Sprazzi Pedagogici |
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A spasso nel tempo… per le vie Pedagogiche
Indice: Introduzione: Pedagogia, Educazione e Formazione - Educazione - Modelli Educativi di riferimento - Formazione e Postmoderno - Maieutica e Processo Formativo - Pedagogia dell’attenzione - Educazione Familiare e Pedagogia della Famiglia - Processo di Socializzazione - Formazione e Comunicazione - L’aspetto della Cura in Pedagogia – La Crescita Umana e l’Ascolto Empatico - Famiglie Immigrate e Processo Formativo - Formazione Ironica - Religione nel Dialogo - La comunicazione formativa a scuola - Relazione e apprendimento - Sapere scientifico e sapere umanistico - L’educazione nel Settecento - La figura dell'intellettuale e il significato dell'educazione - Rousseau - L’Educazione per gli Adulti - Socrate - Platone - La Pedagogia secondo Kant – Dewey – Maria Montessori
Introduzione: Pedagogia, Educazione e Formazione La parola “pedagogia” deriva dal greco Παιδ-αγôγός (Pedagogo) da Παϊς, Παϊδος (fanciullo) e Άγω (io conduco). Il suo significato etimologico rinvia allo schiavo che aveva il compito di accompagnare a scuola i fanciulli. Questo significato si è evoluto in quello di arte dell’educare e ammaestrare i fanciulli. Il Rosmini, ad esempio, nei “Principi della scienza morale” riteneva la pedagogia «l’arte di educare e di avviare alla perfezione gli uomini individui». Tornado alla radice etimologica nella Pedagogia si può osservare che essa indica una disciplina caratterizzata da due movimenti:
1. l’andare verso; 2. l’accompagnare, ovvero la cura e la relazione.
Questi due movimenti sono quelli che consentono il percorso attraverso cui la persona conquista la propria umanità, la propria irripetibile individualità e la capacità di contribuire attivamente alla vita sociale e, quindi, alla costruzione del “mondo umano”. Attualmente si ritiene che questa classica definizione di pedagogia che nasce dalla sua etimologia sia troppo limitativa, sia perché non tiene conto del fatto che oggi tutte le età della vita sono soggette all’educazione e sia perché essa fa riferimento più all’educazione che alla pedagogia. Per comprendere quest’ultima affermazione occorre tenere conto che nella modernità la Pedagogia si propone come la disciplina che ha per oggetto di studio le teorie, i metodi ed i problemi relativi all’educazione. Alla base di questa distinzione vi è anche la constatazione che esiste un’educazione senza pedagogia così come una pedagogia senza educazione. Esistono, infatti, educatori che non fanno alcun riferimento alla pedagogia e pedagogisti che non si preoccupano delle applicazioni concrete della loro teorizzazione. È necessario poi sottolineare che in questa fase storica la natura e le caratteristiche della pedagogia sono oggetto di dibattiti e controversie perché ci si interroga se essa debba essere considerata una disciplina a se stante, con fini specifici, o rappresenti, invece, un sistema concettuale formato da varie discipline. E ancora se essa deve determinare i fini dell’educazione o limitarsi a descriverne le procedure. È però necessario ricordare che questo dibattito è comunque tipico della seconda metà del ventesimo secolo, quando la pedagogia si propone o come filosofia dell’educazione o come scienza. In questo stesso periodo storico alcune correnti di pensiero tendono a ridurla alla didattica sperimentale. Nei secoli precedenti la pedagogia appariva come un complesso di prescrizioni e riflessioni sull’educazione alla cui base vi erano tanto l’esperienza ed il senso comune, quanto dottrine religiose, morali, politiche e filosofiche. La pedagogia, infatti, si trova sempre di fronte sia il piano della prassi educativa che della teoria. Questo perché l’educazione può essere considerata un’arte che non necessita il sostegno di una teoria che ne tematizzi le pratiche, gli obiettivi, i fini ed i fondamenti epistemologici. Nello stesso tempo la riflessione teorica può svilupparsi senza alcun riferimento al piano dell’esperienza come filosofia o ideologia pura. Infatti, il pensiero pedagogico sottolinea in molte sue declinazioni come la pedagogia non debba essere considerata né una teoria sull’educazione, ovvero una riflessione teorica sulle pratiche di educazione che sono realmente praticate e sviluppate nella vita sociale, né una teoria per l’educazione ovvero come un discorso che riguarda direttamente l’azione educativa. La pedagogia viene proposta come una teoria che studia l’educazione in quanto tale, che cerca di individuare la struttura fondante dell’educazione andando al di là di qualsivoglia pratica reale di educazione, indipendentemente da ogni forma di educazione storicamente realizzata. In altre parole la pedagogia non ricaverebbe, come le scienze empiriche, i propri costrutti teorici induttivamente dai dati sperimentali o empirici prodotti dall’educazione o dalle ricerche sull’educazione. Educazione Per educazione s’intende il processo d’integrazione sociale e di trasmissione culturale mediante il quale, nell’ambito di concrete situazioni storiche, ambientali e familiari, si struttura la personalità umana; in Pedagogia s’intende per educazione l’insieme delle iniziative individuali o collettive che tendono ad orientare tale processo in modo sistematico verso obiettivi prefissati, attraverso metodi storicamente determinati. A differenza della didattica, la metodologia educativa si occupa non solo dei modi di trasmissione dei contenuti dell’apprendimento, ma anche di tutte le altre componenti che mirano alla formazione dell’individuo, e sott’intende di conseguenza un’organizzazione complessiva che prevede luoghi, oggetti, momenti, attività, persone ed esperienze specifici. E’ naturalmente l’efficacia di un metodo e, quindi, la sua vera ragione d’essere dipende dalla sua continuità e della sua integrità, e cioè dalla capacità di adattarsi alle varie fasi dell’età evolutiva e ai vari aspetti della personalità. Nella loro evoluzione storica i metodi educativi risultano strettamente legati alla vita politica, economica e culturale dei gruppi sociali che li realizzano in particolari istituzioni e organizzazioni, la storia dell’educazione rivela, infatti, reciproca dipendenza tra pedagogia, metodi educativi e vita sociale. Nei popoli cosiddetti “primitivi” l’educazione viene spesso disciplinata e impartita durante i riti di iniziazione che si svolgono soprattutto nel periodo della pubertà. Nei principali monumenti e documenti dell’antichità sono contenute testimonianze di differenti stili educativi, che hanno però in comune il carattere autoritario e aristocratico basato su di una rigida base morale e religiosa.
Modelli Educativi di riferimento Due modelli educativi che costituirono un costante punto di riferimento per la pedagogia occidentale, sono quelli della “Paideia Spartana” e di quella “Ateniese” fra il secolo VII e V a.C. La prima subordina l’educazione all’esigenza di uno stato di tipo totalitario, ne consegue un metodo sulla vita collettiva dei ragazzi al di fuori della famiglia, sul duro esercizio fisico e sull’acquisizione di virtù militari. La seconda si basa soprattutto sulla musica e sulla ginnastica, e cioè su contenuti culturali e sportivi tendenti, nel loro insieme, a un ideale di armonia individuale. Elemento essenziale per promuovere concretamente tale processo, era lo stretto rapporto, tra il giovane e l’educatore. L’introduzione della retorica,operata dalla sofistica, la riforma utopica della Paideia ateniese prospettava da Platone su base politico-filosofica, l’intellettualismo d’Aristotele, la rivalutazione dei valori familiari e civili dell’educazione romana, l’iniziazione alla fede nelle prime comunità cristiane, la catechetica teorizzatala S. Agostino come un’attività volta ad aprire l’anima del discepolo all’illuminazione divina, costituirono via via i momenti fondamentali e le finalità dell’educazione nell’antichità. Nel medioevo è possibile distinguere da un lato le metodiche relative all’educazione cavalleresca e cortese nel mondo feudale, e dall’altro quelle relative alla formazione religiosa che si attua nei conventi e parrocchie. Nel secolo XIII si sviluppano forme di istruzione dei laici legati all’apprendimento artigianale e alla preparazione delle libere professioni. L’umanesimo che fiorisce nel secolo XV costituisce un momento fondamentale nella storia delle idee e tecniche educative in Europa, configurando un metodo di istruzione basato sulle humanae litterae. Il mondo antico diventa il paradigma di un’educazione armonica e integrale di un individuo, capace di produrre una rinascita generale della società e della cultura. Nel secolo XVI si delinea l’esigenza di un’istruzione più aderente alle condizioni politiche ed economiche della società e, nello stesso tempo si fa strada l’idea di un’ istruzione popolare. Con Rousseau il metodo educativo viene teorizzato come metodo naturale perché da un lato corrisponde alle fasi di sviluppo dell’individuo, dall’altro deve produrre situazioni ambientali adatte a promuovere indirettamente la libera iniziativa del fanciullo. L’esperienza educativa del XIX secolo è segnata dai grandi problemi sociali connessi con la rivoluzione industriale, dal bisogno crescente d’istruzione professionale e da ideali legati a movimenti di indipendenza nazionale. Il Marxismo avanza da parte sua l’idea di educazione politecnica basata sulla socializzazione del lavoro produttivo. Nella pedagogia contemporanea il problema del metodo educativo si lega all’esigenza di riorganizzare il sistema scolastico. Il concetto di metodo educativo si presenta attualmente collegato con quello di psicopedagogia e di pedagogia sperimentale, e assume un’eccezionale rilevanza sociale con lo sviluppo massiccio delle istituzioni scolastiche e parascolastiche come luoghi formalmente privilegiati di educazione. Pur formandosi da una parte sulle acquisizioni della cultura tecnologica più avanzata e cercando dall’altra parte di rispondere alle esigenze della società industrializzata, la metodologia educativa si misura oggi con lo stato di crisi politica, economica ed esistenziale che tale cultura e tale società hanno generato.
Formazione e Postmoderno Un vocio chiassoso e caotico decanta il postmoderno come un tempo delirante, vizioso, volubile, costituito da un tessuto fatto di egoismo, opportunismo, senza valori, senza regole e senza dignità; un tempo che sa bene distruggere e destrutturate invece che creare e costruire; un tempo che divide più che unire… Beh, a mio parere, questo dire malamente giudicante, indice di quella comunemente detta “percezione a tunnel”, è il risultato di quella coscienza ancora costretta in quella logica lineare, riduzionista e conservatrice che per difendersi si rifiuta di accogliere quella meravigliosa, seppur spaventosa, emancipazione dell’essere nonché salto di sistema… Postmoderno vuol dire opportunità, apertura, desiderio di un’individuazione concreta, desiderio di partecipazione attiva verso il proprio “esserci nel mondo”… In tale prospettiva il ruolo della pedagogia è in prima linea! Viviamo all’interno di un salto quantico, e ciò richiede un paradigma che incessantemente partorisce se stesso, rinnovandosi non solo al passo dei repentini cambiamenti di sistema ma anche a vantaggio e a favore di quella Formazione che salvaguarda l’autonomia, l’integralità, la pluralità di senso e di significato e lo sviluppo metacognitivo adeguato, e cioè una Formazione radicata su un’idea di forma organizzata proprio su tutta questa grande dialettica, senza annichilimenti e frustrazioni e che, anche se fatta di “avventura”, dà comunque struttura e fa struttura!
Maieutica e Processo Formativo La maieutica nel processo formativo è arte del “tirar fuori”; è capacità di risvegliare l’energia nella persona altrui facendo emergere la forza della ricerca e il risveglio della conoscenza secondo il proprio telos in relazione all’attivazione di ironia, eros e daimon fino al “conosci te stesso”; è la capacità di trascinare e liberare insieme attraverso un dialogo come risveglio reciproco verso l’amore per la virtù in quanto tensione e ricerca che va ben oltre agli schemi sociali e ai ruoli istituzionali. Nei tempi attuali, ovviamente, la maieutica va certamente applicata alla “coscienza planetaria” soprattutto per via del mutamento della comunicazione, oltre che per una trasformazione delle coscienze: la maieutica crea comunicazione, nella civiltà della comunicazione formativa, che si dispone come modello di vita sociale al favore di un far crescere la qualità conciliando diversità e unità, e di sviluppare comprensione e cooperazione e un nonviolento competere.
Pedagogia dell’attenzione La pedagogia dell’attenzione si esprime attraverso una “tensione” verso ciò che ci circonda mediante una costante e implacabile educazione al “sentire” e grazie innanzitutto a un disingombro e a un decentramento della pienezza dell’io personale. L’orientamento dell’attenzione è possibile soprattutto sospendendo le proprie credenze, le proprie illusioni, la propria visione del mondo, in modo da permettere all’altro di essere veramente accolto e ascoltato insieme al “suo mondo”. Distogliere l’attenzione da sé per dedicarsi all’altro è compito primario dell’educazione. L’attenzione: è la possibilità di aprirsi alla distanza senza fare di quest’ultima un limite; è un atto di comprensione, è un osservare, è un rendersi conto, è l’accorgersi, è lo stare di fronte come atteggiamento pedagogico del lasciare all’altro lo spazio dell’esistenza… e rappresenta uno dei mezzi tramite i quali l’educazione si fa strumento per la formazione dell’uomo.
Educazione Familiare e Pedagogia della Famiglia L’educazione familiare consiste in quella serie di interventi formativi tesi al sostegno della genitorialità, mentre la pedagogia della famiglia si fonda su un lavoro di riflessione teorica e di ricerca sugli interventi realizzati sul campo, e che, integrando diversi saperi, si pone l’obiettivo di dare indicazioni in merito alle azioni educative. La pedagogia della famiglia, quindi, legittima la stessa educazione familiare, sottraendola al pericolo dello spontaneismo e dell’estemporaneità, senza per questo rinunciare alla spontaneità e alla naturalità delle relazioni educative. Oggi la famiglia si è ridescritta in un fascio di tipologie familiari. che stanno oltre il patriarcale e il nucleare, e si caratterizzano per legami più personali, socialmente più fluidi, in cui non c’è, posta a priori, gerarchia di ruoli, bensì una micro-comunità di intese condivise e di azioni svolte secondo un modello stellare. Da qui l’ottica di formazione che regola tali tipologie della famiglia, e i “nuovi” rapporti tra genitori e figli. E ottica di formazione vale rivolgersi all’altro come singolo, come «volto» unico e originale, e assumere verso di esso un ruolo di stimolo, di aiuto, di riferimento costruttivo, per auto-comprendersi, porsi in discussione, dar corpo, via via, a un’identità più salda. Lo spazio, ideale e reale insieme, del laboratorio è una buona, ottima guida: ci indica il modo stesso di stare nel problema, di leggerne la complessità, le dinamiche, di volerne/gestirne l’evoluzione verso la formazione. Solo un atteggiamento laboratoriale porta verso questo ruolo di genitorialità consapevole. E qui entrano in gioco le strutture pubbliche, dagli Enti locali alla Scuola, che necessariamente devono assumere l’imprinting del laboratorio, della ricerca-insieme, della crescita personale tanto cognitiva quanto etica. Presupposto essenziale di questo modo di essere/farsi genitori attraverso l’ottica di cura sui e di laboratorio è che ogni soggetto, anche rispetto al ruolo di genitore, assuma una volontà di formazione: una consapevolezza di andare ad assumere un ruolo problematico, complesso, diverso dal passato. Molto diverso. E per svolgerlo deve sentire il bisogno di informarsi, di crescere, di darsi strumenti, di “stare in un laboratorio”., in modo da responsabilizzarsi e auto-regolarsi, in un modo sempre più consapevole e .integrale fino ad attualizzare quella serie di atti verso un processo formativo rivolto a far emergere un «destino personale».
Processo di Socializzazione La civilizzazione è un fattore chiave del pedagogico moderno: un processo lento e articolato che produce socializzazione, che conforma i soggetti e allo stesso tempo li libera rendendoli più autocentranti, più consapevoli e più attivi nel dare forma al proprio Io/Sé. Proprio grazie alla rete educativa con la quale la civilizzazione innerva tutta la vita sociale si può cogliere la ricchezza di quel processo reale, operativo che permette non solo la regolamentazione della società e degli individui nell’ottica di “governabilità globale”, ma anche lo svolgere un ruolo di proliferazione, di crescita e di pluralismo, di sviluppo di una “società degli individui”, dei ceti, dei processi plurali del “prender parola”. La civilizzazione è un Grande Dispositivo educativo disseminativo che agisce in modo ambivalente e produttivo riarticolando l’educativo tradizionale e dislocando la sua dialettica nei molti fronti della società civile e dello stato.
Formazione e Comunicazione Così come la formazione emerge come focus del pedagogico, come processo aperto, dinamico e drammatico e come regolatore chiave della cultura e della società del nostro tempo, la comunicazione viene riconosciuta come funzione costitutiva nella storia della specie. E’ evidente, nonché inevitabile, il ruolo chiave della comunicazione sul terreno della formazione in quanto processo costituito da un fascio di itinere comunicativi, cioè, un processo in cui la comunicazione è sempre centrale e costitutiva. Essendo la comunicazione il focus della formazione quindi, nasce l’esigenza di una consapevolezza pedagogica del comunicare nella e per la formazione, una pedagogia della comunicazione formativa. Oggi la comunicazione è capace di irretire sempre di più il soggetto, la sua mente e la sua coscienza, ciò implica una teorizzazione della comunicazione formativa nel soggetto e nella società che deve svolgere il ruolo di Indicatore e di Verifica di quella rete comunicativa che di fatto regola i processi di formazione. Una comunicazione formativa che deve essere capace di valorizzare sia la dialettica interna, tra bisogno di trasparenza e presenza di ostacoli, sia il valore formativo di questa dialettica e il suo farsi principio operativo dentro ogni atto educativo. Il nuovo paradigma della comunicazione formativa vede il soggetto più al centro: il soggetto stesso si costituisce sul comunicare dove la comunicazione stessa assume un volto plurale a seconda delle tipologie, a seconda del processo, a seconda della funzione. La comunicazione non solo riguarda semplicemente la trasmissione di informazioni ma soprattutto e innanzitutto le disposizioni e gli atteggiamenti dei soggetti che comprendono, fanno da guida e orientano la comunicazione stessa… Questo è ciò che costituisce il telos del comunicare che va ben distinto dalla trasmissione delle informazioni… ed è questo di cui principalmente la pedagogia si deve occupare… cioè, del telos, ovvero di quella virtù comunicativa tra soggetti determinato da quei vettori utopici, come la trasparenza di disporsi reciprocamente “a cuore aperto”, nel comune costruirsi, nell’aprirsi l’uno all’altro con empatia, fino a creare comunione. Oggi i media si rivelano come strumento pedagogico molto potente con effetti che possono essere tanto nocivi quanto benefici. L’uso, da parte dei media, di tecniche comunicative sempre più elaborate e tecnologiche sono capaci di liberare quanto di soggiogare l’uomo. La televisione, ad esempio, è fin troppo pedagogica, realizza sempre più una proliferazione/incitazione di discorsi sull’educazione familiare, sulla formazione dei giovani, sulla percezione/concettualizzazione della realtà e sull’adattamento individuale, insomma “lezioni di vita” che tendono a plasmare aspettative e considerazioni sulla realtà. Compito pedagogico necessario è quello di intervenire sulla capacità di elaborazione critica da parte del destinatario, una prospettiva di “ecologia della comunicazione” che guarda a un’educazione ai media.
L’aspetto della Cura in Pedagogia Ogni uomo colto nel suo essere nudo chiede custodia, ha bisogno di cura… una cura che si fonda quindi in primo luogo sul proprio dato ontologico e antropologico, sfondo paradigmatico dell’originaria precarietà, vulnerabilità e limitatezza dell’uomo. Prendersi cura quindi, aver cura, significa esercitare la cura come dono della vita stessa. E’ inevitabile cogliere all’interno del congegno della cura la costituzionale presenza del dono. E se la cura corrisponde a quella disposizione umana secondo la quale ogni soggetto ha il compito di prendere in carico sé stesso per prendere in carico l’altro, allora si può affermare che tali azioni siano intrise nella gratuità che invoca il paradigma del dono, quel dono disinteressato, aperto, libero e responsabile. La vita, per essere tale, deve divenire cura di sé, ma anche cura dell’altro, quindi dono di sé perché già precedentemente donata da un altro. La cura, in pedagogia, investe una funzione regolativa e, in sinergia con altre categorie pedagogiche, dà vita a un vero e proprio paradigma fondato su presupposti ontologici, antropologici ed etici. L’uomo è a rischio nel suo stesso farsi, nel processo della sua formazione-costituzione, può perdersi come uomo, può mancare il suo progetto e la sua esistenza e, da questo rischio, può sollevarlo soprattutto la cura pedagogica, quella cura capace di trasformare il rischio in possibilità di salvezza. La cura è un aspetto universale della vita umana dove comincia il senso dell’esserci e costituisce una struttura originaria nel mondo dell’educazione: un aver cura che si muove verso l’ordine della trascendenza come attenzione responsabile al tempo della vita; un aver cura che si dirige verso le possibilità esistentive che autenticano la propria presenza nel mondo; un aver cura per uno stabilire un rapporto etico col proprio tempo, riconciliandosi con il passato, guardando con fiducia al futuro e disegnando di senso il proprio presente dando compimento al proprio e altrui divenire pienamente verso una propria originale presenza nel mondo; un aver cura fondato innanzitutto sulla ricettività, sul sapere accettare e sulla disponibilità.
Crescita Umana e l’Ascolto Empatico Carl Rogers, creatore della terapia centrata-sul-cliente, identifica tre condizioni che favoriscono la promozione della crescita umana: 1) la genuinità o la congruenza; 2) l’accettazione incondizionata prendendosi cura dell’altro senza porre limiti; 3) comprensione empatica. La radice comune individuata da Roger a favore di queste tre condizioni è l’ascolto profondo, empatico: rivolgersi all’altro permettendo che divenga il centro della conversazione; creare un clima di fiducia, distinzione e accettazione; aver cura dell’altro attraverso l’ascolto profondo e cioè ponendo un autentica attenzione alle sue parole, ai suoi pensieri, ai toni sentimentali, al significato personale e anche al significato che è sotteso all’intenzione cosciente di colui che parla. Questo tipo di ascolto è inteso come “l’accoglienza del sentire” ed è una delle forze più potenti a favore di un cambiamento, di una evoluzione. “Comunicare è saper ascoltare”.
Famiglie Immigrate e Processo Formativo Si sono succedute, dagli anni Sessanta ad oggi, varie fasi dell’immigrazione italiana: il passaggio da un’immigrazione di singoli a quella costituita per lo più da nuclei familiari, letto in genere dagli studiosi come un indicatore di maggiore integrazione del migrante e come segnale di un suo radicamento nel territorio, diventa per colui che lo vive una fase tra le più difficili della propria esistenza. Soprattutto durante i primi tempi la famiglia ricongiunta si mostra fragile sia sul piano emozionale e affettivo sia su quello sociale che culturale. Sono quelle ricongiunte, che rappresentano la maggioranza delle famiglie immigrate, a essere le più esposte a situazioni di disagio. Dopo anni di separazione, le difficoltà legate alla ripresa della vita di coppia aggiungono a quelle di inserimento sociale, assai più complesse di quanto non accada per i migranti individuali. Oltretutto, bisogna anche dare ai figli riferimenti culturali e valori che permettano loro di transitare tra più culture, di poter appartenere allo stesso tempo a più paesi, di costruire un’identità capace di conciliare i valori della tradizione familiare e quelli del paese dove sono nati e/o cresciuti. L’integrazione della famiglia immigrata viene così a configurarsi come la nozione chiave che si realizza grazie a un continuo dialogo e a una costante negoziazione che essa intrattiene con la società d’arrivo, in primo luogo con i suoi interlocutori istituzionali. Di qui l’importanza che assumono, rispetto a tale processo, gli interventi formativi miranti a sostenere la famiglia immigrata nel suo stabilire relazioni con la società a livello locale.
Formazione Ironica L’ironia oggi, nel Postmoderno, nell’era del disincanto, dovrebbe essere una delle risorse fondanti a favore di un processo formativo. Prima di tutto è opportuno creare un habitat sociale favorevole e stimolante, accogliente e aperto per permettere l’assimilazione attiva dell’ironia, del suo farsi pratica in quella forma mentis meta-critica, capace di arricchirsi di prospettive e di sempre nuove traiettorie. Tanti potrebbero essere gli spazi possibili: dai contesti amicali a quelli lavorativi e scolastici… poi, uno degli strumenti propositivi da sfruttare per una formazione ironica è la letteratura che, fungendo da “calco formativo”, permette l’attivazione di quel processo di apprendimento creativo basato in uno spazio ludico-empatico che non solo alleggerisce il soggetto, ma che allo stesso tempo lo coinvolge in una dimensione critica e dialettica fino a rompere ogni linearità e ad esprimersi come annunciatore di utopia spiazzando il solito e il consueto. L’ironia e necessaria e fondamentale oggi ancor più di ieri, è una qualità dialettica di stile che ben predispone a un modello di comunicazione e socializzazione impregnata di semplicità, di drammatizzazione e di amore, è quell’atteggiamento ideale all’approfondimento interiore… Religione nel Dialogo Innanzitutto, visto che le religioni si esprimono secondo cristallizzazioni dogmatiche imposte come verità ultime e assolute, c’è bisogno di impegnarsi, a favore di un dialogo interreligioso, dei principi e dei valori costitutivi del dialogo stesso inteso come costruttivo, creativo, evolutivo: pluralismo, beneficio del dubbio, confronto, ascolto, riconoscimento, intesa… Attraverso poi tali principi fondamentali, è possibile creare degli spazi d’incontro inglobanti, spazi che si orientano verso orizzonti di intesa comune e condivisa, basati su uno stare nel dialogo. Nell’epoca del pluralismo, che non corrisponde certamente a un catasto di punti di vista, lo stare nel dialogo è permettere un vivere religioso che, più che esaltare appartenenze, codici teologici e culturali, e rivelazioni, si organizza e si consolida intorno all’esperienza del sacro che unifica, che accomuna, che è capace di parlare alle coscienze attraverso atti d’amore, d’offerta e di comunione. Attraverso la preghiera e la mistica, strumenti del sacro universali, è possibile creare momenti di alienazione in Dio, fino a farci tutti ritrovare in quello spazio supremo e beato… necessario… spesso diversamente e malamente ricercato… insomma una religione nel dialogo attraverso un dialogo – intesa – confronto fino all’esperienza della “comunione”.
La comunicazione formativa a scuola Si parte dal modello lineare di Shannon e Weaver in cui la comunicazione semplicemente si limita a fare da garante per l’invio di informazioni da un soggetto o da un sistema ad un altro… che sarà poi, in secondo momento, integrato dal concetto di feedback o retroazione, ovvero del messaggio che ritorna indietro, alla fonte, modificato. Fu Roman Jakobson a introdurre più avanti un modello fondato su concetti linguistici di contesto, codice e contratto che, integrati e comparati strutturalmente alla teoria dell’informazione già esistente fondata su emittente-messaggio-destinatario… Negli anni 50/60 poi, prese vitalità il modello ritenuto di principale riferimento per la comunicazione formativa: il modello interattivo fondato sulla cibernetica e sulla teoria dei sistemi e con il contributo di una ricerca nella scuola di Palo Alto guidata da Bateson… Questo approccio interattivo è il risultato della pragmatica della comunicazione umana che, a differenza degli altri approcci, è quella che più ci fa dono di una lettura pedagogica del comportamento in termini di comunicazione. I suoi principi si fondano su vari assiomi tra i quali: “Non si può non comunicare”; “Ogni comportamento è comunicazione”; “Ogni comunicazione è sia contenuto che relazione”… ponendo, in modo particolare, l’altro al centro della comunicazione: si comunica per l’altro, con l’altro, attraverso l’altro.
Relazione e apprendimento Così come la comunicazione contiene, crea e veicola relazioni, assolutamente necessarie per la nascita, crescita ed evoluzione dell’uomo, così la qualità relazionale interpersonale che si va a costituire influenza in modo determinante l’apprendimento. E’ chiaro che quanto appena espresso in modo lineare e semplicistico in realtà si esprime e si manifesta attraverso una dialettica circolare dove comunicazione, comportamento, relazione e apprendimento contribuiscono sistematicamente a condizionarsi l’uno con l’altro. Nei contesti educativi è assolutamente opportuno curare, rivedere, riflettere, ristrutturare e rinforzare qualitativamente le relazioni che, alla base di ogni processo di istruzione e formazione, permettono anche grazie a uno scambio emotivo/affettivo, conoscersi, riconoscersi, comprendersi, trasformarsi e autotrasformarsi. Sette sono le modalità di apprendimento indicataci da Meltzer ma, appunto, in ognuna di esse vi è codificata la tendenza a uno o più modelli relazionali specifici e viceversa, ad esempio: un docente di tipo disimpegnato ed evasivo che crea relazioni poco coinvolgenti magari per paura di non sostenere il limite dell’esistenza altrui può tendere a costruire, di conseguenza, un apprendimento di tipo superficiale o “raccattato”. E’ intimamente necessario che gli educatori riflettano sulle relazioni e sui modelli di apprendimento che mettono in circolazione al fine di indirizzare consapevolmente i propri progetti formativi magari mettendosi in gioco proprio in prima persona grazie all’attivazione di una profonda attività di ricerca del sé.
Sapere scientifico e sapere umanistico E’ dai tempi di Cartesio che la dicotomia fra sapere scientifico e sapere umanistico ancora oggi perdura. Morin, a tal proposito, ci suggerisce che la formazione di una testa ben fatta è possibile sulla base di una trilogia fatta da una mentis, curiosità e serendipità a mezzo, ovviamente, degli insegnamenti che organizzano la conoscenza. Ed è proprio su questo tipo di orientamento che Morin ci sollecita verso una comunicazione formativa dei saperi che abbatta le barriere che da anni separano arti e scienze, tecnica e lettere, rivedendo e riproponendo ogni disciplina secondo una visione sistemica in cui, appunto, ogni singola parte è interconnessa, è in interrelazione, è interdipendente con il Tutto. E’ ovvio che tutto questo premette un nuovo modo di fare didattica che innanzitutto mette fine al riduttivismo dei saperi dando vita a dei principi formativi a vantaggio di un educazione planetaria che predisponga alla sfida della globalità… Attraverso “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, Morin ci presenta sette temi che integrati nelle singole materie possano stimolare la riconnessione dei saperi con la vita. A favore di questo progetto è inevitabilmente necessario creare una circolarità dialogica per così creare l’interconnessione fra saperi e la trasversalità delle discipline. Questo è possibile solo trascendendo la linearità della logica classica a favore di una costruzione di quella “rete” dialettica entusiasmante che non può far altro che attivare e realizzare passione ed espansione dell’essere… planetario.
L’educazione nel Settecento Contesto storico: Nel XVIII secolo venne a delinearsi un movimento culturale, detto "Illuminismo", che prendendo avvio dalle idee dell'Empirismo filosofico di Locke, Berkeley e Hume, ebbe come centro di diffusione la Francia, grazie a filosofi come Voltaire, suo maggiore esponente, Montesquieu, Diderot, D'Alembert, Rousseau... tutti collaboratori della grande "Encyclopedie ou dictionnaire raisonné des sciences et des mètiers", un'opera che fu strumento di diffusione di un nuovo pensiero basato esclusivamente sull'esaltazione della "ragione" e sulla negazione di ogni speculazione di tipo metafisico e religioso. Con questa Enciclopedia si identifica "l'età dei lumi", così detta in contrapposizione all'oscurantismo medievale dogmatico ed astratto. Artefice di questi mutamenti è la nuova classe borghese, la quale cominciava a provare insofferenza per le vecchie regole che mettevano al vertice della società e del potere, le classi privilegiate. Il Settecento fu un secolo caratterizzato da tre rivoluzioni: la Rivoluzione Americana, la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Industriale, le quali portarono notevoli mutamenti nel corso della storia. Con la Rivoluzione Francese, infatti, l'uomo cominciò a pensare in termini di "uguaglianza" (non accetta più che esistano dei privilegi), di "libertà" (reclama, attraverso la Costituzione, la tutela dei suoi diritti nel rispetto dei suoi doveri) e di "fraternità". La Rivoluzione Industriale portò, in Inghilterra, un progressivo aumento delle industrie e più in generale un totale mutamento della vita sociale producendo una nuova classe sociale (il proletariato) e un nuovo soggetto socio-economico (l'operaio). Tutto ciò portò ad un profondo mutamento della famiglia, la quale perse ogni valenza educativa. Anche le donne e i bambini furono inseriti nel sistema di fabbrica e le loro condizioni di vita diventarono durissime. Il Settecento portò a compimento il processo di laicizzazione che andò a toccare anche l'ambito educativo. Difatti, vennero a costituirsi modelli educativi che erano molto lontani dai principi religiosi-autoritari del passato e che miravano alla formazione di un uomo come cittadino artefice del proprio destino. Tutto ciò portò alla realizzazione di una "società moderna" intesa in senso borghese, dinamico e strutturata attorno a molti centri (economici, politici, sociali).
La figura dell'intellettuale e il significato dell'educazione Il XVIII secolo rappresenta per la cultura europea un secolo di rivoluzioni, in cui si porta a compimento il processo di laicizzazione dello Stato e della cultura che caratterizza l'età moderna. Ciò che nei due secoli precedenti permaneva come un fermento sotterraneo, nel Settecento viene impetuosamente e violentemente alla luce, reclamando a piena voce, in nome della natura, dell'esperienza e della ragione, il mutamento globale dello spirito dell'uomo e delle istituzioni in cui esso vive. Laicità e fiducia nella ragione e nel progresso, spirito critico e tolleranza, cosmopolitismo e richiamo alla natura, sono alcune delle idee che caratterizzano il nuovo tipo di intellettuale, investito di una vera e propria missione educativa nei confronti dell'umanità che deve finalmente ricevere e sviluppare i "lumi" necessari per uscire da un periodo di barbarie. L'attività culturale diviene, perciò, politica e pedagogica, e può rivolgersi alla borghesia che desidera essere informata, poter giudicare e condizionare la direzione della società. Gli intellettuali si incaricheranno così di educare l'opinione pubblica evidenziando gli errori e i pregiudizi del passato, ma proponendo anche nuove idee e propri progetti di riforma in tutti i campi. Tutto ciò necessita di un'attiva e veloce circolazione delle opinioni; così gli uomini di cultura si serviranno dei salotti, dei giornali, dei "pamphlet", dei saggi, dei trattati, della narrativa e del teatro per realizzare la propria missione educativa. In un secolo caratterizzato dalla fiducia nelle capacità razionali dell'uomo, l'educazione diviene uno degli aspetti fondamentali del progetto sociale. Viene a delinearsi una pedagogia laica e razionale che cerca di avvicinarsi ad una visione sempre più "scientifica" ed "oggettiva" dell'uomo e tende ad attaccare collegi e curricoli giudicati portatori di una cultura anti-moderna, retorica ed inefficace. Per questo molti intellettuali non si limiteranno a proporre nuove teorie pedagogiche, ma si faranno anche promotori o realizzatori di progetti pedagogici, per i quali richiederanno un intervento dello Stato con il quale riformare l'organizzazione, i programmi e la didattica della scuola. Nel contempo anche la famiglia e i ruoli familiari vengono caricati di un nuovo significato pedagogico.
Rousseau Vita e opere: Jean Jacques Rousseau nasce a Ginevra il 28 giugno del 1712. figlio di un orologiaio e privo della madre fin dalla nascita, ha un’educazione disordinata. Nel 1728 fugge da Ginevra, e dopo numerose peripezie, trova rifugio a Chambery presso Madame de Warens, che esercita un influsso notevole sulla sua vita come madre, amica ed amante al tempo stesso. Nel 1741 si stabilisce a Parigi dove entra qualche anno più tardi in relazione con i filosofi e in particolare con Diderot. Nel 1745 conobbe una donna, Thérèse Levasseur, che più tardi sposerà e dalla quale non si separerà fino alla morte, generando con essa cinque figli che vengono affidati, uno dopo l’altro, all’orfanotrofio. Nel 1750 pubblica il “Discorso sulle scienze e le arti”, il quale gli procura grande successo presso la società parigina, ma il temperamento timido e scontroso del filosofo non favorisce le relazioni sociali. Tornato per qualche tempo a Ginevra, Rousseau dà alle stampe il secondo discorso “Sull’origine ed i fondamenti dell’ineguaglianza fra gli uomini” (1754). In seguito si stabilisce di nuovo a Parigi; in questo periodo rompe i rapporti con l’ambiente degli enciclopedisti e compone le sue opere maggiori: il romanzo epistolare “La Nuova Eloisa” (1761), il capolavoro di filosofia politica “Il contratto sociale”, e l’ “Emilio” (1762). Ma l’ “Emilio” viene bruciato per empietà a Parigi e Rousseau deve riparare in Svizzera, dove inizia a scrivere le “Confessioni” (uscite postume fra il 1782 e il 1789). Nel 1765 accetta l’ospitalità in Inghilterra del filosofo David Hume, ma rompe presto anche con lui, sospettandolo di inesistenti congiure con i suoi nemici. Ritorna dunque in Francia, dove conclude la sua vita errabonda ed inquieta, descritta nei “Sogni di un viandante solitario” nel 1778. Il pensiero: Rousseau è una formidabile “contraddizione” rispetto alla società del suo tempo e a quella stessa cultura illuministica a cui per un certo periodo si è legato. Ma egli accetta ed esalta questo ruolo; egli si sente portatore di una Riforma, che dovrà essere radicale. Non si può scendere a compromessi, adeguarsi alle regole: occorre che l’uomo si reintegri nella sua bontà naturale per diventare artefice del cambiamento sociale totale. Alla base dell’educazione c’è la realizzazione di un progetto morale e politico. L’ “uomo naturale” deve essere riscoperto e conservato nel bambino: una natura che bisogna conoscere ed assecondare nel suo sviluppo, nel rispetto di ciò che vi è già, che deve essere rispettato nella sua naturalità originaria. Rousseau fu considerato il “padre” della pedagogia contemporanea, l’autore che operò una “rivoluzione copernicana” in campo pedagogico ponendo al centro delle sue teorie, il bambino. Elaborò, inoltre, una nuova immagine dell’infanzia articolata in tappe evolutive, fra loro diverse per capacità cognitive e atteggiamenti morali. Rousseau individua, poi, le cause del male della società e trova un’unica risposta possibile alla corruzione sociale, che consiste nella rifondazione della società stessa, realizzata attraverso la riscoperta dell’originaria bontà umana. Per riportare l’uomo al bene originario non è necessario né possibile riportarlo alla condizione di selvaggio, sia perché la società non può essere distrutta, sia perché non si può affermare che tutto il bene risieda nello stato di natura e tutto il male nello stato sociale. Rousseau non critica la società in sé, ma la società come si è andata storicamente configurando; occorre, quindi, riorganizzare la società su basi nuove: la riscoperta della natura umana nella sua essenzialità e libertà. Da ciò nasce la necessità di un’educazione “nuova” che formi un uomo nuovo. Quest’educazione dovrà essere naturale, perché chi obbedisce alla natura non può che dirigersi verso il bene. Il “Contratto sociale” e l’ “Emilio” si integrano nell’idea rousseauiana che la rifondazione della società consista in primo luogo nel rinnovamento dell’individuo. Infatti non si può ipotizzare un’influenza positiva della società sul singolo se prima non si è reso “positivo”, appunto, il singolo. Solo dalla persona riscoperta nella sua natura originaria potrà originarsi il cittadino che dovrà migliorare la società in cui si inserirà, in cui sarà possibile vivere in una condizione di uguaglianza e libertà simili a quelle dello “stato di natura”. Per rendere lo “stato di società” quanto più simile allo “stato di natura”, occorre partire dal fanciullo, la cui educazione deve seguire lo sviluppo naturale. L’educazione naturale mira a salvaguardare la spontaneità e l’autonomia della persona nella società. L’educazione mira a ricondurre l’uomo all’unità originaria del proprio essere: pertanto essa dovrà passare necessariamente nell’intimità della coscienza dove si colloca il sentimento. Educare secondo natura significa rispettare nell’itinerario educativo la naturalità dell’uomo, ma ciò comporta anche rispettare le varie fasi dello sviluppo psicologico dell’allievo, commisurando ad esse contenuti e metodi dell’insegnamento. Un’educazione che rispetti la natura dell’allievo risponderà, inoltre, alle sue richieste, ai suoi bisogni, ai suoi interessi e alle sue inclinazioni, salvaguardandone l’individualità e la libertà. Infine, possiamo dire che il pensiero pedagogico di Rousseau verte su due modelli, quello dell’ “Emilio”, in cui al centro vi sono i concetti di educazione negativa, di educazione indiretta e il ruolo dell’educatore, e quello del “Contratto sociale” che si basa su un’educazione socializzata regolata dall’intervento dello Stato.
L’Educazione per gli Adulti Che l’educazione non possa limitarsi a circoscriversi al suo processo di preparazione e di tirocinio alla vita d’adulto, quasi che soltanto i bambini e gli adolescenti ne siano i naturali soggetti destinatari è convinzione ormai da considerarsi definitivamente acquisita allo spirito della ricerca pedagogica contemporanea. La critica che Gentile e Dewey hanno condotto fino in fondo contro il cosiddetto “pregiudizio pedologico” delle pedagogie tradizionali e contro un certo puerocentrismo. Ha indubbiamente il merito di aver messo in evidenza la dimensione permanente del processo educativo, come inerente alla vita e all’assistenza dell’individuo umano; in modo che se educarsi significa per ciascuno assumersi il compito irriducibile di farsi uomo, questo compito comporta innanzitutto l’impegno e il rischio di conservare o perdere, d’arricchire o impoverire, in ogni momento e in ogni età della vita la propria dignità d’uomo e il proprio valore di persona. La vita e l’esperienza umana sono sempre educative, a patto che siano attraversate dalla luce della spiritualità e della libertà (Gentile). Per Dewey nessun processo pedagogico è valido se non si entra in circolo con l’esperienza e la vita dell’individuo, la natura elettiva dell’esperienza, cioè che la qualifica come la vita educativa, e il rapporto interattivo di compromesso tra persona e società, in un rapporto dinamico per il quale le forze native e le influenze ambientali, cioè a dire la parte bio- psicologica e quella socio- culturale, s’intrecciano continuamente e s’integrano in forme di vita e d’esperienze nuove e diverse. Il concetto d’educazione degli adulti occorre inquadrarlo in questa prospettiva d’ampio raggio dei fattori e dei valori dell’educazione come inerente alla vita stessa dell’individuo, della società, della cultura quindi la tematica che ne deriva sarà connessa con le espressioni più tipiche e significative della vita individuale e sociale del nostro tempo. L’educazione degli adulti si presenta non tanto come il problema puro e semplice dell’alfabetizzazione o dell’istruzione degli adulti nel senso di un recupero riqualificante soprattutto sul piano dell’attività professionale, quanto invece come il più ampio problema dell’educazione dell’adulto, nel senso soprattutto di promuovere nell’uomo d’oggi, nell’uomo che lavora e partecipa attivamente alla civiltà del nostro tempo, la realizzazione completa della sua personalità, realizzazione intesa non soltanto nel senso dell’arricchimento intellettuale di nuovi contenuti di sapere, ma anche nel senso delle frustrazioni dei beni di cultura e, in definitiva nel senso di promuovere una sempre maggiore consapevolezza critica dei problemi politici, morali, sociali e religiosi della società in cui vive, dove possa pensare, agire e decidere autonomamente. Di qui il legame tra l’educazione degli adulti con i problemi del tempo libero: se educare l’adulto significa soprattutto sviluppare in lui la coscienza critica e le forze attive e creative della personalità, questo scopo non può essere oggi concretamente raggiunto se non attraverso l’utilizzazione positiva, ossia razionale e intelligente, e non dispersiva o puramente distraente del tempo libero. Tempo libero che può essere dedicato ad attività che escludono le categorie del condizionamento esteriore e della necessità, poiché si svolgono sotto il segno della lucidità o amabilità, questa distinzione si ricollega a quella tra gioco e lavoro, è molto importante perché permette di evitare, l’errata identificazione del tempo libero col tempo disimpegnato o vuoto da qualsiasi attività (il tempo libero, non è il puro passatempo e neanche il necessario riposo che permette il recupero delle energie fisiche); e, per altro verso, consente di cogliere l’indispensabile carattere di spontaneità e amabilità ludica pienamente gratificante e piacevole, delle attività veramente congeniali con i gusti, i desideri, le aspettative, i propositi del soggetto liberamente scelte e volute o come si vuol dire nel linguaggio d’oggi psicopedagogico, automotivato. In virtù di questa precisa caratterizzazione, il tempo libero è il tempo reversibile giacché in esso si realizza quel modo di ritorno al passato, al tempo cioè della gioiosa spensieratezza e spontaneità dei nostri anni fanciulli e giovanili, ritorno ricreativo e gratificante perché ci permette di “ricomporre la nostra personalità” in accrescimento delle forze fisiche e spirituali non più governate dalle sole lancette dell’orologio. Il Comes mette a fuoco l’esigenza che il tempo libero non manchi del suo esenziale carattere ricreativo e ludico: esso è e deve rimanere il tempo in cui l’uomo restituisce se stesso a se stesso, alla sua famiglia e al suo ambiente di vita liberamente scelto, al di fuori dei rapporti comunitari imposti dalle esigenze del lavoro e della produzione. Questo tempo risulterà ricreativo nella misura in cui si saprà trasformarlo in un otium non inerte, proprio nel senso latino di “acquisizione dei valori spirituali” nel senso cioè che il riposo e la libertà dal lavoro possono divenire occasione d’occupazione distensiva o di diversa qualità psicologica e spirituale di quelle che si accompagna al lavoro vero e proprio. Il tempo libero và considerato come tempo da dedicare alla distruzione e al divertimento, la sua dimensione pedagogica si coglie dove non si perda di vista la possibilità che esso offre a tutti di sviluppare una personalità integrata ed armonica, che manifesta il suo carattere attraverso una partecipazione più attiva alla vita culturale e sociale. Ed è proprio in questa prospettiva che si muove la pedagogia per risolvere e superare la crisi in cui si sono venute a trovare le culture sotto la pressione invadente della cultura di massa di tipo standardizzato e industriale. Le profonde trasformazioni che lo sviluppo della tecnica e dell’industria ha apportato nel tessuto della vita sociale e civile del nostro tempo, hanno posto inevitabilmente in crisi il rapporto immediato tra l’individuo e l’ambiente culturale in cui esso vive e si sviluppa. Si è così verificata una frattura, dovuta soprattutto alla crescita enorme dei centri urbani, tra la personalità umana e il sostrato culturale che costituisce la sua immediata sfera vitale. Compito principale dell’educazione d’oggi consiste nel preparare e favorire il processori ricostruzione e di riorganizzazione, su nuove basi, consono alle tendenze della civiltà contemporanea. Per liberare l’uomo del nostro tempo dalla pressione livellatrice e disumanizante delle forze della nuova vita sociale occorre agevolare, con un’adeguata opera educativa, il graduale passaggio da forme d’organizzazione collettivistica a strutture più agili e decentrizzate, nelle quali gli individui riacquistano i poteri dell’iniziativa individuale e il senso della responsabilità personale. I problemi del tempo libero attendono di essere affrontati e risolti tenendo presenti le esigenze di una trasformazione delle condizioni d’esigenza dell’individuo nella comunità, occorre ripristinare l’unità là dove la vita materna ha provocato un’irreparabile frattura, è necessario ricomporre i due aspetti essenziali della vita che è sempre, insieme, produzione e consumo, costruzione di sempre più efficaci mezzi per una fruizione sempre più completa dei beni che corrispondono ai valori dell’arte, della creatività e del gusto personale, alle esigenze profondamente inserite nella coscienza anche nel campo della moralità e della religione; è necessario che l’uomo faber riconquisti in sé l’energia spirituale dell’uomo ludens; solo a questa condizione è possibile impedire il processo disumanizante del lavoro e ridare a questo la sua carica d’umanità. Gli uomini educandosi, verranno ristrutturando la loro personalità minacciata nella sua integrità dalle conseguenze degli sviluppi della tecnica moderna. Attività del tempo libero che hanno valore pedagogico, sono, le cosiddette “attività di produzione o passatempi in genere”: giardinaggio, pesca, giochi e sport vari, filotelica, numismatica,ecc… a cui vengono aggiunte le forme produttive d’attività ed espressione artistica anche sottoforma d’impegno dilettantismo: produzioni pittoriche e artistiche, composizioni poetiche, musicali,fotografie, ecc… Sotto questo punto di vista acquistano nell’ambito dell’educazione degli adulti importanza le manifestazioni di folclore locale, quali espressioni immediate e genuine dell’anima popolare collettiva. Per concludere è opportuno non dimenticare che l’aspetto più importante e profondo dell’educazione degli adulti al tempo libero, rimane pur sempre il problema di realizzare il fine di una sostanziale reciproca immedesimazione tra il momento produttivo e creativo e il momento fluitivo della cultura e dell’esperienza umana. Socrate Si ritiene un missionario dell’educazione partendo dal presupposto che “la più alta sapienza è la coscienza della propria ignoranza”. Le sue uniche notizie ci vengono date da Platone, Senofonte e Aristotele, i suoi allievi più vicini. Il metodo socratico si basa su due aspetti fondamentali: 1° L’ironia, ovvero il mettere il proprio interlocutore in contrapposizione con se stesso; (negativo); 2° La maieutica, ovvero il far nascere nella mente dell’interlocutore una formazione di concetto come verità universale. (Positivo). Definisce la verità come sommo bene, quindi chi conosce la verità ed il bene, ma non lo applica, viene considerato malvagio in quanto Sa. La vera felicità per Socrate è la sapienza come bene supremo e prende in considerazione una voce interna chiamata Demone come una guida spirituale che può tirarlo fuori da ciò. Procedimento Induttivo.(Dal particolare al generale).
Platone Platone afferma un procedimento inverso (Dal generale al particolare). Crede nell’esistenza di due mondi, il mondo delle idee ed il mondo materiale. Il primo perfetto, esistente sopra i cieli, immutabile. Il secondo mutevole ed imperfetto. Secondo il filosofo, questi due mondi sono in relazione tra di loro, tramite due soluzioni ipotizzate: mettessi e mimesi. Consiste in una partecipazione da parte del mondo materiale nel mondo delle idee…. La sua teoria sulla conoscenza si basa principalmente su due principi: Sensazione e conoscenza dell’oggetto. Platone accorda al corpo umano un’anima di natura divina. Il corpo è uno strumento con cui l’anima agisce, cercando di liberarsi appunto di quest’ultimo che vede come una gabbia nella quale è stata rinchiusa.
La Pedagogia secondo Kant L’uomo è la sola creatura capace di essere educata. Per educazione, in senso largo, s’intende la cura (il trattamento, la conservazione) che richiede l’infanzia di lui, la disciplina che lo fa uomo, infine la istruzione con la cultura. Sotto questi tre rispetti, egli è infante, allievo e scolare. Appena gli animali cominciano a sentire le proprie forze, le usano regolarmente, cioè in maniera tale da non recar danno a sè stessi. È curioso il vedere, per esempio, come le giovani rondinelle, appena uscite dal loro uovo e tuttora cieche, sappiano disporsi per modo da far cadere i loro escrementi fuori del nido. Gli animali non hanno dunque bisogno d’essere curati, sviluppati, riscaldati e guidati, o protetti. Vero è che la più parte di essi domandano nutrimento, ma non cure. Per cure bisogna intendere le precauzioni che prendono i genitori per impedire ai loro nati di far uso nocivo delle loro forze. Se, per esempio, un animale venendo al mondo gridasse come fanno i bambini, diverrebbe certamente preda dei lupi e di altre bestie selvagge attirate dalle sue grida. La disciplina o educazione ci fa passare dallo stato di animale a quello d’uomo. Un animale è pel suo istinto medesimo tutto ciò che può essere; una ragione a lui superiore ha preso anticipatamente per esso tutte le cure necessarie. Ma l’uomo ha bisogno della sua propria ragione. Costui non ha istinto, e conviene che formi da se stesso il disegno della sua condotta. Ma, siccome non ne possiede la immediata capacità e viene al mondo nello stato selvaggio, ha bisogno dell’aiuto altrui. La specie umana è obbligata a cavare a grado a grado da sè stessa colle proprie sue forze tutte le qualità naturali che appartengono all’umanità, una generazione educa l’altra. Se ne può cercare il primo principio in uno stato selvaggio o in uno stato perfetto di civiltà; ma nel secondo caso, bisogna pure, ammettere che l’uomo sia poi ricaduto nello stato selvaggio e nella barbarie. 2. La. disciplina impedisce all’uomo di lasciarsi deviare dal suo destino, dall’umanità, per le sue inclinazioni animali. Occorre, per esempio, ch’essa lo moderi, perché egli non si getti nel pericolo come un animale feroce, o come uno stordito. Ma la disciplina è puramente negativa, perché si restringe a spogliare l’uomo della sua selvatichezza; l’istruzione, al contrario, è la parte positiva dell’educazione. La selvatichezza consiste nell’indipendenza da tutte le leggi. La disciplina sottomette l’uomo alle leggi dell’umanità, e comincia a fargli sentire la forza, l’autorità delle leggi stesse. Ma ciò dev’esser fatto per tempo. Così, mandansi per tempo i bambini alla scuola, non perchè vi apprendano qualcosa, ma perché vi si avvezzino a restare tranquillamente seduti e ad osservare puntualmente ciò che loro vien comandato, affinchè in progresso di tempo sappiano cavar subito buon partito da tutte le idee che verranno loro in mente. Ma l’uomo è così portato naturalmente alla libertà che, quando vi abbia preso una lunga consuetudine, le sacrifica tutto. Ora questa è la precisa ragione onde conviene per tempo ricorrere alla disciplina; ché altrimenti sarebbe troppo difficile di cambiar poi il suo carattere, ed egli seguirà allora tutti i suoi capricci. Parimente, si vede che i selvaggi non si abituano mai a vivere come gli Europei, quantunque restino per lungo tempo ai servigj loro. Il che non deriva già in essi, come opinano il Rousseau ed altri, da una nobile tendenza alla libertà, ma da una certa rozzezza, perché l’uomo appo essi non si è ancora spogliato in qualche maniera della natura animale. E però dobbiamo avvezzarci per tempo a sottometterci ai precetti della ragione. Quando all’uomo si è lasciato seguire la piena sua volontà per tutta la gioventù e non gli si è mai resistito in nulla, ei conserva una certa selvatichezza per tutta la vita. Né ai giovani reca alcuna utilità un affetto materno esagerato, dacché più tardi si pareranno loro dinanzi ostacoli da tutte le parti, e troveranno dovunque contrarietà quando piglieranno parte agli affari del mondo. Un vizio, nel quale ordinariamente si cade nell’educazione dei grandi, è quello di non opporre loro alcuna resistenza nella loro gioventù, perché sono destinati a comandare. Nell’uomo la tendenza alla libertà richiede ch’egli deponga la sua rozzezza: nell’animale bruto, al contrario, questo non è necessario per l’istinto di lui. L’uomo ha bisogno di vigilanza e di cultura. La cultura abbraccia la disciplina e l’istruzione. Nessun animale, che noi sappiamo, ha bisogno di quest’ultima; imperciocchè veruno di essi apprende alcun che da’ suoi antenati, salvo quegli uccelli che imparano a cantare. Infatti, gli uccelli sono ammaestrati nel canto dai loro genitori; ed è mirabil cosa il vedere, come in una scuola, i genitori cantare con tutte le proprie forze davanti ai loro nati e questi adoperarsi a cavare gli stessi suoni dalle loro tenere gole. Se taluno volesse convincersi che gli uccelli non cantano per istinto, ma che imparano a cantare, basta ne faccia la prova ed è questa: levi ai canarini la metà delle uova loro e vi sostituisca uova di passero; ed ancora coi piccoli canarini mescoli insieme passeri giovanissimi. Li metta in una gabbia donde non possano udire i passeri di fuori; essi impareranno il canto dai canarini e così avremo passeri cantanti. Né meno stupendo è il fatto che ogni specie d’uccelli conserva in tutte le generazioni un certo canto principale; così la tradizione del canto è la più fedele nel mondo. L’uomo non può diventare vero uomo che per educazione; egli è ciò ch’essa lo fa. Vuolsi notare ch’egli può ricevere questa educazione soltanto da altri uomini che l’abbiano egualmente ricevuta dagli altri. Quindi la mancanza di disciplina e d’istruzione in certi uomini li rende assai cattivi maestri dei loro allievi. Se un essere di natura superiore si prendesse cura della nostra educazione, vedrebbesi allora ciò che noi possiamo divenire. Ma siccome l’educazione, da una parte insegna qualcosa agli uomini, e, dall’altra. non fa che svolgere in loro certe qualità. non si può sapere fin dove portino le nostre disposizioni naturali. Se almeno si facesse una esperienza coll’aiuto dei grandi e col riunire le forze di molti, ciò ne illuminerebbe sulla quistione di sapere fin dove l’uomo può arrivare per questa via. Ma una cosa tanto degna di osservazione per una mente speculativa quanto triste per un amico dell’umanità si è il vedere, che la più parte dei grandi non pensano che a sè stessi e non pigliano alcuna parte alle interessanti esperienze sulla educazione, per fare avanzare di qualche altro passo verso la perfezione la natura umana. 3. Non vi ha alcuno che, essendo stato trascurato nella sua gioventù, sia incapace di ravvisare nell’età matura in che venne trascurato, vuoi nella disciplina, vuoi nella cultura (poiché si può chiamar così la istruzione). Chi non possiede cultura di sorta è bruto; chi non ha disciplina o educazione è selvaggio. La mancanza di disciplina è un male peggiore della mancanza di cultura, perché a questa si può ancora rimediare più tardi, mentre non si può più mandar via la selvatichezza e correggere un difetto di disciplina. Forse l’educazione diverrà sempre migliore, e ciascuna delle generazioni venture farà un passo di più verso il perfezionamento dell’umanità, imperocché il gran segreto della perfezione della natura. umana dimora nel problema stesso dell’educazione. Si può camminare oramai per questa via; difatti, oggidì si principia a giudicare esattamente e a vedere in modo chiaro in che proprio consiste una buona educazione. E reca dolce conforto il pensare che la natura umana sarà sempre più e meglio dispiegata e migliorata dall’educazione, e che si può arrivare a darle quella forma che veramente le conviene. In ciò consiste la prospettiva della felicità avvenire della specie umana. L’abbozzo d’una teorica dell’educazione è un ideale nobilissimo e che non tornerebbe punto nocivo, quando anche non fossimo in grado di effettuarlo. Non bisogna considerare un’idea come vana e ritenerla come un bel sogno, perché certi ostacoli ne impediscono l’effettuazione. Un ideale altro non è che il concetto d’una perfezione che non si è riscontrato ancora nell’esperienza: tal sarebbe, per esempio, l’idea d’una repubblica perfetta, governata secondo le regole della giustizia. Si dirà dunque impossibile? Basta, in primo luogo, che la nostra idea non sia falsa; in secondo luogo, che non sia impossibile assolutamente di vincere tutti gli ostacoli per tradurla in atto. Se, poniamo, ciascuno mentisse, la veracità sarebbe per questo una chimera? L’idea di una educazione che svolga nell’uomo tutte le sue disposizioni naturali è vera assolutamente. Con l’educazione presente l’uomo non consegue appieno il fine della sua esistenza. Imperocché quanta diversità non corre tra gli uomini nel loro modo di vivere! Né tra loro può essere uniformità di. vita se non in quanto essi operino secondo gli stessi principi e questi principi divengano per loro come una seconda natura. Noi possiamo almeno lavorare intorno al disegno d’una educazione conforme all’intento che dobbiamo proporci, e lasciare istruzioni agli avvenire che potranno a grado a grado metterle in pratica. Osservate, per esempio, i fiori detti orecchi di orso: quando li tiriamo dalle radici, hanno tutti il medesimo colore; quando invece se ne pianta il seme, otteniamo colori tutti differenti e svariatissimi. La natura ha dunque riposto in loro certi germi del colore, e per isvilupparveli basta seminare e piantare convenientemente questi fiori. Il somigliante accade nell’uomo! Vi sono molti germi nell’umanità, e spetta a noi svolgere con debita proporzione le nostre disposizioni naturali, dare all’umanità tutto il suo dispiegamento, e adoperarci a conseguire la nostra destinazione. Gli animali compiono il loro destino spontaneamente e senza conoscerlo. L’uomo, al contrario, è obbligato a cercar di conseguire il fine suo; il che non può egli fare se prima non ne ha un’idea. L’individuo umano non può compiere da sè questa destinazione. Se ammettiamo una prima coppia del genere umano realmente educata, bisogna sapere altresì in qual modo essa educò i suoi figli. I primi genitori danno ai loro figli un primo esempio; questi lo imitano, e così dispiegansi alcune disposizioni naturali. Ma tutti non possono essere educati a questo modo, giacché gli esempi si offrono ordinariamente ai bambini secondo l’occasione. In altri tempi gli uomini non avevano alcuna idea della perfezione onde la natura umana. è capace; noi stessi non l’abbiamo ancora in tutta la sua purezza. È certo del pari che tutti gli sforzi individuali, che hanno per fine la cultura dei nostri allievi, non potranno mai far sì che costoro giungano a conseguire la loro destinazione. Questo fine non può esser dunque conseguito dall’uomo singolo, ma unicamente dalla specie umana. 4. L’educazione è un’arte, la cui pratica ha bisogno d’essere perfezionata da più generazioni. Ciascuna generazione, provveduta dalle conoscenze delle precedenti generazioni, è sempre più in grado di arrivare a una educazione che in giusta proporzione e in conformità del loro fine svolga tutte le nostre disposizioni naturali e così guidi tutta la specie umana alla sua destinazione. - La Provvidenza ha voluto che l’uomo fosse obbligato a cavare da sè stesso il bene, e in qualche modo gli dice: «Entra nel mondo. Io ho messo in te ogni specie di attitudini per il bene. Ora a te solo spetta svilupparle per il bene; e quindi la tua felicità o la tua infelicità dipende da te.» Così il Creatore potrebbe parlare agli uomini! 5. L’uomo deve innanzi tutto svolgere le sue attitudini per il bene; la Provvidenza non le ha messe in lui bell’e formate, ma come semplici disposizioni, e però non vi è ancora distinzione di moralità. Render sè stesso migliore, educare sè medesimo, e, s’egli è cattivo, svolgere in sè la moralità, ecco il dovere dell’uomo. Quando vi si rifletta consideratamente, si vede quanto ciò sia difficile. L’educazione, pertanto, è il più grande e il più arduo problema che ci possa esser proposto. Difatti le cognizioni dipendono dall’educazione, e questa dipende alla sua volta da. quelle. Onde non potrebbe l’educazione progredire che di mano in mano; e noi possiamo arrivare a farcene un’idea esatta solo in quanto ciascuna generazione trasmette le sue esperienze e le sue cognizioni alla generazione posteriore, che vi aggiunge qualcosa di suo e le tramanda così aumentate a quella che le succede. Qual cultura e quale esperienza dunque non suppone questa idea? E però essa non poteva sorgere che tardi, e noi stessi non l’abbiamo ancora innalzata al suo più alto grado di purezza. Si tratta di sapere se l’educazione nell’uomo singolo debba imitare la cultura che l’umanità in generale riceve dalle sue diverse generazioni. Tra le umane scoperte ve ne ha due difficilissime, e sono l’arte di governare gli uomini e l’arte di educarli; e però si disputa ancora su queste idee. Ora, donde principieremo a svolgere le naturali disposizioni dell’uomo? Bisogna muovere dallo stato barbaro dell’uomo, o da uno stato già culto? Non è agevol cosa il concepire uno svolgimento partendo dalla barbarie (per la difficoltà somma di farci un’idea del primo uomo); e noi vediamo che ogni qualvolta si sono prese le mosse da questo stato, l’uomo è ricaduto nella selvatichezza, e che però sono sempre stati necessari nuovi sforzi per uscirne. Anche nei popoli assai civili ritroviamo un avanzo di barbarie, attestato dai più antichi monumenti scritti a noi tramandati: e qual grado di cultura non suppone già la scrittura? E da questo punto, cioè dalla invenzione della scrittura, si potrebbe anzi far cominciare il mondo rispetto alla civiltà. Poiché le nostre disposizioni naturali non si svolgono da sè stesse, ogni educazione è un’arte. - La. natura non ci ha dato per questo fine alcun istinto. - L’origine, come il suo relativo progresso, dell’arte educativa, è o meccanica, senza disegno, sottoposta a date circostanze, o ragionata. L’arte di educare non risulta meccanicamente dalle condizioni in che apprendiamo per esperienza se una data cosa ci è dannosa od utile. Ogni arte di questo genere, che sarebbe puramente meccanica, conterrebbe molti errori e lacune, perchè non seguirebbe alcuna norma. Occorre pertanto che l’arte dell’educazione o la Pedagogia sia ragionata, affinché la natura umana possa svolgersi per modo da conseguire la sua destinazione. I genitori, che hanno ricevuto essi pure una certa educazione, sono già esemplari su’ quali si regolano i figli. Ma per rendere questi migliori, è necessario di fare uno studio nella Pedagogia; diversamente nulla se ne può sperare, e l’educazione vie ne affidata ad uomini educati non bene. Al meccanismo nell’arte educativa bisogna sostituire la scienza, diversamente ella non sarà altro che uno sforzo continuo, ed una generazione potrebbe distruggere quanto un’altra avesse edificato. 6. Un principio di Pedagogia, al quale dovrebbero mirare segnatamente gli uomini che propongono norme di arte educativa, è questo: Che non devesi educare i fanciulli secondo lo stato presente nella specie umana, ma secondo uno stato migliore, possibile nell’avvenire, cioè secondo l’idea dell’umanità e della sua intera. destinazione. Questo principio è d’una importanza tragrande. I genitori educano per lo più i loro figli per la società presente, sia pure corrotta. Dovrebbero, al contrario, dar loro una educazione migliore, perché un migliore stato ne possa venir fuori nell’avvenire. Ma qui si parano dinanzi due ostacoli: 1° I genitori non si curano per ordinario che di una cosa sola, ed è che i loro figli facciano buona figura nel mondo; 2° I principi risguardano i propri sudditi come strumenti nei loro disegni. I genitori pensano alla casa, i principi allo Stato. Gli uni e gli altri non si propongono per fine ultimo il bene generale e la perfezione a cui è destinata l’umanità. Le basi fondamentali d’un disegno d’educazione fa d’uopo che abbiano un carattere mondiale. Ma il bene generale è un’idea che possa tornar dannosa al nostro bene particolare? Niente affatto! Imperocché, quantunque sembri che gli si debba sacrificare qualcosa, veniamo così a lavorar meglio pel bene del nostro stato presente. E allora quante nobili conseguenze! Una buona educazione è proprio la sorgente d’ogni bene nel mondo. I germi che sono riposti nell’uomo debbono svilupparsi ognor di vantaggio; imperocché nelle disposizioni naturali dell’uomo non v’ha principio di male. La sola causa del male sta nel sottoporre a norme la natura. Nell’uomo non vi sono che i germi per il bene. Da chi dee provenire il miglioramento dello stato sociale? Dai principi o dai sudditi? Conviene che questi si migliorino prima da sè stessi, e facciano la metà di strada per andare incontro a governi buoni? Se, invece, deve partire dai principi questo miglioramento, si cominci dunque a riformare la loro educazione; poiché si è commesso per lungo tempo questo grave sbaglio, di non resistere mai agli stessi principi nella loro gioventù. Un albero che resta isolato in mezzo ad un campo perde la sua dirittura nel crescere e stende lungi i suoi rami; al contrario, quello che cresce nel mezzo di una foresta si mantiene diritto, per la resistenza che gli oppongono gli alberi vicini, e cerca al disopra l’aria ed il sole. Avviene lo stesso nei principi. Ma vale ancor meglio siano educati da qualcuno dei loro sudditi che dai loro pari. Non si può attendere il bene dall’alto se prima non vi sarà migliorata l’educazione! Qui bisogna dunque contare più sugli sforzi dei privati che sul concorso dei principi, come hanno giudicato Basedow ed altri; dacchè l’esperienza c’insegna che i principi nell’educazione badano meno al bene del mondo che a quello dello Stato, e vi scorgono solo un mezzo per giungere ai loro fini. Se col denaro soccorrono la educazione, si riservano il diritto di stabilire le norme che loro convengono. Lo stesso va detto per tutto ciò che risguarda la cultura dello spirito umano e l’incremento delle umane conoscenze. Questi due risultamenti non sono procurati dal potere e dal denaro, ma solo facilitati; bensì potrebbero procurarli ove lo Stato non prelevasse le imposte unicamente nell’interesse del suo erario. Neppur le Accademie li hanno dati finora, ed oggi più che mai non si scorge alcun segno ch’esse comincino a darli. 7. La direzione delle scuole dovrebbe pertanto dipendere dal senno di persone competenti ed illustri. Ogni cultura comincia dai privati e da questi poi si diffonde. La natura umana può avvicinarsi di mano in mano al suo fine solamente per gli sforzi di persone dotate di generosi e grandi sentimenti, le quali s’interessano al bene del mondo sociale e sono in grado di concepire uno stato migliore, come possibile, nell’avvenire. Intanto alcuni potenti risguardano il loro popolo come, in certa guisa, una parte del regno animale, e mirano solamente alla propagazione. Al più desiderano ch’esso abbia una certa abilità, ma solo a fine di potersi giovare dei proprii sudditi come di strumenti più acconci ai loro disegni. I privati devono certamente badare al fine della natura fisica, ma devono soprattutto curare lo svolgimento della umanità, e far si ch’ella diventi non solo più abile, ma ancora più morale, da ultimo, cosa molto più difficile, adoperarsi a che i posteri arrivino ad un più alto grado di perfezione. 8. L’educazione, pertanto, deve: 1° Disciplinare gli uomini. Disciplinarli vuol dire cercar d’impedire che la parte animale non soffochi la parte veramente umana, così nell’umano individuo come nella società. Dunque la disciplina consiste semplicemente nello spogliar l’uomo della sua selvatichezza. 2° Deve coltivarli. La. cultura abbraccia la istruzione ed i varî insegnamenti. Essa fornisce l’abilità: e questa è il possesso d’un’attitudine sufficiente a tutti i fini che possiamo proporci. Essa dunque non determina da sè alcun fine, ma lascia questa cura alle circostanze. Alcune arti sono utili in ogni tempo e in ogni occasione, come sarebbero le arti di leggere e di scrivere; altre sono buone solo in rispetto a certi fini, come l’arte della musica, che rende amabile colui che la possiede. L’abilità è in certo modo infinita, in grazia dei molti fini che possiamo proporci. 3° L’educazione deve altresì curare che l’uomo divenga prudente, che sappia vivere in società coi suoi simili, farvisi amare ed avervi autorità. Questa sorta di cultura dicesi propriamente civiltà. Essa richiede certi modi cortesi, gentilezza e quella prudenza onde possiamo giovarci degli altri uomini pei nostri fini; e si regola secondo il gusto mutabile di ogni secolo. Così amiamo ancora, dopo alcuni anni, le cerimonie in società. 4° Deve, finalmente, curare nell’uomo la moralità. Ed invero, non basta che l’uomo sia capace di ogni sorta di fini; occorre altresì ch’ei sappia farsi una massima di scegliere tra quelli soltanto i buoni. Diconsi buoni que’ fini che sono necessariamente approvati da ognuno e che ponno essere al tempo stesso i fini di ciascuno. 9. L’uomo può essere guidato, disciplinato, istruito in modo affatto meccanico, ed illuminato veramente. Si guidano i cavalli, i cani, e si può guidare anche gli uomini. Ma non basta guidare i fanciulli; preme massimamente ch’essi imparino a pensare. Occorre badare ai principii dai quali derivano tutte le azioni. È dunque manifesto quante cose richiede una vera educazione! Ma nell’educazione privata la quarta condizione, che è la più importante, viene per lo più assai trascurata; poiché insegnasi ai fanciulli ciò che stimiamo essenziale, e intanto si lascia la morale al predicatore. Ma non è forse importante d’insegnare ai fanciulli a odiare il vizio, non per la semplice ragione che Dio l’ha proibito, ma perché di natura sua è spregevole! Altrimenti e’ si lasciano indurre nel vizio, pensando che il male potrebbe esser lecito se Dio non l’avesse vietato, e che si può far benissimo una eccezione a favor loro. Dio, ch’è l’essere sovranamente santo, non vuole se non ciò ch’è buono. Egli vuole che noi pratichiamo la virtù per il suo valore intrinseco e non perché Ei lo comandi. Noi viviamo in un’epoca di disciplina, di cultura e di civiltà, ma che non è ancora quella della moralità vera. Nelle presenti condizioni si può dire che la felicità degli Stati cresce di pari grado colla infelicità degli uomini. E non si tratta ancora di sapere se noi saremmo più felici nello stato di barbarie, dove non esiste tutta questa nostra cultura, che nello stato presente. Come si può, difatti, render felici gli uomini, se non li rendiamo morali e savi? La quantità del male appo essi non verrà cosi diminuita. Bisogna fondare scuole sperimentali prima di poter creare quelle normali. L’educazione e l’istruzione non debbono essere puramente meccaniche, ma devono riposare su principî. Tuttavia non hanno da fondarsi sul puro ragionamento, ma in un certo senso anche sul meccanismo. L’Austria non ha guari che scuole normali, istituite giusta un disegno contro il quale si sono a buon diritto sollevate molte obbiezioni, ed al quale si poteva rimproverare un cieco meccanismo. Tutte le altre scuole dovevano regolarsi su quelle e si negava altresì un ufficio pubblico a chi non avesse frequentato quelle scuole! Tali prescrizioni dimostrano quale e quanta parte abbia in certe cose il Governo; e non è possibile di arrivare a qualcosa di buono con siffatti ordinamenti. Si crede da’ più che non sia necessario di fare sperienze in materia di educazione, e che si possa giudicare con la sola ragione se una cosa sarà buona o cattiva. Ma qui sta un grave errore, e l’esperienza ne insegna che i nostri tentativi spesso han dato risultamenti opposti affatto a quelli che ci attendevamo. È dunque chiaro che, sendo qui necessaria l’esperienza, nessuna generazione d’uomini può fare un disegno compiuto d’educazione. La sola scuola sperimentale che abbia finora incominciato in qualche modo a battere questa via è stata l’Istituto di Dessau. Nonostante parecchi difetti che gli potremmo rimproverare, ma che del rimanente si riscontrano in tutti i primi sperimenti, bisogna concedergli questa gloria, ch’esso non ha cessato di spronare a nuovi tentativi. In un certo modo esso è stato l’unica scuola dove i maestri avessero libertà di la vorare secondo i propri metodi e disegni, e dove fossero uniti fra loro e si mantenessero in relazione con tutti i dotti della. Germania. 10. L’educazione comprende le cure necessarie ai bambini e la cultura. La cultura è: 1° negativa, come disciplina che si restringe ad impedire le colpe; 2° è positiva, come istruzione e direzione (Anführung), e sotto questo rispetto merita il nome di cultura. La direzione serve di guida nella pratica di ciò che si vuole apprendere. Di qui la differenza tra il precettore, che è semplicemente un maestro, e il governatore (Hofmeister), che è un direttore. Il primo dà soltanto l’educazione della scuola; il secondo, quella della vita. Il primo periodo dell’educazione è quello in cui l’allievo deve mostrare soggezione ed obbedienza passiva; il secondo, quello in cui gli si permette far uso della sua riflessione e della sua libertà, ma purché sottometta l’una e l’altra a certe leggi. Nel primo periodo il costringimento è meccanico, nel secondo è morale. 11. L’educazione è privata o pubblica. Quest’ultima si riferisce all’insegnamento che può sempre rimaner pubblico. La pratica dei precetti si lascia all’educazione privata. Un’educazione pubblica compiuta è quella che riunisce ad un tempo l’istruzione e la cultura morale. Il suo fine consiste nel promuovere una buona educazione privata. Una scuola dove si pratichi questo si chiama un Istituto di educazione. Di somiglianti Istituti non può esservi gran copia, né potrebbero essi ammettere un gran numero di allievi; imperocché sono costosissimi, e la semplice istituzione di questi Collegi richiede molte spese. Lo stesso va detto degli ospedali. Gli edifizi loro necessari, il trattamento dei direttori, delle guardie o dei domestici assorbiscono la metà dell’entrate: ed è oramai provato che se si distribuisse questo denaro ai poveri nelle rispettive loro case, e’ sarebbero curati assai meglio. - È difficile ancora di ottenere che i ricchi mandino i loro figliuoli agl’Istituti educativi. Fine di questi Istituti pubblici è il perfezionamento dell’educazione domestica. Se i genitori o quelli che li assistono nell’educare i loro figli avessero ricevuto una buona educazione, la spesa degli Istituti pubblici potrebbe non esser più necessaria. Quindi bisogna farvi certe prove e formarvi persone adatte, affinché ci possano dare in progresso una buona educazione domestica. L’educazione privata è data dai genitori stessi, o, se per caso non ne abbiano il tempo, la capacità o il gusto, da altre persone che li aiutano in ciò, mediante una ricompensa. Ma questa educazione data così da persone ausiliarie ha il gravissimo difetto di dividere l’autorità fra i genitori ed il precettore. Il fanciullo deve regolarsi secondo i precetti dei suoi maestri, e deve in pari tempo seguire i capricci dei suoi genitori. È necessario che in questo genere di educazione i genitori depongano tutta la loro autorità in mano dei maestri. Ma fin dove l’educazione privata è preferibile alla educazione pubblica, o questa a quella? L’educazione pubblica, in generale, sembra più vantaggiosa dell’educazione domestica, non solamente in rispetto alla abilità, sì anche in rispetto al vero carattere di cittadino. L’educazione domestica, oltre non correggere i difetti appresi in famiglia, li aumenta. 12. Quanto tempo deve durare l’educazione? Fino a che la natura ha voluto che l’uomo si governi da sè stesso, fino a che si sviluppi in lui l’istinto del sesso, fino a che egli può divenire padre ed esser tenuto di educare alla sua volta, ossia fino all’età di circa sedici anni. Decorsa quest’età, si può ricorrere a maestri che proseguano a coltivarlo, a sottoporlo ad una celata disciplina; ma la sua educazione regolare è finita. 13. La soggezione dell’allievo è positiva o negativa. Positiva, in quanto ei deve fare ciò che gli viene comandato, non potendo ancora giudicare da sè e non avendo ancora appreso l’arte d’imitare. Negativa, in quanto l’allievo dee fare ciò che desiderano gli altri, se vuole ch’essi dal canto loro facciano qualcosa che gli torni piacevole. Nel primo caso egli è esposto ad essere punito; nel secondo, a non ottenere ciò che desidera: e qui, benché possa oramai riflettere, ei dipende dal suo piacere. 14. Uno dei più grandi problemi dell’educazione si è di poter conciliare la sommissione all’autorità legittima coll’uso della libertà. Imperocché l’autorità è necessaria! Ma in qual modo coltivare la libertà per mezzo dell’autorità? Bisogna che io avvezzi il mio allievo a soffrire che la sua libertà venga sottoposta all’autorità altrui, e che in pari tempo io gl’insegni a far retto uso della sua libertà. Senza questa condizione, in lui non vi sarebbe altro che puro meccanismo; l’uomo sfornito di vera educazione non sa far uso della sua libertà. Fa d’uopo ch’egli senta per tempo la resistenza inevitabile della società, perché impari a conoscere quanto è difficile di bastare a sè stesso, di tollerare le privazioni e di acquistare quanto basti a rendersi indipendente. Qui devesi por mente alle infrascritte regole. 1° Bisogna lasciar libero il fanciullo fino dalla sua prima età e in tutti i suoi movimenti (salvo in quelle occasioni in cui può farsi del male come, per esempio, se prendesse in mano uno strumento tagliente), a patto bensì di non impedire la libertà altrui, come quando grida, o manifesta il suo brio in modo troppo rumoroso e da recar disturbo agli altri. 2° Gli si deve mostrare ch’ei può conseguire i suoi fini, a patto bensì ch’egli permetta agli altri di conseguire i loro propri; ad esempio, non si farà niente di piacevole per lui s’ei non fa ciò che desideriamo, come d’imparare ciò che gli viene insegnato, e via dicendo. 3° Bisogna provargli che l’autorità, il costringimento a cui si sottopone, ha per fine d’insegnargli ad usar bene della sua libertà, che lo educhiamo ed istruiamo affinché possa un giorno esser libero, cioè fare a meno del soccorso altrui. Questo pensiero sorge assai tardi nella mente dei fanciulli, poiché non riflettono nei primi anni che dovranno un giorno provvedere da sè stessi al loro mantenimento. Credono che la cosa andrà sempre come nella casa paterna, cioè ch’essi avranno da mangiare e da bere senza darsene alcun pensiero. Ora senza questa idea, i fanciulli, segnatamente quelli dei ricchi ed i figli dei principi, restano per tutta la vita come gli abitanti di Otahiti. L’educazione pubblica ha qui manifestamente i più grandi vantaggi: vi s’impara a conoscere la misura delle proprie forze ed i limiti che c’impone il diritto altrui. Non vi si gode alcun privilegio, poiché vi sentiamo dovunque la resistenza, e ci eleviamo sopra gli altri solo per merito proprio. Questa educazione pubblica è la migliore immagine della vita del cittadino. Resta ancora una difficoltà che non vuol essere qui dimenticata, e riguarda la cognizione anticipata del s | ||||