Mistica e Psicologia

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Discorsi Meditativi di Mistici Rivoluzionari

OSHO - Krishnamurti

 

“Il futuro uscirà da questo presente”

 

 

Indice: Introduzione alla vita - Ho sentito una storia... - Mi ami? - Per paura... - Paura della vita  - Chi ha paura della morte? - Che cos’è questa paura? - Paura e senso di colpa - Sulla soglia dell’ignoto - Il bambino in panico - Che cosa è la paura? - Le quattro Grandi Paure dei Bambino Interiore Ferito - Le nostre paure sono mascherate da rifiuto - Da dove nasce la paura? - Il primo passo è accettare la paura - Giudicare: un male dell’anima - “Il segreto dei 15 lumi” - Sufi di ora e di allora. Tanti mondi, un solo mondo - La mistica secondo le Tradizioni - Parole di Osho… - Il tuo potenziale - La meditazione - I sogni - Il vuoto interiore - Lo scopo di questi discorsi - Cosa dicono i dottori sulle meditazioni  dinamiche di Osho - E per creare l'uomo nuovo devi cominciare proprio da te - Una nuova educazione per l’uomo nuovo - La psicologia della rabbia - Il conflitto religioso - L’evoluzione - U.G.K. Uppaluri Gopala Krishnamurti - Il coraggio di essere liberi dal passato - Uppaluri Gopala Krishnamurti - U.G. I primi anni - L’incontro con Ramana Maharishi - La frequentazione con Jiddu Krishanamurti - Il periodo di Londra - Il periodo Svizzero - La calamità

 

 

Esistono due tipi di persone: quelle che continuano a pensare al futuro, senza preoccuparsi affatto del presente; e quelle che non se ne preoccupano. Io non penso al futuro, sono un tipo di persona completamente diverso: il futuro non ha importanza. Tutto il mio sforzo è abbellire questo momento presente, rendere la gente più celebrativa e felice, darle un bagliore della beatitudine, portare la risata nella loro vita. A quel punto il futuro si prenderà cura di se stesso. Non abbiamo bisogno di preoccuparci del futuro, viene da sé; deriva da questo momento. Lasciamo che questo momento sia di grande celebrazione…

 

Trasforma in meglio

Il peggio:

questa è l’arte di vivere.


L’uomo è la più grande fioritura di questa Terra, l’essere più evoluto. Nessun uccello può intonare il tuo canto: la sua musica è solo rumore, anche se bellissima perché frutto della sua innocenza. Tu puoi intonare canti assai più belli e ricchi di significato. Ma la gente si chiede sempre: «Cosa avrò mai da dare io?».
Gli alberi, le stelle e i fiumi sono bellissimi.., ma hai mai visto qualcosa dì più bello di un viso umano? Hai mai incontrato qualcosa di più splendido dei suoi occhi? Su tutta la Terra non esiste nulla di più delicato; nessuna rosa o fiore di loto può reggere il confronto. E quale profondità! Ma tu ti chiedi: «Cos’ho da offrire in amore?».
In realtà, quando qualcuno ti ama, resti un po’ sorpreso. «Me?! Quella persona ama me?!» Nella mente sorge questa idea: «E perché non mi conosce, ecco perché. Se mi conoscesse e potesse scrutare dentro di me, non mi amerebbe mai». Per questo gli amanti cominciano a nascondersi l’uno all’altra. Mantengono molte cose private, non aprono i loro segreti, perché hanno paura che così facendo l’amore scompaia: nel momento in cui aprissero il loro cuore, svanirebbe inevitabilmente. Non sanno amare se stessi: come POSSONO concepire che qualcun altro li ami?
L’amore comincia dall’amore di sé. Non essere egoista, ma ama te stesso, senza restarne ossessionato o diventare un Narciso: sono due cose diverse. L’amore per sé è un fenomeno fondamentale. Solo allora puoi amare qualcun altro. Accettati e amati: sei una creazione dell’Esistenza Luminosa. Porti la sua Firma, sei unico, speciale. Nessun altro è mai stato come te e nessuno lo sarà mai; sei semplicemente incomparabile. Accetta, ama e celebra ciò che sei, e in quella celebrazione comincerai a vedere l’unicità e l’incomparabile bellezza degli altri. L’amore è possibile solo quando esiste una profonda accettazione di se stessi, dell’altro e del mondo. L’accettazione crea l’ambiente in cui l’amore cresce, il terreno su cui fiorisce. L’amore non è una relazione, è un relazionarsi. Una relazione è qualcosa di finito e porta all’immobilità completa, è la fine di una luna di miele. Ora non esiste più né gioia né entusiasmo: tutto è cessato. Puoi portare avanti la relazione per mantenere la tua promessa, perché è comoda, conveniente, sicura, perché non c’è altro da fare, perché se la rompessi ti ritroveresti nei guai. Relazione vuol dire qualcosa di chiuso, completo, finito. L’amore non è mai una relazione: è un relazionarsi. E’ sempre un fiume che scorre senza posa. L’amore non conosce alcuna stasi; la luna di miele comincia, ma non finisce mai. Non è come un romanzo, che inizia da un certo punto e termina in un altro. E’ un fenomeno che continua senza Fine. Le relazioni finiscono, ma l’amore continua. E senza fine, E’ un verbo, non un nome. Ma perché riduciamo la bellezza del relazionarsi a una relazione? Perché abbiamo tanta fretta? Perché relazionarsi è insicuro, mentre una relazione è una cosa certa. La relazione è sicura, mentre il relazionarsi è solo l’incontro di due sconosciuti, forse solo per una notte, pronti a dirsi addio al mattino. Chissà cosa accadrà domani? Abbiamo così paura che vorremmo renderla una cosa certa e prevedibile, Vorremmo che il domani assecondasse le nostre idee, senza permettergli di seguire il suo corso. Ecco perché riduciamo immediatamente tutti i verbi a un nome.

Quando ami una persona cominci subito a pensare al matrimonio, a un contratto legale. Perché? Cosa c’entra la legge con l’amore? C’entra, perché manca l’amore. E solo una fantasia che sai essere effimera. E prima che scompaia è bene sistemare le cose, adoperarsi affinché diventi impossibile separarsi.
In un mondo migliore, con più gente meditativa e un po’ più di illuminazione diffusa sul pianeta, la gente amerà enormemente, ma il suo amore sarà un relazionarsi, non diventerà una relazione. Non voglio dire che resterà solo momentaneo; è più che probabile che possa svilupparsi a profondità maggiori di quelle attuali, possedere una qualità più elevata di intimità e una presenza maggiore di divinità e di poesia, di quanto non accada a te. E c’è ogni probabilità che possa durare più a lungo delle tue cosiddette relazioni, senza essere garantito né dalla legge né dal tribunale o dal poliziotto. La garanzia sarà interiore. Sarà un pegno che promana dal cuore, una comunione silenziosa. Se sei felice di stare con qualcuno, vorrai starci sempre di più. Se l’intimità ti rende estatico, vorrai esplorarla sempre di più.

Esistono Fiori dell’amore che sbocciano solo dopo una lunga intimità, e ne esistono altri che sono stagionali: in sei settimane si aprono al Sole, e dopo altre sei sono spariti per sempre. Esistono fiori che impiegano anni per spuntare, e ce ne sono altri che impiegano ancora più tempo. Più lunga l’attesa, maggiore sarà la profondità.
Ma deve essere un impegno da cuore a cuore. Non deve essere nemmeno verbalizzato, perché ciò vorrebbe dire profanarlo. Deve essere un impegno silenzioso, da occhio a occhio, da cuore a cuore e da essere a essere. Va compreso, non detto. E’ orribile, disumano, vedere le persone che vanno in chiesa o in municipio per sposarsi. Dimostra semplicemente che non si fidano l’uno dell’altro; hanno più Fiducia nel rappresentante dello Stato che nella propria voce interiore. Dimostra che non riescono ad aver fiducia nell’amore, ma nella legge.

Dimenticati le relazioni e impara a relazionarti. Quando sei in una relazione cominci a darti per scontato. Ecco ciò che distrugge le storie d’amore. La donna pensa di conoscere l’uomo e l’uomo pensa di conoscere la donna. Nessuno invece sa nulla. E impossibile conoscere l’altro: resta un mistero. E dare per scontato è irrispettoso, offensivo. Pensare di conoscere tua moglie è molto, molto presuntuoso. Come puoi conoscere quella donna? Come puoi conoscere quell’uomo? Sono processi, non cose. La donna che hai conosciuto ieri, oggi non c’è più. Tantissima acqua è passata nel Gange: è sempre un’altra, totalmente diversa. Relazionati daccapo, ricomincia di nuovo, non darla per scontata. E osserva in viso l’uomo con cui hai dormito l’altra notte. Non è più la stessa persona, è cambiato moltissimo; tantissime cose, in numero incalcolabile, sono cambiate. Questa è la differenza tra una cosa e una persona. I mobili della stanza sono gli stessi, ma l’uomo e la donna no. Esplora ancora, ricomincia di nuovo. Ecco il significato del relazionarsi. Relazionarsi vuol dire ricominciare in continuazione, sforzarsi sempre di arrivare a conoscersi e acquisire familiarità con l’altro, presentarsi e ripresentarsi sempre e di nuovo: provare a scorgere tutte le sfaccettature della personalità altrui, andare sempre più in profondità nel mondo dei suoi sentimenti, nei più profondi recessi del suo essere; tentare di sciogliere un mistero che non può essere sciolto. Questa è la gioia dell’amore: l’esplorazione della consapevolezza. E se ti relazioni, senza scadere nella relazione, l’altro diventerà uno specchio. Esplorandolo, esplorerai te stesso senza accorgertene. Scendendo in profondità nell’altro e arrivando a conoscere i suoi sentimenti, i suoi pensieri e i moti più profondi del suo animo, conoscerai anche i moti del tuo animo. Gli amanti diventano uno specchio l’uno dell’altro, e l’amore si trasforma in una meditazione. La relazione è brutta, il relazionarsi è splendido.

Nella relazione entrambe le persone diventano cieche l’una dell’altra. Prova a pensarci: quanto tempo è passato dall’ultima volta che hai guardato tua moglie, o tuo marito negli occhi? Forse anni. Dai già per scontato di conoscerla o conoscerlo. Cosa c’è da guardare ancora? Ti interessano più gli sconosciuti che le persone che conosci; perché di queste credi di conoscere l’intera conformazione dei loro corpi, il modo in cui rispondono, tutto ciò che è successo e si ripeterà di nuovo. È un circolo vizioso. Non è così, in realtà non è così. Nulla mai si ripete: tutto è nuovo ogni giorno. Solo i tuoi occhi e le tue supposizioni invecchiano; solo sul tuo specchio si raccoglie la polvere che ti rende incapace di riflettere l’altro.

Per questo dico: “Relazionati”. E con questo voglio dire: «Resta sempre in luna di miele». Continuate sempre a cercare e a indagarvi l’un l’altra, a trovare nuovi modi di stare insieme e di amarvi. E ogni persona è un tale mistero infinito, imprevedibile e insondabile, che non si può mai dire: «Io la conosco» o «Lo conosco». Tutt’al più si può affermare: «Ho fatto de mio meglio per conoscerlo, ma il mistero resta tale». Di fatto, più conosci, più l’altro diventa misterioso. Allora l’amore è un’avventura senza fine.

La gelosia non ha nulla a che fare con l’amore. In pratica, il tuo cosiddetto amore non ha nulla a che fare con l’amore. È una bellissima parola che usi senza conoscerne il significato, senza aver sperimentato cosa voglia dire. Continui a usare la parola «amore»; la usi al punto da aver dimenticato che non l’hai ancora sperimentata. Ecco uno dei pericoli nell’usare parole cosi belle; «Dio>’, «amore», «nirvana», «preghiera», parole splendide. Continui a ripeterle, e a poco a poco la ripetizione stessa ti dà la sensazione di sapere cosa vogliano dire.  Cosa sai dell’amore? Se ne sapessi qualcosa, non potresti interrogarmi sulla gelosia, perché non è mai presente nell’amore. E ogni volta che è presente la gelosia, l’amore è assente. La gelosia non è parte dell’amore, ma della possessività. La possessività non ha nulla a che vedere con l’amore. Tu vuoi possedere: attraverso il possesso ti senti forte, il tuo territorio è più grande. E se qualcun altro provasse a oltrepassarlo, ti arrabbieresti. Se qualcuno avesse una casa più grande della tua, ti sentiresti geloso. Se qualcuno provasse a spogliarti della tua proprietà, ti sentiresti furente e geloso. Se ami, la gelosia è impossibile.

 

Prendi le cose con semplicità,

non essere serio.

La vita è un gioco,

se lo comprendi in te affiora

un intimo divertimento.

 

Ho sentito raccontare…Nel gelido Yukon, due cacciatori si fermano all’ultimo emporio per fare rifornimento in vista del lungo, buio inverno. Dopo aver caricato le loro slitte con farina, cibo in scatola, kerosene, fiammiferi e munizioni, sono pronti per sopravvivere nella distesa di neve che li aspetta. «Aspettate un secondo, ragazzi» dice loro il negoziante. «Che ne dite di prendere una di queste?», e mostra loro una larga asse ricurva simile a una clessidra. «Che cos’è?» chiede uno dei cacciatori. Il negoziante strizza l’occhio. «Si chiama asse dell’amore. Potete abbracciarla quando vi sentite soli. » «Ne prendiamo due!» esclamano gli uomini. Sei mesi dopo, uno dei cacciatori, barbuto e smunto, fa ritorno all’emporio. «Dov’è il tuo compagno?» chiede il negoziante. « Ho dovuto farlo fuori » brontolò il cacciatore. «L’ho sorpreso mentre si dava da fare con la mia asse dell’amore!»

La gelosia non ha nulla a che fare con l’amore. Se ami la tua donna o il tuo uomo, come puoi essere geloso? Se la tua donna ride con qualcun altro, come puoi essere geloso? Sarai felice, perché la tua donna è felice; la sua felicità è la tua. Come puoi pensare contro la sua felicità? Ma guarda, osserva. Hai riso di questa storia, ma è ciò che accade ovunque, in ogni famiglia. La moglie diventa gelosa perfino del giornale, se il marito continua a leggerlo. Arriva a strapparglielo di mano: diventa gelosa. Il giornale distrae l’attenzione del marito: mentre lei è presente, come osa leggere il giornale? E un’offesa! Mentre c’è lei, deve essere totalmente posseduto da lei. Il giornale diventa un rivale.

Che dire poi se il rivale è un essere umano? Basta che davanti alla moglie il marito cominci a parlare con un’altra donna mostrandosi contento — il che è naturale: la gente si stanca l’uno dell’altra, e qualunque novità diventa interessante — perché lei si arrabbi. Quando vedi passare una coppia e l’uomo è triste, puoi star certo che lui è il marito. Se è contento, allora non sono sposati; lei non è sua moglie.
Una volta, in treno, viaggiavo nello stesso scompartimento con una donna. A ogni stazione si presentava un uomo che portava banane, oppure tè, gelati, o altre cose ancora. Chiesi alla donna: «Chi è quest’uomo?».
Disse: «E mio marito». Risposi: <Non posso crederci. Da quanto tempo siete sposati?»,
Si agitò un po’. Disse: «Poiché insisti, non siamo sposati. Come hai fatto a capirlo?’>.
Risposi: «Non ho mai visto un marito comparire a ogni stazione. Quando si libera della moglie, si presenta all’ultima stazione sperando che sia sparita da qualche parte. Portare qualcosa a ogni stazione... e andare avanti e indietro dal proprio scompartimento...?». Disse: «Hai ragione, non è mio marito, ma un suo amico>.
Tu non ami veramente il tuo uomo, la tua donna o il tuo amico. Se amassi, la sua felicità sarebbe la tua; se amassi, non creeresti alcuna possessività.

L’amore sa dare totale libertà; solo l’amore sa dare totale libertà. E se non la dà, non è amore, ma qualcos’altro. E un trip dell’ego.

Se hai una donna bellissima, la vuoi mostrare in giro, farla vedere a tutta la città, quasi fosse una tua proprietà. È come quando possiedi una bella macchina e ci vai in giro, perché tutti sappiano che nessuno ha una macchina così bella. Alla tua donna regali dei diamanti, ma non per amore: lei è un ornamento del tuo ego. La porti da un club all’altro, ma deve restarti attaccata e far sempre mostra di appartenerti. Qualsiasi violazione del tuo diritto è sufficiente a farti arrabbiare: in quel caso la puoi anche uccidere... E pensi di amarla. Dietro ogni cosa c’è sempre un grande ego in azione. Vogliamo che le persone siano come oggetti. Le possediamo come tali, le riduciamo a oggetti. E la stessa cosa vale anche per gli oggetti .in quanto tali.

 

La calamità più grande che possa accadere

A un uomo è di essere troppo serio e troppo pratico.

Dopotutto, un po’ di follia e di eccentricità

Fanno solo bene.


Ho sentito una storia...

Un prete e un rabbino, vicini di casa, erano sempre in competizione. Se i Cohen rimettevano a nuovo il loro viale, padre O’Flynn ripavimentava il suo, e così via. Un giorno il prete comprò una Jaguar nuova, per cui il rabbino dovette prendere una Bentley. Quando questi si affacciò alla finestra, vide il prete che versava acqua sul cofano della macchina. Aprì la finestra e urlò: «Ehi, lo sai che non si mette così l’acqua nel radiatore?>,. «Ah» disse il prete. «La sto battezzando con l’acqua santa, ed è molto più di quanto tu possa fare con la tua.» Poco dopo il prete rimase sbalordito vedendo il rabbino sdraiato in strada, con il seghetto in mano, che tagliava via un centimetro dal tubo di scappamento della sua macchina! Ecco la mente: sempre in competizione. Il rabbino, dovendo fare qualcosa, pratica la circoncisione. Questo è il modo in cui stiamo vivendo: il modo dell’ego. L’ego non conosce amore, né amicizia, né compassione. L’ego è aggressione, violenza. L’amore non contiene gelosia, non ha ombre. L’amore è tanto trasparente da non proiettarne alcuna. Non è un oggetto solido, è trasparenza. L’amore è l’unico fenomeno sulla Terra che non crei ombre.

 

Il primo passo per aprirti alla vita

È riconoscere la prigione nella quale vivi.

 

Mi ami?

No! Mai! Perché io non faccio nulla. Se tu senti il mio amore, non è perché ti amo; è perché io sono amore. Tu lo avverti, ma io non ho niente a che fare con questo. È come quando un fiore si apre e la sua fragranza si spande. Non è che il fiore stia facendo qualcosa per diffonderla, che ci sia uno sforzo da parte del fiore; non è che, poiché gli stavi passando vicino, il fiore ti ha inondato con la sua fragranza. Anche se non fosse passato nessuno, la fragranza avrebbe comunque aleggiato sul sentiero vuoto, lo avrebbe colmato di sé. Essa non è diretta; non c’è alcuno sforzo. Semplicemente è: il fiore è sbocciato. Non c’è niente da fare. Quando il fiore sboccia, la fragranza si spande. Quando realizzi la tua più intima essenza, l’amore si diffonde. L’amore è la fragranza. Quello che tu chiami amore non è amore. Quello che tu chiami amore può essere tante cose diverse, ma non è amore. Può essere sesso; può essere avidità; può essere solitudine; può essere dipendenza; può essere possessività; può essere tante altre cose, ma non è amore. L’amore è non-possessivo. L’amore non ha niente a che vedere con qualcun altro, è lo stato del tuo essere. Una relazione è possibile, ma l’amore non è relazione. Una relazione può esistere, ma l’amore non è confinato a essa. È al di là, è più di questo. L’amore è uno stato dell’essere. Quando è una relazione, non può essere amore, perché esistono i due. E quando due ego sono presenti è inevitabile che vi sia un conflitto costante. Perciò quello che tu chiami amore è una lotta costante. A volte succede che, quando siete stanchi non vi scontrate, ma appena siete pronti vi scontrate di nuovo.

Raramente accade che l’amore fluisca. Altrimenti, si tratta quasi sempre di un trip dell’ego. Stai cercando di manipolare l’altro; l’altro sta cercando di manipolare te. Stai cercando di possedere l’altro; l’altro sta cercando di possedere te. È politica, non e amore, sono giochi di potere Ecco perchè dall’amore nasce tanta infelicità, Se fosse stato amore, il mondo sarebbe stato un paradiso, non lo è. Anzi, non troverai un altro inferno più infernale di questo mondo. E come ha fatto a diventare un tale inferno? A partire dalle buone intenzioni.
Parlate dell’amore e sotto si nasconde qualcos’altro, che è velenoso. Parlate d’amor di patria e sotto si nasconde soltanto un profondo imperialismo, un nazionalismo malato. Parlate dell’amore della famiglia e sotto si nasconde soltanto l’odio per le altre famiglie. State insieme in una famiglia perché combattere da soli contro altre famiglie sarebbe difficile. State insieme come indiani perché separatamente sarebbe difficile combattere contro i pakistani. E lo stesso vale per il Pakistan, e per la Cina, e per l’America, e per la Russia. Lo stesso vale per tutto il mondo.

Siete in una condizione tale per cui non potete amare. Quando venite e mi chiedete dell’amore, ho sempre la sensazione che sia impossibile parlarne, perché voi volete dire una cosa e io ne intendo un’altra. Possiamo continuare a parlare per secoli e non ci sarà un incontro, un vero colloquio, perché voi avrete etichettato come “amore” una cosa che non lo è.

Rimuovi quell’etichetta; guarda il suo contenuto, guarda in profondità il suo contenuto: odio, rabbia, avidità, gelosia, ambizione, ambizione di potere, distruttività. No, io non ti amo in questo modo. E non ti amo in nessun altro modo. Perché l’amore, per me, non può essere un fare. Non puoi fare uno sforzo per raggiungerlo; l’amore non può essere “fatto”. Puoi essere amore, ma non lo puoi fare: allora l’amore ha una tremenda bellezza e una quiete, un silenzio. In quel caso l’amore diventa preghiera. Allora non c’è bisogno di andare in un altro tempio; lo stato d’amore è il tempio. E i saggi hasidici hanno sostenuto questo amore. Hanno amato il mondo; hanno amato il mondo ordinario d’un amore straordinario. Hanno vissuto nel mondo, vi sono fioriti. Non sono mai fuggiti: erano mariti, padri. Vivevano in modo molto ordinario.
A volte vedo che le persone che rinunciano al mondo sono dei profondi egoisti. Il loro rinunciare al mondo è in realtà un profondo fallimento del loro amore. Non sono riusciti ad amare, e poiché non sono riusciti ad amare il mondo è diventato penoso. Ma essi pensano che il mondo sia penoso. Pensano di essere infelici a causa degli altri.

Un marito lascia la moglie e va sull’Himalaya. Pensa che era nei guai, infelice, a causa della moglie. Questo è assolutamente sbagliato. Era nei guai, infelice, perché non era nello stato d’amore. Nello stato d’amore nessuno ti può rendete infelice. È impossibile. Un uomo che ha conosciuto l’amore rimane estatico.. incondizionatamente. Qualsiasi cosa succeda è irrilevante per lo stato del suo essere. Lo puoi uccidere, ma non puoi renderlo infelice. Lo puoi gettare in prigione, ma non puoi renderlo infelice. La sua libertà rimane totale. La sua libertà rimane intoccata, incorrotta.

 

Il mondo intero è un ciclone,

ma una volta trovato il centro,

il ciclone scompare: questo nulla è la vetta

suprema della consapevolezza.

 

Esistono le paure ed esiste a perenne aspirazione a cercare, a indagare. E io spero che non siano le tue paure a vincere, poiché chiunque vive soggiogato dalle paure, non vive affatto: è già morto.

La paura è parte della morte, non della vita. Il rischio, l’avventura, addentrarsi nell’ignoto, ecco che cos’è la vita! Dunque, cerca di comprendere le tue paure. E ricorda una cosa: non sostenerle, sono tue nemiche.
Sostieni l’aspirazione che è ancora viva dentro dite, rendila una fiamma tale da poter bruciare tutte quelle paure, allora potrai incamminati alla ricerca...

 

Per paura...

Per paura noi creiamo una divisione tra la vita e La morte.

Riteniamo che la vita sia buona e la morte cattiva, che la prima sia da desiderare e la seconda da evitare. Noi crediamo di doverci proteggere, in qualche modo, dalla morte. Questa idea assurda crea nella nostra vita un’angoscia profonda, perché una persona che si protegge dalla morte è incapace di vivere. Quella persona ha paura di espirare, quindi ha paura di inspirare, e di conseguenza è bloccata. Vive trascinandosi; la sua vita non è un fluire, non è più un fiume che scorre.

Se desideri veramente vivere, devi essere pronto a morire. Ma chi è, dentro dite, a temere la morte? La vita teme la morte? Non è possibile. Come può la vita temere qualcosa che fa parte del suo processo? Qualcos’altro in te la teme: il tuo io. L’io è contrario sia alla vita sia alla morte, l’io teme sia la vita sia la morte. Teme la vita perché ogni sforzo, ogni

passo verso la vita, avvicina la morte. Se vivi, ti avvicini alla morte. L’io teme la morte, quindi ha paura di vivere. L’io si limita a trascinarsi. Molte persone non sono né vive né morte, e questo è il peggio che ti possa capitare. Ogni volta che ti accade un istante di assoluta vitalità, vedi come, improvvisamente, è presente anche la morte. Accade in amore. Nell’amore la vita raggiunge il suo culmine, per questo la gente ne ha paura. Che cos’è questa paura dell’amore? È l’io... perché quando ami veramente una persona il tuo io inizia a sciogliersi. Non puoi amare se l’io è presente: diventa una barriera, e quando decidi di farla cadere l’io dirà: «Attenzione! Questa può essere una morte».  Ricorda: la morte dell’io non è la tua morte, ma la tua vera possibilità di vita. L’io è solo una crosta dura e priva di vita che ti avvolge: deve essere spezzata e buttata via. Si è formata naturalmente: come un viaggiatore che, nel corso del viaggio, ha raccolto polvere sul suo abito, sul suo corpo, e deve lavarsi per liberarsene.

Man mano che il tempo scorre, la polvere delle esperienze, della cultura, delle vite passate si deposita su di te. Quella polvere diventa il tuo io; si accumula e diventa una crosta attorno a te: deve essere spezzata e buttata via. Ci si deve lavare di continuo, ogni giorno, anzi ogni istante, in modo che non diventi una prigione. L’io ha paura dell’amore, perché con l’amore la vita raggiunge il suo culmine.., ma ogni volta che c’è un apice di vita, c’è un apice di morte: le due cose si accompagnano.

Nell’amore, nella meditazione, nella fiducia, ogni volta che la vita diventa totale, è presente la morte. Senza la morte, la vita non può essere totale. Ma l’io pensa sempre in termini di divisione, di dualità; separa ogni cosa. L’esistenza è indivisibile, non può essere divisa. I processi non possono essere distinti. Sai indicare il momento in cui sei nato? Quando veramente la tua esistenza ebbe inizio? La vita inizia quando il neonato comincia a respirare, quando emette il primo vagito? Oppure prima, quando lo spermatozoo penetra l’ovulo? Quando esattamente inizia la vita? È un processo senza fine e senza inizio. Non ha inizio.
Quando una persona muore? Quando smette di respirare? Molti yogin hanno dimostrato, su basi scientifiche, di poter fermare il respiro pur restando in vita, e di poter ritornare alla normalità dopo l’esperimento. Quindi, l’arresto del respiro non può essere la fine. Dove termina, allora, la vita? Non termina in alcun luogo e non ha inizio in alcun luogo. Siamo coinvolti nell’eternità.

Siamo esistiti dall’inizio, se mai un inizio c’è stato, e saremo qui fino alla fine, se mai una fine ci sarà. In realtà, non ci può essere alcun inizio e non ci può essere alcuna fine. Noi siamo vita, anche se le forme cambiano, anche se i corpi e le menti sono diverse.

Ciò che noi chiamiamo vita è solo l’identificazione con un certo corpo, con una cena mente, portamento, e ciò che noi definiamo morte non è altro che uscire da quella forma, da quel corpo, da quel concetto.
Coloro che hanno rivolto il loro sguardo all’interno, loro che hanno scoperto chi sono, hanno conosciuto un processo senza fine, eterno.

 

Forse puoi cambiare le condizioni esteriori:

non sarai mai soddisfatto

perché qualcosa dovrà sempre essere modificato.

Se non cambi dentro di te,

la dimensione esteriore sarà sempre imperfetta.

 

Esiste soltanto una paura fondamentale; tutte le altre piccole paure derivano dall’unica paura che ogni essere umano porta dentro di sé. Si ha paura di perdere se stessi. Può essere nella morte; può essere in amore, ma la paura è sempre la stessa: tu hai paura di perdere te stesso.

E la cosa strana è questa: solo coloro che non possiedono il proprio sé hanno paura di perdere se stessi. Coloro che possiedono se stessi, non hanno alcuna paura. Dunque, in realtà si tratta di un mettersi a nudo: non hai nulla da perdere, credi semplicemente di avere qualcosa da perdere.

 

Paura della vita
La gente ha paura della vita e ne ha paura perché la vita è possibile solo se sei in grado di essere selvaggio:
selvaggio nel tuo amore, selvaggio nel tuo canto, selvaggio nella tua danza. E qui dimora la paura.
Chi ha paura della morte?

No, non ho mai incontrato qualcuno che la temesse; viceversa, praticamente tutte le persone che ho incontrato hanno paura della vita. Lascia cadere questa paura della vita... infatti, puoi fare solo una delle due cose: puoi avere paura o puoi vivere, dipende da te. E che cosa c’è da temere tanto? Non puoi perdere nulla, non hai nulla da guadagnare. Abbandona ogni paura e tuffati totalmente nella vita. A un certo punto, un giorno, la morte arriverà come un ospite benvenuto non come un tuo nemico, e tu godrai della morte più di quanto abbia goduto la vita, poiché la morte ha la sua bellezza. E la morte è qualcosa di molto raro, accade una volta ogni tanto, la vita accade ogni giorno!

 

Che cos’è questa paura?

La paura è speciale…  quando non riesci a trovare alcun oggetto cui riferirla, quando non esiste alcun motivo di avere paura: in quel caso una persona è realmente terrorizzata. Se riesci a trovare un motivo, la mente si rilassa. Se riesci a rispondere al “perché?”,  la mente trova una spiegazione a cui aggrapparsi. Tutte le spiegazioni servono solo a razionalizzare le cose: non risolvono nulla, semplicemente, una volta avuta una spiegazione razionale, ti senti tranquillo. Ecco perché la gente continua ad andare dallo psicanalista: per trovare delle spiegazioni. Perfino la spiegazione più stupida è meglio di niente: perlomeno ti puoi aggrappare a qualcosa!

 

In Amore tu liberi l’altro e,

grazie alla sua liberazione,

liberi te stesso.

 

Paura e senso di colpa

La paura è naturale, il senso di colpa è una creazione dei preti. Il senso di colpa è un prodotto dell’uomo. La paura è qualcosa di innato, ed è essenziale: senza la paura non saresti in grado di sopravvivere. La paura è qualcosa di normale. Grazie alla paura, eviti di mettere una mano sul fuoco. Grazie alla paura, guidi a destra o a sinistra, rispettando il codice della strada del Paese in cui ti trovi. Grazie alla paura, eviti di ingerire veleni. Grazie alla paura, quando una macchina suona il clacson fai un balzo e ti sposti dalla strada. Se un bambino non avesse paura non avrebbe la benché minima possibilità di sopravvivere. La sua aura è un mezzo per proteggere la sua vita. Ma questa tendenza naturale a proteggerti può diventare eccessiva...
In sé non c’è nulla di male: hai il diritto di proteggerti, ricordalo. Hai una vita incredibilmente preziosa da proteggere, e la paura si limita soltanto ad aiutarti: la paura è intelligenza. Solo gli idioti non hanno paura, gli imbecilli non hanno paura; per questo devi proteggere quelle persone, altrimenti rischierebbero di bruciarsi o salterebbero dal tetto di un edificio, oppure si tufferebbero in mare, senza saper nuotare... potrebbero fare qualsiasi cosa! Ma esiste un’altra possibilità... La paura può diventare qualcosa di anormale. Non più un’emozione che ti preserva ma un sentimento che ti allontana dall’amore…

Che ti separa dalla tua sostanza luminosa, che ti isola dal mondo intero… e dove c’è paura non ci può mai essere amore… sono due correnti, come il giorno e la notte… sono due energie che circolano incessantemente e creano un processo… la paura e l’amore… da qui tutto prende forma… nel male o nel bene… tu puoi scegliere dove stare!

In realtà, non hai altre possibilità… solo due! da il tutto né è una conseguenza… tutte le forme prendono vita da queste due correnti… sta a te decidere dove stare… nella vita o nella morte, nell’amore o nella paura, nella luce o nel buio!

 

Sulla soglia dell’ignoto

Non sapere con esattezza di che paura si tratti, è un tipo di paura ottimo. Significa che ti trovi sulla soglia dell’ignoto. Quando la paura ha un qualsiasi oggetto di riferimento si tratta di una paura comune. Si ha paura della morte: è una paura comune, istintiva; non c’è nulla di grandioso in questo, nulla di speciale. Qualcuno teme la vecchiaia, le malattie, le disgrazie: si tratta di paure comuni, varietà coltivate nel proprio giardino.

Tu hai paura, non chiederti: «Perché?»...

 

Nelle tue mani hai solo questo istante di realtà.

E questo momento non tornerà mai più.

O lo vivi, oppure lo lasci per sempre non vissuto.


Il bambino in panico

“Incominci a cercare una donna o un uomo che possa creare un certo insieme organico con te, una unità nella tua vita, in modo che questa carenza costante, questo qualcosa che manca, questo pesante senso di incompletezza nel tuo essere Venga rimosso... Ma nessuno ha mai trovato una donna o un uomo in grado di esaudire il desiderio di diventate un insieme completo.”

Il nostro viaggio comincia esplorando la coscienza del bambino interiore. Queste sono le fondamenta della guarigione e del “ritorno a casa”. L’innocenza, la fiducia e la spontaneità con cui tutti nascemmo, sono state coperte a causa dei traumi che subimmo. Ciò che ora troviamo quando penetriamo la nostra vulnerabilità è un nucleo di paura, un mondo di paure molto profonde, di panico e addirittura di terrore. Chiameremo questo aspetto della coscienza della nostra infanzia “il bambino in panico”. Sin dalla più tenera età abbiamo imparato a trovare modi per compensare queste paure, profondamente insediate nel nostro essere, per poter sopravvivere. Il nostro bambino interiore ferito ha una sua propria mente, che opera abbastanza indipendentemente dal nostro adulto “compensato”. Lui — o lei — vive in un mondo tutto suo, basato sulle. esperienze e sui ricordi di un passato distante ma ancora molto vivo, che condiziona in maniera molto forte il presente. Il mio bambino interiore, per la maggior parte della mia vita, ha agito in maniera inconscia ma potentissima. Ora sono più consapevole di come si sente, di perché lo sente e in che modo operai; Esploriamo insieme il mondo di questo bambino fèrito.

In fondo alla coscienza del nostro bambino ferito c’è la paura, non riconosciuta né accettata. Ma il problema non è la paura: è la nostra mancanza di consapevolezza e di accettazione di questa paura a causare difficoltà. Sabotiamo la nostra creatività, la nostra autostima e le nostre relazioni perché rintanato nel nostro inconscio c’è un bambino che ha perso la sua fiducia in se stesso e negli altri, è profondamente spaventato e ha sofferto la fame d’amore. Quelbambino reagisce da quello spazio di paura, da quella mancanza d’amore, in molti modi inconsapevoli. La mente irrequieta, l’ansia e la velocità con la quale molti mangiano, parlano, si muovono e si tengono occupati sono alcuni dei sintomi con cui si manifesta il bambino in panico.
Ho dovuto lavorare un bel pò prima di poter cominciare a provare sensazioni attraverso il mio bambino interiore. Ho dovuto affrontare montagne di negazione e protezione. Quando finalmente arrivai al punto, compresi anche perché lo avevo così a lungo negato. Quello che scoprii era un bambino così pieno di paure, che talvolta mi domando ancora come ho fatto a sopravvivere. Anzi, come faccia ciascuno di noi a sopravvivere. Il nostro bambino interiore ferito non conosce la meditazione e non prende alcuna distanza dalle sue paure, che per tutta la vita abbiamo nascosto con uno schema inconscio di protezione. Il nostro comportamento dipendente è semplicemente uno sforzo per non sentire tutte le tremende paure che tratteniamo dentro di noi. Per anni e anni ho coperto le mie paure e la mia vulnerabilità con le “compensazioni”. Mi ero imposto uno sfinente programma di performance, per cui provavo, ma per fortuna riuscivo raramente, a essere sempre il migliore, qualsiasi cosa facessi. Ora so che il mio “bambino interiore in panico” si affacciava nei momenti di stress e di pressione. Era pronto a mostrarsi ogni volta che pensavo di arrivare in ritardo, ogni volta che temevo di sbagliare qualcosa o quando, in qualche modo, mi sentivo obbligato a fare “bene”. Naturalmente, pensavo sempre di non aver niente a che fare con quel panico, non avevo idea di dove provenisse e tentavo (con poco successo) di sopprimerlo meglio che potevo. La paura non ha mai fatto guadagnare dei punti nei circoli che frequentavo allora.

 

Solo se porti un pesce fuori dall’oceano,

capirà che quell’acqua era una benedizione.

Altrimenti non capirà mai di esistere nell’oceano, e che

Viverci è un dono meraviglioso:

deve essere portato a riva, lasciato sotto il sole cocente

sulla sabbia arida, solo così capirà il valore di quell’acqua.

E se riuscirà a tornare nell’oceano, quel pesce

Proverà una riconoscenza infinita.

La stessa cosa è vera per noi… anche noi

Dobbiamo perderci… per poi ritrovarci.

Che cosa è la paura?

Ora vedo che quel tipo di situazioni è soltanto la punta dell’iceberg. La nostra paura va molto più in profondità. E intensa. Abbiamo delle paure molto profonde legate alla sopravvivenza come guadagnare abbastanza soldi ed essere in grado di mantenerci. Temiamo di essere inadeguati sessualmente, temiamo le disfunzioni e l’impotenza. Tremiamo all’idea di non essere amati, di non essere desiderati o addirittura di esser respinti. Abbiamo paura che ci manchino di rispetto, che si abusi di noi, abbiamo paura di confrontarci con qualcuno, abbiamo paura di non sapere chi siamo. Abbiamo paura di non essere in grado di esprimere noi stessi, di essere insignificanti. A un livello più profondo, c’è sempre la paura del vuoto e della morte, probabilmente è alla base di tutte le altre.

Le paure del nostro essere e quelle del nostro bambino interiore sono differenti. Le prime riguardano il morire e lo scomparire, le seconde, invece, coinvolgono le attività della nostra vita, il nostro esporci e partecipare a essa. Il nostro lavoro riguarda quattro paure basilari del bambino interiore, tutte originate da qualche trauma infantile.

 

Repressione è vivere una vita diversa

Da quella per cui sei nato

È fare cose che non avresti mai voluto fare

È essere qualcuno che non sei tu.


Le quattro Grandi Paure dei Bambino Interiore Ferito;

 

1. la paura delle pressioni e delle aspettative
2. la paura del rifiuto e dell’abbandono

3. la paura di non avere spazio, di essere fraintesi o ignorati;

4. la paura di essere abusati o violati fisicamente o energeticamente.

 

Esplorando la mia paura di aprirmi e di fidarmi ho scoperto che si tratta sempre di una di queste quattro Grandi Paure. Ed è così anche per le persone con le quali lavoriamo nei seminari. Queste paure si affacciano in tutte le aree più importanti della nostra vita: la sessualità, la creatività, l’ autoaffermazione, la nostra capacità di sentire e relazionarsi con amanti, amici, conoscenti e figure che rappresentano l’autorità. Ma anziché fermarci e sentirle, siamo abituati a fuggirle in qualsiasi maniera possibile. Per molti aspetti, tanti modi di vivere nel mondo sono una massiccia compensazione per evitare di sentire la paura. Evitiamo di confrontarci con la morte circondandoci di così tanta sicurezza e di così tanto lusso per non sentire quanto siamo vulnerabili di fronte all’inaspettato. E’ un aspetto della nostra cultura che ci viene tramandato da genitori, insegnanti, religiosi e, in genere, da tutte le persone di cui riconosciamo l’autorità. Se vogliamo guarire dobbiamo confrontarci con le nostre paure, tutte le nostre paure. E sono proprio il punto di partenza quelle del bambino interiore ferito.

 

Maggiore è l’insicurezza, più grande

È l’opportunità per la tua anima di espandersi

E diventare fiera e impavida.

Maggiore è la protezione, più debole

Diverrai in ugual misura.

 

Le nostre paure sono mascherate da rifiuto

Per confrontare le nostre paure, comunque, dobbiamo prima convalidarle; dobbiamo riconoscere che ci sono e cercare di scoprire da dove vengano. Nel nostro condizionamento non c’è posto per la paura —. ci hanno insegnato a nasconderla. La nostra cultura non valuta molto l’onestà di chi riconosce la propria paura, non più di quanto riconosca che la paura ci viene inculcata molto profondamente. D’altra parte, come possiamo esprimere qualcosa con cui non siamo in contatto? La mascheriamo con la protezione, il rifiuto e l’inconsapevolezza, nascondendo la vulnerabilità sotto una maschera perché così abbiamo imparato a sopravvivere. In un modo o nell’altro ci siamo arrangiati, facendo finta che tutto fosse a posto. Abbiamo imparato come affrontarla. Rimaniamo ipnotizzati in una sorta di trance di quotidianità, senza riconoscere quanta paura stiamo nascondendo dentro di noi. Fintanto che rimaniamo in questa sorta di trance, ci inganniamo credendo che sia meno doloroso negare la paura piuttosto che lasciarla venire in superficie.
La nostra paura ci porta sempre più in profondità nell’isolamento e di solito non ce ne accorgiamo neppure. Ci isoliamo perché il nostro bambino interiore vive nella paura. Dal momento che siamo spesso separati da questo bambino spaventato, ci muoviamo secondo un modello di sopravvivenza in cui la condivisione dell’intimità è ridotta al minimo o è addirittura inesistente. In un incontro di presentazione dei miei seminari, ho di recente introdotto un esercizio preliminare per aiutare i partecipanti a entrare in contatto con la propria paura dell’intimità. Il nostro suggerimento era che ognuno condividesse con la persona che si trovava dì fronte — come se si trattasse di un amante o di un caro amico — qualsiasi paura inespressa riguardo il fatto di avvicinarsi. Dopo un po’ una donna alzò la mano, dicendo che non riusciva a trovare nulla di cui avesse paura.
Andai un po’ più a fondo e lei ammise che suo marito le prestava ascolto raramente; anzi, mentre lei gli rivolgeva la parola, di solito leggeva il giornale o faceva altro. Si scoprì che nessuno la stava ad ascoltare quando era bambina e che, effettivamente, non riusciva a immaginare che a qualcuno potesse interessare di perdere tempo con i suoi discorsi. Nessuno l’aveva mai amata a tal punto. Così aveva perso qualsiasi contatto con il suo bambino interiore - abbandonato e ignorato - e si era adattata a vivere senza la minima comunicazione intima. Aveva ricoperto tutte le sue paure con uno schema abituale di sopravvivenza, basato sulle sue privazioni infantili. Si tratta di un fenomeno comune.

 

La vita non è un problema, ma un mistero:

non lo puoi risolvere, puoi solo diventare

il mistero stesso. Lo puoi solo vivere.

In questo modo sorgono estasi, gioia, beatitudine.


Un altro esempio: un uomo, in uno dei miei seminari, non aveva la nozione esatta della sua paura. Poteva ammettere di provare paura a sfidare i pericoli della natura ma non riusciva a vedere come avrebbe potuto essere spaventato nella relazione con la gente. (Non molti anni prima, quell’uomo avrei potuto essere io). Parlava molto meccanicamente delle cose nella sua vita. Aveva una esperienza così limitata dell’intimità che non riusciva a sentire cosa potesse significare una condivisione profonda con un’altra persona. Era arrivato al nostro seminario perché il suo matrimonio non funzionava e non riusciva a capirne bene il motivo. Il suo bambino interiore si era completamente eclissato e il suo rifiuto del proprio mondo emozionale era totale. Lentamente e con cautela nel corso del seminario entrò sempre più in contatto con il suo dolore e con la sua angoscia interiore: i sentimenti di un bambino a cui erano state negate la tenerezza e l’accettazione, cresciuto in un ambiente in cui nessuno condivideva le proprie sensazioni.

Non sono soltanto quelli che cominciano ad esplorare le proprie emozioni che scoprono di avere dentro di sé paure più profonde e più nascoste. Anche io, come molti dei miei più cari amici, dovetti arrivare a separarmi da una persona amata per cominciare a percepire l’immensità delle mie paure interiori. Un mio carissimo amico, che ha partecipato a milioni di seminari e ha meditato per più di vent’anni, sta per concludere una relazione che durava da quattordici anni e incomincia a provare un terrore primitivo che neppure pensava potesse esistere.

La paura e la vulnerabilità si trovano appena sotto la superficie della mente cosciente, sempre pronte a essere destate. Può succedere ogni qualvolta ci diamo il permesso di avvicinarci a qualcuno, quando dobbiamo correre un rischio ed esprimere la nostra creatività o qualsiasi volta ci esponiamo in qualche modo. La paura si affaccia quando facciamo qualcosa che ci allontana dal familiare, sicuro e conosciuto. L’intimità è forse il luogo in cui maggiormente ci confrontiamo con il nostro bambino in panico ed è per questo che la evitiamo (in qualche modo). Se viviamo nel nostro bozzolo protetto, senza sbrigliare mai la nostra energia, senza arrischiarci mai su territori sconosciuti, potremmo non confrontarci mai con la paura tremenda che ci portiamo sepolti dentro. Ma allora sprofondiamo nella noia, nella frustrazione e nella depressione. Ci vuole un pò di consapevolezza e un po’ d’impegno per uscire dallo schema del rifiuto, spezzando le dipendenze e rituffandosi nell’esperienza di queste sensazioni.

 

Sii come una nuvola bianca…

Una nuvola bianca non ha un percorso proprio.

Fluttua. Non ha meta, non ha scopo, non ha

Un destino da compiere, non ha un fine.

Non puoi frustrare una nuvola bianca, perché

Ovunque arrivi, quella è la sua meta.

 

Da dove nasce la paura?

Nasce con noi. Nei primi giorni della mia vita stavo per morire di denutrizione perché, per qualche motivo, non riuscivo a digerire il latte materno. Secondo mia madre avevo “la diarrea del neonato”, mentre probabilmente stavo dicendo: Aiuto! Fatemi tornare al sicuro, nel calduccio dove mi trovavo.” Aggiungiamo a ciò lo shock originario di lasciare il grembo materno nel modo in cui la maggior parte di noi nasce, ed ecco che già abbiamo abbastanza ragioni per essere spaventati. Qualsiasi abuso emozionale, fisico o sessuale riceviamo dopo, non fa altro che sommarsi al trauma della nascita. Le privazioni e le violazioni che proviamo nel corso dell’infanzia — la mancanza di approvazione, di attenzioni, d’amore, di rispetto che tutti abbiamo provato, in un modo o nell’altro — sono chiaramente altre tra le principali fonti del panico. Ora il nostro bambino interiore è sempre in attesa, terrorizzato, di altri abusi e abbandoni. Avevamo dei profondi bisogni di sopravvivenza e d’identità che non sono mai stati soddisfatti, così abbiamo perso la fiducia. I nostri bisogni dì protezione e di approvazione, d’ispirazione e di direzione, di amore tenero e incondizionato, non hanno trovato risposta. Temiamo di non ottenere il minimo indispensabile per il nostro bambino interiore ferito. Il duro colpo subito dalla nostra innocenza e dalla nostra fiducia è arrivato così presto da provocare una paura di fondo di non sopravvivere.

Sfortunatamente, da bambini, non eravamo nella posizione di concludere: “Bene, vedo che mamma e papà hanno un vero problema. Non sono neanche capaci di andare d’accordo e non sembrano troppo interessati a me. Prima di tutto, non avrebbero dovuto concepirmi. E ovvio che qui non otterrà ciò di cui ho bisogno, quindi credo che me ne andrò a trovare una situazione migliore.” Probabilmente in qualsiasi altra famiglia la situazione sarebbe stata più o meno identica. Con questo bagaglio di privazione emozionale — comune alla maggior parte di noi — entrare nella nostra vulnerabilità può provocare una confusione tremenda, panico, autocritica, crollo emotivo, e talvolta puro terrore. Perché la nostra vulnerabilità e la nostra innocenza sono state tradire.

Sviluppando una maggiore comprensione per la estrema vulnerabilità che è sempre stata sepolta sotto tutti i miei sforzi, sono riuscito ad apprezzare sempre di più le ragioni del mio panico. Ora capisco che la paura di sbagliare, di essere disapprovato, di non soddisfare le aspettative riposte su di me dalla mia famiglia e dalla mia cultura, stavano portando a galla una profonda paura di essere abbandonato e ciò deve aver avuto un effetto devastante sul mio bambino interiore. La parte più consapevole di me non è più coinvolta nel programma di successo del mio condizionamento e riconosce che se qualche persona amata si allontana da me o minaccia di farlo, io starò bene lo stesso. Ma il mio bambino interiore non sa tutto ciò. E ancora impazzisce con i soliti vecchi trucchi.

E ben oltre tutte le ragioni psicologiche del nostro panico c’è la ragione più semplice e potente: la consapevolezza del fatto che dobbiamo morire. Non facciamo altro che affrontare l’insicurezza e, in fondo, la morte, nelle mani di forze che sono ben oltre il nostro controllo. Nessuna assicurazione, nessuna protezione può ripararci da quella paura. In fondo in fondo, lo sappiamo: senza una base di accettazione e meditazione, tutto ciò che abbiamo è la nostra paura, coperta dalle “compensazioni”. Dal punto di vista del bambino la vulnerabilità equivale al panico, il panico di essere abbandonato e di scomparire. Soltanto il nostro meditatore interiore ha la capacità e la fiducia per contenere la vulnerabilità, l’insicurezza e l’imprevedibilità; perché la meditazione porta spazio e comprensione. Al nostro bambino interiore mancano semplicemente queste qualità. E per guarirlo dal panico dobbiamo portare queste qualità nella nostra vita. Allora possiamo trasformare la vulnerabilità, da panico in accettazione. Ma prima dobbiamo incominciare a riconoscere questa parte profondamente ansiosa della nostra vita interiore.

 

Ci sono momenti in cui, senza esserne consapevole

Sei in uno stato di totale abbandono: quando stai ridendo,

per esempio, sei totalmente rilassato. Non esiste medicina migliore,

in grado di aiutarti a restare sano.

 

Il primo passo è accettare la paura

La prima importante guarigione della nostra co-dipendenza e del nostro bambino ferito arriva quando siamo in grado di riconoscere, accettare e dare spazio a questo panico. Normalmente non lo facciamo; anzi evitiamo di sentire la paura in questi modi:

1. facendo finta che non ci sia;

2. bloccandola con le “compensazioni”;

3. facendo la vittima e dimostrando impazienza e rabbia verso l’esistenza, o verso chiunque altro ci stia vicino, perché dobbiamo sentire questa paura e questo panico;

4. astraendoci;

5. giudicandola;

6. entrando inconsciamente in regressione per fare in modo che qualcun’altro si prenda cura del nostro “bambino in panico”.

 

Ho ancora bisogno di molto coraggio per permettermi queste sensazioni. Ho una paura incredibile di non farcela, di non essere in grado di agire, di essere giudicato debole e impotente. Ho persino paura che la paura non finirà mai. Quando la paura arriva, anche dopo tutto questo tempo dedicato al mio bambino interiore, la mia mente razionale non capisce come possa esserci e vuole che se ne vada. Ho paura di sentirla e di condividerla: ancora mi giudico e mi condanno perché provo queste sensazioni. Fortunatamente il mio Sé più profondo sa che è molto meglio dare spazio a queste sensazioni, così continua a condurmi sempre più verso il mio nucleo centrale, e mi dà un silenzio interiore sempre più profondo.
C’è sempre il timore che riconoscendo le nostre paure esse possano sopraffarci e condurre la nostra vita. Per questo le ho sempre sfuggite. Ma ho trovato che attraversandole accresco il mio potere e costruisco più saldamente il rispetto di me stesso. Per
affrontare le paure dobbiamo turare le falle — le nostre scappatoie. Alcune delle falle più grandi sono causate dalle nostre strategie e dalle nostre aspettative.

 

Essere significa avere una danza nel cuore;

avere ogni fibra del proprio essere colma di musica celestiale;

sperimentare il flusso eterno della vita nelle proprie vene.

 

Giudicare: un male dell’anima

Perché giudico tanto?

E’ una grave malattia. La portiamo con noi di generazione in generazione. Ognuno di noi è allevato in un clima di continuo giudizio, condanna, critica. Questo rende le persone dure, le rende prive di compassione. La società ha bisogno di persone che non abbiano compassione, che siano dure, che sminuiscano sempre gli altri. La tua costante abitudine a giudicare non è altro che uno sforzo per sminuire chiunque, rispetto a te stesso. Quando critichi qualcosa, quando giudichi qualcuno, ti sei già messo più in alto, Non conosci l’altra persona, non conosci la storia della sua vita, puoi averne conosciuto solo un piccolo frammento. In base a questo giudichi l’intera vita di un uomo — e non te ne vergogni. Ma la società ti vuole continuamente in lotta, in competizione, vuole che butti giù gli altri continuamente, tirandoli per le gambe e che cerchi di elevarti sempre più in alto nel mondo del potere e della gerarchia sociale. Questo mondo è in pratica un campo di battaglia. E in atto una perenne guerra fredda, ognuno è nemico di tutti gli altri. Nessuno è un amico.

Stavo leggendo la Bibbiae un bambino era seduto accanto a me. Era molto curioso e molto dolce. Ogni volta che mi sedevo in giardino, arrivava e si sedeva di fianco a me — ed era intelligente, mi faceva delle domande. Mi chiedeva di leggergli qualcosa in modo che potesse avere un’idea di ciò che stavo leggendo. Era il figlio di un preside che viveva vicino a me. Gli lessi la frase di Gesù: “Ama i tuoi nemici come te stesso.” E quel ragazzino disse: “E una buona cosa. Però mi piacerebbe sapere... ha mai detto qualcosa sull’amare i propri amici?” Solo un bambino innocente può fare una domanda simile. Una persona colta penserebbe che non è giusto farla — perché farsi deridere da tutti? Ma lui la fece e io dovetti pensarci. Gli risposi: “No, perché non ci sono amici.” Rispose: “Giusto!” E proseguì: “Mi piace farti domande, perché tu dici la verità. Non ci sono amici, in questo mondo non c’è l’amicizia. Ci sono solo nemici. Ecco perché Gesù dice: ‘Ama i tuoi nemici’, perché non ci sono persone di tipo diverso.”

E’ semplice. Senza diventare superiore in alcun modo... si diventa superiori solo avendo valori superiori. Se nutri un amore infinito, una compassione illimitata, se sei assolutamente privo di paure — con queste qualità non penserai mai di essere superiore, lo sei. Solo le persone che non sono superiori pensano di esserlo. Le persone superiori non lo pensano mai, esse non diventano mai neppure consapevoli di essere superiori. Sono semplicemente superiori e ne godono. In realtà sentono una profonda pietà per voi che, avendo la capacità di godere di tutte quelle ricchezze, ve le lasciate sfuggire — solo per collezionare conchiglie e pietre colorate, sciupando la vostra vita.

Ma conseguire qualità superiori, diventare un super uomo, senza alcuna autocoscienza del fatto che “io sono un superuomo”... Il superuomo di cui io parlo penserà: “io sono solo un uomo comune.” Questa sarà una delle qualità basilari e fondamentali del vero superuomo: non potrà neppure sognare di essere superiore a chicchesia,

Uno dei mistici dell’India, Kabir, ha composto un bellissimo canto. Egli era illetterato, non sapeva leggere, non sapeva scrivere. Tutte le sue poesie sono creazioni spontanee. Possono non essere grammaticalmente corrette — non lo sono — ma sono bellissime. Dopo Kabir in India ci sono stati migliaia di poeti che conoscono la lingua, conoscono la grammatica, conoscono l’arte poetica, eppure sono solo dei pigmei.
Kabir è un superuomo. I suoi canti sono semplici, ma veramente colmi di significato. Uno dice: “Ero solito pensate di essere un uomo superiore, ma poi andai in pellegrinaggio ed entrai in contatto con molte, molte persone. Quando tornai a casa, avevo abbandonato l’idea di essere superiore. Invece, cominciai a sentire che dovevo essere il più comune degli uomini al mondo. La mia precedente idea era dovuta alla mia ignoranza della gente. Quando arrivai a conoscere così tante persone, compresi di essere completamente comune.”
Ma questa è la qualità del superuomo. Solo un superuomo può parlare così, può avere il coraggio di fare questa affermazione. Ma per conquistare questa superiorità, hai bisogno della superconsapevolezza. Dovrai arrampicarti fino alle cime assolate del tuo essere. Ed è un po’ arduo. La via meno rischiosa, la più economica, è un’altra: anziché diventare un essere superiore.., la via più facile, priva di difficoltà, è giudicare gli altri come inferiori. Nessuno può impedirtelo, è solo una tua idea personale. Poiché tutti sono inferiori, tu sei superiore. Certo, questa è la via più economica. Tu non devi andare in alcun luogo, sei la stessa persona, ma nella tua mente hai messo gli altri... Questo non cambia nessuno, neppure te — ma ti dà una grande consolazione.

Una volta, a Winston Churchill, un grande oratore, venne chiesto: “Lei è uno degli oratori più grandi, più spigliati e incisivi del mondo. Si ricorda il primo giorno, allorché si trovò di fronte migliaia di persone che la guardavano, mentre lei era in piedi sul palco — si ricorda il panico da palcoscenico?”
Ciò che Winston Churchill rispose ti sorprenderà. Disse: “Non si tratta di quel primo giorno, sessant’anni or sono. Anche oggi è la stessa cosa. Quando mi alzo in piedi sul palco, è sempre la stessa paura — e parlo da sessant’anni!”

In tutto il mondo è stato il solo a rimanere membro del parlamento per sessant’anni, senza interruzione. E diceva di avere ancora paura. Allora gli chiesero: “E come fa?” Rispose: “Ho la mia strategia personale. La mia strategia è questa: prima di alzarmi, mi guardo intorno e dico a me stesso: ‘Tutti costoro sono degli idioti, altrimenti perché verrebbero ad ascoltarmi? E non bisogna aver paura di questi idioti, perché cosa possono farmi? La loro opinione non conta affatto.’ Una volta che sono entrato nell’idea che tutti i presenti sono idioti, comincio a parlare senza paura — di cosa potrei aver paura? Chi dei presenti può giudicare ciò che sto dicendo?” Questa è la via più comoda. Ma fanno tutti così — la gente comune e i cosiddetti eroi come Winston Churchill — tutti applicano questa strategia assurda. Ecco perché giudichi. Il tuo giudizio sugli altri è in realtà una forma di autocompiacimento in quanto ti reputi migliore: “Quest’uomo è un ladro. Quello è uno stupratore. Quell’altro è un pazzo.” Puoi continuare a etichettare tutti. Alla fine, rimani solo tu. Ma giudicare è una qualità della persona inferiore.

 

Esistono due modi per sperimentare la cima

Del monte Everest. Il primo è immaginare

Di essere arrivati in cima, e stare però sdraiati nel proprio letto;

il secondo è scalare letteralmente la vetta:

quel procedere opererà in te un cambiamento.

Solo con i sogni non si arriva da nessuna parte.

 

La persona superiore non giudica mai. Prova compassione. Se vede qualcosa di sbagliato in qualcuno, sente compassione. A modo suo tenta di aiutare la persona, senza offenderla. Ma non c’è giudizio. Da professore universitario, mi rifiutai di esaminare le prove d’esame degli studenti. Il vicepreside mi chiamò e mi chiese; “Cosa succede? Prima ti rifiuti di preparare i fogli d’esame, i questionari e ora stai rifiutando di esaminare le risposte.” Risposi: “Certo Non voglio fare domande per il semplice motivo che, secondo me, tutto il sistema educativo è completamente sbagliato. Fai cinque domande e hai giudicato l’intelligenza di una persona? Il fatto che sappia solo quelle cinque risposte può essere del tutto accidentale e il tuo giudizio sulla sua intelligenza è sbagliato. E può anche darsi che non sappia quelle cinque risposte, ma sappia tutto il resto. Anche allora il tuo giudizio sarà sbagliato e inumano. Non esaminerò le loro risposte, perché se vedessi che qualcuno non ha risposto esattamente, proverei una grande compassione per lui. A causa della mia compassione, gli darei voti più alti di quelli che darei a chi ha dato risposte giuste, perché questi non meritano alcuna compassione.” Il vicepreside esclamò: “Cosa stai dicendo? La risposta giusta ottiene meno punti e la risposta sbagliata ottiene più punti?” Confermai: “Sì, Ecco perché mi sto tenendo fuori da tutto, perché altrimenti mi chiameresti e mi chiederesti chiarimenti. E meglio lasciarmi fuori. Non mettermi in questo gioco. Esistono molti pazzi che vogliono preparare i questionari perché ne ricavano denaro, vogliono esaminare le risposte e ne ricavano denaro. Sto semplicemente rifiutando del denaro — chiunque altro sarà felice di guadagnarlo. Rendi felice qualcun altro!”  Mi guardò e disse: “Ho sempre pensato che nelle tue eccentricità ci fosse sempre un po’ di verità. Sì, sono d’accordo. Fa male dare zero a qualcuno, se non stai solo giudicando meccanicamente, ma vedi la persona dietro la risposta. Egli ha dato questa risposta con una grande speranza — può essere sbagliata, ma la sua speranza... cosa ne sarà della sua speranza? I suoi genitori possono essere poveri, è possibile che lavori di notte e studi di giorno. Può non avere l’opportunità, il tempo per riposare come gli altri e tu gli stai dando zero.”  Dissi; “Mi rifiuto e basta. E se insisti, allora non farmi domande su ciò che farò. Posso preparare dei questionari, ma tu non potrai chiedermi: ‘Che razza di domande sono?’ Perché io cercherò di formulare delle domande che non dipendano dalla memoria. Boccerò tutte le persone che si basano sulla memoria, perché la memoria non è intelligenza. Formulerò domande che richiedano intelligenza — ma l’intelligenza non si trova nei libri di testo universitari. L’intelligenza non viene insegnata. A nessuno è richiesto di esercitarla. E solo la memoria che viene riempita, con un numero sempre maggiore di informazioni. “Formulerò domande che non richiedano informazioni, saranno domande immediate. Che la persona abbia studiato o no, abbia frequentato le lezioni o no, se è intelligente, troverà la risposta. Se non è intelligente, la sua memoria non potrà aiutarla. Ma poi non dirmi che sto mettendo scompiglio nell’intera struttura universitaria. Posso esaminare le prove d’esame, ma non posso essere il giudice degli studenti. Nel primo corso, tutti saranno promossi, perché per quanto mi riguarda ogni essere umano è un essere umano di prima classe. Cosa importa se non ha risposto esattamente a una domanda? “E cosa si intende poi con ‘non esattamente’ — significa che essa non è la copia esatta del libro di testo? Lo studente ha dato prova di non essere un pappagallo.” Egli concluse: “Lascia perdere. D’ora in poi, sarai dispensato da questionari, da esami scritti...” Ma dimenticò qualcosa, e il sovrintendente agli esami mi inviò una lettera che diceva: “Avete l’incarico di supervisore nell’aula degli esami.” Esclamai: “Mio dio! Ho dimenticato di discutere questo punto con il vicepreside.” Perciò andai nell’aula degli esami e all’inizio dissi agli studenti: ‘Fate conto che io non sia presente, perché non ho alcuna intenzione di interferire nella vita altrui. Potete fare tutto ciò che avete stabilito di fare. Se avete portato degli appunti, non temete. Se volete copiare da altri, potete farlo, ma non disturbate — qui ci sono molte persone, perciò state in silenzio. E ci sono professori fuori, in altre aule, perciò dovete stare attenti, non a me, ma a tutti gli altri. Io sono assente e non vi disturberò affatto, sono qui solo per errore.” Gli studenti non avevano mai sentito cose simili. Ciò che feci fu girare la mia sedia, in modo da guardare la lavagna, con la schiena rivolta agli studenti e dissi: “Quando il tempo sarà scaduto, mi sveglierete!” Uno degli studenti si alzò e disse: “Lei ha tanta fiducia in noi?”  Risposi: “Non è una questione di fiducia, io amo semplicemente la libertà e non voglio mettermi in alcun modo sulla vostra strada. Siete abbastanza maturi. Dovete sapere cosa state facendo. E giusto? Allora fatelo. Se è sbagliato, allora il farlo o non farlo dipende da voi.” Non ci crederai, ma portarono le loro note e i loro appunti, e ammucchiarono ogni cosa davanti a me. Mi toccarono i piedi e dissero: “Dacci la tua benedizione!” “Ma...” chiesi, “cos’è tutta questa roba?”  C’erano perfino libri, libri stampati che avevano nei pantaloni.., un ragazzo portò la sua camicia. Obiettai: “Resterai senza camicia!” Rispose: “Ma devo mettere qui la camicia, perché ci avevo scritto sopra delle note.” E mi mostrò il rovescio della camicia, l’interno. Era fitto di appunti. Dissi: “Puoi tenerla. Ho fiducia in te, tu non guarderai quelle note, Ma stare seduto senza camicia e quei professori... diventerebbe un problema, si chiederebbero cosa succede. Tutto quel mucchio davanti a me... il vicepreside lo venne a sapere, poiché altri professori avevano visto e sentito ciò che dicevo. Gli venne riferita ogni cosa. Alla sera, venne a casa mia e disse: “Dimentichiamo tutta questa storia. E accaduto tutto per un errore, perché è un’altra persona il supervisore agli esami. Non accadrà più. Ma gli studenti che erano nella tua aula d’esame non sono mai stati tanto felici. Nessuno mai aveva avuto tanta fiducia in loro, mai era stata data loro tanta dignità.” Il giudizio è un fenomeno rivoltante. Elevati nel tuo essere interiore — sempre più in alto. Non distruggere questa opportunità, giudicando le persone come inferiori. Stai facendo un male immenso a te stesso, non a qualcun altro.

 

 

Tutti cercano la sicurezza, e proprio per questo

Si lasciano sfuggire la vita.

Più sei sicuro, più sei morto! La vita è pericolo!

Dunque esiste un solo stile di vita:

vivi pericolosamente. Rischia sempre tutto: il prossimo istante

non è certo, perché preoccuparsene? Vivi pericolosamente e con gioia.

Vivi senza paura e senso di colpa. Vivi!

 

 

 

La felicità non potrà mai venire da qualcun altro.

In quel caso si può solo creare una speranza di essere felici in futuro.

Quando ti confronti con te stesso,

all’inizio sperimenti l’infelicità, ma con l’approfondirsi

di quell’incontro vivi una felicità autentica.

Viceversa, nell’incontro con l’altro,

vivi una felicità iniziale e un’infelicità alla fine.

 

“Il segreto dei 15 lumi”

1° lume

Un uomo impazzisce e viene messo in un manicomio. Un amico va a trovarlo. L’amico è un professore di filosofia, ha scritto molti libri, è uno studioso molto famoso, ed è anche uno psicologo.

Il folle è seduto su una panchina, sotto un albero, in un giardino, circondato da alte mura. Il professore gli si avvicina, si siede di fianco a lui e gli chiede: “Come ti senti, qui?”

Il folle ride. Dice: “Mi sento benissimo, come non mi sono mai sentito prima…”

Il professore è perplesso. Dice: ”Perché? Perché ti senti così felice in un manicomio?”

E il folle: “Manicomio? Chiami questo un manicomio? Ho lasciato il manicomio là fuori… questo è il posto più sano che ci sia al mondo! Il manicomio è là fuori; queste mura ci proteggono dai pazzi. Semmai ti stancherai dei pazzi che ci sono là fuori, qui sarai sempre il benvenuto. Vieni qui! Qui è tutto molto tranquillo… nessuno interferisce nel lavoro altrui, tutto è molto silenzioso. Ci vivono pochissime persone, e non ho mai incontrato persone altrettanto sane… sono tutte come me!”

 

2° lume

…In un villaggio c’era un pover’uomo che tutti consideravano idiota, e visto che tutti gli dicevano: “Sei un idiota!”  anche lui cominciò a crederci… Cosa poteva farci? Lo dicevano tutti, non potevano sbagliarsi in tanti. E così aveva accettato l’idea di essere un idiota… Quando apriva bocca, immediatamente qualcuno gli diceva: “Taci! Sei un idiota, non capisci niente. Stai zitto!” Ma la cosa lo feriva profondamente…

Un saggio si trovò a passare per il villaggio. L’uomo andò dal saggio e gli raccontò la sua triste storia. Il saggio disse: “ Non preoccuparti figliolo, si  tratta di un problema molto semplice. Devi fare solo questo: ogni volta che qualcuno dice qualcosa… tu non dire nulla di tuo, osserva semplicemente gli altri che parlano. Se qualcuno dice: “Guarda che bel tramonto!”, tu criticalo. Chiedi: “Che cosa è la bellezza? Perché dici che questo tramonto è bello? Io non vedo niente di bello. Dov’è bello?”: Tu critica e basta. Se qualcuno dice: “Guarda quella donna!” Tu critica: “cos’ha di buono quella donna? E’ solo uno scheletro ricoperto di carne dentro un sacco di pelle!”….

Il saggio disse: “Ricorda una sola cosa: non fare mai affermazioni tue, altrimenti le criticheranno. Per un mese persisti con le critiche. Vai in giro per la città e, a chiunque dica una qualunque cosa… Qualcuno dice: “Servire i poveri è bene”… Tu chiedi: “cos’è il bene?  Perché sono poveri? Cosa intendi con servire?…

Per un mese quell’uomo mise in pratica il suggerimento del saggio. L’intera città si stupì di quanto fosse diventato intelligente. “cos’è accaduto? E’ un miracolo! Nessuno è capace di rispondere a tali domande!” E COMINCIARONO A DIRE CHE NON ERA PIU’ UN IDIOTA, ERA DIVENTATO SAGGIO…

Dopo un mese il saggio ripassò, chiamò il giovane e gli chiese: “Va tutto bene?” L’uomo rispose: “benissimo! Non va solo bene, è fantastico! Mi avete regalato un segreto meraviglioso. Ho criticato tutti: preti, studiosi, poeti, eruditi, e li ho sconfitti. Ora tutti hanno cambiato opinione. Pensano che mi sia accaduto un miracolo : “La sua personalità è cambiata totalmente, non è più un idiota. E’ il più intelligente fra gli uomini, è un saggio di cui dobbiamo andare orgogliosi.”…Voce di popolo, voce di Dio…

 

3° lume

Un uomo era impazzito… non era pericoloso, però nella sua follia l’uomo era convinto di essere morto. Tutti cercavano di convincerlo: “Tu sei vivo. Mangi, bevi, dormi, vai a passeggio… e dici che sei morto?”. Lui rispondeva: “Io so benissimo di essere morto! Chi vi ha detto che i morti non vanno a passeggio?”. Era un tipo davvero originale. Chiedeva: “Chi vi ha detto che i morti non mangiano? Forse anche voi siete morti, avete solo dimenticato di esserlo! Io me lo ricordo”. Lo portarono dallo psichiatra. Non rimaneva altro da fare. Lo psichiatra disse: “Non preoccupatevi. Ho curato molte persone come lui. Si sieda”. Il morto si sedette e chiese: “Lei pensa di essere vivo?”. Lo psichiatra disse: “E’ venuto per farsi curare o per curare me?”. Il matto rispose: “Così, per curiosità, volevo sapere se lei è ancora vivo. Queste persone pensano di essere vive, e io dico la verità, dal profondo del mio cuore, nell’affermare che sono morto”. Lo psichiatra era molto intelligente e aveva una lunga esperienza. Prese un coltello e fece un taglio sulla mano dell’uomo, un taglio leggero, affinché sanguinasse. Prima di tagliare chiese: “Quando era vivo aveva sentito dire che i morti non sanguinano?”. Il matto rispose: “Si. Da vivo avevo sentito un proverbio che diceva che i morti non sanguinano”. Allora lo psichiatra gli fece un taglio sulla mano e quando vide uscire il sangue esclamò: “Ah ah! E adesso… che mi dice?”. Il morto alzando la voce ribatté: ”Ah ah! Questo vuol dire che il proverbio era sbagliato: i morti sanguinano e questa ne è la prova!”.

 

4° lume

...Invito della Follia... La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei…Dopo il caffé, la Follia propose: "Si gioca a nascondino?"…"Nascondino? Che cos'è?" - domandò la Curiosità.  "Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete.  Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà  il prossimo a contare"….Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia. "1,2,3. - la Follia cominciò a contare. La Fretta si nascose per prima, dove le capitò. La Timidezza, timida come sempre, si nascose in un gruppo di alberi. La Gioia corse in  mezzo al giardino. La Tristezza  cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per  nascondersi. L'Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui  dietro un sasso. La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si   nascondevano. La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era  già a novantanove. "CENTO!" - gridò la Follia - Comincerò a cercare. ».  La prima ad essere trovata fu la Curiosità, perché non aveva potuto  impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere  scoperto. Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un  recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto. E  così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza. Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò: "Dov'è l'Amore?".  Nessuno l'aveva visto. La Follia cominciò a cercarlo. Cercò in cima ad  una montagna, nei fiumi sotto le rocce. Ma non trovò l'Amore.  Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di  legno e cominciò a cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido. Era l'Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio. La Follia non sapeva che cosa fare. Si scusò, implorò l'Amore  per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre. L'Amore accettò le scuse. Oggi, l'Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.

 

5° lume

In una scuola, una scuola missionaria cristiana, l’insegnante chiede ai bambini: “Chi è l’uomo più grande mai esistito?”. Un americano risponde: “Abraham Lincoln”. Un mussulmano risponde: “Hazrat Maometto”. E così via… finchè tocca a un piccolo ebreo che si alza e dichiara: “Gesù Cristo”. L’insegnante non crede alle sue orecchie… un ebreo che afferma Gesù Cristo? Ed esclama: “Lo intendi veramente?”. E il ragazzino: “Quello non c’entra: nell’intimo del mio cuore so che è Mosè, ma gli affari sono affari”.

 

6° lume

Un uomo segue una prostituta a casa sua, e resta allibito nel vedere lauree e diplomi che tappezzano tutte le pareti della stanza. “Sei laureata?” chiede. “Certo” replica l’altra serafica, “ho una laurea in lettere alla Columbia, e un’altra in arti drammatiche a Oxford, ma non solo…” L’uomo è incredulo: “Ma come è possibile che una ragazza come te faccia una professione come questa?”. “Non lo so”, replica la donna, “semplice fortuna immagino!”.

 

7° lume

In una chiesa, durante la predica, il prete si rivolge ai fedeli: “Per favore, si alzino tutte le vergini presenti!”. Solo una donna, con in braccio un infante, osa alzarsi. Era evidentemente una madre, e il prete disse: “Credi di essere vergine? Tu sei madre!”. E la donna: “Certo io sono madre… ma questa bambina è vergine, e non è in grado di stare in piedi da sola!”.

 

8° lume

Ho sentito di un uomo che non si sposò mai, e mentre stava morendo, a novant’anni, qualcuno gli chiese: “Non ti sei mai sposato, ma non hai mai spiegato perché. Almeno ora che stai morendo, sciogli questa curiosità. Era un segreto, ma ora puoi dircelo, visto che stai morendo… Tra poco non ci sarai più. Se anche il tuo segreto è svelato, non te ne verrà nessun male.”. L’uomo disse: “Sì, un segreto c’è. Non è che io sia contro il matrimonio, ma stavo cercando una donna perfetta. Ho cercato e cercato, e tutta la mia vita è scivolata via…”. Chi lo aveva interrogato chiese ancora: “Ma su questa terra, con tanti milioni di persone, di cui la metà donne, non sei riuscito a trovare una donna perfetta?”. Sul viso del morente scivolarono lacrime calde: “Sì, una l’ho trovata.”. L’amico era sconvolto ed esclamò: “Allora cosa è successo? Perché non vi siete sposati?”. E il vecchio disse: “Quella donna era alla ricerca di un marito perfetto!”.

 

9° lume

Un uomo mussulmano venne da me e disse: “Proprio come accadde nella vita di Maometto, così sta accadendo nella mia vita: di notte ricevo dei messaggi; Dio stesso, Allah, mi invia dei messaggi. Ma il problema è che al mattino mi dimentico sempre quale fosse il messaggio”. Gli dissi: “Fa una cosa. Tieni un quaderno e una matita vicino al letto e quando vai a dormire continua a ricordare che quando Dio ti rivela qualcosa il tuo sonno si interromperà immediatamente e sarai in grado di scrivere. E scrivilo, qualsiasi cosa sia”. Mi disse: “Questi messaggi sono verità tremende. Possono trasformare il mondo intero. Il problema è che al mattino me li sono dimenticati”. Gli risposi: “Tu fa come ti ho detto. E qualsiasi cosa sia, portala qui”. Il giorno dopo tornò. Era molto preoccupato e triste, depresso, frustrato. Gli chiesi: “Cosa è successo?”. Rispose: “Non riesco a credere a ciò che è successo. Ho fatto tutto quello che mi hai detto. Mentre mi addormentavo ho continuato a ricordarmi che appena ricevevo il messaggio mi sarei alzato subito e lo avrei scritto. Ed è successo come mi avevi detto”. “Ma allora”, gli chiesi, “Perché sei così triste?”. Rispose: “Il messaggio mi rende molto triste”. “cosa diceva?”. Il messaggio era: “Crodino, l’aperitivo biondo… fa impazzire il mondo!”. Un cartellone pubblicitario si trovava proprio di fronte alla sua casa; probabilmente ci passava davanti, e così… Per cui mi disse: “Ti prego, non dirlo a nessuno, perché mi sento così frustrato. Come è potuto accadere? E’ forse uno scherzo che Dio mi sta giocando?”.

 

10° lume

Un grande Maestro illuminato aveva sempre accanto a sé un librone e non permetteva mai a nessuno di guardarci dentro. Quando non c’era nessuno intorno chiudeva porte e finestre e la gente pensava: “Ora sta leggendo”. Ogni volta che c’era qualcuno presente, metteva il libro da parte. Ed era proibito accedervi, nessuno doveva toccarlo. Naturalmente divenne oggetto di grande curiosità. Quando il vecchio Maestro morì, la prima cosa che fecero i discepoli… si dimenticarono di lui. Era steso lì, morto; ora non c’era nessuno che potesse imporre il suo divieto… Si precipitarono sul libro, doveva contenere qualcosa di straordinariamente significativo. Ma rimasero profondamente delusi: c’era una sola pagina scritta, tutto il resto del libro era vuoto, e anche quella pagina non conteneva granché, soltanto una frase. E la frase era: “Nel momento in cui sei in grado di fare una distinzione tra il contenitore e il contenuto…sarai diventato saggio…”.

 

11° lume

Ero seduto sulla riva di un fiume. Un uomo stava annegando, perciò corsi per buttarmi, ma prima che potessi raggiungere la riva un altro uomo che si trovava lì si buttò. Perciò mi fermai, stavo quasi per buttarmi, ma mi fermai: qualcun altro si era già buttato. Ma poi mi accorsi che il secondo uomo stava anche lui annegando. Mi creò ulteriori problemi. Dovetti buttarmi e salvarli entrambi. Chiesi al secondo uomo: “Cosa è successo? Perché ti sei buttato?”. Rispose: “Mi sono completamente dimenticato! L’uomo stava annegando, non riuscivo a distogliermi da quell’idea… e il desiderio di salvarlo… mi sono completamente dimenticato che non so nuotare”.

 

12° lume

C’era una volta una grande città. Sembrava così ai suoi abitanti, ma in effetti non era più grande di un piattino. Le case della città erano grattaceli e coloro che ci vivevano affermavano che i tetti toccavano quasi il cielo… ma per coloro che non si facevano trarre in inganno la città non sembrava più alta di una cipolla. In quella città erano riuniti gli abitanti di dodici città, milioni di persone… ma per coloro che sapevano contare c’erano soltanto tre idioti, non una persona di più. Il primo idiota era un grande pensatore: un grande creatore di sistemi, un metafisico, quasi un Aristotele. Sapeva parlare di qualsiasi cosa, potevi fargli qualsiasi domanda e lui aveva sempre la risposta pronta. In città si diceva che fosse il più grande dei veggenti. Naturalmente era completamente cieco; non avrebbe visto l’Himalaya di fronte ai suoi occhi, ma sapeva contare le zampe delle formiche che strisciavano sulla luna. Era completamente cieco, ma con la logica tagliava un capello in quattro. Vedeva cose che nessuno aveva mai visto… Era estremamente critico verso la realtà mondana che si poteva vedere e lodava continuamente l’invisibile, che soltanto lui e nessun altro poteva scorgere. Il secondo uomo sentiva la musica delle sfere, sentiva gli atomi che danzavano, l’armonia dell’esistenza… ma era sordo come una campana. E il terzo idiota, il terzo uomo era completamente nudo. Non aveva nulla. Era l’uomo più povero che fosse mai esistito, a eccezione di una spada che portava sempre con sé. Aveva sempre paura, era paranoico; aveva paura che un giorno qualcuno lo avrebbe derubato. Naturalmente, non possedeva nulla. Un giorno si riunirono a conferire, perchè girava voce che la loro città fosse in un momento di grande difficoltà. Era stato chiesto ai tre idioti, che erano ritenuti molto saggi, di andare a fondo nella questione: era vero che la città fosse in pericolo? Era imminente una crisi, una qualche catastrofe? Il cieco fissò l’orizzonte lontano e disse: “Sì. Posso vedere migliaia di soldati del Paese nemico in arrivo. Non soltanto li posso vedere, ma posso anche contare quanti sono. Posso vedere a quale razza e a quale religione appartengono”. Il sordo ascoltò in silenzio, rifletté e disse: “Sì. Posso sentire quello che dicono, e posso anche sentire quello che non stanno dicendo e che nascondono nei loro cuori”. Il mendicante, il terzo idiota, saltò su, prese in mano la spada e disse: “Ho paura. Ci deruberanno tutti”.

 

13° lume

Era un pomeriggio assolato e un uomo camminava tutto solo per la strada. Camminava veloce, cercando di non aver paura… Se c’è qualcuno si può aver paura, ma se non c’è nessuno intorno come si fa a spaventarsi? Quell’uomo era solo, e si spaventò al punto da mettersi a correre. Era un pomeriggio tranquillo e sereno, e non vi era nessuno attorno a lui. Quando si mise a correre, sentì il suono dei passi rimbombare precipitosi dietro di sé, e si spaventò ancor di più: forse qualcuno lo stava inseguendo. Allora, impaurito, si guardò alle spalle con la coda dell’occhio e vide una lunga ombra che lo inseguiva. Era la sua ombra, ma vedendo che gli correva dietro, corse ancora più velocemente. A quel punto non fu più in grado di fermarsi, perché più forte correva e più rapida l’ombra lo seguiva; alla fine impazzì. La gente del villaggio, quando lo videro correre in quel modo, in molti pensarono che stesse seguendo qualche pratica ascetica di grande rilevanza. Non si fermava mai, se non nel buio della notte, quando l’ombra spariva facendogli credere che nessuno lo inseguisse più; all’alba ricominciava a correre. Alla fine non si fermò neanche più di notte: penso che, malgrado la distanza percorsa di giorno, mentre riposava l’ombra lo raggiungesse e ricominciasse a inseguirlo al mattino. Allora si mise a correre anche di notte; impazzi completamente: non mangiava, né beveva. Migliaia di persone lo osservavano, ricoprendolo di fiori o porgendogli pane o acqua. La gente cominciò a venerarlo ancor di più; a migliaia lo rispettavano. Ma lui impazzì sempre più, finchè un giorno stramazzò a terra e morì. Gli abitanti del villaggio in cui morì gli eressero una tomba all’ombra di un albero e chiesero a un vecchio mistico della zona cosa scrivere sulla lapide. Il mistico dettò alcune righe: “Qui giace un uomo che ha sprecato tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne sapeva meno della sua stessa lapide, perché questa è protetta dall’ombra e non corre, quindi non crea ombra alcuna”.

 

 

14° lume

"Nessuno arriva alla cima della montagna più alta.

Nessuno comprende questo luogo misterioso.

Né Cristo, né Buddha, né Dio, nessun santo, nessun saggio potrà esprimerlo

Con la virtù dell'eloquenza,

Neanche con il silenzio.

Studiando profondamente e spingendo lontano le nostre ricerche,

Arriviamo in questo luogo;

Anche se guardiamo tutto il giorno, è come se non avessimo occhi,

Anche se ascoltiamo tutta la notte, è come se non avessimo orecchie.

Melodia di un'arpa senza corde,

Di un flauto senza fori

Questa musica solleva i cuori più freddi,

La sua armonia sconvolge lo spirito più ironico.

Il soggetto e l'oggetto scompaiono entrambi,

L'attività dei fenomeni e la profondità della Saggezza si assopiscono.

Non più ansietà, progetti, calcoli,

Non si pensa più.

Il vento cade, le onde scompaiono,

L'oceano s'acquieta.

Con la sera, il fiore si chiude, le persone se ne vanno;

Allora, la pace della montagna diventa profonda".

 

15° lume

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Sufi di ora e di allora. Tanti mondi, un solo mondo.

Danzare insieme la fratellanza di donne e uomini di ogni dove

Chi sono i Sufi o dervisci? Storicamente legati all'Islam e al mondo musulmano, non vi appartennero allora e non vi appartengono ora in quel modo che il pregiudizio o l'informazione sull'attuale e amplificata intolleranza di quest'ultimo, vorrebbero farci credere. Non esiste miglior manifesto delle parole stesse del mistico derviscio Jalalaldyn Rumi, che tanto ha toccato i cuori e continua a toccarli con il suo insegnamento, per offrirci una piccola comprensione della qualità di questa esperienza:

 

Non sono cristiano, né ebreo, né mago, né musulmano.
Non sono dell'est, non sono dell'ovest. Non della terra, non del mare.
Non delle ricchezze della natura, non dei cieli rotanti,
Non di terra, non di acqua, non di aria, non di fuoco;
non del trono, non del suolo, dell'esistenza, dell'essere;
non dell' India, Cina, Bulgaria, Sassonia;
Non del regno degli iracheni, o dei coreani;
Non di questo mondo o dell'altro: del cielo o dell'inferno;
Non di Adamo, Eva, dei giardini del paradiso, dell'Eden;


II mio posto senza posto, la mia traccia senza traccia. Né corpo, né anima: tutto è la vita del mio Amato...

Questo poetico senso di non appartenenza ad uno schema o gruppo prefissato apre la sua individualità e il suo dire all'universo tutto rendendo perciò universale il suo insegnamento. Insegnamento di chi preferisce vivere la religione piuttosto che capirla, e Sufi è colui che realizza la saggezza non importa da quale razza, credo, cultura provenga e lo fa aderendo alla sua propria esperienza piuttosto che a una religione organizzata, a un culto o a una scuola. Anzi il suo cuore e il suo intelletto sono una porta spalancata che si apre oltre qualsiasi frontiera, portando messaggi d'amore, tolleranza e pace all'umanità. Per questo motivo i Sufi o dervisci abbracciano tracce e tendenze così diverse e possono includere credenze di ogni tipo e paese, così come un cuore aperto è in grado di accogliere senza niente escludere. Di sicuro un segno di grande accettazione in una realtà umana segnata da conflitti etnici e di religione, da integralismi in cui i più semplici diritti umani, come per es. quelli delle donne - e chi non è stato raggiunto dal messaggio del disumano trattamento di quest'ultime da parte dei Talibani - sono trascurati in nome di un dio e di una religione che tanto si discosta dal suo significato etimologico originario che rimanda al senso di ri-unire, creare un ponte d'unione tra ciò che apparentemente sembra separato.

Se di religione si può parlare la religione del Sufi è quella dell'amore e non è un caso che in quello stesso periodo dello spirito in cui le Crociate giungevano a termine, in cui Rumi finiva di scrivere i suoi versi, mistici di grande risonanza come Francesco d'Assisi facevano propria la radicalità della ricerca di Dio aprendo il cuore a tutte le creature, e non da meno Teresa d'Avila che ardeva nell'”Amato” e cadeva con passo danzante tra le sue ampie braccia come testimonia il suo Diario o in un periodo tardivo il religioso tedesco Echkart che si espresse in maniera molto simile a quella di Rumi dicendo che “se vuoi giungere al seme devi rompere il guscio”, cosa che ovviamente gli costò la scomunica da parte della Chiesa. Le crociate crearono, piaccia o no all'ideologia confessionale, quel fruttuoso incontro tra oriente e occidente che tanto influenzò l'una e l'altra cultura ravvivando il senso della ricerca individuale al di là di ogni estremismo ideologico. E molta della cultura europea successiva risentì della vivacità esperienziale del messaggio d'Amore, dell'Amato e dell'Amante, come il Dolce Stil Novo e particolarmente Dante, che, non ci stupisca in un tempo moderno all'apparenza baciato dal progresso, scelse dopo Virgilio, una figura femminile (Beatrice) come guida al Paradiso, e chi se non una donna può condurti per la prima volta in paradiso? Chi per natura è portatrice dei segreti dell'amore e universalmente creatrice della vita, anche se talvolta stenta, e magari a ragione dato l'”isolamento” prolungato, a riconoscersi tale fierezza?

Il mistico è donna di fronte a Dio, al Divino. I Sufi di qualsiasi periodo ed estrazione amano “rompere il guscio”, ovvero quella maschera di ipocrisia, paura, adulazione e perbenismo condizionato che spesso rappresenta la personalità dell'uomo, in quanto essi sono coscienti che essere veramente umani è la realizzazione del seme, della potenzialità che si fa atto: la parola umano, più chiaro nel termine inglese hu-man contiene il mistico suono hu, il suono divino, significando la realizzata natura divina dell'uomo. Amano rompere i confini e le tradizioni obsolete, senza mancare di rispetto al luogo e alla cultura come invece succede negli integralismi, per dare spazio alla ricerca della luce e della forza inferiori nell'abbraccio della polarità, sia essa est e ovest, maschile e femminile, corpo e spirito, uniti da un anelito alla fratellanza che apra gli orizzonti della comunicazione e della condivisione al di là di frontiere e ristretti orizzonti di nazionalità e etnie.

Un'altra caratteristica della natura Sufi o per meglio dire autenticamente religiosa è la presa di coscienza della propria responsabilità, esporsi con partecipata responsabilità alla vita significa non continuare a dare colpe a questo e quello ma riconoscersi moventi della realtà che ci circonda. E' educativo prendere atto che l'assunto “io sono responsabile” alla base degli ultimi sviluppi della psicologia umanistica fosse l'unica pratica di un gruppo Sufi detto dei Riprovevoli, vissuti quasi mille anni fa. Ancora alcune parole di Rumi, che ci aiutano a comprendere la continua freschezza e attualità che caratterizza l'autenticità della “ricerca” dell'uomo, non impregnata da ideali e convenienze: “Le orme arrivano fino alla spiaggia che l'oceano bagna: oltre la spiaggia tutto si cancella.”

Così non sono le scritture, i vari corano e le varie bibbie, a permettere il “tuffo nell'oceano” che indistintamente lambisce e avvolge i vari continenti del pianeta. L'esperienza diretta nell'inesplorato, nello sconosciuto e quindi diverso, è necessaria, il venire a diretto contatto dell'individuo con l'ignoto e il mistero che avvolgono come un abito il corpo dell'esistenza che i sufi chiamano l'Amato e che più universalmente, denudando il termine da ogni già troppo sofferto orpello ideologico e confessionale, si chiama Dio.

 

La mistica secondo le Tradizioni

- Per la tradizione Tantra, “àlaya” è la dimora interna, il cielo interno la cui purezza è assoluta. Durante la vita bisogna trovare degli spazi simili a oasi nel deserto, in cui si rientra in sé, nel proprio utero: quegli spazi sono la meditazione. Non c’è bisogno di migliorarsi: entra nella dimora interna e limitati ad aspettare. Non ti preoccupare: nessuna tua azione può macchiare il tuo essere interno. Lascia che le cose seguano il loro corso. E allora galleggi nel cielo  come una nuvola bianca. Se resti nella tua dimora interna, vedi ogni cosa dissolvesi nei propri elementi naturali. Non metterti di mezzo. Siedi in te, al tuo interno e lascia che le cose accadano. E raggiungi l’irraggiungibile.

- Per il Taoismo, la cavità interiore è femminile, è la Femmina Mistica, la porta del cielo e della terra, la vera casa dell’uomo, la sola abitabile. Dentro non c’è nessuno: l’ego è solo in superficie. C’è precisamente il nulla, perciò l’uomo è vasto, perciò la sua natura è quella di Brahma: Dio è la cavità del tutto, lo spazio, lo spazio in cui l’uomo è nato, lo spazio da cui sorge ogni cosa ed in cui ogni cosa ritorna, cade.  Lao-tzu dice  che la cavità è la verità dell’uomo: non muta mai, non è mai nata, non può morire. La si realizza con la meditazione:: il fine della meditazione è diventare cavi, senza  neppure un pensiero. Budda definisce il vuoto interiore  a n a t t a, anatma, non-io. Per Lao-tzu  la Femmina Mistica è la r e a l t à   u l t i m a : chi trova la chiave che apre la porta della Femmina Mistica,  trova il grembo dell’esistenza, la Madre, casa sua, il luogo del risveglio dal sogno collettivo. Quel risveglio è l’illuminazione. E improvvisamente il mondo è maya.

- Per il Misticismo Cristiano, l’anima umana è divina nel suo fondo e deve diventare ciò che è. Per mezzo dei sensi e con le sue facoltà inferiori, essa si lega bensì all’esterno,  perdendo così la sua libertà e dimenticando se stessa. Per portarla alla sua meta suprema la si deve subordinare all’intelletto, svincolandola da tutto ciò che è immagine,  come dall’ “io” e dal “mio”, e da quanto di irrazionale, di sentimentale e di impulsivo pretende di dirigere la sua esistenza. Solo così ritrova la sua essenza, libera la sua cavità e diventa vergine. Ma la verginità non rappresenta la meta ultima per il misticismo cristiano: In questo soprattutto, come avremo modo di vedere, sta la differenza sostanziale fra le tradizioni finora considerate ed il misticismo cristiano.

 

Parole di Osho…

Osho è stato un Maestro illuminato dei nostri tempi. I suoi insegnamenti comprendono l'essenza di tutte le grandi religioni, pertanto egli non appartiene a nessuna di esse. Egli afferma, infatti, che la religione non è qualcosa di separato dalla vita, ma è la vita stessa; pertanto vivere in maniera religiosa è vivere la vita nella sua pienezza, celebrare la propria esistenza come un rito sacro. Egli ha sempre vissuto in libertà, fuori da ogni contesto socio-culturale. All'età di ventun anni egli visse "l'illuminazione" cioè "l'erompere dell'individuo fuori da ogni mappa mentale, nel libero e infinito territorio della realtà del vivente". Da allora ha dedicato la sua vita all'evoluzione della consapevolezza.

 

Il tuo potenziale

Io sollevo domande concrete, esistenziali, che riguardano te, rendo la gente consapevole dei conflitti che porta dentro di se’. Se ne restasse incosciente, potrebbe fare finta di niente fino al giorno in cui muore. Se viceversa ne diventa cosciente, deve pensarci sopra. E io non faccio che questo: rendo la gente consapevole di avere un potenziale naturale a cui non e’ stato permesso di crescere, a causa di stupide idee imposte da altri e che nessuno riesce a seguire, perche’ contrastano con la natura dell'essere umano, e allo stesso tempo gli impediscono di rispettarla, in quanto creano in lui la sensazione di essere colpevole, un peccatore, e lo costringono a vivere nella tensione.

 

La meditazione

L'evoluzione non ha scopo. L'idea stessa di scopo e' mediocre, frutto di uno stereotipo comune, in base al quale tutto e' "merce" da vendere o da comprare: e' la logica della piazza del mercato! L'esistenza e' puro gioco, non ha interessi: e' viva, non e' lavoro. La gente mi chiede: "A cosa serve la meditazione?" Si da' per scontato che In essa si nasconde un fine. Non ve n'e' alcuno. La meditazione e' fine a se stessa; non esiste alcuno scopo al di la' di questo. A che cosa serve l'amore? l'amore e' un fine per qualcos'altro, oppure e' fine a se stesso? "Scopo" implica divisione, divisione tra il mezzo e il fine. A cosa servono questi alberi verdi, a cosa serve il canto di un uccello, a cosa serve il sorgere del sole, a cosa serve una notte stellata? Che scopo ha tutto cio'? No, non esiste uno scopo. Per questo la vita e' cosi' bella.

Nessun limite

Non esistono limiti alle capacita' dell'uomo. I nostri limiti sono dati Dalle nostre convinzioni; nella realta' non esistono limiti. L'uomo e' una goccia di rugiada, l'uomo contiene il tutto: non esistono limiti. Ma se tu credi ai limiti... allora esistono: la tua convinzione li crea. Tu sei tanto vasto quanto credi di esserlo... E se non credi in nulla, sei infinito, poiche' nessun credo puo' essere infinito. Ogni convinzione sara' necessariamente limitata. Ogni credo ha bisogno di una definizione, quindi sara' finito; per quanto sia grande, sara' comunque finito. Per questo insisto nel ripeterti: lascia cadere ogni convinzione, ogni professione di fede, ogni credo. In questo modo, abbandonerai ogni definizione, ogni confine, ogni limitazione. E quando una persona ha lasciato cadere ogni credo, ogni pensiero, ogni desiderio, non esiste piu' nulla che possa creare confini. Un simile essere umano e' il tutto. "Se sei in grado di fare anche una sola cosa, perfino una sola, per la pura e semplice gioia di farla, rimarrai sorpreso: la beatitudine si riverserà in te con naturalezza. Vivere senza motivazioni è la via della beatitudine."

 

Osho e lo Zen

"I tempi sono maturi per un Manifesto dello Zen. L’Occidente ha acquisito familiarità, ma cerca di avvicinarsi allo Zen con la mente: ancora non ha compreso che lo Zen è pura non-mente! L’incredibile compito dello Zen è farvi uscire dalla prigione della mente. Non si tratta di filosofia, di intellettualismi. Non è neppure una religione, perché non presenta finzioni, né menzogne, né consolazioni: è il ruggito di un leone. La cosa grandiosa che lo Zen ha introdotto nel mondo è la libertà da se stessi. Questa è l’unica ribellione contro la mente, contro il sé, la sola ribellione che cancella ogni limite che vi imprigiona e che fa compiere un balzo quantico nel nulla. Ma questo nulla è assolutamente vivo, è la vita stessa, è l’esistenza. Il Manifesto dello Zen è semplicemente a favore di questa esistenza. Forse lo Zen è l’unico sentiero che non rifiuta nulla. Si rallegra di ogni cosa, senza condizioni: non ha comandamenti. Lo Zen conosce solo una vita senza confini che assorbe in sé ogni tipo di contraddizione, in una profonda armonia. La notte è in armonia con il giorno, la vita è in armonia con la morte, la terra è in armonia con il cielo. Questa immensa armonia è l’essenza di questo Manifesto che si addice a tutti: uomini e donne, bianchi e negri, hindu e mussulmani, cristiani e buddisti. È un’esperienza, è il risvegliarsi della luce interiore..."

 

I sogni

La notte i sogni sorgono dal nulla, e sembrano realtà; di giorno i sogni emergono dal nulla, e sembrano realtà.

La sola differenza fra notte e giorno è che il sogno notturno è privato, e  quello  diurno  è pubblico. Nel  sogno  diurno puoi invitare gli amici: è un sogno pubblico, la tua casa diurna è pubblica. Come esiste la possibilità di sognare privatamente, così esiste la possibilità di sognare pubblicamente. Se noi tutti, qui presenti, ci addormentassimo, ci sarebbero tanti sogni diversi quanti individui. Sogni privati. Nessun sogno entrerebbe nel  sogno  di un altro, nessun sogno  entrerebbe in conflitto con un altro sogno; ciascuno si dimenticherebbe di  tutti  gli  altri, vivrebbe nel proprio sogno e nella propria realtà onirica.
Invece  siete  svegli, mi  guardate  e  io  vi  parlo.   Questo  è  un  sogno collettivo, state sognando tutti insieme. In  ciò  sta la vera differenza fra sogno diurno e sogno notturno.

...E c’è un risveglio più grande:   è  q u a n d o   c i   s i   r i s v e g l i a   a n c h e   d a l   s o g n o   c o l l e t t i v o.   Q u e l   r i s v e g l i o  è   l ‘ i l l u m i n a z i o n e.

Vedo la gente così presa da se stessa che mi fa pietà. In queste persone non vi è nessuno spiraglio di apertura, nessuno spazio vuoto. Come può essere liberato chi non ha alcuno spazio dentro di sé? Perché avvenga una liberazione è essenziale avere spazio dentro di sé, non al di fuori. Colui che ha spazio dentro di sé, ha spazio anche al di fuori. Quando lo spazio interiore è collegato allo spazio dell’universo, quella comunione, quell’incontro, quella trasformazione è liberazione. Infatti là si realizza Dio.
Per questo non spingo nessuno a colmare il proprio essere con Dio, ma dico: “Fai il vuoto in te, e comprenderai che Dio ti ha ricolmato”.

Nella stagione delle piogge, quando le nuvole si sciolgono in pioggia, i terrapieni restano secchi, ma i fossati ne vengono riempiti. Siate come fossati e non come terrapieni. Non riempite il vostro essere. Conservatevi vuoti. Il divino si riversa ovunque, in ogni momento. Chi è vuoto per riceverlo ne viene inondato e ne è ricolmo.
Il valore di una brocca è questo: è vuota. L’oceano la riempie in proporzione allo spazio vuoto che ha in sé.
Anche il valore dell’uomo è proporzionale al suo vuoto. L’oceano si riversa in questo spazio e lo riempie.

Il crepuscolo s’è mutato nella notte. Alcune persone son venute da me. Mi dicono che insegno il nichilismo, l’annullamento. Ma al solo pensiero del vuoto si spaventano. (…) Racconto loro una storia.

Una notte senza luna un viaggiatore, trovandosi a passare in una strana regione attraverso montagne desolate, s’avvide di essere caduto in un burrone. I piedi scivolarono, si afferrò ad un arbusto e restò là sospeso.  Intorno a lui era oscurità. E oscurità era nell’abisso sottostante. Per ore rimase sospeso a quel modo. E per tutto il tempo soffrì le pene di una morte prematura. Era una notte invernale, e pian piano le mani divennero fredde e intirizzite. Alla fine incominciò a mollare la presa. Stava per precipitare nell’abisso. Nessuno sforzo lo poteva aiutare. Si vide precipitare negli artigli della morte. Cadde, ma di fatto non precipitò. Non c’era affatto un burrone. Quando cadde si ritrovò in piedi.

Anch’io mi sono trovato nelle stesse circostanze. Cadendo nel vuoto ho scoperto che il vuoto stesso era il terreno d’appoggio. Colui che abbandona gli appoggi e gli aiuti della mente ottiene l’appoggio del divino. L’unica meta nella vita dell’uomo è diventare vuoto, e coloro che non trovano il coraggio di diventarlo, si svuoteranno con le loro mani.

Ho sentito questa storia.

Un fachiro chiedeva l’elemosina.  Era molto vecchio e ci vedeva poco. Si fermò di fronte ad una moschea e chiamò a gran voce.  Un passante gli disse: “Và via.  Questa  non  è la casa di  un uomo che ti possa dare qualcosa”. Il fachiro chiese:  “Ma, dimmi, come si chiama il padrone di questa casa, così avaro da non dare nulla nessuno?”.  E l’altro:  “Pazzo, non  sai  che  questa  è una  moschea?  Il  padrone  di  questa casa è  il Sommo Padre: Dio, l’Anima Suprema”

Il fachiro alzò la testa e diede un’occhiata alla moschea. Il suo cuore si colmò di una  sete  ardente.  (Aveva trovato la casa di Dio !).  La  sua voce interiore parlò:  “Ahimè, è una sofferenza atroce allontanarsi da questa porta. Questa è l’ultima soglia. Dove potrei trovare un’altra porta simile a questa?”.  Simile ad una solida roccia il suo cuore esplose in questa decisione: “ Da qui non me ne andrò a mani vuote”.
Si fermò vicino a quei gradini. Alzò le nude mani al cielo. Era assetato e la sete è preghiera.
Passarono i giorni. I mesi fuggirono via. Passò l’estate. Venne la pioggia e se ne andò. Anche l’inverno trascorse. Era passato circa un anno. Anche la vita di quell’uomo giunse alla fine. Ma negli ultimi istanti della sua vita la gente lo vide danzare. I suoi occhi erano ricolmi di uno splendore ultraterreno. Raggi splendenti si irraggiavano da quel corpo vecchio ed emaciato. Prima di morire disse a qualcuno: “Colui che mendica, ottiene. Si deve solo avere il coraggio di impegnare se stessi”.

Il coraggio di impegnare se stessi.
Il coraggio di distruggere se stessi.
Il coraggio di divenire vuoto.

Colui che è disposto a morire consegue la propria realizzazione. Colui che è disposto a morire consegue la vita.
(Gesù Cristo ha detto:  “Colui che cerca di salvarsi si perde, e colui che si perde si salva”. Non ho altro da aggiungere. Solo questo è amore.  Perdere se stessi è amore.  Accettare la morte in amore è la via per conseguire la vita divina).

 

Il vuoto interiore

Alaya  è  un  termine  buddista. Vuol dire  “la dimora”.   E’  la  dimora interna, il vuoto interno, il cielo interno.

Poichè àlaya non è mai nata non conosce macchia né ostruzione

La tua purezza interna  è assoluta!  E’ impossibile macchiarla. Perciò non preoccuparti! Il tuo essere interno non è mai nato (e) non può morire. Dalla sorgente viene ogni cosa. E’ inutile che tu  ti intrometta.  Non cercare di spingere il fiume, che  già scorre per conto suo verso il mare. Lascia che le cose succedano.
Il mondo va avanti anche senza di te: i fiumi scorrono verso il mare, le stelle si muovono nel cielo, il sole sorge al mattino, le  stagioni  si succedono, gli alberi crescono, mettono fiori e foglie, poi  invecchia- no e muoiono. Il tutto va avanti senza di te. Non sei capace di lasciarti in pace, di restare sciolto e naturale e di lasciarti trasportare dal tutto?

Non c’è bisogno di migliorarsi, non c’è bisogno di cambiare. Resta sciolto e naturale, e i miglioramenti verranno da sé.

Sarai trasformato, ma non per opera tua.

Se tu (in quanto “io”)  cerchi  di trasformarti,  è come  se cercassi  di sollevarti da solo tirandoti su per i lacci delle scarpe. Non provarci neppure. Entra nella “dimora interna” e limitati ad aspettare, consapevole  che  non  è possibile migliorare nulla. Le cose sono già al meglio delle loro possibilità. Non devi far altro che goderne. Tutto è pronto per la celebrazione, non manca nulla: non farti prendere dalla smania di assurde attività. E lavorare alla propria crescita, alla crescita spirituale dell’io è una delle attività più assurde.

...Non conosce né macchia né ostruzione.

Puoi aver fatto milioni di cose. Non preoccuparti: nessuna tua azione può macchiare il tuo essere interno o renderlo impuro.

Qualsiasi cosa tu faccia, la tua cavità ne resta al di fuori. Nessuna tua azione lascia una cicatrice: è impossibile. E quando ti rilassi te ne rendi conto; perciò smetti di preoccuparti di cosa fare e di cosa non fare, e lascia che le cose seguano il loro corso. Allora galleggi nel cielo come una nuvola bianca, senza andare da nessuna parte, godendoti semplicemente il movimento: il viaggiare in se stesso è bello.

...Non conosce macchia né ostruzione; Dimorando nella sfera dell’innato

le esperienze si dissolvono nel Dharmata. ... Il Dharmata  è la natura elementare propria a ogni cosa.
Se resti nella tua dimora interna, ogni cosa pian piano si dissolve nei propri elementi naturali. (E’ questo un buon modo per liberarti dell’ego) Sei tu, ora, che crei la confusione;  se resti dentro di te, nell’ àlaya, nel cielo interno, scopri che in quell’assoluta purezza, come nel cielo, le nubi vanno e vengono senza lasciare traccia.

Le azioni passano, i pensieri passano, succedono molte cose; ma dentro, in profondità, non succede nulla: le azioni, i pensieri non scendono a quella profondità.  Dharmata  è la natura elementare propria a ogni cosa.; quando tu torni alla tua dimora, ogni cosa spontaneamente torna alla propria, e non c’è più alcuna turbolenza. Quando la Luce dello Spirito colma di sé una cavità vi resta come nella propria dimora. Allora, se il corpo ha fame, il corpo va alla ricerca del cibo. Il corpo ha fame, lo Spirito osserva; il corpo mangia, Lui osserva. Lui si limita a guardare, non fa nulla: sono le forze elementari che agiscono. Quando dici: “ho sete”, fai confusione. Non sei tu che hai sete: il corpo ha sete, e agisce di conseguenza, va verso l’acqua.

Restando all’interno scopri che le cose accadono da sé.

Gli alberi trovano le sorgenti nascoste nel terreno pur non avendo ego né mente  C’è un albero; e trenta metri più a nord c’è una piccola sorgente nascosta. Come fa l’albero a sapere dove spingere le proprie radici ? Non ha nessun indizio a disposizione: e del resto non ha né ego né mente. Ma, per azione delle forze elementari, le sue radici si estendono verso il nord e arrivano all’acqua.

Quando siedi tranquillo nella tua dimora interna, le forze elementari funzionano nella loro cristallina purezza.

N o n    m e t t e r t i    d i   m e z z o  !

Il corpo ha fame e si muove verso il cibo: è una delle esperienze più belle, vedere il proprio corpo muoversi da sé, e trovare acqua e cibo, o amore. Tu continui a sedere nella tua dimora interna, e assisti ad azioni che non ti appartengono, non sei attore ma spettatore.

Quando arrivi a questa consapevolezza, hai raggiunto l’irraggiungibile  “Hai attraversato la porta, anche se nessuno ha attraversato la porta, anche se non c’è stata mai una porta da attraversare”.

...Dimorando nella sfera dell’ignoto le apparenze si dissolvono nel Dharmata, e volontà autonoma e orgoglio svaniscono nel nulla.

Quando ti accorgi che le cose accadono da sé, come puoi inorgoglirti, come puoi servirtene per alimentare il tuo ego? Come puoi dire  “io” , quando ti sei accorto che la fame segue il suo corso, si soddisfa da sé e diviene sazietà? ; quando ti sei accorto che la vita segue il proprio corso e diventa morte, riposo?
Chi sei tu per affermare “io sono”?

 

L’orgoglio, l’io, la tua volontà si dissolvono. Non fai più nulla, non vuoi più nulla; ti limiti a sedere nel profondo del tuo essere;  e l’erba cresce da sé.

Le cose accadono da sé: ti riesce difficile capirlo, perché sei stato educato ad agire, a lottare.
L’ambiente in cui sei cresciuto ti ha insegnato che altrimenti sei perduto, che non arrivi a nulla.
Ma le cose succedono da sé, è nella loro natura. Lasciale accadere.

Il Maestro di Lin Chi morì.

Era un Maestro famoso,  ma Lin Chi  era più famoso del suo Maestro, perchè il Maestro viveva in silenzio, ed era stato Lin Chi a farlo conoscere alla gente.

Si  radunò  una  folla  di diverse migliaia di persone, per rendere omaggio  al  morto, che, come  il  suo discepolo era  un Illuminato. E  al  funerale  trovarono Lin Chi che piangeva a dirotto, come un bambino cui è morta la madre.

La gente non credeva ai propri occhi. Era un comportamento ammissibile in un ignorante; ma in un Illuminato, in uno che insegna che l’essere interno è immortale?

 Se l’essere interno è immortale perché piangi?

 Alcuni intimi andarono da Lin Chi e gli dissero: “Smetti di piangere !  Non è bene; cosa penserà la gente di te ? Si sta già spargendo la voce  che  non  sia  vero  che sei un Illuminato; è in gioco  il  tuo  prestigio. E un uomo come te non ha bisogno di piangere”!

Ma  Lin Chi disse loro  “Cosa  posso  farci?  Le  lacrime sgorgano da sé, è il loro Dharmata. Chi sono io per fermarle? Lasciate pure che la gente pensi che non sono un Illuminato.  Cosa posso farci?   Non c’è più nessuno in me che agisce; succede, semplicemente. I miei occhi piangono per conto loro. Non vedranno più il Maestro, che era il cibo di cui vivevano.

Lo so che  l’anima  è  immortale, che  in  verità  nessuno muore ! Ma come farlo capire a questi miei occhi ? Essi non ascoltano, non hanno le orecchie!

Come si fa a insegnar loro a non piangere, perché la vita è eterna? E chi sono io  per insegnar loro qualcosa?  Se hanno voglia di piangere, piangano”.

Questo è restare sciolti e naturali: le cose succedono da sé, non sei tu che le fai.
Senza accettare né rifiutare nulla, ogni traccia di volontà svanisce; il concetto di forza di volontà si svuota, e l’orgoglio si dissolve nel nulla.

E’ difficile capire un Illuminato; le rappresentazioni mentali non servono.

Cosa pensare di Lin Chi, che dice: “Lo so, ma i miei occhi piangono ugualmente. Lasciateli piangere; li aiuta a rilassarsi. Non vedranno più quest’uomo, il suo corpo sta per essere bruciato.  E  i  miei occhi  erano abituati a nutrirsi di lui, non conoscevano altra grazia, altra bellezza che la  sua. Per troppo tempo si sono nutriti della forma di quest’uomo: è naturale che ora si sentano mancare il terreno sotto ai piedi. Perciò piangono”. Un uomo naturale siede al proprio interno e lascia che le cose succedano.

Non fa!

Solo allora  appare Mahamudra, l’orgasmo ultimo con l’esistenza. Allora non si è più separati; il cielo interno si fonde con il cielo esterno e non ci sono più due cieli, ma uno solo.

Tutti nasciamo liberi ma moriamo in schiavitù...!

Il bambino è malleabile, può essere plasmato in qualsiasi modo. La società, i genitori, gli insegnanti lo plasmano e ne fanno un personaggio con una certa struttura caratteriale. A poco a poco impara le regole della convivenza civile, e diventa un conformista, che è una forma di schiavitù; oppure un ribelle, che è un’altra forma di schiavitù: i reazionari e i rivoluzionari sono nella stessa barca; viaggiano schiena a schiena, senza guardarsi in faccia, ma sono sulla stessa barca, dipendono entrambi dalla stessa cosa.

L’uomo religioso (nel senso di ri-legato alla dimora interiore), non è reazionario, né rivoluzionario. L’uomo religioso è semplicemente sciolto e naturale. Non è pro né contro nulla; è solo se stesso, non obbedisce ad alcuna regola e non si ribella ad alcuna regola; si limita a non avere regole, è libero nel proprio essere.

Non è il prodotto di una cultura.

Tuttavia non è primitivo, incivile; anzi, è la possibilità più alta della civiltà e della cultura; ma non è “educato”.

Non ha bisogno di regole perché la sua consapevolezza è cresciuta, e ha trasceso le regole. Dice la verità, ma non per obbedienza ad una regola.

Essendo sciolto e naturale, è anche sincero: è una cosa che viene da sé.

Ha compassione, ma non perché segua un precetto. Essendo sciolto e naturale, diffonde la propria compassione su tutto ciò che lo circonda. Lui non ci può fare nulla, è un effetto della sua accresciuta consapevolezza.

Non è né pro, né contro la società: è al di là della società. E’ tornato bambino; è il bambino di un mondo sconosciuto, di una nuova dimensione; è rinato.

Ogni bambino nasce sciolto e naturale, poi interviene la società a plasmarlo. E’ inevitabile che intervenga, non c’è nulla di male. Lasciato a se stesso il bambino non crescerebbe e non sarebbe mai in grado di diventare religioso. Resterebbe un animale.

E’ necessario passare  attraverso  la società.

Basta ricordare che è solo un passo da attraversare, e che non si dovrebbe costruire lì la propria dimora.
Bisogna prima adattarsi alla società, poi trascenderla, prima imparare le regole e poi disimpararle.
Le regole entrano nella tua vita perché esistono anche gli altri, perché non sei solo.
Una buona società, una società autenticamente religiosa, insegna ai propri membri la civiltà e la trascendenza della civiltà.

Una società che non insegna la trascendenza è una società puramente secolare e politica, priva di religione.

Fino a un certo punto bisogna ascoltare gli altri; poi bisogna cominciare ad ascoltare se stessi.

Alla fine bisogna tornare al proprio stato originario.

Prima di morire bisogna tornare all’innocenza, ridiventare sciolti, naturali; con la morte si rientra nella dimensione della solitudine, proprio come nell’utero; la società non c’è più.

E durante la vita bisogna trovare dei momenti, degli spazi simili a oasi nel deserto, in  cui si chiudono  gli occhi e  si  va  al  di là della società,    s i   r i e n t r a   i n   s é,  n e l   p r o p r i o  u t e r o:  q u e g l i  s p a z i    s o n o    l a    m e d i t a z i o n e .

Fuori la società continua ad esistere; ma tu te ne dimentichi e torni ad essere solo. Non ci sono più regole, né morale, né linguaggio, e non c’è bisogno di armatura  caratteriale:  dentro  di te puoi essere sciolto e naturale:  e s s e r e   a   c a s a    è   l a    m e d i t a z i o n e.

Siamo tutti diventati eccentrici.

Questa è una parola molto bella: significa fuori dal centro e la si usa per indicare i pazzi.

Ma tutti siamo eccentrici, fuori dal nostro centro. E’ la dimensione in cui ci troviamo; e non può che durare finché continuiamo a dar retta a tutto fuorché   a l   n o s t r o   c e n t r o   i n t e r n o .

Tutta la meditazione serve per centrarsi, per arrivare al proprio centro    p e r   n o n   e s s e r e   e c c e n t r i c i !

Lo scopo di questi discorsi

“Il modo in cui parlo è un po' strano. Nessuno al mondo parla come faccio io. Tecnicamente è sbagliato; ci vuole quasi il doppio del tempo! Ma chi parla ha di solito uno scopo diverso - il mio scopo è assolutamente diverso dal loro. Gli altri parlano perché si sono preparati a farlo; non fanno che ripetere qualcosa che hanno preparato in anticipo. In secondo luogo, parlano per importi una certa ideologia, una certa idea. E in terzo luogo, per loro parlare è un'arte che continuano a raffinare.

Per quanto mi riguarda, non sono ciò che si definisce un oratore. Per me non è un'arte o una tecnica; tecnicamente continuo a peggiorare di giorno in giorno! Ma i miei scopi sono del tutto diversi. Non voglio far impressione su di te per poterti manipolare. Non parlo per convincerti e poter raggiungere qualche obiettivo. Non parlo per convertirti in un cristiano o un indù o un musulmano, in un teista o in un ateo. Queste cose non mi interessano.

Il mio parlare è in realtà uno dei miei espedienti per la meditazione. Parlare non è mai stato adoperato in questo modo: non parlo per darvi un messaggio, ma per far fermare il funzionamento della mente.
Ciò che dico non è stato preparato. Io stesso non so quale sarà la prossima parola; è per questo che non faccio mai errori. Si possono fare errori se ci si è preparati. Non mi dimentico nulla, perché ci si può dimenticare solo qualcosa che si deve ricordare. Quindi parlo con una libertà che forse nessuno ha mai avuto prima.

Non mi preoccupo di essere coerente, perché lo scopo non è quello. Una persona che vuole convincerti e manipolarti con le sue parole dev'essere coerente, dev'essere logica, dev'essere razionale, per poter sopraffare il tuo intelletto. Vuole dominarti tramite le parole.

Il mio scopo è unico:Io uso le parole solo per creare pause di silenzio. Le parole non sono importanti, quindi posso dire cose contraddittorie, cose assurde, del tutto slegate tra di loro, perché il mio scopo è solo di creare silenzio. Le parole sono secondarie; i silenzi tra le parole sono il fatto primario. È semplicemente un espediente per darti un'intuizione momentanea della meditazione. Quando sai che per te è possibile, hai già fatto molta strada in direzione del tuo essere.

La maggior parte della gente pensa che non sia possibile che la mente sia silenziosa. Proprio perché pensano che sia impossibile, non provano neppure. Dare alla gente un assaggio della meditazione è la mia ragione fondamentale per parlare, quindi posso andare avanti a parlare per l'eternità. Ciò che dico non ha importanza; ciò che conta è darvi qualche possibilità di essere silenziosi, una cosa che all'inizio potete trovare difficile da fare da soli.

Io non posso costringervi a essere silenziosi, ma posso creare un meccanismo in cui spontaneamente dovete diventare silenziosi. Io parlo, e nel mezzo di una frase, quando stai aspettando che segua un'altra parola, non arriva nulla, solo una pausa di silenzio. La tua mente voleva ascoltare, e aspettava che arrivasse il seguito, e non voleva perderlo - quindi è diventata silenziosa. Cosa può fare la povera mente? Se si sapesse prima in quali punti sarò in silenzio, se ti fosse stato dichiarato che in questo o in quel punto sarò in silenzio, allora potresti riuscire a pensare; non saresti silenzioso. Allora sapresti: 'Questo è il punto in cui rimarrà in silenzio; ora posso fare una bella chiacchierata con me stesso'. Ma dato che arriva proprio all'improvviso... Io stesso non so perché in alcuni punti mi fermo.

Una cosa del genere in qualsiasi oratore sarebbe condannata, perché quando un oratore continua a fermarsi vuol dire che non è ben preparato, che non ha fatto i suoi compiti a casa. Vuol dire che la sua memoria non è affidabile, che a volte non riesce a trovare la parola da usare. Ma dato che non è oratoria, non mi preoccupo di chi mi condannerà - io mi preoccupo di voi.

E non solo qui, ma anche in posti distanti... dovunque ci saranno persone che ascolteranno dal video o dall'audiocassetta, arriveranno allo stesso silenzio. Il successo per me non è quello di convincerti, il successo per me è di darti un assaggio autentico della meditazione in modo che tu possa aver fiducia nel fatto che non è una favola, che lo stato di non-mente non è solo un'idea filosofica, ma una realtà; che ne sei capace e che non richiede qualifiche particolari.

Con me, essere silenziosi è più facile anche per un'altra ragione. Io sono silenzioso. Il mio essere più profondo non è affatto coinvolto con voi. Ciò che vi dico non è per me un disturbo o una tensione o un compito oneroso; io sono quanto più rilassato si possa essere. Parlare o non parlare per me non fa alcuna differenza.
Naturalmente, questa condizione è contagiosa.

Dato che non posso parlare tutto il giorno per mantenervi in questi momenti meditativi, voglio che siate voi a prendervi la responsabilità. Accettare che siete in grado di essere silenziosi, vi aiuterà quando mediterete da soli. Conoscere la vostra capacità... e si può arrivare a conoscere la propria capacità solo attraverso il farne esperienza. Non c'è altro modo.

Non rendermi completamente responsabile del tuo silenzio, perché ciò creerà per te una difficoltà. Da solo, cosa farai? Allora diventerà una specie di droga, e io non voglio che tu sia assuefatto a me. Non voglio essere una droga per te.

Voglio che tu sia indipendente e fiducioso di poter ottenere questi momenti preziosi anche da solo.
Se puoi ottenerli con me, non c'è ragione per cui tu non possa ottenerli anche senza di me, perché io non sono la causa. Devi comprendere cosa accade: ascoltandomi, metti da parte la mente.
Ascoltando l'oceano, o ascoltando il tuonare del temporale o ascoltando la pioggia che cade battente, metti da parte l'ego, perché non ti serve... L'oceano non ti attaccherà, né lo farà la pioggia; gli alberi non ti attaccheranno - non hai bisogno di difenderti. Se sei vulnerabile alla vita come tale, all'esistenza come tale, avrai continuamente di questi momenti. Presto diventeranno tutta la tua vita.

Dovunque tu sia - a casa, al lavoro, o sulla strada per andare dall'uno all'altro - puoi usare la presenza di qualunque suono, di qualunque rumore, come opportunità per andare dentro di te fino a uno spazio di silenzio e di quiete interiore."

"Non sono qui per spiegarti certe cose, ma per creare nel tuo essere una certa qualità. Non sto parlando per dare spiegazioni; il mio parlare è un fenomeno creativo. Non cerco di spiegarti qualcosa - quello puoi farlo con i libri e in mille altre maniere - sono qui per trasformarti."

"Sono qui per sedurti all'amore per la vita, per aiutarti a diventare un po' più poetico; per aiutarti a morire alle cose ordinarie del mondo in modo che lo straordinario possa esplodere nella tua vita."

"Sì, sono l'inizio di qualcosa di nuovo, ma non l'inizio di una nuova religione. Sono l'inizio di un nuovo tipo di religiosità che non conosce aggettivi, né confini; che conosce solo la libertà dello spirito, il silenzio del tuo essere, la crescita del tuo potenziale e, alla fine, l'esperienza del divino dentro di te - non di un Dio al di fuori di te, ma di una qualità del divino che trabocca dal tuo essere."

"Non sono un santo, non ho niente a che fare con la spiritualità. Tutte quelle categorie per me sono irrilevanti. Non puoi assegnarmi ad una categoria, non puoi incasellarmi. Una cosa soltanto si può dire, e cioè che tutto il mio lavoro è quello di aiutarti a liberare quell'energia chiamata intelligenza dell'amore. Se l'intelligenza dell'amore inizia a scorrere, sei guarito."

"Non sono un'idea e non sono sempre uguale - continuo a cambiare. Sono assolutamente d'accordo con Eraclito che non è possibile entrare due volte nello stesso fiume. In altre parole, non puoi incontrare due volte la stessa persona. E non solo sono d'accordo con lui; io vado persino un passo più in là: dico che non puoi entrare nello stesso fiume nemmeno una volta. Tradotto di nuovo nei termini dell'umanità, non puoi incontrare la stessa persona nemmeno una volta, perché mentre la incontri, sta già cambiando, tu stai cambiando, il mondo intero sta cambiando."

Non voglio che nessuno sia attaccato a me in alcun modo. Il mio lavoro è quello di darti libertà totale e metodi tali che, qualsiasi cosa tu voglia, potrai crearla all'interno di te stesso. Non serve nemmeno dio, non serve nulla - tu sei sufficiente."

"Sono qui per darti libertà... Non dico di imitare me o di essere come me. Non ti do un ideale o un'ideologia da seguire. Ti libero da ogni ideologia e da ogni ideale... da ogni condizionamento."

"Divertiti! A me non piacciono la tristezza e le facce lunghe. Non sono qui per renderti più infelice, sei già troppo infelice. Non sono qui per renderti ancora più triste. Sono qui per risvegliarti all'estasi che è un tuo diritto di nascita, che è naturalmente disponibile per te."

"Il mio messaggio è troppo nuovo. L'India è troppo vecchia, antica, tradizionale. Sono un ribelle. In realtà, non sono un indiano. Se fossi un indiano, avrei già un pregiudizio a favore dell'India. Allora il mio messaggio non potrebbe essere universale. In profondità sarebbe indiano, fondamentalmente indiano - camuffato, nascosto dietro belle parole, astrazioni - ma rimarrebbe essenzialmente indiano. Non potrebbe essere universale. Non sono indiano. Non appartengo ad alcuna nazione. Il mio messaggio è universale."

 

Cosa dicono i dottori sulle meditazioni  dinamiche di Osho

Il dott. Joachim Galuska dirige in Germania la Fachlklinik Heiligenfeld, un istituto psichiatrico che adopera un approccio olistico alla malattia mentale. Sin dall'inizio ha usato le meditazioni di Osho come parte dei suoi metodi clinici. "La Dinamica è una delle tecniche più potenti che conosca" dice Galuska. "Mette a nudo vaste aree della mente inconscia."

Il dott. Galuska usa le meditazioni di Osho con una certa attenzione: "Dopo tutto l'uomo non è un'isola, ma parte di un'unità organica. La Dinamica è eccellente per personalità sufficientemente mature, nevrotiche solo entro certi limiti. Persone di questo genere farebbero bene a provare questa tecnica per vedere quali sono i suoi effetti su di loro. Per le personalità borderline o psicotiche, invece, potrebbe essere eccessivo. Proprio perché è uno strumento così potente, i dottori dovrebbero considerare bene e raccomandarla alle persone a cui può giovare".

Il dott. Galuska d'altra parte raccomanda la Osho Meditazione Kundalini anche a pazienti con gravi disturbi psicotici: "È un marchio di tutte le meditazioni di Osho il fatto che esse mettono in moto l'intero sistema energetico corporeo, e la Kundalini in particolare fa sì che questo accada in modo dolce e armonioso".
La dottoressa Raina Falk, un'esuberante neurologa e psichiatra di 48 anni, offre la Osho Meditazione Dinamica ai suoi pazienti per ventuno giorni al mese.

"I pazienti che vengono da me appartengono a due categorie" ci spiega. "Alcuni soffrono di emicranie, problemi di stomaco, dolori cardiaci, dolori alla schiena, disordini psicosomatici di tutti i tipi, tutti quei disturbi di fronte ai quali i medici si sentono piuttosto impotenti. Gli altri soffrono di depressione o di aggressività latente. Entrambi i gruppi ricavano un grosso beneficio dalla Dinamica".

La Falk fa fare la Meditazione Dinamica non per motivi di ricerca ma perché piace farla anche a lei. Da quello che le dicono i pazienti, con la meditazione accadono molte cose. Nel suo ultimo workshop, per esempio, un uomo aveva una sindrome dolorosa alla spalla che lo costringeva a fare un'iniezione tutti i giorni altrimenti il dolore forte gli impediva i movimenti del braccio. Una mattina scoprì di poter muovere di nuovo il braccio. Un altro paziente che aveva sofferto di depressione le disse dopo la prima settimana di meditazione di aver danzato tutta la notte con sua moglie. "Era davvero esultante" ricorda la Falk "anche se ora ha un po' paura di tutta questa nuova energia e dell'effetto che avrà sulla sua vita."

 

Io insegno un uomo nuovo, una nuova umanità, un concetto nuovo di stare al mondo. Io proclamo l'Homo Novus. Il vecchio uomo sta morendo, e non è affatto necessario aiutarlo a sopravvivere. Il vecchio uomo è sul letto di morte: non piangere per lui, aiutalo a morire. Perché solo con la morte del vecchio può nascere il nuovo. La fine del vecchio è l'inizio del nuovo.

Il mio messaggio all'umanità è un uomo nuovo. Nient'altro basterà! Non un semplice ritocco, non una continuità col passato, ma qualcosa che rompa completamente con il passato.

Fino ad oggi l'uomo ha vissuto in modo non vero, non autentico: ha vissuto una vita molto falsa. L'uomo ha vissuto vittima di una grande patologia, di una malattia molto grave. E vivere nella malattia non è necessario: possiamo uscire dalla prigione perché la prigione è fatta con le nostre stesse mani. Siamo in prigione perché noi stessi abbiamo deciso di restarci, perché abbiamo creduto che la prigione fosse la nostra casa.
Il mio messaggio per l'umanità è: Adesso basta, svegliati! Guarda cosa l'uomo ha fatto a se stesso. In tremila anni ha combattuto cinquemila guerre. Non puoi chiamare sana un'umanità come questa. Solo una volta ogni tanto fiorisce un buddha. Se in un giardino solo eccezionalmente fiorisce una pianta, e per il resto del tempo il giardino è privo di fiori, lo chiami ancora un giardino? Deve esserci qualcosa di fondo che non va. Ognuno nasce per essere un buddha, meno di questo nulla potrà mai soddisfarti.

 

E per creare l'uomo nuovo devi cominciare proprio da te.

”L'uomo nuovo sarà un mistico, un poeta e uno scienziato, tutto quanto insieme. Non guarderà la vita attraverso divisioni vecchie e marce. Sarà un mistico, perché sentirà la presenza di dio. Sarà un poeta, perché celebrerà la presenza di dio. E sarà uno scienziato, perché ricercherà questa presenza attraverso un metodo scientifico. Quando un uomo è tutte e tre queste cose insieme, è un uomo integro.
Questo è il mio concetto di uomo santo.

L'uomo vecchio era represso, aggressivo. Era portato a essere aggressivo perché la repressione comporta sempre aggressione. L'uomo nuovo sarà spontaneo, creativo.

L'uomo vecchio ha vissuto sulla base di ideologie. L'uomo nuovo non vivrà affatto sulla base di ideologie, o di precetti morali, ma attraverso la consapevolezza. L'uomo nuovo vivrà solo attraverso la consapevolezza. Sarà responsabile, responsabile nei confronti di se stesso e dell'esistenza. L'uomo nuovo non sarà morale nel vecchio senso della parola, sarà amorale.

L'uomo nuovo porta con sé un mondo nuovo. In questo momento l'uomo nuovo è inevitabilmente una minoranza in trasformazione, ma è il portatore di una nuova cultura, né è il seme. Aiutalo. Annuncia il suo arrivo dai tetti delle case: questo è il mio messaggio per te.

L'uomo nuovo è aperto e onesto. È trasparente, autentico e disponibile. Non è un ipocrita. Non vive per raggiungere degli obiettivi: vive qui ed ora. Conosce solo un tempo, l'adesso, e conosce solo uno spazio, questo! Attraverso questa presenza, saprà cos'è dio.

Gioisci! L'uomo nuovo sta arrivando e il vecchio sta scomparendo. Il vecchio è già sulla croce, e il nuovo è all'orizzonte. Gioisci, lo ripeto ancora: gioisci!”

 

Una nuova educazione per l’uomo nuovo

“L'educazione che in passato ha predominato è assolutamente carente, incompleta e superficiale: non ha fatto altro che creare persone in grado di procacciarsi da vivere, senza offrire loro nessuna intuizione della vita in quanto tale; e non solo è inadeguata, è anche pericolosa, in quanto si fonda sulla competizione.
Qualsiasi forma di competizione è, in fondo in fondo, violenta e crea persone incapaci di amare, la cui unica motivazione è l'arrivismo: avere un nome, fama, ogni sorta di ambizioni; ovviamente, per arrivare devono lottare e vivere in perenne conflitto. Questo distrugge la loro felicità e il loro senso dell'amicizia. Sembra che ciascuno lotti contro il mondo intero.

Fino a oggi l'istruzione è stata finalizzata a uno scopo: non importa ciò che impari, ciò che importa è l'esame che dovrai superare alla fine dell'anno o del corso. Questo rende importante il futuro, lo rende più importante del presente; porta a sacrificare il presente in nome del futuro. E questo diventa il tuo stile di vita: arrivi a sacrificare in continuazione il momento presente per qualcosa che presente non è. Nella tua vita si crea un vuoto tremendo.

La comune che io prospetto avrà un'educazione a cinque dimensioni. Prima che parli di queste cinque dimensioni, è necessario annotare alcune cose: la prima è che l'istruzione non dovrebbe presupporre nessun tipo di esami; viceversa ogni giorno, ogni ora, gli insegnanti dovrebbero fare delle osservazioni, e le loro annotazioni nel corso dell'intero anno scolastico decideranno se l'allievo è pronto a proseguire, oppure se deve restare un po' più a lungo nella stessa classe. Nessuno è bocciato, nessuno è promosso. Si tratta solo di questo: alcune persone vanno un po' più veloci, altre sono più pigre.
L'idea del fallimento crea una profonda ferita, senso di inferiorità, mentre l'idea di aver avuto successo crea a sua volta un'altro tipo di malattia, il senso di superiorità.

Nessuno è inferiore, e nessuno è superiore: ognuno è semplicemente se stesso, non può essere paragonabile a un'altra persona. Dunque, i vostri esami non hanno ragione di essere. Questo sposterà l'intera prospettiva dal futuro al presente: ciò che fate adesso sarà determinante, non quelle cinque domandine alla fine dei due anni di corso. Ognuna delle migliaia di cose che affronterete in quei due anni sarà determinante; in questo modo, l'istruzione non sarà più finalizzata a uno scopo.
In passato l'insegnante ha avuto un grande valore: sapeva di aver superato tutti gli esami, di aver accumulato sapere. Ma la situazione è cambiata, e questo è uno dei problemi più gravi: le situazioni cambiano, ma noi continuiamo a rispondere alla vecchia maniera. Ora l'esplosione del sapere è così vasta, così incredibile, così veloce, che è diventato impossibile scrivere un libro importante su un argomento scientifico, perché quando il libro è ultimato, è già superato; nuovi avvenimenti, nuove scoperte, lo hanno reso già antiquato. Ragion per cui, oggi la scienza deve basarsi più su articoli e riviste che sui libri. L'insegnante è stato educato trent'anni fa. In trent'anni tutto è cambiato, ma lui continua a ripetere ciò che gli è stato insegnato; e come è superato lui, lo saranno anche i suoi studenti. Per cui, nella mia visione l'insegnante non esiste. Al posto degli insegnanti vi saranno delle guide, ed è importante comprendere la differenza: le guide vi diranno dove trovare, in biblioteca, le informazioni più recenti su un certo argomento. In futuro il computer avrà un'importanza estrema, rivoluzionaria.

Il modo in cui gli studenti sono istruiti è assolutamente vecchio: ancora si fonda sull'accumulo di nozioni nella memoria, ma, più la memoria è colma, minori sono le possibilità di chiarezza e di intelligenza. Io considero il computer come un'opportunità grandissima per liberare gli studenti dalla necessità di memorizzare ogni sorta di informazioni: potranno portarsi dietro piccoli computer che conterranno tutte le informazioni di cui avranno bisogno, in qualsiasi momento. Questo aiuterà le loro menti a essere più meditative, più limpide, più innocenti. Oggigiorno le loro menti sono troppo ingombre di pattume assolutamente inutile. In futuro l'educazione sarà centralizzata su computer e schermi televisivi, poiché ciò che può essere visualizzato graficamente è ricordato più facilmente di ciò che viene letto o ascoltato. Gli occhi sono strumenti di gran lunga più potenti delle orecchie o di altri. E questo annullerà la noia di leggere e di ascoltare; al contrario, la televisione è un'esperienza divertente. La geografia potrà essere insegnata con pienezza di colori...
L'insegnante dovrebbe essere solo una guida che indichi il canale giusto, che mostri come usare il computer, come trovare il libro più recente. La sua funzione sarà completamente diversa; non vi impartirà sapere, vi renderà consapevoli del sapere più recente, del sapere contemporaneo: sarà solo una guida.
Tenendo presente tutto questo, io divido l'educazione in cinque dimensioni: la prima è informativa e comprende la storia, la geografia e molti altri soggetti che possono essere trattati dalla televisione e dal computer. Ma per ciò che concerne la storia dobbiamo stabilire qualcosa di essenziale: oggi la storia tratta di Gengis Khan, di Tamerlano, di Nadirshah, di Adolf Hitler e così via; ma queste persone non sono la nostra storia, sono i nostri incubi. La sola idea che gli esseri umani possono essere così crudeli nei confronti di altri esseri umani è nauseabonda. I nostri bambini non dovrebbero essere nutriti con queste idee.
In futuro la storia tratterà solo di quei geni che hanno contribuito ad aumentare la bellezza di questo pianeta e dell'umanità: un Gautama il Buddha, un Socrate, un Lao Tzu; grandi mistici come Jalaluddin Rumi, J. Krishnamurti; grandi poeti come Walt Whitman, Omar Khayyam; grandi figure nel campo della letteratura, come Tolstoj, Gor'kij, Dostoevskij, Tagore, Basho.

Dovremmo insegnare le conquiste positive del nostro genio, lasciando solo alcune note riguardanti coloro che fino a oggi sono stati considerati insigni dal punto di vista storico, persone come Adolf Hitler; questi non possono avere altro posto che le note o le appendici, e si deve spiegare con chiarezza che erano pazzi, soffrivano di qualche complesso di inferiorità, o di qualche turba psichica. Dobbiamo rendere pienamente consapevoli le future generazioni che in passato è esistito un lato oscuro, che ha dominato a lungo, ma che ora tale oscurità non ha più spazio.

A questa prima dimensione appartengono anche le lingue. Ogni persona del mondo dovrà conoscere come minimo due lingue: la sua madrelingua, e l'inglese come veicolo di comunicazione internazionale. E anche le lingue possono essere insegnate con maggior precisione attraverso la televisione; la pronuncia, la grammatica possono essere insegnate con maggior correttezza.

Possiamo creare nel mondo un'atmosfera di fratellanza: le lingue avvicinano i popoli, ma li possono anche allontanare. Oggi non esiste una lingua internazionale, a causa dei nostri pregiudizi. L'inglese andrà benissimo, perché è la lingua conosciuta dal maggior numero di persone nel mondo, su vasta scala.
La seconda dimensione è la ricerca scientifica, cosa di grandissima importanza in quanto rappresenta metà

della realtà, la parte esteriore. Anche queste conoscenze possono essere trasmesse tramite la televisione e il computer, ma essendo più complicate, necessitano della presenza di una guida umana.
E la terza dimensione è ciò che manca nel sistema di istruzione attuale: l'arte di vivere. La gente dà per scontato di sapere cosa sia l'amore. In realtà non lo sa... e quando lo viene a scoprire, è troppo tardi.
Ogni bambino dovrebbe essere aiutato a trasformare la sua rabbia, il suo odio, la sua gelosia, in amore. Una parte importante di questa terza dimensione dovrebbe essere costituita dal senso dell'umorismo. I nostri cosiddetti sistemi di istruzione rendono la gente triste e seria, e se si spreca un terzo della propria vita in università dove si è tristi e seri, tutto questo entra a far parte dell'organismo; ci si dimentica il linguaggio della risata, e l'uomo che scorda il linguaggio della risata ha dimenticato gran parte della vita. Ragion per cui l'amore, la risata, la familiarità con la vita e le sue meraviglie, i suoi misteri... questi uccelli che cantano sugli alberi, non dovrebbero passare inascoltati. Gli alberi e i fiori e le stelle dovrebbero trovare un'eco nel tuo cuore. L'alba e il tramonto non dovrebbero essere semplici fenomeni esteriori: dovrebbero essere anche qualcosa di interiore. Il fondamento della terza dimensione dovrebbe essere la riverenza per la vita. La gente è troppo irriverente nei confronti dell'esistenza.

La quarta dimensione dovrebbe includere l'arte e la creatività in tutti i loro aspetti: pittura, musica, lavori di artigianato, ceramica, costruzione di case... si dovrebbe dar spazio a tutte le aree della creatività, e gli studenti potranno scegliere.

Solo alcune materie saranno obbligatorie: l'apprendimento di una lingua internazionale, di un mestiere che permetta di guadagnarsi da vivere, di una delle arti creative. Ma sarà possibile scegliere all'interno dell'intero arco delle arti creative, perché se un uomo non impara a creare, non entrerà mai a far parte dell'esistenza, che è un processo di costante creazione. Diventando creativi si diventa divini; la creatività è la sola preghiera che esista. E la quinta dimensione dovrebbe essere l'arte di morire. In questa quinta dimensione saranno incluse tutte le meditazioni, in modo che si possa sapere che non esiste la morte, e si possa arrivare a essere consapevoli della vita eterna che esiste dentro di noi. Tutto questo dovrà essere assolutamente essenziale, perché tutti devono morire; nessuno può evitare il trapasso. E sotto il grande ombrello della meditazione potrete essere introdotti allo Zen, al Tao, allo Yoga, allo Chassidismo, a tutte le possibili discipline esistite, ma di cui l'istruzione non si è mai preoccupata.

La nuova comune avrà un'istruzione completa, totale, integra. Io stesso sono stato professore e ho dato le dimissioni dall'università con un appunto in cui dicevo: Questa non è istruzione, questa è pura stupidità; non insegnate nulla che abbia valore. Ma questa istruzione tanto insignificante è diffusa in tutto il mondo, senza differenze: in Russia quanto in America. Nessuno ha mai cercato un'educazione che fosse integra, globale. Da questo punto di vista quasi tutti sono analfabeti; perfino coloro che hanno tante lauree, sono analfabeti per ciò che concerne la sfera più ampia della vita. Alcuni sono più analfabeti di altri, ma nessuno ha un'istruzione, in quanto un sistema di istruzione globale non esiste da nessuna parte.”

 

La psicologia della rabbia

“La psicologia della rabbia è: volevi qualcosa, e qualcuno ti ha impedito di ottenerlo. Qualcuno ha creato un blocco, un ostacolo. Tutta la tua energia era lanciata a ottenere qualcosa, e qualcuno l’ha bloccata. Non hai potuto ottenere ciò che volevi. Quest’energia frustrata diventa rabbia… rabbia contro la persona che ha distrutto la possibilità di soddisfare il tuo desiderio. Non puoi prevenire la rabbia, perché è un sottoprodotto, ma puoi fare qualcos’altro per far sì che questo sottoprodotto non venga creato affatto. Ricordati di una cosa nella vita: non desiderare nulla con un’intensità tale da renderla una questione di vita o di morte. Sii un po’ giocoso. Non sto dicendo di non desiderare, perché quella sarebbe repressione. Sto dicendo di desiderare, ma di fare in modo che il desiderio sia giocoso. Se si realizza, bene. Se non si realizza, magari non era il momento giusto; si vedrà la prossima volta. Impara un po’ dell’arte di giocare. Noi siamo così identificati col desiderio che, quando qualcosa blocca o impedisce la sua realizzazione, la nostra energia prende fuoco e ci brucia. In questo stato vicino alla follia, puoi fare cose di ogni genere, delle quali ti pentirai in seguito. Puoi creare una catena di eventi nei quali sarai intrappolato per tutta la vita. Per questo motivo, per migliaia di anni si è detto: “Lascia andare i desideri”. Ma questo è chiedere qualcosa d’inumano. Persino quelli che hanno detto: “Lascia andare i desideri”, ti hanno dato un motivo, un desiderio e cioè che se diventi privo di desideri, raggiungerai la libertà suprema del moksha, del nirvana. Anche questo è un desiderio. Puoi reprimere un desiderio per uno ancora più grande, e puoi dimenticarti persino che sei ancora la stessa persona – hai solo cambiato obiettivo. Certo, non ci sono molte persone che stanno cercando di arrivare al moksha, quindi non ci sarà tanta competizione. In effetti, la gente sarà molto felice se cerchi di ottenere moksha – uno di meno con cui competere. Ma, per quanto ti riguarda, non è cambiato nulla. Se accade qualcosa che disturba il tuo desiderio per moksha, la rabbia divamperà un’altra volta. E questa volta sarà ancora più forte, perché ora il desiderio sarà molto più grande. La rabbia è sempre in proporzione al desiderio.
Ho sentito dire… Tre monasteri cristiani erano situati nella stessa zona della foresta. Un giorno tre monaci s’incontrarono a un incrocio. Venivano dai villaggi e tornavano al monastero; ognuno di loro apparteneva a un monastero diverso. Erano stanchi, così si sedettero sotto a un albero e iniziarono a parlare per passare il tempo. Uno disse: “Dovete accettare un fatto: per quanto riguarda il sapere, l’erudizione, il nostro monastero è il migliore”. L’altro monaco allora disse: “Sono d’accordo, è vero. Voi siete molto più eruditi ma, per quanto concerne la disciplina spirituale, non siete all’altezza del nostro monastero. E il sapere non può aiutarti a comprendere la verità. Solo la disciplina spirituale può farlo, e noi siamo i migliori in questo”. Il terzo monaco affermò: “Avete ragione entrambi. Il primo monastero è il migliore nell’erudizione e il secondo nella disciplina spirituale, nelle austerità, nei digiuni. Ma per quanto riguarda l’umiltà e la mancanza di ego, noi siamo il massimo”. Umiltà, mancanza di ego… il monaco sembrava essere del tutto inconsapevole di ciò che stava dicendo: “Per quanto riguarda l’umiltà e la mancanza di ego, noi siamo il massimo”. Persino l’umiltà può diventare un trip di ego. L’assenza di ego può diventare un trip di ego – devi essere molto consapevole. Non cercare di bloccare la rabbia. Non dovresti, in alcun modo, controllare la rabbia, altrimenti ti brucerà, ti distruggerà. Quello che voglio dire è: devi andare alle radici. La radice è sempre qualche desiderio che è stato bloccato, e la frustrazione crea rabbia. Non prendere i desideri troppo sul serio, non prendere nulla troppo sul serio. È una sfortuna che nessuna religione al mondo abbia accettato il senso dell’umorismo come una delle qualità fondamentali dell’uomo religioso. Voglio che comprendiate che il senso dell’umorismo, la giocosità, dovrebbe essere una qualità di base. Non prendere le cose troppo sul serio, e la rabbia non nascerà. Potrai semplicemente ridere di tutto quanto. Potrai ridere di te stesso. Potrai ridere in situazioni in cui ti saresti arrabbiato, saresti stato furioso. Usa il gioco, il senso dell’umorismo, la risata. È un mondo molto grande, dove vivono milioni di persone. Tutti sono alla ricerca di qualcosa da ottenere. È naturale che a volte accada che le persone s’intralcino a vicenda – non perché lo vogliano, è un fatto casuale, la situazione è quella. Ho sentito raccontare di un mistico Sufi, Junnaid, che tutte le sere, nella sua preghiera serale, ringraziava l’esistenza per la sua compassione e per il suo amore. Una volta stava viaggiando da tre giorni con i suoi discepoli, quando arrivarono a un villaggio i cui abitanti erano ostili a Junnaid, perché pensavano che i suoi insegnamenti non fossero esattamente gli insegnamenti di Maometto. Questi insegnamenti sembravano essere solo suoi; e loro pensavano che stesse corrompendo la gente. In questi tre villaggi non ricevettero né cibo, né acqua. Al terzo giorno erano veramente in brutte condizioni. I discepoli pensarono: “Ora vediamo cosa succede nella preghiera.Come potrà dire all’esistenza: ‘Sei piena di compassione, il tuo amore per noi è grande; ti prendi cura di noi e ti siamo grati?”. Ma al momento della preghiera, Junnaid pregò al solito modo. Dopo la preghiera, i seguaci dissero: “Questo è troppo. Per tre giorni abbiamo sofferto la fame e la sete.Siamo stanchi, non abbiamo dormito, eppure tu dici ancora all’esistenza: ‘Sei piena di compassione, il tuo amore per noi è grande; ti prendi cura di noi e ti siamo grati”. Junnaid replicò: “La mia preghiera non dipende da qualche condizione; quelle sono cose banali. Che mi diano da mangiare oppure no, non starò a disturbare l’esistenza per questo – una cosa così piccola in un universo così grande. Se non mi danno da bere, o persino se muoio, non ha importanza: la preghiera rimarrà la stessa. In questo universo infinito, non fa alcuna differenza se Junnaid è vivo o morto”. Questo è ciò che intendo quando dico di non prendere nulla sul serio, nemmeno te stesso. Vedrai allora che la rabbia semplicemente non appare – non c’è più alcuna possibilità. La rabbia è sicuramente una delle maggiori forme di dispersione dell’energia spirituale. Puoi essere giocoso rispetto ai tuoi desideri, e rimanere lo stesso sia se hai successo sia se fallisci. Inizia a pensare a te stesso in modo rilassato, non come a un qualcosa di speciale; non pensare di essere destinato a essere vittorioso, ad aver successo in ogni situazione. È un mondo molto grande, e noi siamo molto piccoli. Se questo fatto riesce a prendere piede nel tuo essere, tutto diventa accettabile. La rabbia scompare, e allora hai veramente una sorpresa perché, quando la rabbia scompare, si lascia dietro un’energia immensa di compassione, d’amore e d’amicizia.”

 

Il conflitto religioso

Perchè ci sono tanti conflitti tra gente di religione diversa?

Il mondo sembra stia diventando ogni giorno sempre più folle. Nessuno sa cosa stia accadendo e tutto è confuso e sottosopra. Questo è ciò che si dice nei giornali. È vero? E se è così, c’è qualche principio intrinseco di equilibrio nella vita che sta mantenendo tutto stabile?

 

“Il mondo è lo stesso; è sempre stato lo stesso – sottosopra, folle, squilibrato. In realtà c’è una sola cosa nuova che è accaduta nel mondo ed è la nostra consapevolezza del fatto che siamo folli, che siamo sottosopra, che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato in noi. E questa consapevolezza è una gran benedizione. Naturalmente è solo un inizio, solo l’abc di un lungo processo; è solo un seme, ma di gran significato. Il mondo non è mai stato consapevole come lo è oggi dei modi folli in cui funziona. È sempre stato così. In tremila anni l’uomo ha combattuto cinquemila guerre. Puoi dire forse che quest'umanità è sana di mente? Non possiamo ricordarci nemmeno di un momento nella storia umana in cui le persone non si sono distrutte a vicenda in nome della religione o in nome di dio o persino in nome della pace, dell’umanità, della fratellanza universale. Parole grosse che nascondono realtà molto brutte! Cristiani che ammazzano musulmani, musulmani che ammazzano cristiani, musulmani che ammazzano gli indù, indù che ammazzano musulmani. Le ideologie politiche, religiose e filosofiche sono solo facciate per nascondere gli omicidi – per uccidere con una giustificazione. Tutte queste religioni promettevano alla gente: “Se morite in una guerra religiosa, il paradiso sarà assicurato. Uccidere in guerra non è peccato, essere uccisi in guerra è una gran virtù”. Questa è pura stupidità! Ma diecimila anni di condizionamenti sono penetrati profondamente nel sangue, nelle ossa, fino nel midollo dell’umanità. Ogni religione, ogni nazione, ogni razza affermava: “Siamo il popolo eletto di dio. Siamo i più grandi; gli altri sono tutti inferiori”. Questa è follia, e tutti hanno sofferto per questo motivo. Gli ebrei hanno sofferto immensamente per un’unica follia che hanno commesso e cioè l’idea di essere il popolo eletto. Quando hai l’idea di essere il popolo eletto, tutti gli altri non possono perdonarti perché anche loro sono il popolo eletto di dio, e come si fa a decidere? Nessun argomento può essere conclusivo, e nessuno sa dove dio si nasconda quindi non puoi nemmeno chiedere a lui; non può essere portato in tribunale come testimone. Solo la spada può decidere. Chi è più potente, ha ragione. Il potere è diritto. Gli ebrei hanno sofferto per secoli, ma la sofferenza non li ha trasformati. Anzi ha rafforzato l’idea che sono loro il popolo eletto. Le stesse persone che dicono loro: “Siete il popolo eletto”, dicono anche che proprio per questo devono affrontare molte prove, devono passare attraverso il fuoco per provare di che metallo sono fatti. Questo è vero non solo per i cristiani, gli ebrei, i musulmani e gli indù; lo stesso vale per tutta la gente esistita finora. L’ego razziale, l’ego religioso, l’ego spirituale sono molto più pericolosi dell’ego individuale, perché quest’ultimo è molto grossolano. Puoi vederlo – può vederlo chiunque, perché è là visibile in superficie. Ma quando l’ego diventa razziale – “l’induismo è grande” – non pensi di star proclamando qualcosa che riguarda te. Indirettamente però stai affermando: “L’induismo è grande, e io sono grande perché sono un indù”. È un modo indiretto, sottile, astuto: “Sono grande perché sono giapponese, perché i giapponesi sono i discendenti diretti di dio”, oppure: “Sono cinese e i cinesi sono il popolo più civilizzato, il più ricco di cultura”. Quando gli occidentali hanno raggiunto la Cina per la prima volta e hanno visto i cinesi, sono scoppiati a ridere. Sembravano delle caricature, dei personaggi dei fumetti, non delle persone – con quattro o cinque peli che gli crescevano sulla faccia e quella era tutta la barba che avevano! Che gente era questa? I primi europei scrissero nei loro diari: “Sembra che abbiamo scoperto l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo”. E che scrivevano i cinesi nei loro diari? Persino l’imperatore della Cina era molto interessato a vedere gli europei perché aveva sentito molte storie su di loro. Li invitò a corte, non perché li rispettasse, ma solo per vedere che gente fossero. Mai prima…! Non riusciva a contenere il riso, appena li vide scoppiò a ridere. Chiese alla sua gente: “Li avete trovati nelle giungle africane? Sembrano scimmie!” L’ego funziona così: l’altro viene sempre messo più in basso possibile; paragonandosi all’altro, ci si sente superiori. Tu dici: “Sembra che il mondo stia diventando ogni giorno sempre più folle”. Non è vero; è sempre stato così. C’è solo una cosa nuova, ed è una benedizione, non una maledizione. Per la prima volta in tutta la storia dell’umanità, alcune persone stanno diventando consapevoli che il modo in cui siamo vissuti finora è sbagliato, che manca un elemento di base nelle nostre fondamenta. C’è qualcosa che non ci permette di crescere e diventare esseri umani sani. Il seme della follia si trova nei nostri condizionamenti. Ogni bambino nasce sano di mente, e poi piano piano lo ‘civilizziamo’ – con quello che chiamiamo il processo di civilizzazione. Lo prepariamo a diventare parte della grande cultura, della grande chiesa, del grande stato a cui apparteniamo. Tutta la nostra politica è stupida, e così lui diventa stupido. Tutta la nostra educazione è brutta. La nostra politica non è altro che ambizione, ambizione nuda e cruda, desiderio di potere. Solo le persone di tipo inferiore hanno interesse per il potere. Solo le persone che soffrono di un profondo complesso d'inferiorità diventano politici. Vogliono dimostrare che non sono inferiori; vogliono provare agli altri e a se stessi che non sono inferiori, che sono superiori. Ma, se sei superiore, che bisogno c’è di provarlo? L’uomo superiore non deve provare nulla, è completamente a suo agio con la sua superiorità. Ecco cosa dice Lao–Tzu: l’uomo superiore non è nemmeno cosciente della sua superiorità, non ne ha bisogno. È solo la persona malata che si mette a pensare alla salute; la persona sana non pensa mai alla salute. Una persona sana non è consapevole della sua salute; solo il malato lo è. Una persona bella, una persona veramente bella non è consapevole della sua bellezza. È solo una persona brutta che si preoccupa costantemente di questo e fa ogni sforzo per provare di non essere brutta. Nel dimostrare ad altri che non è inferiore, non è brutta, sta cercando di dimostrarlo a se stessa. L’altro è uno specchio. Se l’altro dice: “Sì, sei grande…”. Ma lo dirà solo se sei ricco, se sei potente, altrimenti non lo farà. I politici sono malati di mente, eppure insegniamo ai nostri figli a essere dei politici. Insegniamo ai nostri figli la stessa cultura che ci ha torturato, gli stessi valori che sono stati così opprimenti per noi, che si sono dimostrati essere solo sottili catene, prigioni. Ma noi continuiamo a condizionare i nostri figli. La stessa educazione che ha distrutto la nostra grazia e innocenza, la inculchiamo nelle teste dei nostri bambini. E raccontiamo menzogne ai nostri figli come i nostri genitori hanno fatto con noi. Questo è andato avanti per secoli. Come può l’umanità essere sana, integra, rilassata? Sarà di sicuro folle. L’umanità è stata sempre folle. È sempre rimasta sottosopra e confusa, perché è stata allevata con le bugie. Ma oggi sta accadendo una cosa buona: almeno alcune persone giovani e intelligenti si stanno rendendo conto che tutto il nostro passato è sbagliato e che occorre un cambiamento radicale. “Abbiamo bisogno di rompere con il passato. Vogliamo ricominciare dal principio, dobbiamo farlo. Il passato è stato un esperimento assolutamente inutile!” Quando accettiamo la verità così com’è, l’uomo può diventare sano. L’uomo nasce sano. Siamo noi a farlo impazzire. Quando accetteremo che non ci sono nazioni e non ci sono razze, l’uomo diventerà calmo e tranquillo. Tutta questa continua violenza, queste aggressioni, scompariranno. Se accettiamo con naturalezza il corpo dell’uomo, la sua sessualità, tutte le stupidaggini scompariranno. Dobbiamo trasformare tutta la terra in una festa, ed è possibile perché l’uomo ha con sé tutto ciò che occorre per trasformare questa terra in un paradiso.”

 

L’evoluzione

“L’evoluzione è inconscia, è qualcosa di inconsapevole. Non richiede alcuna volontà, alcuno sforzo consapevole, è semplicemente naturale. Ma una volta formatosi la consapevolezza, è tutta un’altra storia. Nel momento in cui esiste la consapevolezza, l’evoluzione si arresta. L’evoluzione arriva solo fino alla consapevolezza, il suo compito è creare la consapevolezza. A quel punto l’intera responsabilità ricade sulla consapevolezza stessa. E’ qualcosa che si deve comprendere da prospettive diverse.

Attualmente l’uomo non si sta evolvendo. Da millenni l’uomo non si sta evolvendo: per quanto lo riguarda, l’evoluzione si è fermata. Il corpo è giunto al suo apice, non si è più evoluto da secoli. Le ossa e i corpi umani preistorici che sono stati ritrovati non sono fondamentalmente diversi dai nostri, non ci sono differenze sostanziali. Se un corpo umano preistorico potesse essere riportato in vita e messo in forma, sarebbe esattamente come il tuo, non ci sarebbe alcuna differenza. Il corpo umano ha smesso di evolversi. Quando si è fermato? Nel momento in cui la consapevolezza ha fatto la sua comparsa, il lavoro dell’evoluzione è finito. Ora tocca a te evolverti. Pertanto, l’uomo rimane statico, nel senso che non si evolve, a meno che non si metta all’opera personalmente: tutto ciò che verrà dopo l’uomo sarà consapevole, tutto ciò che si trova prima dell’uomo è inconsapevole…

Con l’uomo è emerso un fattore nuovo: il fattore della consapevolezza, il fattore della presenza consapevole. Con questo fattore il compito dell’evoluzione è concluso. L’evoluzione esiste per creare una situazione in cui possa evolversi la consapevolezza, allorché la consapevolezza si è formata, tutte le responsabilità ricadono su di essa. Pertanto l’uomo non si evolverà più in maniera naturale, in questo senso non ci sarà alcuna evoluzione. La consapevolezza è l’apice dell’evoluzione, l’ultimo stadio, ma non è l’ultimo stadio della vita. La consapevolezza è l’ultimo stadio dell’evoluzione, dell’intero retaggio animale. E’ l’ultimo stadio – il climax, il culmine – ma per una crescita ulteriore deve rappresentare il primo passo. E quando dico che l’evoluzione si è fermata, intendo sostenere che ora è necessario uno sforzo interiore: se non fai nulla in prima persona, non ti evolverai! La natura ti ha portato all’ultimo livello della crescita inconsapevole, adesso sei consapevole, adesso sai. E quando sai, diventi responsabile. Un bambino non è responsabile dei suoi atti, un adulto sì; con la consapevolezza, con la facoltà di sapere, diventi responsabile di te stesso. Sartre ha detto che la responsabilità è un fardello unicamente umano. Nessun animale è responsabile, l’evoluzione è responsabile per tutto ciò che riguarda l’animale. L’animale non è responsabile di nulla, l’uomo lo è, quindi cosa farai, adesso sarà responsabilità tua. Se vuoi creare un inferno e andarci a vivere, è una tua scelta. Se vuoi evolverti, se vuoi crescere e creare uno stato di beatitudine, è una tua scelta, dipende da te. Gli esistenzialisti, hanno fatto una distinzione molto sottile, e bellissima, che è anche molto pregnante. Affermano che per gli animali prima viene l’essenza, l’esistenza è una crescita successiva. Cerca di comprendere: dicono che per gli animali, per gli alberi, l’essenza è primaria e l’esistenza segue. C’è un seme: il seme, in essenza, è l’albero. L’essenza è presente e l’esistenza seguirà. La parte essenziale esiste già e di certo si esprimerà, si manifesterà. L’albero seguirà! L’albero non sarà una cosa nuova, in un certo senso era già presente; quindi, in realtà, il seme non ha libertà: l’albero esiste dentro di lui. E anche l’albero è privo di libertà: è predestinato dal seme. Ecco cosa si intende affermando che, prima dell’uomo, l’essere essenziale è primario e l’esistenza segue.

Con l’uomo l’intera situazione è esattamente l’opposto: prima viene l’esistenza, poi segue l’essenza. Tu non sei nata con un futuro prestabilito, te lo devi creare. Sei nata, quindi hai un’esistenza, una semplice esistenza priva di essenza, adesso sarai tu a creare l’essenza. L’uomo dunque crea se stesso. L’uomo nasce come semplice esistenza priva di essenza. Qualunque cosa faccia successivamente, creerà l’essenza: saranno le tue azioni a crearti e la libertà è multidimensionale. Un uomo può diventare qualunque cosa, oppure può non diventare nulla. Può rimanere un’esistenza priva di essenza, può rimanere un corpo privo di anima. L’anima, in un certo senso, deve essere creata. Gurdjieff  era solito dire che noi non abbiamo l’anima, ne siamo privi. Finché non la crei, come fai ad averla? Sembra in contraddizione con tutti gli insegnamenti religiosi, ma non lo è. Quando la religione dice che ogni individuo ha un’anima, vuole semplicemente dire che ognuno ha la possibilità di avere un’anima, è una potenzialità: puoi crescere e diventare un’anima. Se l’avessi già, non ci sarebbe alcuna differenza tra te e un seme. E se ti evolvessi come un seme che diventa un albero, se crescessi come un seme e diventassi un uomo, non ci sarebbe alcuna differenza tra l’uomo e tutto ciò che esiste sotto di lui. L’uomo è libertà: libertà di essere. Può essere tante cose, può essere qualunque cosa, ma può accadere che rimanga solo una potenzialità, senza essere nulla, senza diventare nulla… Questo crea inquietudine e paura. Kierkegaard ha formulato il concetto di “terrore”: dice che l’uomo vive nel terrore. Cos’è questo terrore, questa paura? La paura è questa: tu sei semplicemente una potenzialità e nulla di più. Hai soltanto esistenza, non essenza; puoi crearla, ma puoi anche non farlo. La responsabilità è tua: è una situazione terrificante. Nulla è certo, l’uomo è insicuro. In ogni momento si aprono molte vie e tu devi muoverti in qualche modo, andare da qualche parte, senza sapere dove stai andando in realtà, senza sapere quale sarà il risultato, senza sapere cosa accadrà domani. Il tuo domani non si evolverà automaticamente dal tuo oggi, il domani del seme invece, si evolve in maniera automatica dal suo oggi. La morte di un animale sarà il risultato automatico della sua vita, ma questo non vale per te: la differenza è qui. La tua morte sarà una tua conquista, tu ne sarai responsabile. Ecco perché ogni uomo muore in modo del tutto individuale: la morte di nessun essere umano è simile a quella di qualcun altro, non può esserlo! I cani A, B o C muoiono tutti allo stesso modo, la loro morte è semplicemente parte della loro vita: essi non sono responsabili della loro vita e non lo sono della loro morte. E quando qualcuno dice: “morirò come un cane”, sottintende che morirà senza essersi evoluto, senza aver conseguito alcuna essenza. Rimarrà una mera possibilità: nessun uomo potrà morire come qualcun altro, se accade, significa che entrambi si sono lasciati sfuggire l’opportunità di evolvere. Con la comparsa della consapevolezza tu sei responsabile di tutto (rispetto alla tua vita), non importa cosa; si tratta di un pesante fardello, di un’angoscia profonda. Fa paura. Sei sospesa sopra un abisso. E’ questo che intendo quando dico che l’uomo ora ha bisogno di uno sforzo consapevole. Essere un uomo significa entrare nel campo dell’evoluzione consapevole. Milioni e milioni di anni hanno condotto alla tua creazione, adesso però la natura non ti sarà di alcun aiuto. Questo è il culmine dell’evoluzione naturale, ora la natura non può fare nulla per te: ha già fatto tutto quello che poteva. Per questo è inevitabile che in ogni momento della vita sia presente una profonda tensione interiore.

L’uomo è in tensione. Ciò è naturale ed è ottimo; cerca di non dimenticarlo: usalo! Puoi cercare di dimenticarlo e perdere così un’opportunità. Ogni sforzo per dimenticare il tuo stato mentale di tensione è sbagliato, pericoloso; stai ricadendo all’indietro. Usa questa tensione interiore per crescere, per progredire. Adesso non puoi evolverti ulteriormente nel corpo, il corpo è arrivato a un punto morto, a un vicolo cieco: non esiste evoluzione ulteriore. Il corpo si muove sul piano orizzontale. E’ simile a un aeroplano che corre rasente al suolo, su una pista, per decollare; poi arriva un momento in cui il movimento orizzontale si interrompe. Deve correre per tre o quattro chilometri solo per acquistare energia, poi arriva un momento in cui nessun movimento orizzontale può essere d’aiuto. Se continua a muoversi sulla terra, non è un aeroplano, si comporta come un automobile. Quando ha raccolto la quantità di moto necessaria, l’aeroplano lascia la terra e compie un balzo verticale. Questo è accaduto con l’uomo. Fino all’uomo, l’evoluzione ha continuato a correre sulla terra, per così dire, ora con l’uomo ha raggiunto una velocità tale per cui un movimento verticale verso l’alto è l’unico possibile. Se osservi lo stato attuale delle cose e pensi: “Dobbiamo continuare a correre sulla terra, perché lo stiamo facendo da milioni di anni”, sei completamente fuori strada; infatti tutto questo correre aveva il solo scopo di portare al punto in cui puoi decollare!!! Gli animali stanno correndo verso l’uomo, gli alberi stanno correndo verso gli animali, la materia sta correndo verso gli alberi, tutto, su questa terra, sta correndo verso l’uomo. Ebbene, verso cosa può correre l’uomo? L’uomo è il centro, il punto focale: tutto si sviluppa verso l’uomo. Orizzontalmente per l’uomo non è possibile alcun movimento. E se prosegui sul piano orizzontale, la tua non sarà una vita realmente umana, sarà una serie di strati che non sono umani. A volte ti comporterai come un animale. Se continui sul piano orizzontale, a volte sarai solo un vegetale e a volte solo materia inerte, mai un essere umano. Pertanto, io ti invito a scrutare in profondità nella tua vita: non hai fatto quel balzo in verticale. Cosa stai facendo allora? Se pensi a ogni tua azione specifica, potrai vedere che una appartiene al mondo animale, un’altra al regno vegetale e così via… Considera le tue attività, la tua vita, e riuscirai a vedere che qualcosa è solo materia inerte, qualcosa assomiglia solo a una crescita vegetale e qualcos’altro è semplicemente animale. Dov’è l’essere umano? Con la spinta verticale, l’uomo fa la sua entrata nell’esistenza… e questo dipende da te! L’evoluzione consapevole è ora l’unica evoluzione. Ecco perché la religiosità diventa ogni giorno più significativa. Ogni giorno, ogni momento, la religiosità diventa sempre più importante (ovviamente non come viene concepita dalla nostra società), perché dal punto di vista della scienza non sembra esserci alcuna possibilità di movimento. Naturalmente sul piano orizzontale non c’è movimento, non puoi spingerti oltre, tutto si è fermato. Quindi la scienza non ha fatto che operare in funzione di un’espansione dei sensi. Gli occhi si sono fermati, quindi puoi usare degli strumenti per potenziare la vista. Il cervello si è fermato, e quindi adesso puoi usare il computer. Le gambe si sono fermate, e quindi puoi usare le automobili. La scienza non fa che creare strumenti supplementari a una crescita che si è arrestata! L’uomo non sta crescendo, stanno crescendo solo gli strumenti! Naturalmente ogni strumento accresce il tuo potere, ma non c’è crescita alcuna attraverso di esso; anzi, accade proprio il contrario. Le automobili hanno aumentato la velocità, ma hanno distrutto le gambe. E’ un peccato, ma è ciò che accadrà: se i computer sostituiranno la mente umana – e lo faranno, perché la mente dell’uomo non è efficiente come un computer – saranno di grande aiuto, ma finiranno per distruggere la mente dell’uomo, perché tutto ciò che non viene usato va in rovina, si atrofizza. Per tanto la scienza attualmente sembra non fare altro che creare una falsa nozione di evoluzione. Se diamo uno sguardo al passato, la massima velocità che potevamo raggiungere era quella del cavallo: quaranta chilometri circa l’ora. Adesso abbiamo toccato i quarantamila chilometri all’ora. La velocità si è evoluta in un modo vertiginoso, non l’uomo, ma la velocità! Anzi, l’uomo è regredito, perché un uomo che va a cavallo è un individuo più forte di quello che vola su un aeroplano. Dunque, la velocità si è sviluppata, si è evoluta, ma l’uomo è regredito. Esiste un gruppo di scienziati che ritiene che l’uomo è in una fase di regressione, non di evoluzione. Potrebbe esserlo, perché la vita non può rimanere statica. Se non ti evolvi, regredisci automaticamente. Un passo avanti mancato è un passo indietro assicurato! Nella vita non c’è momento di stasi, non si può rimanere fermi in un punto. Non puoi dire: “Non sto crescendo, quindi rimarrò quello che sono, conserverò lo status quo”. Non puoi conservarlo! O vai avanti o torni indietro. Questo gruppo di scienziati pensa che l’uomo stia regredendo di giorno in giorno, che sia in atto una infantilizzazione. L’uomo si comporta più come un eterno fanciullo che come un adulto, in ogni angolo del globo. Se osserviamo la realtà dell’uomo nel suo insieme, molte cose ci appariranno ovvie ed evidenti.

Cosa è successo? In realtà la crescita dell’uomo si è interrotta: la crescita mossa dall’evoluzione si è arrestata; adesso abbiamo solo un surrogato di essa: l’accumulazione scientifica. L’uomo si è fermato, le cose crescono. Le case diventano sempre più grandi e tu rimani la stessa. Le ricchezze crescono e questa loro crescita ti fa pensare che tu stai crescendo. Il sapere cresce, le informazioni aumentano, senza alcuna maturità.

Naturalmente, un Buddha sa meno di te, ma questo non significa che sia cresciuto meno. Un Gesù sa meno di te, era solo il figlio di un falegname, eppure tu non sei più evoluta di lui. Maometto non sapeva né leggere né scrivere e Kabir era una nullità, nondimeno erano più evoluti. Dunque l’evoluzione è qualcos’altro: un’evoluzione della consapevolezza non solo della materia. Puoi sostituire l’avere con l’essere. L’essere è una diversa dimensione di crescita, una crescita verticale, l’avere è orizzontale. Le cose non fanno che crescere: sempre più informazioni, sempre più conoscenze, sempre più ricchezze, sempre più diplomi o lauree, sempre più onori e glorie. Ma questa è accumulazione ed è orizzontale! Non c’è alcuno scatto verticale e tu rimani la stessa, ma, di fatto, tu non puoi restare la stessa perché, se non cresci, inizi a comportarti in maniera infantile: regredisci. Questo è uno dei problemi più gravi che l’umanità di oggi deve affrontare.

L’evoluzione spinge con forza affinché ogni cosa cresca. Ma con l’uomo ha finito: ora sei diventata consapevole e puoi fare quello che vuoi, sei tu che scegli.

Sartre dice che l’uomo è condannato a essere libero, “condannato” a essere libero! La natura intera è rilassata perché non c’è libertà. La libertà è un peso enorme, per questo non la amiamo. Per quanto fiato si sprechi a parlarne, nessuno ama la libertà, tutti ne hanno paura: è pericolosa! In natura non esiste libertà, ecco perché esiste un silenzio sconfinato! Non puoi dire a un cane: “Sei imperfetto…”. Ogni cane è perfetto, lo è perché un cane non è libero di essere: è spinto dall’evoluzione, è prefabbricato, non si è fatto da solo ne può scegliere quale università sarà più adatta alla sua crescita. Una rosa è una rosa. Per quanto bella, non è libera, è solo una schiava. Osserva la rosa: è bella, ma è schiava, è spinta dalla natura, non ha la libertà di fiorire o di non fiorire. Non ci sono problemi, non ha scelta: un fiore deve fiorire. Il fiore non può dire: “non mi piace fiorire…” oppure “mi rifiuto”, non ha voce in capitolo. Per questo la natura è così silenziosa: è succube. Non può errare, non può fare qualcosa di sbagliato. E se non puoi sbagliare, se fai tutto “giusto” non dipende da te, sei solo spinta da forze esterne a te.

La natura è in uno stato di profonda schiavitù. Con l’uomo, per la prima volta, entra in gioco la libertà. L’uomo ha la libertà di essere o non essere. Ed ecco che subentra l’angoscia, il timore rispetto alla possibilità di farcela, alla possibilità di essere o non essere, la paura di ciò che accadrà. Esiste un tremore profondo, ogni momento è un attimo di sospensione: non c’è nulla di fisso o di certo, nulla con l’uomo è scontato, tutto è imprevedibile.

Noi tutti parliamo di libertà, ma a nessuno piace, quindi continuiamo a parlarne, ma poi creiamo forme di schiavitù. Ogni nostra singola libertà è solo un cambiamento di catene. Continuiamo a passare da una forma di schiavitù a un’altra, da un vincolo a un altro: a nessuno piace la libertà, perché fa paura. Adesso tocca a te decidere e scegliere; invece, noi chiediamo sempre a qualcun altro o a qualcos’altro di dirci cosa fare: la società, il maestro, i testi sacri, la tradizione, il buon costume, i genitori. Qualcun altro dovrebbe dirci cosa fare, qualcuno dovrebbe mostrarci il cammino, in quel caso potremo seguirlo, da soli, invece, non riusciamo a muoverci. C’è libertà e c’è paura. Ecco perché esistono tante religioni… a causa di una paura della libertà profondamente radicata. Tu non puoi essere un semplice essere umano, devi essere un cristiano, un hindu o un musulmano. Per il solo fatto di essere un cristiano perdi la libertà, essendo un hindu non sei più un uomo, perché ora dici: “Seguirò la tradizione. Non mi avventurerò nell’ignoto, nell’incerto, nell’inesplorato, mi muoverò lungo un cammino ben tracciato. Mi muoverò dietro a qualcuno, non mi muoverò solo. Sono un hindu, mi muoverò con una folla, non mi muoverò in quanto individuo. Se mi muovessi come un individuo, da solo, ci sarebbe libertà. In quel caso, in ogni istante dovrei decidere, in ogni istante dovrei dare alla luce me stesso, in ogni istante dovrei creare la mia anima. E nessun altro ne sarebbe responsabile, alla fine sarei io l’unico responsabile”.

Nietzsche ha detto: “Ora Dio è morto e l’uomo è totalmente libero”. Se Dio è davvero morto, allora l’uomo è totalmente libero. E l’uomo non teme tanto la morte di Dio, teme molto di più la sua libertà. Se esiste un Dio, va tutto bene, se Dio non esiste, tu sei totalmente libero, condannato a essere libero. Adesso fai ciò che vuoi e soffrine le conseguenze: nessun altro ne sarà responsabile.

Erich Fromm ha scritto un libro dal titolo Fuga dalla libertà. Ti innamori e cominci a pensare al matrimonio. L’amore è libertà, il matrimonio è una schiavitù, ma è difficile trovare una persona che si innamora e non pensi al matrimonio. Poiché l’amore è libertà, nasce la paura. Il matrimonio è una cosa fissa, non fa tanto paura. Il matrimonio è un’istituzione, è morto, l’amore è un evento, è vivo: si muove, può cambiare; il matrimonio non si muove mai, non cambia mai. Per questo il matrimonio rappresenta una certezza, una sicurezza – con il matrimonio nasce anche la più grave forma di prostituzione legalizzata: “il sesso è un dovere coniugale”, che tristezza…- L’amore non ha certezze né sicurezze… e nemmeno doveri e obblighi… l’amore rende liberi… l’amore è incerto. In qualsiasi momento potrebbe svanire nel nulla, così come dal nulla è comparso. Potrebbe scomparire in ogni istante! E’ qualcosa di ben poco terreno, non ha radici nella Terra, non ha a che fare con il calcolo e la razionalità: è del tutto imprevedibile. Pertanto: “Meglio sposarsi, così da mettere radici. Di certo questo matrimonio non può evaporare nel nulla… è un’istituzione!”

E come nell’amore, in ogni altro ambito, nel momento in cui ci imbattiamo nella libertà, la trasformiamo in una schiavitù. Prima lo si fa, meglio è! Così ci si tranquillizza.

Ogni istituzione sarà inevitabilmente qualcosa di orribile, perché è solo la carcassa di qualcosa che era vivo. Ma con qualunque cosa viva è inevitabile che ci sia incertezza. “Vivo” significa che può variare, che può cambiare, che può diventare diverso. Ti amo e l’istante successivo potrei non amarti, ma, se sono tuo marito o tua moglie, tu puoi essere sicuro che anche il prossimo istante sarò tuo marito o tua moglie. E’ un’istituzione. Le cose morte sono permanenti, le cose vive sono momentanee, variabili, transitorie. L’uomo ha paura della libertà e la libertà è l’unica cosa che fa di te un uomo, una donna. Quindi, distruggendo la nostra libertà, manifestiamo in realtà tendenze suicide. E con questa distruzione, distruggiamo tutte le nostre possibilità di essere, a quel punto va bene avere, perché avere significa accumulare cose morte!!! Puoi continuare ad accumulare senza fine, e più accumuli, più ti senti sicuro…

Quando dico: “Ora l’uomo deve muoversi in maniera consapevole”, intendo proprio questo: devi diventare consapevole della tua libertà e anche della tua paura della libertà.

In che modo puoi utilizzare la tua libertà? La ricerca interiore non è altro che questo: uno sforzo per evolvere consapevolmente, uno sforzo per utilizzare questa libertà. Adesso i tuoi gesti fatti con consapevolezza, in quanto scelte consapevoli, acquistano rilievo. Qualsiasi cosa tu faccia in modo inconsapevole è soltanto parte del tuo passato: il tuo futuro dipende da azioni consapevoli. Anche il più piccolo atto, il gesto più semplice, fatto con consapevolezza, con presenza attenta e cosciente, ritma una crescita. Perfino l’azione più semplice, quella più comune, fatta con presenza attenta e consapevole, comporta una crescita.”

“Ciò che il bruco chiama

‘fine del mondo’  per il resto del mondo

È una bellissima farfalla.”

Lao Tzu

 

“Ti domanderanno come si traversa la vita.

Rispondi: come un abisso, su una corda tesa,

in bellezza, con cautela, oscillando.”

Agni Yoga

 

“L’uomo perfetto usa la mente come uno specchio.

Non afferra nulla, non rifiuta nulla.

Riceve ma non conserva.”

S. Tierno – Bokar

 

“Ogni essere umano ha due gruppi di forze dentro di sé.

Un gruppo si attacca alla sicurezza e al difensivismo,

per paura tende a regredire, ad avvinghiarsi al passato; l’altro gruppo

di forze spinge l’uomo verso la pienezza e l’unicità del Sé, verso

il funzionamento totale di tutte le sue capacità…”

A.Maslow

 

“In ultima analisi,

noi contiamo qualcosa solo in virtù

dell’essenza che incarniamo, se non la realizziamo,

la vita è sprecata.”

C.G. Jung

 

“L’amore è una conseguenza della libertà:

ne è la fragranza. Prima devi essere libero,

poi l’amore seguirà.”

Osho

 

“Come potrai mai conoscere l’altro?

Amalo semplicemente per ciò che è, senza alcun giudizio,

e avverrà un miracolo.”

Osho

 

“A volte sii profondamente radicato alla terra,

altre volte vola alto nel cielo:

pian piano diventerai l’orizzonte in cui quegli estremi si incontrano.”

Osho

 

E’ facile rinunciare all’amore, essere celibi. Ma amare e non essere gelosi, amare e non essere possessivi, amare e dare all’altro assoluta fiducia e libertà

è la grande realizzazione.

L’amore dovrebbe essere come il respiro: una qualità implicita. Non si tratta di essere innamorati di qualcuno, si deve essere amore…

Tu Sei Amore

 

 

“Essere vivi significa avere una danza nel cuore;

avere ogni fibra del proprio essere colma di musica celestiale;

sperimentare il flusso eterno della vita nelle proprie vene.”

Osho

 

 

Non esiste il paradiso e non esiste l’inferno. Non esistono geograficamente, fanno solo parte della nostra psicologia. Sono realtà psicologiche. Vivere una vita di spontaneità , verità, amore e bellezza significa vivere in paradiso. Vivere una vita di ipocrisia, menzogne e compromessi – vivere una vita seguendo le aspettative altrui – significa vivere all’inferno. Vivere liberi è il paradiso, vivere limitati è l’inferno. La mia idea del paradiso non è ultraterrena. Il paradiso è qui – dobbiamo solo conoscere il modo per viverci. Anche l’inferno è qui – e noi conosciamo benissimo il modo per viverci. Dobbiamo solo cambiare la nostra prospettiva, il nostro approccio alla vita. La terra è bellissima. Se cominciamo a vivere la sua bellezza e a godere delle sue gioie, senza sensi di colpa nel cuore, siamo in paradiso. Se condanniamo ogni cosa e ogni piccola gioia – se diventiamo un censore, un avvelenatore – allora questa stessa terra diventa un inferno. Dipende da noi dove vivere, dipende dalla nostra trasformazione interiore. Non è solo un cambiamento del luogo esterno, ma soprattutto è un cambiamento del nostro spazio interiore. Vivi con gioia, vivi senza sensi di colpa, vivi totalmente, vivi intensamente: allora il paradiso non è più un concetto metafisico, ma diventa la tua esperienza personale.

 

U.G.K. Uppaluri Gopala Krishnamurti - Il coraggio di essere liberi dal passato

Se raggiungete tutti gli obiettivi che vi siete posti, il successo, il denaro, la fama, una buona posizione, il potere, allora siete felici. Nel ricercare queste cose, lottate duramente. Ci mettete una grande quantità di volontà e di sforzo. Se avete successo, non avete problemi. Ma non è possibile avere sempre successo, lo sapete, no?! Ma, in qualche modo, c’è sempre in voi la speranza di un possibile successo futuro. Quando capite che non potete riuscire sempre in tutto, cadete nella frustrazione. Ma, nonostante ciò, vi rimane la speranza. Sia in ambito materiale, sia in quello spirituale, rimane sempre il desiderio di riuscire a raggiungere l’obiettivo che vi siete preposti. Dovete darmi una mano. Non sono qui per tenere un discorso. Io chiedo sempre alle persone che vengono a trovarmi di essere molto chiare riguardo ciò che vogliono. “Voglio questo”, “Non voglio quello”. Va bene. Una volta che sapete esattamente ciò che volete, sarete in grado di trovare i modi e i mezzi per soddisfare i vostri desideri. Sfortunatamente la gente vuole un mucchio di cose nello stesso tempo. Cristallizzate tutti i vostri desideri in un unico desiderio basilare, dato che tutti i vostri desideri sono una variante dello stesso desiderio. Voi rifiutate il mio avvertimento che l’uomo vuole essere sempre felice, senza neanche un raro momento di infelicità, o vuole un piacere permanente senza il dolore, ma questo come dicevo poc’anzi è fisicamente impossibile. Il corpo non può trattenere troppo a lungo nessuna sensazione, sia piacevole sia dolorosa. Se lo fa, distrugge la sensibilità degli organi di percezione e del sistema nervoso. Nell’attimo in cui riconoscete una particolare sensazione come piacevole, subentra subito la richiesta che questa possa durare a lungo. Ma tutte le sensazioni, la cui intensità dipende dall’importanza che vi date, hanno una durata limitata. Quando separate voi stessi dalle sensazioni piacevoli, nasce la richiesta di estendere il limite di quelle sensazioni, o dei vostri momenti di felicità, e iniziate a pensare a come poterlo fare. Questo pensiero ha mutato in un problema quella particolare richiesta di far durare questa sensazione piacevole più a lungo. L’ha trasformata in un problema per il funzionamento del corpo e di conseguenza diventa una nevrosi. Il corpo fa l’impossibile per gestire questi problemi, ma il pensiero gli rende difficile trattare la cosa in modo naturale, perché tenta di risolverla a livello psicologico o religioso. In realtà, questi problemi sono di tipo neurologico, e se lasciate fare al corpo farà un lavoro migliore di quanto state facendo voi cercando soluzioni a livello psicologico o religioso. Tutte le soluzioni che ci sono state offerte e le soluzioni che abbiamo adottato per secoli non hanno portato niente di buono tranne un po’ di sollievo. Sono state un palliativo per aiutarci a sopportare il dolore. Ma non ci siamo liberati affatto da questo dolore, perché speriamo ancora di risolvere il problema con lo stesso strumento che lo ha creato. Però l’unica cosa che questo strumento può fare è creare problemi. Ma non può mai, dico mai, risolverli.
Se il pensiero non è lo strumento per risolvere i problemi, c’è qualche altro strumento? Io dico di no! Esso può solo creare problemi, non può risolverli. Quando questa comprensione sorgerà in voi, allora capirete che l’energia che c’è nel corpo, che è una manifestazione di vita, un’espressione di vita, tratta ogni difficoltà in modo estremamente più semplice dell’attrito che generate con le idee per risolvere questi problemi.
D: Qual è allora il tuo consiglio quando abbiamo un problema?

U.G.: Voi non potete fare altro che creare i problemi. Prima di tutto create il problema e poi non siete per nulla interessati a guardare i problemi. Non affrontate i problemi. Siete molto più interessati alle soluzioni che ai problemi. Questo vi rende difficile osservare il problema. Io vi suggerisco “Guardate bene, voi non avete alcun problema”. Voi asserite con tutta l’enfasi che potete, e con grande animosità “Guarda, io ho un problema”.

Va bene, avete un problema. Qualcosa vi assilla e dite “Ecco questo è il problema”. I dolori fisici sono reali. In quel caso andate dal medico, lui vi dà una medicina, che può essere più o meno buona, più o meno tossica, e questa produce qualche sollievo, anche se di breve durata. Ma le terapie che questa gente vi sta fornendo intensificano solo un problema che non esiste. State solo cercando le soluzioni. Se ci fosse qualche cosa di vero in queste soluzioni che vi vengono offerte, il problema dovrebbe essersene andato, dovrebbe scomparire. In realtà, il problema è ancora presente, ma voi non mettete mai in discussione le soluzioni che questa gente vi sta offrendo come sollievo o come qualcosa che può liberarvi dai problemi.
Se voi metteste in discussione le soluzioni che vi sono offerte da quelli che vendono queste cose nel nome della santità, dell’illuminazione, della trasformazione, trovereste che in effetti non sono le soluzioni. Se lo fossero, avrebbero dovuto produrre i risultati voluti ed avrebbero dovuto liberarvi dal problema. Ma non lo fanno.

Ma voi non mettete in discussione le soluzioni perché credete che chi vi propone queste cose non possa ingannarvi, non possa essere un mascalzone. Per voi egli è un illuminato o un dio che cammina sulla superficie della terra. Magari però quel dio può illudersi, e autodistruggersi, magari indulge nel suo auto-inganno e continua a vendervi questa robaccia, questa merce scadente. Voi non mettete in discussione le soluzioni, perché in quel caso dovreste mettere in discussione anche coloro che vi forniscono queste soluzioni. Ma voi siete convinti che non possano essere disonesti, un santo non può essere disonesto.
Eppure, dovete mettere in discussione le soluzioni perché non stanno risolvendo il problema. Perché non le mettete in discussione e non testate la loro validità? Quando vi rendete conto che non funzionano, dovete gettarle via, buttarle nella spazzatura, fuori dalla finestra. Ma non lo fate perché c’è la speranza che in qualche modo quelle soluzioni vi daranno il sollievo che cercate. Lo strumento che state usando, cioè il pensiero, è lo stesso che ha creato questo problema, quindi non accetterà mai e poi mai la possibilità che quelle soluzioni siano una fregatura. Ma esse non sono affatto la soluzione. La speranza vi fa andare avanti. Tutto ciò vi rende difficile osservare il problema. Se una soluzione fallisce, voi andate da qualche altra parte e adottate un’altra soluzione. Se anche questa ultima fallisce, ne cercate un’altra ancora… Continuate a comprare soluzioni e neanche per un momento vi domandate: “Qual è il problema?”.

Io non vedo nessun problema. Vedo solo che voi siete interessati alle soluzioni e venite qui e ponete la stessa richiesta: “Vogliamo un’altra soluzione”. E io vi dico: “Queste soluzioni non vi hanno aiutato per nulla, quindi perché ne cercate un’altra?”. Ne aggiungereste solo un’altra alla vostra lista, per trovarvi alla fine esattamente al punto di partenza. Se vedete l’inutilità di una, le avete viste tutte. Non dovreste provarne una dopo l’altra. Quanto sto suggerendo è che se una di quelle fosse stata la soluzione, avrebbe dovuto liberarvi dal problema. Se quella non è la soluzione, allora non c’è nulla che possiate fare; e poi il problema non esiste nemmeno. Quindi, non avete alcun interesse a risolvere il problema, perché ciò sarebbe la vostra fine. In realtà volete che il problema rimanga. Volete che la fame rimanga perché se non aveste fame non andreste a cercare questo tipo di cibo da tutti questi santoni. Quello che loro vi danno sono solo degli scarti, pezzetti di cibo, e voi siete soddisfatti. Poniamo per un istante che questi leader spirituali, questi terapisti possano darvi tutto il pane, cosa che peraltro non possono fare perché non ce l’hanno, che ve lo promettessero, ma lo tenessero qui, nascosto da qualche parte… solo promesse. Ve lo darebbero solo pezzetto dopo pezzetto. In questo modo non trattate direttamente con il problema della fame, piuttosto che farlo siete molto più interessati ad ottenere un pezzetto in più da quel tizio che vi promette le soluzioni.
Quindi, voi non state trattando il problema della vostra fame, siete molto più interessati ad ottenere altre briciole da quel tizio, piuttosto che affrontare il vostro dilemma.

D: È come andare a vedere un film per scappare dalla realtà.

U.G.: Voi non guardate mai il problema. Qual è il problema? La rabbia per esempio. Non voglio discutere tutte queste sciocchezze che sono state dibattute per secoli. La rabbia. Dov’è quella rabbia? Potete separarla dal funzionamento di questo corpo? È come un’onda nell’oceano. Potete separare le onde dall’oceano? Potete solo sedervi ad aspettare che le onde cessino, così potrete nuotare nell’oceano, come il Re Canute che sedette per anni e anni sperando che le onde sparissero in modo da poter fare un tuffo in un mare assolutamente calmo. Ma ciò non accadrà mai. Voi potete sedervi ed imparare tutto sulle onde e sulle maree, l’alta marea e la bassa marea (gli scienziati ci hanno dato tutti i tipi di spiegazioni), ma il conoscere quelle cose non vi sarà di nessun aiuto. Voi non state assolutamente trattando con la vostra rabbia.
Prima di tutto, dove sentite quella rabbia? Dove sentite tutti i vostri cosiddetti problemi da cui volete liberarvi? ...I desideri, i desideri brucianti? Il desiderio vi brucia. La fame vi brucia. Ma le vostre soluzioni e i mezzi che adottate per realizzare i desideri rendono impossibile a quei desideri e a quella rabbia di consumarsi da soli.
Dove sentite la paura? La sentite lì, alla bocca dello stomaco. È parte del vostro corpo. Il corpo non può sopportare quelle ondate di energia e voi cercate di sopprimerla per ragioni spirituali o sociali. Ma non ci riuscirete.
La rabbia è energia, un tremendo scoppio di energia. E cercando di distruggere quell’energia con ogni mezzo, state distruggendo l’espressione della vita stessa. Diventa un problema solo quando cercate di intromettervi con questa energia. Se la rabbia venisse assorbita dal sistema fisiologico, non vi comportereste come pensate che fareste se la rabbia fosse lasciata libera di agire seguendo il suo corso naturale. In realtà non siete in contatto con la vostra rabbia, ma con la vostra frustrazione. Così, per evitare quella situazione che vi ha creato problemi nelle vostre relazioni o nella comprensione di voi stessi, volete essere preparati ad affrontarla se si ripresenterà in futuro.

Lo strumento che usate è quello che avete sempre usato per ogni scoppio di rabbia. Ma non vi ha ancora aiutato a liberarvene. Voi non volete usare nient’altro, neanche di straordinario, se non questo strumento, che avete usato per tutti questi anni. E sperate che in qualche modo possa un domani aiutarvi nel liberarvi dalla rabbia. È sempre la solita vecchia speranza.

D: Ma se qualcuno è molto arrabbiato può diventare violento.
U.G.: Quella violenza viene assorbita dal corpo.
D: Ma può diventare una minaccia.
U.G.: Per chi?
D: Per le altre persone.
U.G.: Sì. E quindi? Cosa può fare?
D: Può andare in giro con un coltello…
U.G.: Che altro?
D: Uccidere qualcuno.
U.G.: Sì. Ma pensa alle guerre dove si uccidono migliaia e migliaia di persone, senza che loro ne abbiano alcuna colpa. Perché limiti la condanna ad una reazione che è naturale, e non condanni le nazioni che scagliano addosso quegli ordigni tremendi a gente indifesa? Le chiami civili? Entrambe le due azioni sono sorte dalla stessa fonte. Più a lungo cercate di sopprimere la vostra rabbia qui, più voi indulgerete in queste atrocità e le giustificherete, perché sono il solo mezzo per proteggere il vostro modo di vivere e di pensare. Queste due cose vanno assieme. Perché giustifichi una cosa del genere? È folle.

Quell’uomo arrabbiato non vi sta attaccando direttamente, ma minaccia il vostro modo di vivere. Il pericolo che rappresenta quell’uomo è quello che vi porti via le cose che considerate preziose. È per questo che cercate di fermare quest’uomo dall’agire quando è in preda ad uno scoppio di rabbia. Le hanno detto che un uomo arrabbiato diventa antisociale. Ma anche se cercherà di praticare la virtù, resterà un antisociale perché le sue azioni saranno caratterizzate dalla rabbia. Quando quella meta che la società vi ha imposto, quando quello stesso obiettivo che voi avete adottato come ideale da raggiungere verrà tolto di mezzo, voi non danneggerete più nessuno, né individualmente, né a livello di nazione.
Dovete guardare in faccia la rabbia. Ma voi state trattando con cose che non hanno nessun rapporto con la rabbia, non le permettete mai di bruciare se stessa esattamente là dove si origina e agisce. Fare le vostre terapie, prendere a calci un cuscino, colpire questo, quello o quell’altro, è soltanto una presa in giro. Non libera una volta e per tutte l’uomo dalla rabbia.

 

Uppaluri Gopala Krishnamurti - U.G. I primi anni

Uppaluri Gopala Krishnamurti nacque il 9 luglio 1918 nella città di Masulipatam, in India, nella famiglia Uppaluri, da cui acquisì il cognome. Crebbe nella vicina città di Gudivada. La madre morì sette giorni dopo la sua nascita ed egli fu portato dal nonno materno, un avvocato di famiglia bramina, molto interessato alla società Teosofica. (A U.G. è stato spesso raccontato che la madre, appena prima di morire, aveva detto di lui che egli era nato per un destino incommensurabilmente grande. Il nonno aveva preso molto seriamente la cosa ed aveva lasciato il suo lavoro di avvocato per dedicarsi all’educazione di U.G. I suoi nonni ed i loro amici erano convinti che egli fosse uno Yoga Brashta (1), cioè uno che era venuto in contatto con l’illuminazione nella sua vita passata). Nella "Mistica dell'Illuminazione" U.G. racconta della sua primissima infanzia.
- Sono cresciuto in un’atmosfera molto religiosa. Mio nonno era un uomo di grande cultura. Lui conobbe madame Blavatsky (2a) (la fondatrice della Società Teosofica (2b)), il colonnello Olcott, (2c) e più tardi la seconda e la terza generazione di Teosofi. Furono molti i teosofi che visitarono la nostra casa. Mio nonno era un grande avvocato, molto ricco, colto ed anche molto ortodosso. In lui si sommavano due culture l’ortodossia da una parte e la teosofia dall’altra. Egli non riuscì mai a trovare un equilibrio tra le due tendenze e quello fu l’inizio dei miei problemi.

Egli aveva lasciato il suo lavoro ed aveva dedicato tutto se stesso a creare una atmosfera profonda per educarmi nel migliore dei modi, ispirandosi alla Teosofia. Così, ogni mattina, mi trovavo tra persone che leggevano le Upanishad, Panchadasi, Nayshkarmya Siddhi, (3) I commentari, i commentari dei commentari e così via, dalle quattro di mattina fino alle sei di sera e, questo bambino, di cinque, sei, sette anni, doveva sentire tutte quelle cose. L’istruzione era così intensa che quando raggiunsi il settimo anno di età, potevo ripetere a memoria, molti passaggi del Panchadasi o del Nyshkarmya Siddhi, o di altri testi.
Molti uomini ritenuti santi visitavano la nostra casa. Molti appartenenti all’ordine di Ramakrishna, (4) ed altri vennero a trovarci, dato che il nonno aveva voluto una specie di casa aperta a tutte le persone pie. Così, la prima cosa che scoprii, quando ero molto giovane, fu che erano tutti ipocriti. Loro parlavano di quelle “cose”, credevano in quelle “cose”, ma la loro vita non rispecchiava quello che dicevano e credevano. La loro vita era vuota. Quello fu l’inizio della mia ricerca.

Mio nonno soleva meditare, (Egli è morto e non voglio dire nulla di brutto su di lui), per una o due ore, in una stanza separata. Un giorno un infante, di circa un anno e mezzo o due, scoppiò a piangere per qualche ragione. Mio nonno uscì dalla stanza di meditazione ed iniziò picchiarlo finché non divenne quasi blu. - E questo era un uomo che meditava due ore al giorno – Quell’esperienza ha creato in me, (non mi piace usare termini psicologici ma non c'è scampo ad essi), una sorta di esperienza traumatica. Pensavo: - Ci deve essere qualche cosa di assurdo riguardo a questa pratica della meditazione. Le vite di chi medita sono assolutamente vuote. Quelli che meditano dicono cose meravigliose, si esprimono in modo molto bello. Ma cosa dire circa il loro comportamento? C'è qualche paura nevrotica nelle loro vite: loro parlano di cose che non sono inerenti a come agiscono. Cosa c'è di sbagliato in loro? – Le cose andarono avanti in questo modo ed io ero ne ero coinvolto: - C’era qualche cosa in quello che professavano che non riuscivo a capire. - Budda, Gesù, i grandi maestri, tutti avevano parlato di Moksha, (5) di liberazione, di libertà. Cosa significava? Volevo scoprirlo da me stesso. Il loro insegnamento mi era inutile, eppure ci doveva essere qualche persona in questo mondo che era un’incarnazione, un apostolo di queste cose. - Se ce n’è io la voglio trovarla da me stesso - mi dissi. (Da giovane U.G. praticò ogni tipo di austerità e cercò davvero la "liberazione". Egli spese sette estati sull'Himalayas con Swami Shivananda (6) studiando Yoga e praticando la meditazione). Poi molte cose sono successe. C’era un uomo chiamato Shivananda Saraswati in quei giorni - egli era un evangelista dell’Induismo. Tra l’età di 14 e 20 anni, (sto saltando molti particolari), io solevo andare ad incontrarlo e con lui praticai ogni tipo di austerità. Ero così giovane ma ero determinato a trovare se esisteva una cosa come la liberazione, e, se esisteva, la volevo per me stesso. Io volevo provare a me stesso e agli altri che in una persona spirituale, non poteva esserci nessuna ipocrisia.
Crescendo il sesso diventò un tremendo problema per me che ero un giovane uomo. Mi dicevo: - Il sesso è qualche cosa di normale, una cosa biologica, un urgenza del corpo umano. Perché tutte queste persone vogliono rinunciare al sesso e sopprimere qualche cosa di così naturale, qualche cosa che è parte della vita, al fine di raggiungere qualche altra cosa? Il sesso è più reale, più importante per me che la liberazione, la Moksha e tutto il resto. Questa è la realtà - Pensavo a dei e dee e facevo sogni erotici. Mi succedevano questo tipo di cose e perché avrei dovuto sentirmi colpevole? Era così naturale ed io non avevo nessun controllo - La meditazione non mi aveva aiutato, gli studi non mi avevano aiutato, le mie discipline non mi avevano aiutato. Mi astenevo da cibi con spezie o piccanti, ma non serviva – Poi un giorno, trovai Shivananda che mangiava un mango nascosto dietro una porta ed allora mi dissi: - Qui c’è un uomo che si è negato tutto nella speranza di raggiungere qualche altra cosa, ma quell’uomo non può controllarsi. Anche lui è un ipocrita - Non voglio dire nulla di cattivo su di lui, ma quel tipo di vita non era per me. Quando avevo 21 anni arrivai ad un punto in cui sentii in maniera molto forte che - Budda, Gesù, Ramakrishna e tutti i mistici e santi, avevano imbrogliato e deluso se stessi e deluso gli altri. Questo, vedi, non poteva essere assolutamente il punto. - “Dov’è quello stato di cui hanno parlato e che hanno descritto quelle persone? Quelle descrizioni sembravano non avere nesso con me, e col modo con cui io funzionavo. Tutti dicevano: “Non arrabbiarti” ed io ero rabbioso tutto il tempo. Io ero pieno dentro di me di cose brutali - così quello che dicevano doveva essere falso. Il mio pensiero era: - Quello che mi dicono è falso, e renderà falso anche me. Io non voglio vivere una vita di falsità. Io sono avido e loro stanno parlando di non avidità. C’è qualche cosa di sbagliato da qualche parte. Questa avidità è un qualche cosa di reale, qualche cosa di naturale per me. Quello di cui stanno parlando è innaturale –

 

L’incontro con Ramana Maharishi

A quel punto discussi di queste cose con un mio amico. Lui disse che io ero praticamente un ateo, scettico su tutto, ed eretico. Egli disse: - C’è un uomo a Tiruvannamali vicino a Madras chiamato Ramana Maharishi andiamo a vederlo. Lui è un’incarnazione vivente della tradizione indiana. Io non volevo vedere più nessun santo; dentro me pensavo: - Sono tutti uguali. Se ne hai visto uno li hai visti tutti. Tutti ti dicono impegnati di più ed otterrai la tua meta, invece per me, quelle pratiche accrescevano solo le mie esperienze e queste esperienze chiedevano di perpetuarsi nel tempo. Quindi i santi sono tutti “ripetitori”. Essi ripetono solo quello che c’è nei testi sacri. Io non voglio leggere, non voglio più esperienze. Loro stanno provando a condividere un’esperienza con me, ma io non sono interessato all’esperienze. Le esperienze vanno e vengono e non c’è differenza per me tra un’esperienza religiosa ed una sessuale o qualsiasi altra esperienza. Tuttavia con esitazione, riluttanza e senza entusiasmo, andai a vedere Ramana Maharishi. Quel mio amico mi condusse là. Egli mi aveva detto: - vai là almeno una volta, qualche cosa ti succederà - Egli mi aveva parlato di lui e mi aveva dato anche un libro – India segreta - di Paul Brunton (7) così io lessi il capitolo relativo a questo uomo ed alla fine acconsentii ad andare. Ramana era seduto là, quando fui in sua presenza la prima sensazione fu: - Come può aiutarmi quest’uomo che è seduto a leggere fumetti, che taglia verdure per la mensa, e che fa un sacco di cose normali? Egli non può certo aiutarmi. - Ad ogni modo mi sedetti. Non successe nulla. Lo guardavo e lui mi guardava. Quello che avevo letto - in sua presenza sentirai il silenzio, le tue domande scompariranno, il suo sguardo ti cambierà - rimanevano storielle per me. Io ero seduto là ed avevo un mucchio di domande dentro di me. Domande stupide che non erano affatto scomparse. Ero seduto da due ore e le domande non scomparivano. - Ok, mi dissi, lasciami fare qualche domanda - Siccome a quei tempi ero molto interessato alla liberazione (moksha) che era parte del mio back-ground culturale io dissi: - si suppone che lei sia un uomo liberato – (io non feci realmente quella premessa) - Può darmi quello che lei hai? – Io gli feci la domanda ma lui non rispose, così dopo qualche momento io ripetei la domanda. Sto chiedendo: - qualsiasi cosa lei abbia, può darla anche a me? - Egli rispose: - Io posso dartela ma tu sei pronto a riceverla? Oh ragazzi, per la prima volta un uomo stava dicendo che lui aveva qualche cosa che io no potevo ricevere. Nessuno prima di allora aveva detto: - Io posso dartela - ma quest’uomo non solo diceva: - io posso dartela, ma dubitava pure che io potessi riceverla - Io dissi a me stesso: - se c’è un individuo in questo mondo che può riceverla, quello sono io, visto che ho fatto così tanto cammino spirituale, (Sette anni di Sadhana (8)). Lui può pensare che io non posso prenderla, ma io posso prenderla. Se non posso riceverla io chi altri può riceverla? - Quello era il mio pensiero a quel tempo, sai, (ridendo), avevo molta auto stima. Io non rimasi con lui, non lessi nessuno dei suoi libri, gli chiesi solo poche altre domande: - Si può essere liberi in maniera intermittente? – Egli disse: - O sei libro o non lo sei affatto – Ci fu un’altra domanda che ora non ricordo a cui lui rispose: - non ci sono gradini che ti conducono là - Ma io ignoravo tutte queste cose e quella risposta non significò nulla per me. Andandomene pensai: - quanto è arrogante mi chiede se io posso riceverla. Perché non dovrei poter riceverla, qualsiasi cosa sia? - Quella divenne la mia domanda, una domanda naturale. In quel modo la domanda formulava se stessa - Cos’era quello stato che tutta questa gente: Budda, Gesù ecc. avevano conseguito? Ramana è in quello stato? Si pensa di si, io non lo so, ma quell’uomo è un essere umano come me. In cosa differisce da me? – Quello che gli altri dicevano, o quello che lui diceva non aveva peso per me. Io pensavo: - Tutti possono fare quello che lui fa. Cose c’è dunque di altro? Egli non può essere molto diverso da me. Anche lui è nato da genitori. Lui ha le sue idee particolari su queste cose. La gente dice che gli è successo qualche cosa, ma in che modo è diverso da me? Cose c’è in lui? Cos’è quello stato? - Quella era diventata la mia domanda fondamentale.
Quella domanda andò avanti e avanti dentro di me. - Io devo trovare quello stato. Nessuno me lo può dare, sta solo nelle mie mani. Devo andare in questo “mare sconosciuto” senza un compasso, senza una barca, senza neppure una zattera di salvataggio. Io devo trovare da solo qual è lo stato in cui quell’uomo è - “Volevo così intensamente questa cosa che avrei dato la mia vita per essa”. (Verso i vent'anni U.G. si iscrisse all'Università di Madras dove studiò psicologia, filosofia, misticismo e scienze, ma non completò mai gli studi. Nel 1941 all'età di 23 anni iniziò a lavorare per la Società Teosofica e visitò la Norvegia, il Belgio, La Germania e gli Stati Uniti. Tornato in India sposò Kusuma Fumari, una donna di origine bramina).

La frequentazione con Jiddu Krishanamurti

Io fui coinvolto con lui. L’ho ascoltato per quasi sette anni, ogni volta che veniva. In quei sette anni, non lo incontrai mai personalmente. Quel concetto del “maestro del mondo” creava in me qualche tipo di diffidenza. - Come si può definire a priori un “maestro del mondo”? Maestri del mondo si nasce non si diventa - Quello era il mio pensiero. Conosco tutti i retroscena su di lui ma io non facevo parte del suo circolo di intimi, sono sempre rimasto alla periferia, non ho mai voluto lasciarmi coinvolgere completamente. Sentivo lo stesso tipo di ipocrisia delle altre esperienze, nel senso che non c’era niente nelle loro vite. - Gli eruditi, la gente importante, i maestri della mente. cos’era? Cosa c’era dietro? – Poi Krishnamurti si staccò dalla società Teosofica e dopo sette anni, le circostanze ci fecero incontrare personalmente. Lo vedevo quotidianamente e discutevamo di tutte queste cose. Io non ero interessato nelle sue astrazioni ne nel suo insegnamento. Una volta gli dissi: - Tu hai preso il linguaggio psicologico e stai provando ad esprimere qualche cosa attraverso quel linguaggio. Fai un processo di analisi per arrivare, alla fine, a vanificare il processo stesso. Questo tipo di analisi può solo paralizzare le persone. Non le può aiutare. Io mi sto paralizzando – La mia domanda era sempre quella: - cos’è che tu hai che io non ho? – Pensavo: - Io non sono interessato alle astrazioni che mi racconti. C’è qualche cosa oltre quelle astrazioni? Se si cos’è quella cosa? - In qualche modo avevo una sensazione, non posso dire perché, ma la mia sensazione era che c’era altro oltre le astrazioni è quello, era ciò che mi interessava. Questa sensazione poteva essere una mia proiezione ma avevo l’impressione, per usare un’immagine famigliare, che lui non avesse mai assaggiato lo zucchero ma probabilmente lo aveva visto. Il modo con cui diceva le cose mi dava la sensazione che lui lo conoscesse, ma non ero sicuro che lo avesse assaggiato. Siamo andati avanti così per anni, c’era qualche tipo di differenza tra noi. Io volevo delle risposte chiare ed oneste da lui e per qualche ragione lui non voleva darmele. Era molto sulle difensive, stava difendendo qualche cosa. Gli chiesi: - Cose c’è lì da difendere? Perché vuoi difendere te stesso? - Volevo delle risposte dirette ma egli non me le diede mai in modo soddisfacente. Verso la fine io mi feci insistente. – C’è qualche cosa oltre tutte queste astrazioni? – E lui rispose: - Non hai modo di saperlo da te stesso – Finito! Quella fu la fine della nostra relazione. - Se io non ho modo di conoscerlo, e tu non hai modo di comunicarmelo, cosa diavolo stiamo facendo? Ho gettato via sette anni. Addio, non voglio più vederti - e me ne andai. Prima del mio quarantanovesimo anno io avevo molti poteri e molte esperienze, ma non gli prestavo grande attenzione. Quando incontravo qualcuno potevo vederne passato, presente e futuro senza che lui mi avesse detto nulla. Io ero stupito e mi chiedevo come mai avessi quei poteri? Qualche volta dicevo qualche cosa e quella cosa si avverava. Io non capivo il meccanismo di quella cosa. Mi chiedevo com’era possibile per me dire quelle cose. Questo fatto aveva, a volte, spiacevoli conseguenze e creava sofferenza nelle persone.

 

Il periodo di Londra

(Nel contempo U.G. viaggiava per tutto il mondo come conferenziere. Nel 1955 lui e sua moglie ed i 4 figli andarono negli Stati Uniti alla ricerca di una cura per il figlio più grande malato di “polio”. Nel 1961 i suoi soldi finirono ed egli sentì un tremendo sollievo che non poteva e non voleva controllare, la cosa durò per 6 anni e finì con la calamità, (come egli chiama il suo ingresso nello stato naturale). Il suo matrimonio si incrinò. Lui mise la sua famiglia su un aereo per l’India ed andò in Inghilterra. Arrivò là col cuore leggero ed iniziò a girare per la città. Per tre anni visse come un barbone vagabondando per le strade. I suoi amici lo vedevano andare in giro col capo basso, ma lui dice che a quei tempi la sua vita gli sembrava perfettamente naturale. Coloro che hanno una visione mistica di questi eventi hanno voluto descrivere quegli anni come: - l’oscura notte dell’anima – ma nel modo di vedere di U.G. non c’era nessuna lotta eroica contro la tentazione, nessun anima che lottasse contro gli istinti, nessun culmine poetico, ma semplicemente agiva in accordo al suo sentire).

Un giorno ero seduto in Hyde Park. Un poliziotto venne e mi disse: - Tu non puoi rimanere qui. Devi andare via - Dove sarei andato? Cosa avrei fatto? Non avevo soldi – pensai ho solo 5 penny nelle tasche ed un idea mi balenò nella testa: - vai alla missione di Ramakrishna - Era giusto un pensiero che nasceva dal nulla o dalle mie proiezioni, ma non avevo altra meta che vagabondare e quel pensiero era comparso spontaneamente, così presi la metropolitana fino al capolinea. Da lì procedetti a piedi fino alla missione per incontrare lo Swami. Chi mi ricevette mi disse che non potevo vederlo subito, erano le dieci di notte. Io dissi al segretario che dovevo vederlo in ogni caso. In qualche modo lui arrivò ed io gli diedi un album che conteneva informazioni sul mio passato. Le mie conferenze, i commenti del New York Times sulle mie conferenze e tutto il mio back ground. Per qualche motivo avevo tenuto quell’album che il mio manager aveva fatto fare per me in America. “Questo ero io e questo sono io ora”. Allora lui disse: - Cosa cerchi? – Io dissi: - vorrei andare nella sala di meditazione e rimanere là per tutta la notte. Egli disse: - quello non è possibile. Noi abbiamo una regola che non permette a nessuno di usare la sala di meditazione dopo le otto di sera - Risposi che allora non avevo nessun posto dove andare. Lui disse: - ti riserverò una stanza in albergo, stai in hotel per questa notte e domani torna qui – Così passai la notte in albergo.
Il giorno successivo tornai verso mezzogiorno. I monaci stavano mangiando e diedero il pranzo anche a me. Per la prima volta da tanto tempo facevo un pasto reale. Avevo persino perso l’appetito non sapevo più cosa fossero la fame o la sete.

Dopo pranzo lo Swami mi chiamò e mi disse: - Stavo cercando una persona esattamente come te. Il mio assistente, che faceva il lavoro editoriale, si è ammalato ed è in ospedale. Io devo redigere il numero che celebra il centenario di Vivekananda (9). Tu sei l’uomo giusto per raggiungere questo obbiettivo. Tu puoi aiutarmi. Gli risposi che non potevo più scrivere nulla. Magari ai tempi sapevo farlo ma ora ero un uomo finito. - Non posso esserle di aiuto in quel senso – Dissi e lui rispose: - no, no, no assieme possiamo fare qualche cosa – Aveva disperatamente bisogno di qualcuno che ne capisse di filosofia indiana. Avrebbe potuto avere qualsiasi aiutante avesse voluto, ma egli disse: “no, no, no vai bene tu”. Riposati un po’; rimani qui, io mi prenderò cura di te – Gli risposi che non volevo un lavoro intellettuale. Gli dissi: - dammi una stanza ed io laverò i piatti, o farò qualche altra cosa ma non quel tipo di lavoro - Egli rispose: “no, no, no, ho bisogno di quello”, così io provai a fare qualche cosa, non per mia soddisfazione, non per soddisfare lui, ma in qualche modo, insieme, riuscimmo a completare il numero col centenario. Spesso solevo sedermi nella sala di meditazione, sorprendendomi per quelle persone che meditavano. - Perché stanno tutti facendo cose così sciocche? - In quel periodo tutte le idee spirituali erano uscite dal mio pensiero. Ma io ebbi un’esperienza molto strana in quel centro di meditazione. Qualsiasi cosa fosse una mia proiezione o altro, i fatti sono questi: - per la prima volta io sentì una cosa particolare. Ero seduto, senza fare nulla, guardando, quasi con compatimento, gli altri che meditavano, quando sentii qualche cosa di molto strano. C’era qualche tipo di movimento dentro il mio corpo. All’improvviso sentii una specie di energia che si sprigionava dalla zone del pene ed usciva dalla testa come se ci fosse un buco. Si muoveva in circolo, in senso orario e quindi in senso anti-orario. Fu una cosa molto divertente ed io non la collegai a nulla di particolare. Mi consideravo finito. Qualcuno mi nutriva, qualcuno mi curava, non avevo nessun pensiero per il futuro, eppure dentro di me c’era ancora qualche cosa. Dopo tre mesi mi dissi: - devo partire, non posso fare questo tipo di cose – Per commiato lo Swami mi diede del denaro, 40 o 50 sterline ed io partii. Avevo ancora il mio biglietto di ritorno in India, così andai a Parigi, e lo vendetti guadagnando un po’ di soldi perché era stato pagato in dollari. In tutto avevo circa 150 sterline. Rimasi a Parigi per tre mesi, girando per le strade come avevo fatto a Londra. L’unica differenza era che ora avevo qualche soldo in tasca. Ma lentamente i soldi finirono. Dopo tre mesi pensai che dovevo andare ma non volevo tornare in India. Per qualche motivo non ci volevo tornare. Per via della famiglia, dei bambini, mi spaventava l’idea di tornare in India, quello complicava la situazione, perché se tornavo loro sarebbero venuti da me. Finalmente mi ricordai di un vecchio conto che avevo in una banca Svizzera a Zurigo, e pensai che magari c’era ancora qualche soldo depositato. L’ultima risorsa era andare in Svizzera, prendere i soldi e vedere cosa sarebbe successo. Uscii dall’albergo, presi un taxi e dissi al conducente: - portami alla stazione di Lyon – Ma il treno da Parigi a Zurigo, partiva dalla stazione dell’Est, e non so perché gli avevo chiesto di portarmi alla stazione di Lyon, ma da lì presi un treno per Ginevra.

 

Il periodo Svizzero

Arrivai a Ginevra con 150 Franchi da spendere e rimasi in albergo sebbene non avessi più soldi. Quando arrivò il conto dissi che non potevo pagare così la sola cosa che mi rimaneva da fare era andare al Consolato Indiano e chiedere che mi rimandassero in India. Capisci: - ero finito – Anche le mie resistenze a tornare in India erano finite così mi presentai al consolato con il mio Album con le mie referenze. C’era scritto: - uno dei migliori relatori che l’India avesse prodotto - con le opinioni di Norman Cousins (10) e di Radhakrishna sul mio talento. Il vice console disse: - Non possiamo mandarti in India a spese del governo indiano. Cerca di farti mandare dei soldi dall’India e nel frattempo vieni a stare da me. Così feci e fu al consolato che conobbi Valentie de Kerven (11). Lei faceva la traduttrice, ma quel giorno mancava l’addetta al ricevimento, e lei la sostituiva. Iniziammo a parlare e da lì diventammo molto amici. Lei disse: - se vuoi rimanere io posso trovarti una sistemazione. Non devi tornare in India se non ci vuoi andare – Dopo un mese il console mi mandò via, ma lei riuscì a sistemarmi in Svizzera. Lasciò il suo lavoro. Lei non è ricca, aveva solo pochi soldi di pensione, ma per noi erano sufficienti per vivere.

Quindi andammo a Saanen: Quel luogo aveva un significato per me. Io ero stato lì nel 1953 mentre stavo attraversando quelle zone con mia moglie. Ricordo che quando avevo visto questo posto, qualche cosa dentro di me disse: - scendi dal treno e rimani per un po’ qui - Così rimanemmo una settimana e ricordo che dissi a me stesso: - Questo è il luogo dove mi piacerebbe trascorrere il resto della mia vita – A quei tempi ero pieno di soldi, ma mia moglie non voleva stare in Svizzera, per via del clima e per via di molte altre cose che ci erano successe, così andammo in America. Ora quel sogno si stava realizzando. Andammo a Gstaad perché io avevo sempre voluto vivere lì. Poi J. Krishnamurti, per qualche motivo, scelse Saanen, per i suoi incontri estivi. Io vivevo là, non ero più interessato a lui e non ero più interessato a quel tipo di ricerca. Valentie, che era già con me prima del mio quarantanovesimo compleanno, può confermarti che non parlavo mai con lei di queste cose. – Durante quel periodo (che io chiamo l’incubazione), dentro di me succedevano un mucchio di cose. – Avevo continui mal di testa, dolori terribili qui nel cervello. Non so quante migliaia di aspirine presi in quei tempi. Niente mi dava sollievo. Non era un’emicrania, un mal di testa comune. Era terribile. Pigliavo decine di aspirine e 15, 20 caffè ogni giorno per liberarmi dal dolore. Un giorno Valentie disse: - Ma come? prendi 20 caffè al giorno, sai che significa in termini di soldi? Sono tre o quattrocento franchi al mese. Non possiamo permetterceli – Ma era una cosa veramente terribile per me.
In ogni caso ricordo che in quel periodo mi succedevano un mucchio di stranezze. Ricordo che toccandomi il corpo si formava come una luminosità fosforescente. Valentie a volte usciva dalla stanza a vedere perché pensava che ci fossero i fari delle macchine che illuminavano la stanza. Ogni volta che andavo a letto c’erano queste scintille di luce, (ridendo), ed era così divertente per me. - Cos’era? – Era elettricità, per questo dico che il corpo umano è un campo elettromagnetico. All’inizio pensai che ciò dipendesse da ciò che indossavo che generava elettricità statica, ma poi smisi di usare indumenti sintetici. Ero un vero scettico ed eretico dalla testa ai piedi. Non credevo in nulla e anche se avessi visto un miracolo accadere davanti a me, non l’avrei accettato – questo era il mio sentire.

Nell’aprile del 1967 mi capitò di essere a Parigi, mentre anche J. Krishnamurti era là. Alcuni dei miei amici mi suggerirono di andare ad ascoltare il mio vecchio amico che era qui e stava tenendo i suoi discorsi. Pensai: – Ok – sono tanti anni che non lo sento, quasi venti anni, proviamo ad andare a sentirlo. Quando andai là mi chiesero due franchi per entrare. Io dissi: - non sono pronto a pagare due franchi per sentire J. Krishnamurti - Dissi ai miei amici, - andiamo a fare qualche cosa di più divertente – Così andammo alle 'Folies Bergere' a vedere uno spogliarello. In quel posto ebbi delle strane esperienze: - guardavo lo spettacolo e non sapevo se ero io che stavo danzando o se c’era la danzatrice fuori di me che danzava – Era una cosa molto strana, sentivo il movimento dentro di me (questa ora è diventata una cosa naturale). Non c’era divisione, non c’era nessuno che guardava la danzatrice. Questa esperienza particolare di assenza di divisione tra me e le danzatrici andò avanti per un po’ – poi noi uscimmo dal teatro.

La domanda “cos’è quello stato?” continuava ad avere un’intensità tremenda per me – non un’intensità emotiva. Più io mi sforzavo di trovare una risposta, più i miei tentativi erano frustrati e più l’intensità cresceva. Io uso spesso la similitudine della “paglia nel riso”. Se si da fuoco alla paglia presente nel riso, il fuoco continua ad andare avanti all’interno; dall’esterno non si vede nessun fuoco, ma se lo tocchi ti brucia. Esattamente allo stesso modo quella domanda stava andando avanti dentro di me. – Cos’è quello stato? Io devo raggiungerlo. – Krishnamurti aveva detto: - tu non hai possibilità – ma io continuavo a voler conoscere quella risposta. Volevo conoscere quello stato in cui furono Budda, Shankara (12) e tutti gli altri maestri.
Poi, nel Luglio del 1967 subentrò un’altra fase. Krishnamurti era ancora in Saanen a tenere i suoi discorsi. I miei amici mi condussero là dicendo: - Ora l’ingresso è libero, perché non andare a sentirlo? – Acconsentii. Mentre lo ascoltavo ebbi la netta sensazione che lui stava descrivendo il mio stato e non il suo. Mi dissi: - Perché voglio conoscere il suo stato? Egli sta descrivendo qualche cosa, un movimento, una consapevolezza, un silenzio, affermando che in quel silenzio non c’è la mente, ma c’è solo azione. “Io sono in quello stato”. Cosa diavolo ho fatto in questi trenta, quaranta anni, stando a sentire tutte queste persone e struggendomi nel tentativo di capire il suo stato o lo stato di qualcun altro, fosse esso Budda o Gesù? Io sono in quello stato – Così uscii dalla tenda senza voltarmi più indietro. Poi, molto stranamente, la domanda - “cos’è quello stato?” - si trasformo in un altra domanda: - Come faccio a sapere che sono in quello stato? Lo stato di Budda, quello stato che avevo voluto così tanto e di cui avevo chiesto a tutti? – mi dicevo: - io sono in quello stato. Ma come faccio a saperlo? –

 

La calamità

Il giorno successivo, (era il quarantanovesimo compleanno di U.G.) ero seduto su di una panchina, sotto un albero e stavo guardando uno dei posti più belli di tutto il mondo, “i sette monti e le sette valli del Saanenland”. Ero seduto e non è esatto dire che avevo quella domanda, è più giusto dire che l’intero mio essere era quella domanda: - Come faccio a sapere che sono in quello stato? C’è qualche divisione dentro di me, come se ci fosse qualcuno che conosce di essere in quello stato. La conoscenza di quello stato. Quello che ho letto, quello che ho sperimentato, quello che ho sentito – E’ la stessa conoscenza che sta guardando quello stato ed è solo questa conoscenza che sta proiettando quello stato. Io dissi a me stesso. Guarda, vecchio mio, dopo 40 anni non ti sei mosso di un passo, sei sempre al punto di partenza. E’ la stessa conoscenza che hai delle cose che proietta la tua mente là quando tu chiedi queste domande. Sei nella stessa situazione e stai facendo le stesse domande: - Come faccio a saperlo? – Perché è la conoscenza della descrizione dello stato di quelle persone che ha creato questo stato per te. Stai imbrogliando te stesso. Sei un maledetto folle. Ma c’era ancora qualche sensazione che quello fosse realmente “lo stato”. Per la seconda domanda “Come so che sono in questo stato?” non avevo nessuna risposta: era come un “loop” che continuava ininterrotto. Poi all’improvviso la domanda scomparve. Non successe nulla semplicemente la domanda scomparve. Io non dissi a me stesso: - mio dio ora ho trovato la risposta – Anche quello stato scomparve. L’idea di essere nello stato di Budda o di Gesù – era scomparsa. L’intera faccenda era finita per me e quello è tutto. Da quel punto in vanti io non dissi mai a me stesso: - ora ho la risposta a quelle domande – Tutto era finito. E non era il vuoto, il nulla, la vacuità, nessuna di queste cose. La domanda scomparve e quello è tutto. (Secondo U.G. la sparizione della sua domanda fondamentale con la scoperta che non c’erano risposte, fu un fenomeno fisiologico, lui dice: - un’improvvisa esplosione interiore che fece esplodere ogni cellula, ogni nervo, ogni ghiandola nel suo corpo. E con quell’esplosione l’illusione che vi fosse continuità nel pensiero e che ci fosse un centro che coordinava il tutto e collegava i pensieri, scomparve.) A quel punto il pensiero non poteva più essere collegato. I collegamenti erano rotti per sempre. La continuità era finita ed il pensiero aveva ripreso il suo ritmo naturale. Ora non ho più domande perché non c’è più posto per le domande dentro di me. Le domande che ho ora sono molto semplici. Ad esempio: - Qual’è la strada per Hyderabad? – cioè le domande per funzionare in questo mondo. E le persone hanno le risposte per questo tipo di domande. Per quell’altro tipo di domande nessuno ha le risposte e siccome non esistono le risposte, non esistono neppure le domande. Nel mio cervello non c’è più spazio per nulla. Per la prima volta diventai cosciente della mia testa con tutte le cose ammassate in essa. Queste “vasana”, (13) (le impressioni passate), o comunque vogliate chiamarle, provano a mostrarsi qualche volta, ma le cellule cerebrali sono così “ammassate” che non gli danno l’opportunità di mostrarsi. La dualità, la divisione, non può più esistere. E’ un’impossibilità fisica, non c’è nulla da fare riguardo a questo. Questo è il perché io affermo che quando quell’esplosione avviene, (uso la parola esplosione perché è come un’esplosione nucleare), produce una reazione a catena. Ogni cellula nel vostro corpo, le cellule nel centro stesso delle vostre ossa, devono subire questo “cambiamento”. Non vorrei usare la parola cambiamento, ma è un cambio irreversibile. Non esiste il dubbio di tornare indietro. Non c’è il dubbio di ri-cadere, è un qualche tipo di alchimia assolutamente irreversibile. E’ come un’esplosione nucleare, vedi – Frantuma il corpo intero. Non è una cosa facile; è la fine dell’uomo – Un “distruzione” che fa saltare ogni cellula, ogni nervo, ogni atomo, nel vostro corpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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