediterranee e latinoamericane, è considerevolmente più corta. Quindi, se un nordamericano e un brasiliano iniziassero una conversazione, il nordamericano presumibilmente stabilirebbe la distanza che per lui è quella "corretta", "normale". Il brasiliano si sentirebbe a disagio poiché troppo distante dall'altro e si avvicinerebbe, per stabilire la distanza che per lui è quella "giusta"; il nordamericano si sposterebbe indietro, l'altro si riavvicinerebbe e così via, fino a che il nordamericano cadrebbe all'indietro dalla ringhiera.

Quindi due differenti "realtà" avevano creato un evento per il quale, nella classica visione monoculturale del comportamento umano, la diagnosi di predisposizione all'incidente e perfino di manifestazione di un "istinto di morte" non sarebbe troppo azzardata e costruirebbe a sua volta una "realtà" clinica.

 

Il potere di creare realtà da parte di tali regole culturali è il soggetto del classico articolo di Walter Cannon (1942) "Vudu death", un'affascinante collezione di casi antropologici che dimostra come l'incrollabile convinzione di una persona nel potere di una maledizione o di un maleficio può portarla alla morte nel giro di poche ore. In un caso di maleficio, comunque, gli altri membri di una tribù australiana che viveva nella foresta obbligarono lo stregone a ritirare la maledizione contro uno di loro e la vittima, già caduta in uno stato letargico, guarì in pochissimo tempo.

Per quanto ne so, nessuno ha studiato la costruzione di tali "realtà" cliniche in modo più dettagliato di Thomas Szasz. Dei suoi molti libri uno, The Manufacture of Madness - A Comparative Study of the Inquisition and tbe Mental Healt Movement (1970), è particolarmente rilevante per la mia trattazione. Delle numerose fonti storiche da lui utilizzate, lasciatemi citare quella che mi è più nota. Si tratta del libro Cautio Criminalis, che tratta dei processi alle streghe, scritto dal gesuita Friedrich von Spee nel 1631 (ripubblicato in Ritter, 1977). In qualità di padre confessore di molte persone accusate di stregoneria, egli assistette alle scene di tortura più atroci e scrisse il libro per informare le autorità di corte del fatto che, sulla base delle regole di procedura giudiziaria utilizzate, nessun sospetto poteva mai risultare innocente. In altre parole, queste regole costruivano una realtà in cui, ancora una volta, qualsiasi comportamento dell'accusato costituiva un'evidenza di colpevolezza. Ecco alcune delle "prove":

 

- Dio avrebbe protetto un innocente fin dall'inizio, quindi, il fatto che non fosse intervenuto a salvare una determinata persona era già di per sé una prova della sua colpevolezza.

- La vita di una sospetta può essere retta oppure no; se non lo è, il fatto fornisce una prova addizionale, se lo è fa sorgere ulteriori sospetti, poiché è risaputo che le streghe sono capaci di creare impressioni di virtuosità.
- Una volta in carcere, la strega si dimostrerà impaurita o impavida; nel primo caso, dimostrerà la consapevolezza di essere colpevole, nel secondo verrà confermata la probabilità che lo sia, poiché è ben risaputo che le streghe più pericolose sono capaci di simulare innocenza e calma.
- La sospetta può tentare di scappare oppure no; ogni tentativo di fuga costituisce un'ulteriore e ovvia prova di colpevolezza, mentre che non tenti di scappare significa che il diavolo vuole la sua morte.

 

Come si può di nuovo vedere, il significato attribuito a un insieme di circostanze all'interno di una determinata cornice di assunzioni, ideologie o convinzioni, costruisce una realtà in se stessa e la rivela quale "verità", per così dire. Con la terminologia di Gregory Bateson, queste sono situazioni di doppio legame, impasse logici dei quali egli fornisce innumerevoli esempi clinici, in particolare nel suo libro Perceval's Narrative - A Patient's Account of His Psychosis (1961).

John Perceval, figlio del primo ministro britannico Spencer Perceval, divenne psicotico nel 1830 e rimase ospedalizzato fino al 1834. Negli anni successivi alla sua dimissione, scrisse due resoconti autobiografici, intitolati Narrative, descrivendo in dettaglio la sua esperienza quale paziente psichiatrico. Per fare una sola citazione dall'Introduzione di Bateson, nella quale si riferisce all'interazione tra il paziente e la sua famiglia:

(l genitori) non riescono a percepire la propria cattiveria se non come giustificata dal comportamento del paziente, e il paziente non permette loro di percepire come il proprio comportamento sia collegato alla sua opinione su ciò che essi hanno fatto e stanno facendo adesso. La tirannia delle "buone intenzioni" deve essere servita all'infinito, mentre il paziente raggiunge un'ironica santità, sacrificando se stesso in azioni sciocche o autodistruttive, fino a che è perlomeno lecito che egli citi la preghiera del Salvatore: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Amen". (p. XVIII)

Comunque, l'antica massima similia similibus curantur (le cose simili sono curate dalle cose simili) si applica anche a queste situazioni. L'esempio più antico a me noto della costruzione di una realtà clinica positiva è riportato da Plutarco nel suo Moralia (Goodwin, 1889) e tratta dello straordinario successo delle "autorità di igiene mentale" dell'antica città di Milesia in Asia Minore:

Un certo terribile e mostruoso stato mentale afferrò le ragazze milesiane, originando da qualche causa sconosciuta. Molto probabilmente l'aria aveva acquisito qualche qualità esaltante e velenosa che le spingeva a questo cambiamento e alienazione della mente; poiché all'improvviso furono attaccate da un persistente desiderio di morire con tentativi furiosi di impiccarsi, e molte ci riuscirono di nascosto. Le argomentazioni e le lacrime dei genitori e i tentativi di persuasione degli amici non ottennero niente, ma esse ebbero la meglio sui loro guardiani, nonostante tutti i loro espedienti e il loro impegno per prevenirle, continuando a uccidersi. E la calamità sembrava essere una maledizione divina straordinaria e al di là delle umane possibilità fino a che, col consiglio di un saggio, fu emanata una legge del senato decretante che tutte le ragazze che si fossero impiccate dovessero essere trasportate nude attraverso la piazza del mercato.
L'approvazione di questa legge non solo inibì ma annullò completamente il loro desiderio di uccidersi. Notate che grande argomento di buona natura e virtù è questa paura del disonore; dal momento che coloro che non avevano paura delle cose più terribili del mondo, dolore e morte, non potevano sopportare l'idea del disonore e l'essere esposte a umiliazione anche dopo morte. (p. 354)

Forse quel saggio conosceva la massima altrettanto antica di Epitteto, che diceva che non sono le cose in sé che ci preoccupano, ma le opinioni che abbiamo delle cose.

Ma queste sono eccezioni. Nel complesso il nostro campo non ha mai smesso di assumere che l'esistenza di un nome è prova della "reale" esistenza della cosa nominata, a dispetto di Alfred Korzybski (1933) e del suo ammonimento, vale a dire che il nome non è la cosa, la mappa non è il territorio. L' esempio più monumentale di questo tipo di costruzione della realtà, almeno ai nostri giorni, è il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM).

Ai suoi autori si deve riconoscere quello che è probabilmente il più grande successo terapeutico di tutti i tempi: reagendo a una crescente pressione sociale, non hanno più classificato nella terza edizione, l'omosessualità come un disturbo psichiatrico, curando così milioni di persone dalla loro "malattia" con un tratto di penna. Ma, scherzi a parte, le conseguenze pratiche e cliniche dell'uso di termini diagnostici sono seriamente studiate da Karl Tomm e dal suo gruppo nel Programma di terapia familiare al Dipartimento di psichiatria dell'Università di Calgary.

 

Quali pratiche e utili conclusioni si possono trarre da tutto questo?

Se si accetta che la normalità mentale non può essere definita oggettivamente, di conseguenza anche il concetto di malattia mentale risulta altrettanto indefinibile. Ma allora, che dire della terapia?

Implicazioni per la psicoterapia

E' a questo punto che dobbiamo rivolgere l'attenzione a un fenomeno conosciuto da lungo tempo, sebbene quasi esclusivamente come un insieme di circostanze negative e indesiderabili: la profezia che si autodetermina. Il primo studio dettagliato risale alla ricerca di Russel A. Jones (1974) (e qui io cito il sottotitolo del suo libro) sugli effetti sociali, psicologici e fisiologici delle aspettative.

Come è ormai generalmente noto, una profezia che si autodetermina è una supposizione o predizione che, per il solo fatto di essere stata ipotizzata, fa realizzare l'avvenimento aspettato o predetto, confermando in tal modo, ricorsivamente, la propria "esattezza". Lo studio delle relazioni interpersonali offre numerosi esempi. Per esempio, se una persona suppone, per un qualsiasi motivo, di non piacere al prossimo, a causa di questa supposizione si comporterà in un modo così ostile, tanto esageratamente suscettibile e sospettoso da generare intorno a sé proprio quel disprezzo che si aspettava, e questo costituirà per lei la "prova" di quanto avesse ragione fin dall'inizio.

 

Un evento di questo genere si è verificato su scala nazionale nel marzo 1979, quando i mezzi di informazione californiani riportarono di un'imminente e drastica scarsità di benzina a causa dell'embargo sul petrolio arabo. Come conseguenza, gli automobilisti californiani fecero l'unica cosa ragionevole in quelle circostanze: diedero l'assalto ai distributori di benzina per riempire i propri serbatoi e mantenerli possibilmente sempre pieni. Fare il pieno di dodici milioni di serbatoi (che in quel momento erano probabilmente vuoti per il 70%) esaurì le riserve - pur rilevanti - di benzina e provocò la scarsità predetta, praticamente da un giorno all'altro. Ai distributori di benzina si formavano code interminabili, ma il caos finì circa tre settimane dopo, quando fu ufficialmente annunciato che la quota di benzina assegnata allo stato della California era stata ridotta soltanto di poco.

 

Altri studi ormai classici sono le interessantissime indagini di Robert Rosenthal, in particolare il suo libro Pigmalione in classe (Rosenthal, Jacobson, 1968), per non parlare di una sovrabbondanza di indagini sugli effetti dei placebo, quelle sostanze chimicamente inerti che il paziente ritiene siano potenti medicine di recente scoperta. Sebbene conosciuto fin dai tempi antichi e sfruttato da tutti i tipi di guaritori "spirituali" e simili, l'effetto placebo non ha ricevuto molta attenzione in campo scientifico fino all'incirca alla metà del nostro secolo. Secondo Shapiro (1960), soltanto tra il 1954 e il 1957, sono stati pubblicati più articoli di ricerca su questo argomento che nei cinquant'anni precedenti.

Fino a che punto una semplice convinzione o l'attribuzione di determinati significati alle percezioni possa avere un potente effetto sulla condizione fisica di una persona, è ben illustrato da un esempio, già riportato altrove (Watzlawick, 1990).

Un ipnotista molto rispettato per le sue capacità e per i suoi successi clinici fu invitato a tenere un seminario per un gruppo di medici a casa di uno di questi, dove ebbe a notare - come egli stesso riferì - che "ogni superficie orizzontale era coperta di mazzi di fiori". Essendo affetto da una forte allergia ai fiori freschi, quasi immediatamente percepì negli occhi e nel naso le ben note sensazioni di bruciore. A quel punto si rivolse al padrone di casa e gli disse del suo problema e del suo timore che in quelle circostanze non sarebbe stato in grado di tenere il suo discorso. L'ospite espresse sorpresa e gli chiese di esaminare i fiori, che risultarono finti; appena lo ebbe constatato, la sua reazione allergica si placò con la stessa immediatezza con la quale si era presentata.

Questo esempio sembra fornire una chiara prova che il criterio dell'adattamento alla realtà è, dopo tutto, pienamente valido. L'uomo pensava che i fiori fossero veri, ma appena scoprì che erano solo di nylon e plastica, l'impatto con la realtà risolse il suo problema ed egli tornò alla normalità.

 

Realtà di primo e secondo ordine

A questo punto, diventa necessario tracciare una distinzione tra due livelli di percezione della realtà che generalmente non vengono distinti l'uno dall'altro. Dobbiamo distinguere tra l'immagine della realtà che percepiamo attraverso i nostri sensi e il significato che attribuiamo a queste percezioni. Per esempio, una persona neurologicamente sana può vedere, toccare e odorare un mazzo di fiori. (Per amore di semplicità, trascureremo il fatto che queste percezioni sono anche il risultato di costruzioni eccezionalmente complesse compiute dal nostro sistema nervoso centrale, e inoltre il fatto che la frase "mazzo di fiori" ha un significato solo per le persone che parlano italiano mentre è un insieme di suoni o una serie di simboli letterali privi di significato per chiunque altro). Questa realtà viene definita del primo ordine.

 

Comunque, raramente ci si ferma a questo punto. Quasi costantemente noi attribuiamo un senso, un significato e talora un valore agli oggetti della nostra percezione. Ed è a questo livello, il livello della realtà di secondo ordine, che sorgono i problemi. La differenza cruciale tra questi due livelli di percezione della realtà è quella indicata dalla vecchia battuta secondo la quale la differenza tra un ottimista e un pessimista consiste nel fatto che, di fronte a una bottiglia contenente una determinata quantità di vino, il primo afferma che è mezza piena, il secondo che è mezza vuota. La realtà di primo ordine (una bottiglia con una determinata quantità di vino) è la stessa per entrambi; sono diverse le loro realtà di secondo ordine e sarebbe totalmente inutile cercare di stabilire chi ha ragione e chi ha torto.

Nel caso dell'ipnotista allergico, quindi, la sua allergia può essere considerata un fenomeno che di solito ha luogo a livello della realtà di primo ordine, vale a dire che il suo corpo reagisce in modi tipici e oggettivamente verificabili alla presenza di polline nell'aria. Ma, come dimostra l'episodio riportato, la semplice convinzione della presenza di fiori (in altre parole, la costruzione di una realtà di secondo ordine) può produrre lo stesso risultato.

Come già menzionato all'inizio, le scienze mediche possiedono una definizione ragionevolmente affidabile degli eventi e dei processi della realtà di primo ordine. Nel regno della psicoterapia, al contrario, ci troviamo in un universo di semplici supposizioni, convinzioni e credenze che sono parte della nostra realtà di secondo ordine e, quindi, sono costruzioni della nostra mente. I processi attraverso i quali costruiamo le nostre realtà personali, sociali, scientifiche e ideologiche, e arriviamo poi a considerarle "oggettivamente reali", costituiscono il campo di quella moderna disciplina epistemologica chiamata costruttivismo radicale.

 

Realtà e Psicoterapia

Uno dei più scioccanti principi di questa scuola di pensiero è probabilmente quello per cui della realtà "vera" possiamo al massimo sapere che cosa non è. In altre parole, solo quando le nostre costruzioni della realtà falliscono, ci accorgiamo che la realtà non è come pensavamo che fosse. Nel suo Introduzione al costruttivismo radicale, Ernst von Glasersfeld (1984) definisce la conoscenza in questo modo:

Il sapere viene costruito dall'organismo vivente per ordinare nella misura del possibile il flusso dell'esperienza di per sé informe in esperienze ripetibili e in rapporti relativamente attendibili tra di esse. Le possibilità di costruire un tale ordine vengono sempre determinate dai passi precedenti nella costruzione. Ciò significa che il mondo "reale" si manifesta esclusivamente laddove le nostre costruzioni falliscono. Poiché, tuttavia, possiamo ogni volta descrivere e spiegare il fallimento soltanto con quei concetti che abbiamo utilizzato per la costruzione delle strutture poi fallite, questo processo non potrà mai fornirci un'immagine del mondo che potremmo rendere responsabile del loro fallimento. (p. 35)

Ma sono questi insuccessi, questi fallimenti con cui ci scontriamo nel nostro lavoro, gli stati di ansia, disperazione e pazzia, che ci assalgono quando ci scopriamo in un mondo che, gradualmente o improvvisamente, è divenuto privo di significato. E, se accettiamo la possibilità che del mondo reale si possa sapere con certezza soltanto che cosa non è, allora la psicoterapia diventa l'arte di sostituire una costruzione di una realtà che non è più "adatta" con un'altra che si adatta meglio. Questa nuova costruzione è fittizia come la precedente, ma ci permette la comoda illusione, chiamata "salute mentale", di vedere le cose come sono "realmente" e di essere, quindi, in sintonia con il significato della vita.

Vista in questa prospettiva, la psicoterapia si occupa della ristrutturazione della visione del mondo del paziente, della costruzione di un'altra realtà clinica, di causare deliberatamente quegli eventi casuali che Franz Alexander (1956) ha chiamato "esperienze emozionali correttive". La psicoterapia costruttivista non si illude di far vedere al paziente il mondo come realmente è. Piuttosto, il costruttivismo è del tutto consapevole che la nuova visione del mondo è - e non può che essere - un'altra costruzione, un'altra finzione, ma più utile e meno dolorosa.

Alla fine di una terapia breve di nove sedute, una paziente, una giovane donna, mi ha detto: "Il modo in cui vedevo la situazione era un problema. Ora la vedo in un modo differente, e non costituisce più alcun problema".

A mio avviso, queste parole sono la quintessenza di una terapia riuscita: la realtà di primo ordine è rimasta necessariamente immutata, ma la realtà di secondo ordine è diventata diversa e sopportabile.
E queste parole ci riportano a Epitteto: "Non sono le cose in sé che ci preoccupano, ma le opinioni che abbiamo di quelle cose".

* Pubblicato originariamente in The Evolution of Psychotherapy: The Second Conference, a cura di J.K. Zeig, Brunner-Mazel, New York 1992, pp. 55 -62.

 

INTERVISTA: GIORGIO NARDONE, LA TERAPIA BREVE STRATEGICA


Prof. Nardone ci vuole raccontare la sua storia che in realta' coincide con la storia della terapia strategica in Italia?

La mia storia e' personale e nasce come studente e laureato in filosofia della scienza. Sono rimasto all'universita' di Siena presso la cattedra di filosofia della scienza come ricercatore, avendo come obiettivo di ricerca "Lo studio dell'epistemologia della psicologia clinica e dei vari modelli di psicoterapia". Studiando questi modelli da un punto di vista epistemologo, avendo vagliato la maggioranza dei modelli con questo criterio, l'unico che mi apparve, siamo negli anni 82, che reggesse una sorta di vaglio di questo tipo era quello della scuola di Palo Alto quindi Watzlawick, Jackson, Beavin, Weakland, e gli altri del gruppo del Mental Research Institute di Palo Alto, questo mi indusse a chiedere una borsa di studio per andare a studiare da vicino questi studiosi ed il loro lavoro. Giunto a Palo Alto m'imbattei nel lavoro dei colleghi e mi resi conto di quello che avevo letto nei libri di Bateson ovvero che "non c'e' nulla di piu' pratico di una buona teoria". Quindi m'invaghi' immediatamente di questo modello di problem solving che muoveva non dalla tradizione della psichiatria o della medicina ma dalla tradizione della logica, dell'antropologia, della filosofia e dello studio della comunicazione per affrontare e risolvere i problemi degli essere umani a qualunque livello: da problemi individuali, di relazione, tra i gruppi, ecc. Cosi' inizio' la mia avventura all'interno del mondo della psicoterapia. Sono tornato, mi sono specializzato alla facolta' di Psicologia, nel frattempo ho continuato ad andare annualmente per dei mesi a Palo Alto per continuare a studiare e imparare il metodo. Finito il mio percorso di studi ho cominciato a mettere in pratica cio' che avevo imparato sintetizzando ed adattando un modello cosi' particolare al contesto italiano. In quegli anni e' nata la collaborazione con Paul Watzlawick. E' stata una grande cosa per me, lui e' stato non solo il maestro della psicoterapia ma anche una sorta di maestro di vita, di stile. Sono iniziati i miei primi progetti di ricerca, sperimentando proprio come criterio di ricerca i costrutti di fondo del modello della scuola di Palo Alto, sui disturbi fobico-ossessivi che hanno poi condotto alla messa a punto di modelli specifici e di protocolli per questi disturbi che hanno dimostrato tale efficacia ed efficienza da essere ormai esportati in tutto il mondo. Da li' e' nata l'idea di fondare l'istituto con Paul Watzlawick, il Centro di Terapia Strategica nel 1987. Sempre da li' l'idea della Scuola che abbiamo fondato nel 1989 e le continue ricerche che sono andate avanti. L'applicazione del metodo di ricerca basato sull'idea di conoscere un problema mediante le sue soluzioni e' proceduto fino a mettere appunto protocolli di trattamento specifici altrettanto efficaci ed efficienti per i disordini alimentari, per i problemi dei ragazzi a scuola, per le relazioni tra adulti e bambini e per tutta una serie di altre patologie sotto studio. In questo momento nel Centro di terapia strategica ad Arezzo da me diretto c'e' la scuola di specializzazione riconosciuta dal ministero, in psicoterapia breve strategica, c'e' un gruppo di ricerca di oltre 50 affiliati, selezionati, che portano avanti ognuno di essi un progetto di ricerca specifico, abbiamo prodotto piu' di 20 pubblicazioni la maggioranza delle quali tradotto nelle principali lingue, quindi credo che questo sia tutto.

Qual e' l'insegnamento che ha ricevuto e che reputa piu' importante?

E’ una gara dura! Nel senso che certamente sono piu' cose messe insieme. Ho avuto la fortuna di avere tutta una serie di ottimi maestri con i quali ho instaurato sempre e comunque una relazione non di dipendenza, ma una relazione per la quale io ho rispettato, ho cercato di prendere al meglio i loro insegnamenti ma ho cercato sempre e comunque di rielaborarli dentro di me, adattarli alla mie specifiche caratteristiche. Tanto che anche nel rapporto con una tale imponente figura come Paul Watzlawick ho sempre evitato di ripetere o copiare cose che lui avesse gia' fatto, ho cercato di aggiungere qualcosa che facesse evolvere le cose e direi che proprio l'idea, prima di tutto, imitare il maestro, poi trovare il maestro dentro di te sia la cosa piu' importante che ho imparato in tutti questi anni. E' fondamentale avere uno o piu' maestri da imitare, assumerne le cose migliori ma poi riuscire a tirar fuori il maestro dentro di se.

Se capisco bene gli insegnamenti non sono il fine ma un punto di partenza.....

Si, sono un trampolino di lancio dal quale bisogna saper saltare altrimenti diventano legami fideistici di dipendenza. Io ho avuto il mio primo professore di filosofia della scienza che mi ha permesso di saltare alla scuola di Palo Alto, contemporaneamente alla scuola di Palo Alto ho collaborato agli istituti di psicologia generale e clinica dell'universita' di Siena dove ho imparato grazie ai 2 direttori prof. Lazzaroni e Senigatti tutto cio' che era la metodologia della ricerca empirica in psicologia e questo mi ha aiutato moltissimo poi a mettere a punto i progetti successivi e direi la sintesi di tutte queste cose. Ho gia' detto che il rapporto con Watzlawick e Weakland e' stato un rapporto con 2 grandi maestri che io ho cercato di imitare non solo nella terapia ma anche nello stile personale per poi trovare il mio modello di terapia, il mio stile personale.

Nella sua vita quali sono stati i libri maggiormente formativi e perche'?

Direi che il libro che mi colpi' e che mi fece decidere di andare a Palo Alto fu il libro Change scritto da Watzlawick, ecc, dove si spiega in modo dettagliato la logica che sottende al modello del mental research institute, all'approccio della terapia breve strategica. Siccome era l'unico libro nel campo della psicoterapia che parlava un linguaggio scientifico rigoroso con riferimenti alla logica matematica cosi' come all'epistemologia, cosi' come ai campi applicativi come l'antropologia, la sociologia, la teoria della comunicazione direi che per me fu una fulminazione. Dopo di quello altri libri che mi hanno influenzato profondamente riguardano cose, se vogliamo, molto lontane dalla tradizione della psicologia, lo studio degli stratagemmi dell'antica Cina, quindi l'arte dello stratagemma. Io consiglio sempre a tutti il libro "I 36 stratagemmi": e' un libro pubblicato da anonimi, perche' nell'antica Cina l'eroe non doveva mai mettersi in evidenza, erano dei monaci guerrieri. E' una sintesi dei 36 stratagemmi essenziali per risolvere i problemi nel modo piu' rapido ed efficiente possibile.

In che cosa la sua scuola si discosta dalle terapie sistemiche?

Direi che prima di tutto mantiene un'identita' sistemica di fondo, anche se l'evoluzione della terapia strategica va piu' sul versante costruttivista, ossia l'idea che ognuno di noi costruisce cio' che poi subisce e che la realta' e' determinata dal punto di vista che noi assumiamo, dagli strumenti che noi utilizziamo per osservarla e dalla nostra comunicazione per comunicarla. Pero' e' chiaro che un approccio di tipo interazionale (questa e' la definizione che mi piace di piu'), ovvero che comprende sempre l'interazione che ognuno di noi ha inevitabilmente con se stesso, con gli altri e con il mondo sta alla base del mio approccio. Ora la differenza sostanziale con gli approcci cosi' detti sistemici, che molto spesso vengono equiparati alla terapia familiare, sta nel fatto che nell'approccio strategico si fanno sempre strategie, non c'e' mai una rigidita', per esempio l'unita' d'intervento non e' mai solo per forza la famiglia, l'intervento puo' essere la coppia, la famiglia, cio' che fa scegliere e' qual e' l'accesso privilegiato per ottenere il cambiamento nel piu' rapido tempo possibile, nella maniera piu' efficace ed efficiente possibile. Inoltre il fondamentale costrutto che distingue la terapia breve strategica, non solo dalla terapia sistemica o familiare o da tutte le altre terapie e' l'uso di stratagemmi. E' l'idea che il cambiamento avvenga grazie a l'uso di stratagemmi terapeutici che fanno cambiare la percezione della realta' delle persone senza che questi dapprima se ne rendano conto, per poi portarli alla consapevolezza a cambiamento avvenuto. E questo ovviamente permette di aggirare la resistenza rapidamente e di ottenere risultati in maniera molto molto piu' rapida. Questo costrutto inverte completamente la metodologia della maggioranza delle terapie che partono dall'idea che le persone devono diventare consapevoli delle cause dei problemi o della struttura dei problemi per poi affrontarli.

Si usa dire che per gli psicoterapeuti oggi non ci siano piu' spazi di lavoro. Lei cosa ne pensa?

Io contesto completamente questa cosa perche' tutti i miei allievi formati negli ultimi dieci anni lavorano a pieno ritmo. Dipende cosa si offre al mercato. Certo io credo che non ci sia piu' spazio per terapie infinite, per terapie che non sono in grado di garantire efficacia ed efficienza, per terapie fumose. Ma se la terapia come nel nostro caso parte dal presupposto che ci si dia un tempo limitato di 10 sedute per vedere i risultati e incidiamo piu' noi stessi piu' che i pazienti a lavorare in un certo modo, ed e' tutto chiaro. Il segreto e' che non ci sono segreti, non c'e' nessuna cosa nascosta, tutto quello che si fa, anche l'uso di stratagemmi, viene sempre spiegato, successivamente e tutto questo viene reso in modo limpido accessibile alla comunita' non solo scientifica, ma anche delle persone, credo che invece ci sia grandissimo spazio. Lei consideri che presso il nostro centro di Arezzo arrivano piu' di 1000 pazienti l'anno e che arrivano non solo da tutta Italia ma anche dall'estero e tutti i miei collaboratori che sono sia in Italia che nei vari paesi europei, USA e Australia lavorano tutti a pieno ritmo. L'importante e' poter garantire e sentire i risultati in tempi brevi e con tecniche che siano, come dire, dichiarabili e limpide.

Cosa consiglierebbe ad un neo collega che vuole fare il terapeuta?

Prima di tutto qualunque tipo di approccio lo attragga deve cercare di impararlo, come dicevamo prima, imitando il maestro ma poi cercando il maestro dentro di se, ma soprattutto valutando in modo concreto quanto l'approccio sia in grado di dare risultati che possano essere davvero realizzabili e dimostrabili e cercare il piu' possibile di evitare quello che si chiama "il delitto dello stato sia" nel senso di attaccarsi ad una teoria, farla diventare cardine della sua personalita' e non smuoversi piu' da quella. Io cito sempre il mio amico F. Niezstche il quale sosteneva "...nella gaia scienza che tutto cio' che e' assoluto appartiene alla patologia..." anche una teoria sulla psicologia, sulla psicopatologia

Ci potrebbe raccontare un aneddoto della sua vita?

Ce n'e' piu' di uno, deve riguardare la terapia o la mia vita personale?

Magari entrambi.....

Primo aneddoto, tra l'altro raccontato nel mio libro "paura, panico, fobia". e' l'aneddoto di come e' stata messa a punto una prescrizione, che e' stata esportata un po' ovunque sul trattamento dell'agorafobia. Avevo di fronte a me una signora affetta da agorafobia. Era una giornata caldissima, siamo nel 1985 era proprio l'inizio dello studio dei protocolli dei trattamenti dei disturbi fobico-ossessivi. Mi alzo, vado ad aprire la tenda perche' faceva molto caldo, e si stacca il palo della tenda che dall'alto di un soffitto di un palazzo antico mi cade direttamente in testa, ma non con la parte tonda, ma con la parte appuntita, mi fa un bello sbraco in testa. Li' per li' non me ne accorgo, quindi mi siedo, continuo a parlare con la paziente che vedo sbiancare e mi dico: "va beh e' una fobica". Sento caldo, mi vedo tutto il sangue addosso, corro al bagno mi lavo la testa e vedo che c'e' un bel taglio, torno di qua e impaurito dico alla signora: "io devo andare al pronto soccorso" e lei: "non si preoccupi l'accompagno io". Scende con me, si mette alla guida della mia auto, considerando che da anni non guidava auto, non si spostava da sola neanche per dieci metri da casa, mi porta al pronto soccorso, mi accudisce mentre mi mettono i punti e mi riporta indietro allo studio. Il marito che era tornato a prendere la moglie, aspetta per la strada, perche' non aveva trovato nessuno e vede arrivare la moglie che guida un auto e gli sembrava un miracolo, con me con questa bella "piccettona" in testa. Questo e' stato incredibile perche' mi ha fatto pensare come sarebbe stato fantastico inventare uno stratagemma che funzionasse allo stesso modo ovvero: spostare tutta l'attenzione dal controllo delle proprie reazioni al compito, alla situazione. Cosi' e' stata messa a punto la famosa prescrizione di mandare le persone, con un linguaggio suggestivo, facendo delle piroette a comprare una mela grossa, rossa e matura intorno al mio studio e tornare facendo delle piroette con la mela in mano che permette di sbloccare cosi' rapidamente pazienti che magari hanno un comportamento agorafobico radicato da decenni. Questo e' quello clinico.

Quello personale. e' stato qualche anno fa quando ero alle isole Hawaii, ero all'ultima isola, dove hanno girato Jurassic Park. Dall'enormita' di queste spiagge dell'albergo dove ero, vedo queste persone che fanno uno sport che si chiama Body surf: consiste nell'utilizzare il proprio corpo come una tavola nuotando sopra le onde fino a scivolare vicino la riva. Sono stato sempre un ottimo nuotatore, il nuoto e' stato il mio sport fin da ragazzo. Vedo questi che usavano delle strane pinne corte, penso che non ne ho bisogno, quindi entro in acqua. Mi accorgo della potenza dell'oceano pacifico, che e' tutto meno che pacifico, le onde che mi portano fuori, io buco le onde e poi torno cavalcando la prima onda imitando le persone, mi diverto moltissimo a fare bodysurf. La tragedia arriva dopo quando mi rendo conto a cosa servissero le pinne, non a cavalcare le onde, ma a tornare a riva, nel senso che il risucchio delle onde era talmente forte che io facevo 10 metri avanti e 11 indietro e nel frattempo spaccavano le onde dietro di me che sembravano dei palazzi che ti cadevano addosso ed io dovevo sempre immergermi per non esserne travolto. Fino a che, stanco con un errore di tempo mi immergo in ritardo e un'onda si abbatte su di me mentre ero immerso solo fino ai piedi, quindi non del tutto, e mi fa girare come una trottola. Non so per quanto tempo sono stato sott'acqua in mezzo alle bollicine. e' stata la volta in cui mi sono detto: "questa volta muoio, perche' sono stato un idiota". Mi veniva voglia di nuotare, poi ho pensato "sono in mezzo alle bollicine dove nuoto? Se nuoto dalla parte sbagliata finisco per andare sott'acqua invece che tornare su..." e devo dire che e' stata sicuramente l'esperienza di massima paura della mia vita. A quel punto per fortuna, non so se e' stata l'esperienza dei trattamenti dei disturbi fobici o l'esperienza con l'acqua, ho pensato che l'unica cosa che dovevo fare era stare fermo. Come dice un antico detto Zen "quando tutto il mondo gira attorno a te, cerca di stare fermo". Sono stato fermo e dopo non so quanto tempo l'acqua mi ha riportato a casa, a circa 500 metri dal punto dov'ero in mezzo al mare, dietro le onde. Ovviamente sono scoppiato con i polmoni per respirare e a quel punto ho dovuto fare ricorso ad un po' d'intelligenza strategica per tornare a riva, quindi sono tornato. Ho pensato che l'unico modo era fruttare il piu' possibile la spinta delle onde, ho aspettato l'onda piu' grande, quando l'ho cavalcata sono scivolato invece di rimanere fermo sulla scia. Quando sono arrivato nel massimo della spinta ho continuato a nuotare e sono arrivato sulla spiaggia come gatto silvestro, cioe' come un razzo strusciando tutto il mio corpo sulle pietre e su tutto quello che c'era. Sono uscito graffiato fino alla punta dei piedi, pero' salvo.

Cosa le ha insegnato questa esperienza?

Questa esperienza mi ha insegnato una cosa molto importante, mai sopravvalutare se stessi, mai sottovalutare le circostanze... quindi l'umilta'. Ho avuto la fortuna di essere diventato fra virgolette "celebre molto giovane", sono piu' di 10 anni che giro il mondo a fare conferenze, seminari. Ho incontrato molti personaggi nel nostro campo, e non solo. Tra le persone piu' famose ed importanti di veri grandi ne ho conosciuti pochi che siano veramente grandi, e quei pochi veramente grandi hanno una caratteristica fondamentale: l'umilta'. Questa e' stata una bella lezione!

 

Il Problem Solving

Problem Solving significa letteralmente “risolvere problemi”. Il termine è stato utilizzato originariamente soprattutto in riferimento ai problemi logico-matematici, ma negli ultimi anni è stato sempre più utilizzato per riferirsi allo studio delle abilità e dei processi implicati nell’affrontare i problemi di ogni genere (da quelli pratici e organizzativi, a quelli comunicazionali e psicologici) in modo positivo ed efficace.

Il Problem solving come abilità generale di approccio ai problemi, viene insegnato ormai da molti anni con notevoli risultati in vari ambiti: nelle organizzazioni, nel business, nell'insegnamento, nel coaching, nel counseling e in psicoterapia. In ciascuno di questi campi, la sua utilizzazione si è affermata come strumento principe per incrementare le abilità di management, di insegnamento, nella relazione di aiuto e per migliorare la comunicazione tra le persone e la crescita personale.

A seconda dell'ambito di utilizzazione del Problem solving, sono stati individuati strumenti specifici che consentono di inquadrare i problemi in modo accurato. Tuttavia le abilità di base ed i processi fondamentali di Problem solving sono gli stessi, qualunque sia il campo di applicazione.

Negli ultimi dieci, quindici anni, è stato sperimentato con successo l'insegnamento dei fondamenti del Problem solving in condizioni di disagio psicologico e sociale con notevoli risultati. Per cui il Problem Solving è divenuto uno strumento essenziale nella psicoterapia, nel counseling, nell'insegnamento, nella psicoeducazione, nella riabilitazione psichiatrica e come inquadramento della relazione di aiuto.

L’arte di risolvere i problemi si compone di diverse abilità. Tutti ne siamo dotati in qualche misura, ma è ben difficile che le possediamo tutte in grado elevato. Un buon risolutore di problemi non è necessariamente, contemporaneamente, un genio creativo come Pablo Picasso, un forte ragionatore come Immanuel Kant, e non è necessariamente un impeccabile e rigoroso Sherlock Holmes, e, allo stesso tempo, una persona dotata di straordinario senso pratico e di fulminante capacità di improvvisazione come James Bond.

Un buon solutore di problemi è colui che possiede tutte queste abilità in modo saldo e stabile, armonico e bilanciato.

Problemi, ostacoli, obiettivi e soluzioni

I problemi esistono in quanto esistono degli obiettivi.

Ci accorgiamo di avere un problema quando incontriamo una difficoltà sul nostro cammino, quando ciò che stiamo facendo non consente di ottenere gli effetti desiderati.

Quando ci rendiamo conto di avere un problema (sia perché ci accorgiamo di uno specifico ostacolo, sia perché viviamo uno stato di disagio), ci stiamo trovando, in realtà, di fronte alla necessità, se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi, di cambiare qualcosa nel nostro modo di vedere, sentire e capire le cose e nel nostro comportamento.

Se non ci accorgiamo di questa necessità, si genera un opprimente paradosso: più rimaniamo ancorati all’ostacolo o al disagio, concentrandoci su di essi nel tentativo di trovare soluzioni, meno ci riusciamo. E ciò accade perché ripercorriamo mentalmente e con il comportamento sempre le stesse vie, che sono quelle che in realtà sostengono il problema. Per risolvere il problema dobbiamo, invece, cambiare qualcosa. Dobbiamo inventare dei percorsi alternativi, nuovi, efficaci, per raggiungere i nostri obiettivi.

Il Problem solving è dunque l’arte delle strategie per raggiungere gli obiettivi.

Un obiettivo è uno stato al quale aspiriamo consapevolmente, a partire dal nostro stato attuale.

Un problema è una condizione in cui ciò che stiamo facendo, o le azioni che compiamo abitualmente, o le conoscenze che abbiamo non sono sufficienti per raggiungere i nostri obiettivi; da ciò risulta uno stato di disagio e l’identificazione di ostacoli nel nostro cammino. Un problema è un implicito invito al cambiamento.

Un ostacolo è l’insieme degli impedimenti a procedere come di consueto o secondo le nostre conoscenze ed esperienze, in direzione di un obiettivo.

Una soluzione è l’insieme dei cambiamenti nello stato mentale e nei comportamenti che ci consentono di raggiungere il nostro obiettivo. Non sempre le soluzioni coincidono con la rimozione di ostacoli.

Un problema è pertanto il riconoscimento della necessità di inventare e sperimentare dei cambiamenti che ci consentano di raggiungere i nostri obiettivi. Avere un problema significa che la nostra mappa della realtà è insufficiente, e che se vogliamo raggiungere il nostro obiettivo dobbiamo impegnarci a modificarla, ampliarla o integrarla; quindi dobbiamo individuare, inventare e sperimentare stati mentali e comportamenti nuovi.


Le fasi del problem solving

Sebbene un processo di PS comprenda numerosi passaggi che possono essere variamente intrecciati ed integrati tra di loro, possiamo suddividerlo complessivamente in 4 fasi.

 

Prima fase: identifichiamo il problema/obiettivo.
Seconda fase: generiamo delle possibili soluzioni.
Terza fase: scegliamo, valutiamo e pianifichiamo la soluzione.
Quarta fase: eseguiamo il piano e valutiamo i risultati.

 

Ogni fase ha un suo preciso scopo e si avvale di uno specifico atteggiamento mentale.

La prima fase serve per conoscere bene la natura del problema e degli obiettivi. Presuppone un atteggiamento osservativo o conoscitivo. Conoscere, però, ha qui un significato più ampio di quello normalmente attribuito a questa parola. Non si tratta di conoscenza logico-scientifica, ma di avere accesso agli aspetti più profondi della nostra vita, si tratta di ri-conoscere ed accettare i nostri autentici bisogni, i nostri desideri, le nostre esigenze e, perché no, le nostre paure. Di questo aspetto abbiamo parlato nelle pagine precedenti.

La seconda fase è decisamente la più creativa del PS in quanto ha come scopo quello di generare soluzioni possibili. Si richiede un atteggiamento che lasci campo libero al pensiero e permetta di abbandonarsi alle proprie visioni, intuizioni, sensazioni e persino emozioni. In questa fase è importante lasciare la mente libera di collegare tra di loro elementi apparentemente lontani, avere accesso alle nostre risorse e formulare anche quelle ipotesi che normalmente escluderemmo perché apparentemente poco realistiche o incompatibili con le nostre idee di fondo. La ricerca di soluzioni, infatti, richiede a volte l’abbandono di alcune convinzioni che ci hanno guidato in precedenza, oppure la loro integrazione o modifica.

La terza fase ha lo scopo di produrre dei veri e propri piani di azione dettagliati. Presuppone un atteggiamento realistico e critico. Quando le idee diventano progetti, è importante valutare il loro grado di realismo, cioè il loro impatto con la realtà.

La quarta fase è l’esecuzione del piano. Il suo scopo è di rendere effettivo il progetto e include la valutazione empirica della sua efficacia. È caratterizzata da un atteggiamento mentale operativo, pratico, esecutivo.

Le diverse fasi ed i diversi atteggiamenti mentali (conoscitivo, creativo, critico ed esecutivo) fanno parte della stessa squadra ed è bene che imparino a lavorare per lo stesso scopo, invece di giocare l’uno contro l’altro, come invece a volte accade.

In un gruppo di lavoro o in una famiglia, ad esempio, è possibile che persone con uno stile cognitivo maggiormente tendente all’esame critico della realtà vengano percepite come “bastoni tra le ruote” quando si tratta di fare qualcosa. Allo stesso modo, chi tende ad una esuberante produzione creativa, può essere considerato “avventato” e inconcludente dalle componenti realistiche del gruppo.

Nessun problema può essere affrontato e superato solo con la chiarezza delle idee o solo con la creatività, né è possibile farlo solo con la critica, il realismo o un buon atteggiamento pratico. Tutte queste componenti sono indispensabili. Perciò a nulla vale biasimare chi, in un gruppo di persone, abbia una maggiore predisposizione ad un tipo di atteggiamento rispetto agli altri. Il suo ruolo deve essere valorizzato ed utilizzato per il buon funzionamento di tutto il gruppo.

A volte, quando affrontiamo il PS da soli, questa lotta avviene tra le varie parti di noi stessi. In questo caso il nostro scopo sarà quello di attivare, stimolare e far crescere le parti più “pigre”, contribuendo così alla nostra crescita complessiva. In tal caso, il Problem Solving può essere considerato, a ragione, l’arte di armonizzare le nostre parti creative con quelle osservative, realistiche e pratiche e di orientarle agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Ecco una sintesi delle quattro fasi del Problem Solving.

 

Fase I (Osservativa)
IDENTIFICARE IL PROBLEMA/OBIETTIVO
1. Definire l’obiettivo.
2. Analizzare gli ostacoli.

 

Fase II (Creativa)
TROVARE LE SOLUZIONI
1. Generare le idee (Brain Storming).
2. Trasformare delle idee generiche in opzioni concrete.

 

Fase III (Critica-realistica)
VALUTARE E PIANIFICARE
1. Valutare efficacia, fattibilità e conseguenze.
2. Scegliere la soluzione.
3. Pianificare (chi, cosa, quando, come e con quali risorse).

 

Fase IV (Esecutiva)
METTERE IN PRATICA
1. Eseguire il piano.
2. Valutare i risultati.

 

 

 

 

 

 

 
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