Psicocuriosità e Rubriche |
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B e n e s s e r e
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“Ogni Uomo può conoscere la propria via. Ma solo se la cerca”
Indice: La Respirazione - Pressione alta? Respira lentamente - Bambini violenti e animali - Il senso dell’umorismo - Fiutare le emozioni - La specializzazione emisferica - L’immaginazione e la fantasia - La Coppia e l’Analisi Transazionale - La sindrome da confronto - La depressione femminile in età matura - Il Watsu - Le fiabe - Il complesso di Peter Pan - Esercizio fisico e psiche - Le donne e il potere - Il segreto dell’umorismo - Meno fumi, meglio stai - La penna anti-impotenza - Stress e memoria - Internet addiction disorder - L'Italia dei depressi - Il piacere di leggere - Sport estremi - Tecniche di memorizzazione - Lo sbaglio - Packaging e Psiche - Psicologia del rock – Bullismo – Neonati - Stereotipi nei libri per ragazzi - Cuore e carattere - Disturbi alimentari - La sindrome del Burn Out - Ambiente di lavoro – Depressione - I Buddisti sono più felici - Ansia e mal di stomaco - Siamo le nostre sinapsi? - Il sole fa bene all’amore - Stress e tossicodipendenza - Pesce e gravidanza - Uomini, uccelli e consumi - Depressione post partum - Mal di Feste - L'empatia fra bambini e animali - W la nonna! - Fumare: perché? - Lo psicologo scolastico - Pensieri e parole - Stress da lavoro – Incubi - Il Melanotan - Adolescenza difficile: troppi neuroni in sviluppo - Canapa indiana e malattia mentale - Donne e alcol - La misura dell’amore - Un farmaco contro il gioco d’azzardo - Pillola unisex - Anche i topi sognano - Gli uomini e la bellezza - La pillola contro la timidezza - I ricchi sono più felici - Dove nasce i pessimismo - Il panico della cuoca - Sonni delle mamme in attesa - Lei soffre di più per amore - Stretta di mano - Gli ormoni ti tirano su – Fisiognomica - Ottimismo e legge di Murphy - La femme fatale - Strategia di guerriglia nella coppia - Perché ci si sposa, perché ci si separa - La prima impressione è quella che conta - Leggere ai figli li rende più intelligenti - Violenza domestica e morti premature – Stalking - Le esperienze negative lasciano il segno - Stress e gravidanza - La Nuzialità in Italia - Il Matrimonio: una definizione - Gli inutili conflitti - Le donne preferiscono lo stipendio fisso - E' la cultura che salva la vita - Minori in videogioco - Anziani sposati, anziani più sani - L'Amore - Litigare in modo sano - Amore e altruismo - Il nido vuoto - I segreti dei mariti felici - Le donne che lavorano sono più felici - Matrimonio con benefit - Litigare fa male alla salute - L'uomo ideale - Anoressia e genetica - Psicologia del Respiro: respira e scoprirai chi sei – Comunicazione - Il Bacio - La Sessualità - La costruzione dell’Autostima - Guarire oltre la Coscienza - La psicologia di Babbo Natale e i suoi Doni - Il Magnetismo Personale - Percezione dei Colori e Percezione Emotiva - “Il segreto dei 15 lumi”
La Respirazione La respirazione è il primo atto indipendente del bambino dopo la separazione dalla madre. La respirazione quindi è il simbolo dell’autonomia, della indipendenza conquistata. Stati emotivi dolorosi tendono a contrarre l’ampiezza della respirazione, stati ansiosi tendono a renderla superficiale, irregolare e veloce, mentre al contrario stati emotivi gioiosi tendono ad espanderla. Nel linguaggio comune si dice che le emozioni forti ‘mozzano il respiro’ o ci sono situazioni in sui si è a corto d’aria. Studi scientifici hanno dimostrato che pazienti allergici possono subire crisi d’asma anche al solo riconoscere alcuni tipi di fiori e prima ancora di poter riconoscere che essi sono finti o di plastica, per poi regredire nella crisi asmatica nel momento in cui avviene la consapevolezza. Tutto ciò dimostra inequivocabilmente come il respiro e la funziona respiratoria siano profondamente legati agli stati emotivi e psicologici. La respirazione è basata sul ritmo dell’inspirazione ed espirazione, della tensione e distensione. L’evento della respirazione è un processo di scambio con l’ambiente esterno dove viene sperimentata la polarità tra prendere e dare. Nella Bibbia, precisamente nella Genesi, lo Spirito di Dio che aleggia sulle acque primordiali si chiama Ruah, che in ebraico significa ‘Soffio’. Ruah viene quindi tradotto in latino ‘Spiritus’ e in greco con ‘Pneuma’. Si comprende quindi quanto sia forte il legame che vi sia tra respiro ‘spirare’ e spirito ‘spiritus’, quali hanno le medesime radici. In greco ‘psyche’ significa anima, ma significa anche respiro. In sanscrito, ‘Prana’ significa ‘respiro’, ma anche ‘energia vitale’. Sempre nella Genesi, Dio modella l’uomo dal fango e gli dà vita soffiandogli sopra. Il soffio è quindi portatore di vita, ma soprattutto simbolicamente è portatore di anima. Quindi, soltanto il respiro rende l’uomo un essere vivente e dotato di anima, ovvero di psyche. La parola ‘inspirare’ ovvero introdurre aria nei polmoni, ha la medesima radice della parola ‘ispirazione’, che in latino significa ‘soffiare dentro’ e che teologicamente viene interpretato come [… l’impulso divino che guida l’uomo a comunicare agli altri ciò che Dio vuole comunicare agli uomini]. L’ispirazione è uno stato di creatività artistica che è simbolicamente traducibile come introdurre dentro di noi lo spirito, l’anima. La respirazione è anche il fulcro centrale di molte discipline orientali basate sulla meditazione, come lo Yoga o come lo Zen. Attraverso precise tecniche di respirazione. Il polmone è il nostro maggior organo di contatto, ancor più dell’epidermide. Infatti se disteso, è stato calcolato che la superficie interna del polmone svilupperebbe una superficie piana di circa 70 metri quadrati. Il respiro evita che l’uomo si isoli, si chiuda, il respiro lo costringe a mantenere il contatto con l’ambiente, con gli altri. Il respiro ci porta continuamente a contatto con il tutto, con l’universo. Noi respiriamo l’aria del nostro partner, dei nostri vicini di casa, respiriamo l’aria dei nostri amici e dei nostri nemici. Il respiro ha quindi a che fare con il contatto, con la relazione.
La respirazione quindi psicologicamente è l’assimilazione della vita e a che fare con: La psicoterapia e le varie tecniche psicoterapeutiche possono completare molto efficacemente le terapie somministrate dal medico e rendere più rapida la guarigione e più stabile la durata nel tempo. - Bread Work
Un esempio di obiettivi di una terapia multidisciplinare ad approccio psicoterapeutico: - Fornire informazioni dettagliate sulla patologia e sulla terapia. Fornire istruzioni e consigli ha lo scopo – da una parte - di diminuire la paura del paziente e dall’altra di motivarlo ad affrontare la malattia e la cura. - Insegnamento delle tecniche di rilassamento e di respirazione. Queste hanno lo scopo di fornire uno strumento indipendente dal terapeuta o dal medico che il paziente può utilizzare in caso di necessità o tutte le volte che desidera. - Discussione aperta nel gruppo, permettendo alle persone di scambiare idee ed esperienze personali, conseguendo così un sentimento di non isolamento e di sicurezza. - Favorire l’interazione psicoterapeutica, in modo che il terapeuta possa decodificare le tendenze inconsce del paziente e permettergli una riflessione approfondita e fornendogli elementi di autoanalisi.
Lavorare sul respiro significa quindi lavorare etimologicamente (e concretamente) sull’animo delle persone. Le attività che possono liberare il respiro sono quelle che aiutano a sollevare l’animo e a sottrarvi i pesi che lo opprimono. Nel corso di una seduta, una persona si presenta in uno stato fortemente alterato: il suo respiro è corto, breve e veloce, alternato periodicamente da lunghi sospiri per poi riprendere un ritmo concitato. Il lavoro si concentra immediatamente su un’emozione forte e rigurgitante: la collera. Nel corso di una discussione del giorno prima, la persona si è sentita gettare addosso una serie di rimproveri ingiusti, motivati solo dal grande senso di frustrazione e di insoddisfazione personale dell’interlocutore. Sebbene il disagio fosse relativo solo alle sconfitte esistenziali dell’interlocutore, la persona si è trovata a dover affrontare una successione di accuse e critiche sostanzialmente immotivate e ingiuste. La persona – pur comprendendo razionalmente che si trattava di un comportamento arbitrario – non poteva comunque fare a meno di sentirsi frustrata, incollerita, fortemente irritata, addirittura carica di violenza. Il lavoro si è concentrato sul senso di separazione e di indipendenza: così come il primo atto autonomo del bambino alla nascita è il respiro, quando esso è impedito, facilmente si può intuire che la problematica sottostante faccia riferimento al concetto di autonomia. Man mano che il lavoro ha sviluppato questo tema, articolandolo diffusamente e fornendo strumenti operativi per scoprirla interiormente, esercitarla e svilupparla in armonia con l’ambiente (evitando quindi l’isolamento affettivo) anche l’aspetto esteriore della persona è andato modificandosi. Il tema dell’autonomia e dell’indipendenza ha permesso quello che gli occidentali chiamano ‘insight’ e gli orientali chiamano ‘piccola illuminazione’. E’ stato necessario permettere una profonda comprensione – non solo intellettuale e razionale – ma soprattutto intima, emotiva e viscerale: in questo modo il respiro ha modificato il suo ritmo. Esso è divenuto gradualmente più lento e profondo, fino a diventare armonico e naturalmente ritmico.
Pressione alta? Respira lentamenteL’obiettivo è effettuare meno di dieci respiri al minuto e sfruttare meglio la piena capacità polmonare… Un modo inedito di tenere sotto controllo la pressione alta è stato messo a punto da un medico statunitense del National Institute of Health. Richiede semplicemente di respirare più lentamente per un quarto d’ora ogni giorno, con un’inspirazione profonda seguita da una lenta espirazione. Il sovrappeso, l’inattività e l’eccesso di sale nella dieta sono tutti fattori legati all’ipertensione; ma anche inserendo dei correttivi nel proprio stile di vita, molti pazienti sono costretti a ricorrere all’uso di farmaci per migliorare la propria condizione. Da sempre è noto l’effetto positivo che hanno sull’ipertensione le tecniche di rilassamento, come la meditazione o lo yoga, tutte pratiche che comportano un rallentamento del respiro. Un’ipotesi è che questo consenta ai propri reni di funzionare meglio e quindi di eliminare più facilmente il sale in eccesso, che è una delle cause dell’ipertensione. Negli Stati Uniti, dove le persone affette da pressione alta sono stimate intorno ai 65 milioni, è anche in vendita un apparecchio che serve da “trainer” per imparare questo rallentamento del respiro: con dei sensori posti sul torace, aiuta il soggetto a trovare un ritmo progressivamente più lento, segnalando con un suono leggero il momento in cui inspirare ed espirare. L’obiettivo è effettuare meno di dieci respiri al minuto e sfruttare meglio la piena capacità polmonare. Non è ancora stato compreso in che modo questa tecnica funzioni, tuttavia, secondo studi clinici sperimentali, i soggetti che praticano questo tipo di respirazione per almeno 15 minuti al giorno ottengono una diminuzione dei valori pressori di 10-15 punti. David Anderson, uno dei ricercatori che studia l’effetto di questa pratica, osserva che in condizioni di stress si tende a respirare più affrettatamente e trattenere il respiro: ciò convoglia più sangue al cervello, predisponendo a reazioni più pronte, ma crea anche una maggiore acidità del sangue, rendendo più difficile il lavoro dei reni. Questo legame fra stress e respirazione potrebbe essere una chiave per comprendere come mai l’ipertensione sia una patologia tipica della vita “civilizzata” e mostrare come un cambiamento dei ritmi respiratori possa invertire questa tendenza. Una raccomandazione degli studiosi è tuttavia di non considerare la respirazione lenta come un’alternativa a tutti gli altri provvedimenti necessari per combattere questo disturbo: occorre comunque effettuare quotidianamente movimento e mangiare meno salato e, se necessario, prendere i farmaci che occorrono per tenere sotto controllo questa condizione, potenzialmente pericolosa per la salute.
Bambini violenti e animali Vi sono dei bambini che sviluppano nei confronti degli animali dei forti legami di affetto e di empatia, che molto somigliano a quelli stabiliti nei confronti dei loro coetanei, compagni di gioco. Tuttavia ve ne sono altri che invece sono molto violenti verso gli animali sono quelli che fanno le iniezioni ai gatti, oppure li strangolano, strappano la coda alle lucertole, acchiappano farfalle per dissezionarle. Il comportamento violento dei bambini verso gli animali interessa lo psicologo in quanto predittore di futuri comportamenti anti-sociali nell'età adulta. C'è infatti una correlazione importante fra crudeltà verso gli animali e crudeltà verso le persone. La scuola potrebbe intervenire in questi casi affidando questi bambini 'psicopatici' a progetti che promuovono la conoscenza ed il rispetto della natura e degli animali in particolare.
Il senso dell’umorismo Non tutti abbiamo la stessa reazione all'umorismo: ci sono persone che, compiaciute di sé stesse, raccontano continuamente battute, freddure, barzellette e poi ridono e si divertono ed altre che rimangono fredde e un po' seccate del clima di ilarità che insorge dopo il racconto di una storiella comica. In effetti, persone diverse sembrano sposare stili di umorismo diversi. I più dotati intellettivamente preferiscono un umorismo raffinato, complesso, di non facile comprensione e consumo. Alcune ricerche hanno mostrato come alti livelli di senso dell'umorismo siano correlati a livelli altrettanto alti di autostima, bassa percezione dello stress e atteggiamento ottimistico verso la vita. Oltre che per migliorare l'autostima, l'umorismo ci aiuta a superare le difficoltà, ci fortifica contro le critiche degli altri, ma è anche uno splendido biglietto da visita per offrire informazioni su noi stessi e rivelarci agli altri nel nostro aspetto migliore.
Fiutare le emozioni Chen e Haviland chiesero ad un gruppo di soggetti di ambo i sessi di tenere sotto le ascelle speciali tamponi di cotone mentre assistevano a dei filmati, allegri o paurosi. Questi tamponi furono poi fatti annusare ad un altro gruppo di soggetti che doveva riconoscere i tamponi con il sudore prodotto per la paura da quello prodotto dalle risate. La maggior parte dei soggetti non sapeva rispondere, ma se tirava ad indovinare centrava la risposta. Le donne ebbero performance assai migliori degli uomini, in particolare nel riconoscere il sudore prodotto da uomini impauriti. Fonte : Psicologia Contemporanea n. 167/01
La specializzazione emisferica La sperimentazione neurofisiologica ha dimostrato che il nostro cervello è diviso in due metà (emisferi) collegati con la parte opposta del corpo: ciò che fanno il braccio e la gamba sinistra e ciò che percepiscono l'occhio e l'orecchio sinistro dipendono dall'emisfero destro e viceversa avviene per la parte destra del corpo. Nella maggior parte delle persone l'emisfero destro si occupa di stimoli non verbali, orientamento nello spazio, creatività artistica, lavori manuali, quello sinistro invece si occupa del pensiero logico e analitico, delle funzioni verbali e matematiche, della lettura, la scrittura etc. Ogni metà sembra inoltre specializzata per memorizzare dati diversi. Così gli aspetti verbali vengono particolarmente elaborati dall'emisfero sinistro, mentre quelli immaginativi sono di competenza dell'emisfero destro. Le ricerche condotte su persone che avevano avuto dei danni cerebrali, riportando alcune lesioni hanno ad esempio dimostrato che le persone con una lesione al solo emisfero sinistro ricordavano meglio delle immagini, ad esempio il viso delle persone, che non una lista di parole. Quando invece si interrompe la comunicazione fra i due emisferi, sembra che la persona si comporti come due persone separate : la mano sinistra non sa effettivamente cosa stia facendo la mano destra. Sono sorte da queste osservazioni molte teorie che suggeriscono come nell'uomo convivano due personalità, uno scienziato e un artista, e che in ognuno predomini l'una o l'altra parte del cervello e dunque l'una o l'altra personalità. Queste sono per il momento solo ipotesi, perché al momento non vi sono prove certe per convalidare o smentire tali affermazioni. Tutti gli studi condotti su questo argomento hanno per il momento sollevato più domande che risposte.
L’immaginazione e la fantasia L'immaginazione, la fantasia sono un processo di riorganizzazione dell'esperienza passata in nuove combinazioni. In questo atteggiamento si manifestano le tendenze creative dell'uomo, in quanto si svolge in modo assolutamente libero, a differenza di altre attività umane che hanno sempre una finalità, uno scopo, una direzione. Per ora sappiamo solo che queste attività non analitiche hanno sede nell'emisfero destro del cervello, maggiormente specializzato nella creatività e nell'intuizione di un tutto partendo da un dettaglio significativo. Non si può però parlare di creatività assoluta, perché il materiale immaginativo proviene sempre dalla esperienza individuale : l'immaginazione in gran parte modifica l'ordine degli elementi di questo materiale, li dissocia dell'insieme nel quale si erano originariamente presentati e li associa o li fonde in maniera del tutto nuova.
La Coppia e l’Analisi Transazionale Secondo Berne, il creatore dell'analisi transazionale, la storia di ogni coppia può essere siglata con delle lettere. Un matrimonio A adesempio è quello che inizia con una certa distanza fra i partners (matrimonio di interesse) e poi si è evoluto in un avvicinarsi sempre maggiore dei coniugi attraverso un vincolo comune (figlio) - trattino trasversale sulla A. Nel matrimonio H la situazione iniziale è come quella del matrimonio A ma il vincolo comune non riesce ad avvicinare i coniugi e le loro vite restano parallele. Quando i coniugi si rincorrono l'un l'altro senza mai raggiungersi il loro matrimonio è una O. Nel matrimonio S i coniugi vagano in cerca di un buon adattamento e raramente riescono alla fine ad avere una situazione migliore che in partenza. Quando il matrimonio inizia bene ma poi va sempre peggiorando la sigla è la V. Nel matrimonio Y l'inizio buono dura più tempo che nella V ma la storia finale è la stessa. (l'amore è eterno finché dura) Nel matrimonio X il primo periodo matrimoniale corrisponde al matrimonio A, ma poi, dopo un periodo di riunione, ciascuno dei coniugi prende la sua strada. Nel matrimonio I tutto procede bene dall'inizio alla fine.
La sindrome da confronto Negli ultimi venti anni i mass media hanno enfatizzato un modello di bellezza, salute ed efficienza, modelli molto lontani dalla gente comune che creano spesso un senso di inadeguatezza. Spesso l'acquisto dei prodotti di moda o di quelli suggeriti dalla pubblicità serve proprio per combattere questo senso di inadeguatezza. Data la situazione oggi possiamo parlare di una nuova patologia, la sindrome da confronto, per il bisogno di verificarsi e paragonarsi, nella fantasia e nella realtà, con i modelli degli spot. Molte ansie sono dunque provocate da modelli di efficienza imposti dall'esterno, di fronte ai quali l'individuo, vittima di una overdose di sollecitazioni, si sente insufficiente. E' bene quindi cercare di resistere a questi falsi miti e dall'ottusa invasione dei modelli proposti dai mezzi di comunicazione, considerando che l'essere conta più dell'avere e la qualità più della quantità.
La depressione femminile in età matura La donna anziana nei nostri giorni appare, anche nelle fasce più avanzate di età, come una persona che mantiene le caratteristiche sostanziali dell'essere donna :capelli tenuti in ordine, utilizzo di prodotti per la cura del viso e del corpo, controllo del peso, capi di vestiario Cosa consigliare a queste donne, oltre naturalmente all'utile supporto che può venire da uno psicologo ? In alcuni di questi casi può rivelarsi di aiuto un piccolo intervento di chirurgia estetica o un trattamento in un Istituto di Bellezza per recuperare un po' di fiducia in sé stesse. E' importante però che una decisione di questo genere non deve essere considerata una soluzione definitiva del problema : tutto quello che ci si deve aspettare è semplicemente di togliere un po' di 'stanchezza' dal viso e dal corpo, nella consapevolezza che niente e nessuno potrà farci recuperare l'aspetto di un tempo.
Il Watsu Il Watsu nasce dalle antiche radici della medicina cinese e dello zen shiatsu giapponese (water+shiatsu). Ad elaborare questo metodo non poteva che essere un poeta e precisamente Harold Dull, californiano. Per comprendere il funzionamento dello watsu dobbiamo anzitutto sapere cosa significa malattia per la medicina orientale: nel nostro corpo circola, secondo questa concezione, dell'energia vitale lungo dei canali chiamati 'meridiani', che collegano fra loro i diversi centri di energia (chakra): quando l'energia si blocca, accumulandosi in un punto e mancando in un altro, vi è la malattia. Il watsu ristabilisce questa libera circolazione dell'energia attraverso una pratica di massaggio, in meditazione, in ambiente acquatico: queste le tre componenti caratterizzanti. Le rielaborazioni sul proprio essere che possono essere fatte in una condizione di grande rilassamento come questa possono far definire il watsu una forma di psicoterapia corporea, per il rapporto fortemente empatico che si sviluppa fra cliente e terapeuta, per le sensazioni e le emozioni che vengono dal proprio corpo e delle quali si prende piena consapevolezza: è una terapia che cura non con i farmaci, non con le parole, ma con le emozioni. Ottima anche per corsi di preparazione alla nascita.
Le fiabe Nella contea di Duval, in Florida, per leggere Biancaneve ci vuole l'autorizzazione scritta dei genitori. I pedagogisti americani invocano il diritto alla legittima difesa dei bambini e questo avviene sorprendentemente in una società come quella americana che non nella finzione, ma nella realtà, è quanto mai violenta. In realtà, privare completamente i bambini dell'emozione della paura suscitata da un personaggio cattivo di fantasia è sbagliato: i bambini provano piacere nella paura; ne sono prova la forte attrazione che tutti i personaggi cattivi esercitano su di loro, dal lupo cattivo di Cappuccetto Rosso alla matrigna di Biancaneve o alla strega di Hansel e Gretel. La cattiveria nelle favole ha infatti un valore terapeutico, perché serve a liberare dall'ansia che ogni bambino prova per aver fantasticato delle storie di vendette e di aggressioni. Ciò accade perché, in un mondo tanto più grande di loro, che li fa sentire impotenti, essi trovano frequenti compensazioni nel mondo della fantasia, ma di questo poi si vergognano e si sentono colpevoli. Lo scoprire dunque che esistano personaggi cattivi, più cattivi di loro, li rassicura sulla paura di perdere l'affetto dei genitori. Dunque va bene che i bambini si spaventino davanti al lupo cattivo, ma è altrettanto importante che abbiano qualcuno accanto con cui condividere queste paure.
Il complesso di Peter Pan La sindrome, o il complesso, di Peter Pan è da poco entrato nel lessico della psicologia e sta ad indicare le persone che non vogliono crescere, che, come il loro emulo Peter Pan, vogliono restare per sempre bambine. Questo atteggiamento si adatta molto bene ai ragazzi di oggi che, contrariamente alla generazione dei loro genitori, non considerano l'andarsene di casa, l'essere indipendenti come una meta da raggiungere, ma come un inutile sacrificio al quale non vale la pena aspirare. L'adolescenza si è ormai protratta fin verso i trenta anni ed oltre ed accade che molti 'giovani' con qualche capello bianco in testa debbano ancora trattare con i genitori l'ora del rientro a casa o la paghetta settimanale. Tutto questo accade per tanti motivi: il fatto che si studi fino ad età molto più avanzate che in precedenza, che sia sempre più difficile trovare una casa a basso costo o un lavoro a tempo indeterminato che offra sicurezza per il futuro, che vi sia una maggiore comprensione e un bel dialogo fra i componenti della famiglia, dovuto ad una maggiore diffusione della cultura, alla possibilità di accedere ai mezzi di comunicazione di massa, dai quali si ricevono informazioni, consigli ed anche modelli di vita. Questa situazione è in parte dovuta anche alla nuova abitudine dei giovani al benessere e alla vita agiata: lasciare la famiglia significa doversi mantenere da soli, provvedere alla casa, fare la spesa, cucinare, dover contare su un minore reddito familiare, eccetera... 'Chi me lo fa fare?' Dicono i giovani. Del resto i genitori sono tutt'altro che seccati da questo stato di cose: piuttosto che vuotare il loro nido e lasciar andare i figli allo sbaraglio preferiscono tenerli con sé, mantenerli, in attesa che il loro futuro affettivo e lavorativo sia ormai abbastanza consolidato. Una volta tanto figli e genitori sembrano in sintonia: gli uni sono tutt'altro che impazienti di mettersi alla prova, assumersi dei rischi e prendersi delle responsabilità; gli altri sono fin troppo concentrati nel voler dare radici ai propri figli, tanto che dimenticano che ad un certo punto della vita occorrerebbe dar loro anche... Un bel paio di ali!
Esercizio fisico e psiche Molte ricerche hanno dimostrato che l'esercizio fisico è una buona terapia, seppure poco usata, per la cura di una leggera depressione, per la schizofrenia, la dipendenza da alcool ed il trattamento dei disturbi d'ansia. Il tipo di esercizio fisico non ha importanza, anzi si è visto che anche un impegno fisico limitato, come quello che richiede il semplice passeggiare, può essere significativo nel miglioramento della qualità della vita dei pazienti ed ha funzionato meglio del placebo. Per questo, sebbene maggiori ricerche sull'argomento siano auspicabili, molti specialisti stanno introducendo nel loro programma terapeutico per la cura di queste patologie, anche un po' di esercizio fisico.
Le donne e il potere Come conquistano il potere le donne ? Potremmo pensare nello stesso modo degli uomini e invece no. Un recente studio condotto all'Università di Boston ci dimostra che le donne utilizzano strategie differenti per raggiungere il potere, ma ci tengono in egual misura. Lo studio analizza 58 uomini e 58 donne che, divisi in gruppi di 4-5 persone dello stesso sesso, sono stati invitati a riunirsi per parlare di educazione dei figli. In realtà l'obiettivo dei ricercatori era quello di osservare e poi mettere a confronto le dinamiche che portavano all'individuazione della leadership sia nel gruppo degli uomini che in quello delle donne. Si è visto che le donne sono più attente, si muovono con maggiore circospezione e se gli uomini al primo incontro già stabiliscono chi deve essere il leader del gruppo e definiscono una precisa gerarchia, le donne si studiano vicendevolmente per poi rimandare la definizione della leader al secondo incontro, quando le alleanze sono meglio stabilite e si conosce meglio l'ambiente in cui ci si muove. Secondo la coordinatrice della ricerca, il potere conquistato dalle donne ha maggiore possibilità di durata, perché si crea su basi più solide e su più sicure alleanze.
Il segreto dell’umorismo Uno psicologo inglese, il Dr. Richard Wiseman, della University of Hertfordshire, sta conducendo un simpatico quanto interessante studio sull'essenza del senso dell'umorismo nel sito www.laughlab.co.uk (laboratorio della risata). Finora l'esperimento ha coinvolto circa 100.000 navigatori di 70 diversi paesi e sono state pubblicate circa 10.000 barzellette. Lo studio ha evidenziato che i maschi preferiscono barzellette nelle quali si parla di violenza, virilità e sesso, mentre le donne si divertono con storie nelle quali sono presenti giochi di parole. I visitatori del sito possono inserire la propria barzelletta preferita e votare per quelle che hanno gradito di più. Attualmente la barzelletta più votata è la seguente: "Sherlock Holmes ed il Dr. Watson sono in campeggio. Piantano la tenda sotto le stelle e vanno a dormire. Ad un certo punto, nel mezzo della notte, Holmes sveglia l'amico. "Watson, guarda le stelle e dimmi che cosa ne deduci". E Watson comincia: "Vedo milioni di stelle e anche se poche di esse hanno dei pianeti è probabile che esistano pianeti come la Terra; e se lassù esistono anche solo pochi pianeti come la Terra è probabile che su qualcuno di loro ci sia vita". E Holmes interrompendolo bruscamente: "Watson, idiota, qualcuno ci ha rubato la tenda". Ma gli italiani riderebbero di questa barzelletta di humour tipicamente inglese?
Meno fumi, meglio stai Chi diminuisce il fumo o addirittura smette per un breve periodo, frena il deterioramento dei polmoni e corre meno rischi. Lo dimostra uno studio finlandese, eseguito su mille uomini fra i 40 e i 59 anni.
La penna anti-impotenza Settembre 2001. La penna contro l’impotenza, inventata dall’andrologo romano Ermanno Greco e recentemente approvata dalla Food and Drug Administration, consente d’immettere rapidamente ed in modo molto semplice nei corpi cavernosi del pene i farmaci anti-impotenza in modo indolore e senza effetti collaterali. L’indice di successo è del 40 per cento.
Stress e memoria Sia nei topi che negli umani, lo stress nelle prime fasi della vita può compromettere la memoria una volta raggiunta la maturità. Un gruppo di ricercatori dell'Università di California ha identificato la sostanza che sembra essere responsabile di questo effetto. Iniettando in giovani topi un ormone che viene prodotto come risposta allo stress, gli animali soffrono poi di deficit di memoria. I topi adulti che sopravvivono a una giovinezza piena di stress hanno di solito meno neuroni nell'ippocampo, la regione del cervello nella quale si formano i ricordi. Mantenere bassi i livelli di questo ormone potrebbe quindi diventare una possibile cura per i casi di stress cronico infantile.
Internet addiction disorder Non si tratta ancora di una patologia ufficiale, nel senso che non è ancora entrata nel manuale diagnostico degli psichiatri, ma l'I.A.D. comincia ad essere osservato e studiato con attenzione in tutto il mondo. In italiano potremmo tradurre con 'dipendenza da internet', ovvero l'ossessione di internet, la compulsione a collegarsi in rete. I sintomi di questa singolare sindrome sono : perdita consistente di ore di sonno, continua visitazione dei 'siti preferiti', delle chat, della posta elettronica, al punto che non è più possibile condurre una vita 'normale', occupandosi anche del lavoro, delle relazioni sociali e familiari o di qualsiasi altra cosa. La realtà viene negata, cancellata dalla propria vita, in favore delle informazioni apprese in rete e delle relazioni stabilite durante interminabili conversazioni on line con persone sconosciute. L'I.A.D. colpisce ovviamente persone predisposte che, in mancanza della rete, sarebbero forse diventate tossicodipendenti o alcooliste, o comunque soggette a crisi di ansia o depressione, ad atteggiamenti ossessivo-compulsivi o di dipendenza comportamentale.
L'Italia dei depressi Studiare fa bene, anche per combattere la depressione. Infatti, l’Associazione Italiana di Psicogeriatria ha condotto un’indagine su 1.250 pazienti in 120 Centri specialistici, rilevando che la sindrome depressiva esplode in media a 59 anni, colpisce soprattutto chi ha studiato fino alla licenza media superiore, poco i laureati, professionisti (3,3%) e artigiani (2,4%). Prima di chiedere aiuto ad uno specialista si attendono, in media, nove mesi. Le donne più degli uomini soffrono di sindrome depressiva e le più depresse vivono nelle Marche (90%), le meno depresse in Toscana. In cima alla classifica delle depresse croniche le casalinghe (39,4%) e soprattutto (64,7%) le casalinghe umbre. I pensionati seguono col 14,5% e in maggior numero (53,3%) nel Friuli Venezia Giulia. Il Piemonte è in testa per impiegati (25,6%) e professionisti (11,6%) depressi, la Toscana per gli operai (27,3%), le Marche per artigiani (10%), la Calabria per gli insegnanti (29,4%). In Sicilia vive il maggior numero di depressi senza alcun titolo di studio. La ricerca non fa riferimento alle età della vita, ma non può non colpire il fatto che l’Umbria e le Marche sono le regioni italiane che presentano un più elevato tasso di longevità, soprattutto femminile (n.d.r.)
Il piacere di leggere L'amore per la lettura nasce nel bambino se gli viene presentata sin da piccolissimo come un'attività piacevole, capace di stimolare e soddisfare la sua fantasia. Così come il gioco, la lettura di storie fantastiche riesce a comunicare con il mondo inconscio del bambino, affrontando e risolvendo i suoi problemi e le sue paure. Se vogliamo far nascere nei nostri figli il piacere della lettura, occorre cominciare a leggergli, sin da piccolissimi, delle favole o delle storie che possano soddisfare e stimolare le sue fantasie. Naturalmente i genitori non si dovrebbero limitare a leggere le storie in modo meccanico ed innaturale : essi si dovrebbero coinvolgere emotivamente, partecipare alla storia che stanno raccontando, in modo di conferire alla lettura una forza di attrazione particolare, capace di rinsaldare ulteriormente il legame che lo unisce ai genitori. Se il bambino non ha provato il piacere di particolari momenti di intimità casalinga, in cui il papà o la mamma gli leggevano delle storie fantastiche, difficilmente poi proverà interesse per la lettura, perché la sentirà come un dovere, non come un piacere. Inoltre è necessario che anche i genitori diano il buon esempio : se in casa ci sono molti libri ed i genitori li leggono con interesse, il bambino tenderà naturalmente ad imitarli, senza forzature, perché desidererà comprendere, partecipare, ad una azione che desta così grande interesse nei genitori.
Sport estremi Gli sport estremi sono diventati di moda negli anni ottanta; essi sono principalmente il Rafting (si affrontano le rapide dei fiumi e dei torrenti a bordo di un gommone), il parapendio (ci si lancia nel vuoto da un un pendio con un’imbracatura ed una vela in spalla), il paracadutismo (ci si lancia nel vuoto con un paracadute), il free climbing (si scala una parete rocciosa in alta montagna), il jumping (ci si lancia nel vuoto appesi ad una corda) ecc. Ciò che spinge una persona a voler provare questo tipo di sport è il bisogno di sfidarsi, per capire quali sono i propri limiti, sia fisici che psicologici e cercare di superarli in un costante allenamento, rappresentato dalla pratica dello sport estremo. Molto spesso questi soggetti appaiono molto sicuri di sé, autonomi, forti, competenti, ma in realtà sono persone con un Io estremamente fragile, che hanno paura di vivere e di misurarsi con l’idea della morte ‘reale’. Lo sport estremo serve dunque per dimostrare a sé stessi e agli altri che non si è fragili, dal momento che si è capaci di fare la cosa più difficile al mondo, per qualsiasi uomo, anche coraggiosissimo: sfidare la morte. Spesso, nella psicologia di chi si dedica a questo genere di attività troviamo delle persone spaventate della vita, che hanno paura di fare anche cose banali per altre persone, come entrare in un supermercato per fare la spesa, sostenere esami universitari, andare a cena con un gruppo di amici. La reazione è allora quella di voler fare una cosa eclatante, per dimostrare a sé stessi e agli altri il proprio valore, il coraggio, la forza d’animo, la capacità di gestire le emozioni anche di fronte alla terribile paura della morte. Molte di queste persone trovano la forza di compiere queste gesta nel fatto che, per loro, fare un salto nel vuoto o andare ad una festa determina lo stesso spavento, solo che la prima esperienza li fa sentire – e considerare dagli altri – degli eroi, la seconda può invece causare loro solo sconfitte, perché se la performance sociale va male se ne esce con il marchio della ‘debolezza di carattere’, se va bene si è semplicemente ‘normali’. Eppure le due esperienze a quella persona sono costate più o meno lo stesso ‘prezzo’ in termini di ansia, paura, stress.
Tecniche di memorizzazione Spesso quando ci si trova a parlare in pubblico l’ansia crea brutti scherzi e ci si può trovare a fronteggiare imbarazzanti vuoti di memoria. Ecco allora delle tecniche di memorizzazione che possono aiutare anche i più ansiosi: Le stanze: memorizzate la frase iniziale del discorso che dovete fare in pubblico e ripetetela diverse volte con attenzione. Fatelo mentre siete nell’atrio di casa vostra (o, semplicemente, immaginatevi di essere lì); passate poi – realmente o virtualmente- nella stanza attigua all’ingresso della vostra casa e lì sviluppate la seconda parte del discorso, cambiando stanza ogni volta che cambiate argomento. Le stanze devono essere in successione, secondo l’ordine in cui sono realmente nella vostra casa. Catena di pensieri: fissare la prima frase da dire ad un’immagine, alla quale dovrete associargliene un’altra, legata alla seconda parte del discorso e così via, in una catena di immagini, di cui ognuna è legata, in successione, alle diverse parti del discorso. Perché sia possibile ricordare la catena immaginata anche in uno stato di ansia è necessario che le immagini siano legate tra loro non in modo troppo logico, ma anzi, in modo buffo, paradossale, assurdo, in modo che sarà più facile ricordarle. Alfabeto visivo : se dovete ricordare una sequenza di parole, abbinate l’iniziale di ogni lettera ad una parola che rappresenta un’immagine e poi trascorrere del tempo ad immaginare questa strana sequenza di fatti. Es. ‘La personalità evitante è contraddistinta da elementi ansiosi’ L = luna P = piena E = evidente E’ = E’ C = composta D = di E = elastico A = arancione
Lo sbaglio Basta pensare allo sbadiglio, osservare persone che compiono questo gesto e… oplà: entro al massimo cinque minuti si produce questo strano comportamento, che consiste in una lunga inspirazione, una breve espirazione, abbassamento della palpebra e, nelle persone più 'naif', anche un sordo muggito. C’è anche chi prova a camuffare lo sbadiglio producendolo a bocca chiusa, più discreto, ma comunque sempre molto evidente. Non siamo solo noi esseri umani a sbadigliare: è un comportamento che abbiamo in comune con tante altre specie di vertebrati, come i pesci, i topi, le lucertole, le scimmie, ma sembra così contagioso solo nella specie umana e solo dopo i due anni di età. In tutto il mondo le persone sbadigliano nello stesso modo, a prescindere dall’età, dal sesso e dalla cultura. Si comincia a sbadigliare prestissimo, a undici settimane, già nel grembo materno, ma non si conosce ancora un motivo certo per cui si sbadiglia. Si sa che gli sbadigli più frequenti avvengono al risveglio, al mattino, dove spesso sono accompagnati da stiracchiamenti, specialmente se si è dormito bene e ci si sveglia contenti di cominciare una nuova giornata e alla sera, prima di andare a dormire. Durante il giorno si sbadiglia soprattutto per noia o per fame. Quanto alla fame, si potrebbe pensare che la produzione di questo segnale possa servire ad accelerare l’adempimento della preparazione del pasto: senza tante parole si spiega a chi sta preparando il cibo, che si ha bisogno di mangiare. Molto più imbarazzante è lo sbadiglio per noia, specie quando ci si trova in presenza di una sola persona: il messaggio, molto chiaro, è ‘mi annoi, ti ritengo poco interessante’. Ma a cosa serve lo sbadiglio ? Come e perché lo si contagia? E' stato dimostrato che lo sbadiglio è un potente mezzo di relax, capace di indurre rilassamento; si ritiene inoltre che lo sbadiglio possa essere un segnale paralinguistico utile per fornire informazioni a proposito dello stato di noia o di sonnolenza in cui una persona; la sua contagiosità sembra consentire la sincronizzazione dei ritmi di attività di differenti persone.
Packaging e Psiche Pare che l'elemento essenziale che determina la maggiore o minore vendibilità di un prodotto che viene pubblicizzato in TV sia la sua veste esteriore, cioè l'imballaggio o la confezione. Molte ricerche dimostrano che il colore di una confezione sia la caratteristica che il consumatore meglio ricorda del prodotto. L'importanza della confezione trova conferma nell'esperienza quotidiana : chi non saprebbe riconoscere una lattina di Coca Cola associando immediatamente la forma ed il colore del contenitore con il prodotto ? Da un punto di vista psicologico il rosso è un colore caldo che incita all'azione, l'arancione è un colore stimolante e allegro, il verde e l'azzurro sono riposanti, distensivi e danno la sensazione di umido e fresco, il giallo è un colore allegro ma eccitante, il porpora dà un'impressione di magnificenza e di lusso, mentre il viola è austero, intimistico e un po' malinconico. I colori possono far si che un prodotto sembri più piccolo o più grande, più pesante o più leggero. Le aziende investono molto sulla ricerca del colore del prodotto, hanno dei così detti 'ricercatori motivazionali' che lavorano appositamente per far si che il consumatore scelga in base al gradimento della confezione, più che del prodotto.
Psicologia del rock Non c’è generazione che non abbia avuto un suo genere musicale come colonna sonora. Da oltre cinquant’anni i giovani consumano e si riconoscono nella musica rock: non è sempre la stessa, ma contiene sempre in sé gli elementi che l’hanno fatta apprezzare ad ormai tante generazioni. Dire musica rock infatti equivale a dire: gioventù, forza, energia, partecipazione collettiva, sensualità e soprattutto trasgressione e rottura. Rottura con gli schemi prefissati, con la società organizzata, con le imposizioni, con i valori sociali e culturali appartenenti alle generazioni precedenti. Per alcuni giovani la musica rock diventa una devozione, un valore in cui poter credere e riconoscersi, un elemento comune di socializzazione e di auto-identificazione. Oltre che il genere musicale, molto conta anche lo stile dei gruppi più seguiti, che impongono delle mode e degli atteggiamenti, generalmente all’insegna del rischio e degli eccessi. In epoca di globalizzazione e di movimenti, una volta cadute le ideologie ed il mito delle droghe, il rock moderno veicola soprattutto valori legati all’ecologia e all’ambientalismo, spesso accanto a disvalori, rappresentati dal gusto per la violenza e gli eccessi. Il rock dunque raccoglie e simbolizza l’identità giovanile e, da movimento musicale, si trasforma in movimento culturale, legando le sempre nuove sonorità agli atteggiamenti dei suoi consumatori. Una musica così fuori dagli schemi del resto, così ‘destrutturata’, spesso né armonica né ‘bella’, attrae l’adolescente, che vive a sua volta una sua crisi di diversità e mira alla costruzione di uno spazio ‘altro’ di sperimentazione di esperienze possibili, in cui poter sviluppare la sua identità. Ascoltare musica rock diventa allora un rito di iniziazione di gruppo alla società degli adulti: cambiano i contenuti, i suoni, le percezioni, i personaggi; rimane invece il rock, in tutto il suo significato di rituale di passaggio, fra mondo giovanile e società adulta.
Bullismo Il "bullo" è un prepotente, che non teme di mettersi in mostra con spavalderia, a danno di altri soggetti più deboli. Non è certo una novità, ma da poco si studia il fenomeno con una certa attenzione. Un’indagine importante è stata ad esempio condotta presso l’università di Firenze, coordinata da Ada Fonzi, basata su un campione di 5.000 soggetti di scuola elementare e media. Si è studiata la loro consuetudine con le prepotenze, subite o messe in atto negli ultimi due mesi di scuola. Alle scuole elementari, la percentuale di bambini che ha dichiarato d’avere subito prepotenze da parte di propri compagni "alcune volte o più" negli ultimi due mesi di scuola è stata del 41,6%, mentre alle scuole medie è stata del 26,4%. Le percentuali di bambini che hanno dichiarato d’avere fatto prepotenze agli altri "alcune volte o più" negli ultimi mesi di scuola sono invece del 28% alle elementari e del 20% alle scuole medie. (Dunque, c'è una certa difficoltà a riconoscere il gesto prepotente, o a confessarlo). Il 51% dei bambini delle elementari sono stati vittime di offese verbali, ridotte al 45% nelle scuole medie. Questa è la forma di prepotenza più diffusa, ma per fortuna anche la meno grave. Violenze fisiche sono state subite dal 42% degli intervistati nella scuola elementare e dal 20,7% dei ragazzi della scuola media. Tra le prepotenze subite vanno considerati anche i furti, a scuola, che in alcune città del napoletano arrivano anche al 30% del campione. Dove avvengono queste prepotenze? Non in cortile, fuori della scuola, durante l’ora di ricreazione o nell’orario della mensa: queste prepotenze avvengono perlopiù in classe, sotto gli occhi distratti degli insegnanti! (così riferiscono il 57,2% dei bambini delle elementari e il 51,9% delle medie).
Neonati Gavine Bremner, dell'università di Lancaster, ha compiuto un esperimento sottoponendo dei neonati con meno di sei mesi di vita a prove di abilità visiva, allo scopo di determinare se è vero, come sostiene la scienza etologica, che i piccoli dell'uomo abbiano, come le altre specie animali, dei moduli innati di conoscenze. Bremner ha eseguito una serie di test in cui i bambini dovevano osservare degli oggetti in movimento, che finivano poi, secondo una determinata traiettoria, dietro uno schermo in grado di nasconderli alla vista del piccolo. Bremner riferisce che la percezione della identità degli oggetti, nella loro unicità e permanenza, non è innata, ma cresce con l'età. Gli esperimenti sembra abbiano infatti dimostrato che i neonati non siano in grado di rendersi conto che un oggetto continua ad esistere, anche se è momentaneamente coperto da uno schermo, già nei primi giorni di vita. A due mesi infatti non ci riescono affatto, mentre a sei mesi le esperienze acquisite consentono loro di percepire gli oggetti nella modalità adulta. Insomma, in questa lunga diatriba fra innatisti ed evoluzionisti, questa ennesima ricerca del giugno 2003, sembra segnare un punto a favore di questi ultimi, di cui il maggiore esponente è stato Jean Piaget.
Stereotipi nei libri per ragazzi I bambini sviluppano la conoscenza dell’identità di genere (appartenenza ad un determinato sesso) già nel periodo della scuola materna. Nello stesso periodo tuttavia cominciano anche ad assorbire gli stereotipi proposti dall’ambiente. In questa trasmissione di valori sociali, grande importanza hanno i libri di letteratura per l'infanzia, attraverso i quali i bambini si fanno una prima idea di sé stessi e del mondo. Oltre alla storia in sé, al linguaggio utilizzato, all'enfasi data nei titoli, ai protagonisti, altrettanto importanti sono le immagini che accompagnano tali racconti. Prima degli anni 70, prima cioè del movimento femminista, aprire un testo di storie per bambini significava assistere ad una costante svalutazione dei personaggi femminili rispetto ai maschili, sia per la scarsità di ruoli di protagonista femminile nelle storie, per le immagini sbiadite che le ritraevano, rappresentative di attività e ruoli poco interessanti o marginali. A partire dagli anni 70 si è cercato di correggere, in questi libri dedicati ai più giovani, la discriminazione fra maschi e femmine per evitare la formazione di questi stereotipi riguardo ai generi sessuali, sin dalla più tenere età. In effetti, studi recenti condotti su campioni di libri per la gioventù scelti in modo casuale, hanno dimostrato come ai ruoli svolti dai maschi e dalle femmine venisse allora attribuita uguale importanza e come le bambine fossero presenti nelle illustrazioni, tanto quanto i bambini. La sorpresa fu accorgersi che, se protagonisti erano un maschio ed una femmina, ritornavano prepotentemente alla ribalta i vecchi stereotipi : la femmina risultava molto meno valorizzata del co-protagonista della storia. .Per descrivere il maschio si usavano parole quali: grande, forte, orribile, terribile, furioso, orgoglioso; per la femmina: bella, impaurita, dolce, obbediente, debole... Dal 1971 ad oggi insomma, sembra ci sia stato un certo impegno nell’eliminare gli stereotipi di genere nei libri per l’infanzia, ma queste differenze continuano ad esistere. Per avere un'evidenza facile e immediata di quanto si è detto del resto, non serve condurre una ricerca scientifica: basta dare un'occhiata ai libri di lettura dei bambini della scuola elementare.
Cuore e carattere Le personalità insicure e socialmente inibite, depresse, ansiose ed incapaci di prendersi cura della propria salute hanno molte probabilità di ammalarsi di cuore, di avere un infarto. Per fortuna, a differenza che nel passato, oggi un infarto non viene più considerato necessariamente come la fine della vita: vi sono tantissime persone che l’hanno avuto e l’hanno superato, spesso più volte. Certamente un infarto non va preso con superficialità: esso deve segnare una linea di confine fra il proprio passato ed il futuro, segnando l’inizio di un nuovo modello di vita. Ecco perché l’intervento psicologico in una persona malata di cuore dovrebbe essere preso in considerazione, come avviene per tutti gli altri fattori organici: se un cardiopatico soffre di depressione infatti, la prevenzione non dovrebbe fermarsi alla sola somministrazione di farmaci per il cuore, ma anche ad una psicoterapia, in grado di migliorare il tono dell'umore e riportare il paziente a trovare nuovi stimoli esistenziali.. Altrettanto importanti sono le relazioni del paziente con i suoi familiari, con i conoscenti, con le strutture assistenziali ed i medici. Le personalità meno dotate di abilità sociali dovrebbero quindi essere aiutate da veri e propri psicologi 'facilitatori' a ristabilire con gli altri dei rapporti più aperti e cordiali. Fattori di rischio particolarmente gravi sono infatti l’isolamento sociale ed un livello socioeconomico troppo basso. Non a caso, le persone che vivono sole hanno una possibilità e mezzo in più di avere un infarto rispetto a quelle che vivono insieme ad altri soggetti; sembra infatti che metà delle persone particolarmente isolate, non sposate e senza amici, muoia entro sei mesi dalla ospedalizzazione.
Disturbi alimentari L’alimentazione di una persona si considera ‘disturbata’ quando il bisogno di cibo non segue le richieste provenienti dall’organismo, ma viene gestita dalla persona in modo da soddisfare altro genere di bisogni, soprattutto psicologici. In alcuni casi si tratta di problematiche transitorie, legate alle difficoltà della vita, in altri casi ci si può trovare di fronte a gravi malattie, come l’anoressia e la bulimia. Negli ultimi tempi queste malattie sono molto frequenti fra i giovani, tanto che si potrebbe quasi ipotizzare che la loro frequenza sia, sotto molteplici aspetti, una moda, soprattutto per quanto riguarda l’anoressia. A questa ‘moda’ giovanile non è affatto estraneo proprio il settore della moda, che presenta e propone corpi e stili assolutamente fuori ogni standard di normalità. Eppure, specie fra i giovani, c’è la convinzione che la propria immagine sia non solo importante, ma addirittura determinante, per decretare il successo nella vita. E’ così che molti giovani, in particolare ragazze, assimilano il concetto di magrezza come se fosse un ‘valore’, per cui lottare e sacrificarsi. Fallire in questo progetto di magrezza può essere vissuto come un fallimento personale e sociale. Il fitness infatti vuole, pretende, che la persona ‘sana e bella’ abbia un corpo magro, sodo, senza difetti o imperfezioni. E chi non è così? Chi non è così è depresso, sempre in lotta con la sua immagine corporea, sempre teso verso un ideale di magrezza spesso irraggiungibile. Non a caso la depressione fra i giovani è in continua crescita. In realtà si dovrebbe parlare di sovrappeso quando si supera di almeno il 20% il peso normale. Ciò equivale a dire che se il peso normale è 70, per cominciare a sentirsi ‘grassi’ bisognerebbe pesare almeno 84 kg. Questo non significa ovviamente che il grasso sia bello, o che le persone largamente in sovrappeso siano le più felici, come vorrebbe un luogo comune. Da un punto di vista salutistico gli obesi corrono infatti gravi rischi: il loro cuore, le arterie, il fegato, le articolazioni, il sistema endocrino e respiratorio non funzionano bene ed il rischio di contrarre malattie aumenta del 70% rispetto ai ‘normotipi’. Anche senza arrivare al comportamento bulimico, sono moltissime le persone che sedano le loro ansie attraverso l’assunzione di cibo. Il cibo infatti ‘riempe’, colma un vuoto ed infonde sensazioni di sicurezza e soddisfazione, che spesso è difficile trovare intorno a sé.
La sindrome del Burn Out Il burn out è una forma particolare di stress lavorativo, quel tipo di stress che fa sentire chi ne è colpito senza via d'uscita o, traducendo letteralmente, ‘cotto’, ‘bruciato’. Questa sindrome è stata introdotta da Freudenberger nel 1974 e consiste in una particolare forma di reazione allo stress lavorativo, tipica delle professioni di aiuto (medici, infermieri, insegnanti, poliziotti, avvocati). Questi soggetti infatti, per lavoro, usano non solo le proprie competenze tecniche, ma si mettono direttamente in gioco, usando tutte le loro abilità sociali e le loro energie psichiche per soddisfare i bisogni degli utenti, i quali spesso non esprimono né gratitudine né apprezzamenti. Il risultato è uno stato profondo di depressione, insoddisfazione lavorativa, tensione, ansietà. Chi sceglie una professione di aiuto infatti, è in genere altamente motivato ad aiutare gli altri : il burn out risulta allora come una sorta di ‘adattamento’, alle difficili condizioni di lavoro, una reazione, seppure negativa. Gli effetti pratici di questa sindrome sono il ritiro e il disinvestimento affettivo, la perdita dell'entusiasmo iniziale, la disistima verso sé stessi, il cinismo verso gli utenti, la collaborazione coi colleghi che diventa competizione. Questi problemi, che nascono sul lavoro si ripercuotono poi anche nella vita privata, familiare del soggetto ‘bruciato’: per i lavoratori burn out vita lavorativa e familiare si confondono. I sintomi del burn out sono :
- Disillusione e distacco - Reazioni negative ed aggressive nei confronti di colleghi, clienti o pazienti - Inefficienza professionale legata alla disistima di sè - Stanchezza fisica - Frequenti mal di testa - Disturbi gastrointestinali - Insonnia - Respiro corto - Vulnerabilità alle malattie influenzali e psicosomatiche - Mal di schiena - Cambiamento nelle abitudini alimentari e nel peso - Sonno risulti disturbato da pensieri tormentosi ed incubi il cui contenuto è collegabile al lavoro - Sospetto e paranoia - Perdita degli ideali - Rigidità di pensiero - Isolamento e ritiro - Senso di colpa - Cinismo - Alterazione del tono dell'umore
Ambiente di lavoro Il lavoro rappresenta uno spazio di vita molto importante per ogni essere umano, per una serie di ragioni. In primo luogo l’autostima e la propria immagine sociale: siamo infatti ciò che facciamo e nel lavoro troviamo una parte rilevante della nostra identità. Nel lavoro trascorriamo almeno un terzo della giornata, la metà del tempo di veglia quotidiano, e spesso di più. Il lavoro ci consente il guadagno e dunque la capacità di spendere, per sopravvivere e per togliersi delle soddisfazioni. In generale si può dire che ogni persona, per interessarsi al proprio lavoro, lo deve sentire in armonia con le sue capacità e le sue aspettative: se infatti il livello di prestazioni richieste fosse troppo elevato, il lavoratore si sentirebbe incapace di lavorare bene e avvertirebbe un senso di inadeguatezza e di frustrazione, che lo porterebbero al disimpegno e all’assenteismo, così come nella situazione inversa, quando le caratteristiche del lavoro fossero sensibilmente inferiori alle sue capacità. Nel mondo del lavoro, spesso ci si trova a lavorare insieme ad altre persone e, come in ogni altra forma di interazione sociale, anche qui si formano dei gruppi e dei sotto-gruppi: essi possono essere ‘formali’ (creati cioè per svolgere insieme determinati lavori e raggiungere degli obiettivi), oppure ‘informali’ (creatisi in modo autonomo, basati sulla condivisione di punti comuni, quali l’età, il tipo di lavoro svolto, la condivisione di interessi). Ogni individuo tuttavia tende ad attribuire un'importanza diversa a ciò che fa, in base alla sua personalità, alle sue motivazioni, alle sue aspettative, ai suoi bisogni. La motivazione personale viene rafforzata anche dalla chiara espressione del proprio ruolo e livello di responsabilità all’interno dell’organizzazione, dalla natura del rapporto instaurato con i colleghi, i superiori, i clienti, dagli obiettivi: se essi sono chiari e raggiungibili, produrranno impegno ed interesse per il loro raggiungimento, se sono confusi e non raggiungibili, produrranno stanchezza, apatia e disinteresse.
Depressione MILANO - Il 60% dei depressi non ottiene una diagnosi corretta, e del 40% di quelli riconosciuti solo il 18% è adeguatamente trattato. E ciò, nonostante il fatto che oggi l'80% dei depressi puo' essere curato con buoni risultati. Lo ha denunciato la Fondazione Idea (Istituto per la ricerca e la prevenzione della depressione e dell'ansia) alla presentazione del Centro ambulatoriale per il trattamento dei disturbi depressivi con sede presso l'ospedale Fatebenefratelli di Milano, il secondo del genere del capoluogo lombardo dopo quello attivato nell'aprile 2000 presso il Sacco.
I Buddisti sono più felici Alcuni neuroscienziati, usando le tecniche ultramoderne dello scanning hanno scoperto che nei Buddisti certe aree del cervello sono costantemente illuminate, il che indica la presenza di emozioni positive e stabilità dell’umore. Questo accade anche quando questi soggetti non sono in meditazione. Le ricerche effettuate, da parte degli scienziati della Università del Wisconsin hanno mostrato una particolare attività nei lobi prefrontali sinistri dei Buddisti praticanti. Quest’area è legata ad emozioni positive e capacità di autocontrollo. Anche il ricercatore Paul Ekman, della University of California San Francisco Medical Center ha riscontrato che i Buddisti più esperti hanno meno probabilità di subire uno shock, una forte sorpresa o un attacco d'ira, come accade alle altre persone 'normali'. Se questi risultati saranno confermati essi saranno molto importanti, perché dovremo tutti riconoscere che, evidentemente, c’è qualcosa nella pratica buddista che effettivamente produce la felicità...
Ansia e mal di stomaco Ansia, instabilità emotiva, tensioni sul luogo di lavoro, litigi frequenti con il partner fanno venire il mal di stomaco : sarà forse per questo che soffre di questo disturbo un italiano su tre? E' quanto emerge dal IX Congresso Nazionale delle Malattie Digestive. Il paziente-tipo è separato, stressato, fa uso di farmaci per altri motivi ed ha fra i 40 ed i 50 anni. Sembra inoltre documentato un collegamento diretto fra cervello e apparato digerente, costituito da fibre nervose e neurotrasmettitori: ecco perché per non soffrire di mal di stomaco non basta non avere problemi personali, ma occorre anche non provare ansia per situazioni esterne alla persona, che tuttavia la coinvolgono nei pensieri e nelle emozioni.
Siamo le nostre sinapsi? I neurobiologi sono sempre più convinti che il nostro Io vada ricercato nelle nostre sinapsi. In pratica il nostro patrimonio genetico verrebbe modificato da una serie di fattori che stimolano o ostacolano la formazione di nuove cellule nervose. E.A. Maguire e colleghi hanno pubblicato uno studio su diversi tassisti londinesi: quello che i ricercatori volevano appurare era se queste persone, che per lavoro sono costrette a farsi delle mappe mentali della città in cui lavorano, sviluppando dunque fortemente la memoria spaziale, avessero delle similitudini a livello di struttura cerebrale. Sottoponendoli a risonanza magnetica si è potuto constatare che i tassisti più anziani avevano un ippocampo posteriore destro più sviluppato dei colleghi più giovani. La conclusione è dunque quella che l'uso di particolari abilità cognitive sviluppi le funzioni e le dimensioni dell'area cerebrale interessata formando nuovi circuiti sinaptici e ristrutturando gli esistenti.
Il sole fa bene all’amore I Ricercatori dell’Università di California hanno scoperto che il livello di un ormone prodotto dalla ghiandola pituitaria, che aumenta il livello di testosterone, si alza a sua volta dopo l’esposizione alla luce del sole del mattino, all’alba. Questo significherebbe che la luce del sole potrebbe assolvere da sola le stesse funzioni che le persone si aspettano quando assumono androgeni e testosterone. Anche l’ovulazione femminile, sempre controllata dall’ormone luteinico LH, potrebbe essere favorita dalla esposizione alla luce del sole. Lo studio ha osservato la produzione di ormone LH, in seguito all’esposizione alla luce solare (1000 lux) dalle 5 alle 6 del mattino per cinque giorni, in 11 uomini in buona salute fra i 19 ed i 30 anni d’età. Allo stesso gruppo di persone è stato misurato il livello dell’ormone LH dopo l’esposizione ad una luce placebo (meno di 10 lux) nello stesso orario mattutino, per lo stesso numero di giorni. I Ricercatori hanno trovato che i livelli di LH erano aumentati del 69,5 per cento dopo l’esposizione alla luce del mattino, senza alcun riscontro similare nel gruppo di controllo. In precedenti studi era già emerso che l’esposizione alla luce solare è di grande aiuto nell’alleviare i sintomi della depressione; ora la possibilità che essa favorisca anche il livello di testosterone e l’ovulazione fa pensare che questa pratica, del tutto innocua e piacevole, possa essere d’ausilio anche nelle disfunzioni sessuali dovute al calo del desiderio e della libido. Fonte: Neuroscience letters 2003
Stress e tossicodipendenza Secondo una ricerca nordamericana, condotta da un neurofisiologo italiano, Antonello Bonci, docente dell'University of California di San Francisco, lo stress usa una specie di corsia preferenziale, per arrivare a stimolare una specifica area del cervello, la cui attività è legata ai comportamenti di dipendenza. La scoperta non consiste nell’area del cervello in sè, che era già conosciuta agli scienziati, ma nell’aver capito quali sono i meccanismi che l’attivano. In pratica una proteina si lega al Crf (l’ormone corticotropine releasing factor, largamente presente in tutto il sistema nervoso centrale, ma con livelli alterati solo in chi soffre di forme depressive e mali come schizofrenia o morbo di Alzheimer), formando un complesso che stimola alcuni recettori delle cellule dell'area ventrale-tegmentale (Vat), che si trova al centro e alla base del cervello e che è legata ai comportamenti di dipendenza. La ricerca continuerà concentrandosi sul ruolo dei recettori, che svolgono la funzione di modulatori dell' attività nervosa centrale e che sono responsabili della formazione dei fenomeni di ‘memoria cellulare’. Questa memoria infatti, spinge continuamente la persona verso lo stordimento. Per questo motivo, chi ha reagito anche una sola volta allo stress cercando sollievo in qualche sostanza, torna a farlo, in una coazione a ripetere indotta dalle cellule Vat, che conservano la memoria dell’interazione avuta con la sostanza, anche una volta superato lo stato di stress.
Pesce e gravidanza Al meeting annuale dell’Associazione degli psichiatri americani è stato presentato un singolare studio (Dr. Joseph R. Hibbeln - National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism in Bethesda, Maryland) sull'efficacia di una dieta basata sul pesce, specialmente nel terzo trimestre di gravidanza, per evitare la depressione della donna incinta. Lo studio è stato effettuato su un campione di 12.000 donne britanniche. Questa 'cura' a base di pesce sarebbe efficace da subito e si protrarrebbe fino all'ottavo mese di vita del bambino. Sappiamo tutti che la depressione in gravidanza può interferire con gli aspetti funzionali propri della gestazione, così come è risaputo che la depressione post partum può essere nociva nell'interazione mamma-bambino, causando a quest'ultimo un forte ritardo nell'acquisizione del linguaggio e nello sviluppo motorio: da qui l'importanza di prevenire la depressione con una dieta a base di pesce. Va detto tuttavia che mangiare pesce non sempre è consigliabile in gravidanza, specialmente a causa dell'elevata presenza, in questo alimento, di mercurio, che può danneggiare lo sviluppo nervoso del feto. I pesci considerati 'buoni' per curare la depressione in gravidanza sono il tonno, le aringhe, il salmone e le sardine. Questi contengono infatti 3 acidi grassi-omega che sembrano innalzare il livello di serotonina nel cervello. Circa il 10% delle donne incinte sviluppa in gravidanza una depressione abbastanza grave e le cifre saltano al 13-15 % per le primipare.
Uomini, uccelli e consumi Gli uccelli hanno abitudini molto simili a quelle degli umani, in particolare quando si parla di spesa alimentare. Una ricerca durata due anni della Proceedings of the Royal Society, pubblicata di recente, ha mostrato come sia possibile cambiare le abitudini alimentari degli uccelli cambiando loro le opzioni di cibo disponibile. Un po’ come fanno i supermercati quando vogliono manipolare i gusti e le abitudini di noi consumatori. Il team di ricerca, comprendente esperti dell’Università di Newcastle upon Tyne ed Edimburgo nel regno Unito, oltre agli esperti dell’Università di Lethbridge, in Canada, ha ripetuto sugli uccelli un esperimento inizialmente sperimentato sugli umani, che aveva mostrato come circa un terzo dei consumatori potevano scegliere cibo diverso dall’usuale se i supermercati cambiavano i prodotti offerti sul banco. L’esperimento consisteva nel chiedere a dei consumatori di scegliere fra due marche concorrenti e poi osservare come l’introduzione di un prodotto di una terza marca alterava la scelta. Il Dr Bateson e colleghi hanno studiato alcuni uccelli sulle montagne rocciose canadesi per circa due mesi. Gli uccelli osservati, per motivi di metabolismo, devono mangiare molto spesso, per cui normalmente si nutrono del nettare dei fiori delle vallate e tornano spesso nei luoghi dove sanno che possono trovare tale cibo. I ricercatori hanno creato un finto ‘fiore’ contenente piccoli fori pieni di ‘nettare’, una soluzione con varie quantità di saccarosio. Attorno al finto fiore sono stati predisposti dei petali di carta colorata. Questo ha alterato le scelte degli uccelli, che si sono subito rivolti verso il nuovo fiore, senza più considerare la quantità e la concentrazione di nettare, come si pensava facessero, secondo una legge della natura. Ciò ha portato gli scienziati a ritenere che anche gli uccelli, come gli umani, sono molto irrazionali e che non sempre si dirigono verso il fiore capace di dare loro la massima quantità di energia: anche loro sono influenzati dalla quantità di opzioni disponibili. Natural Environment Research Council and The Royal Society –
Depressione post partum La depressione post partum non è certo una nevrosi dei tempi moderni, dal momento che il primo a descrivere questa patologia fu Ippocrate. Si tratta di una forma di depressione che può colpire le madri nel periodo successivo al parto. La forma lieve di questo genere di depressione colpisce il 70-80% delle donne dopo il parto, si manifesta quasi subito e può durare per qualche settimana, con sintomi lievi e tendenza al pianto. La causa di questo basso tono dell’umore nella neo-mamma è data dalle modificazioni ormonali e dal particolare stato emotivo vissuto in questo periodo. La forma grave (psicosi post partum) si sviluppa invece circa due settimane dopo il parto, può continuare per diversi mesi o perfino per anni e si calcola che colpisca circa l'1-3% delle donne dell'Europa occidentale. Sono molti i fattori concorrenti, responsabili della depressione postparto e non tutti sono di natura organica : la caduta dei livelli ematici di progesterone, la predisposizione genetica, le difficoltà finanziarie, eventuali complicazioni insorte durante il parto, il temperamento o l'aspetto del bambino, il rapporto della donna con i propri genitori, il cambiamento di vita dopo la nascita del figlio, la perdita di una figura snella e attraente, la sensazione di non essere più una persona libera, la perdita della propria identità e la necessità di costruirne una nuova di mamma. In genere i sintomi della depressione post partum si manifestano dopo il ritorno a casa della madre, con depressione, cefalea, palpitazioni, ansia eccessiva riguardo al neonato, tristezza, difficoltà a far fronte agli impegni quotidiani, disturbi del sonno, senso di colpa per non amare a sufficienza il bambino, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a tentazioni suicide, rigetto del bambino e disturbi della libido. Le neomamme più esposte al rischio di depressione post partum sono quelle prive di un supporto familiare, quelle che hanno subito eventi particolarmente stressanti durante la gravidanza e il parto, quelle che hanno già sofferto di disturbi psichiatrici. Che fare se ci si rende conto di avere una depressione post partum ? Anzitutto si può cercare di aiutarsi da sole, cercando di ottimizzare il ciclo sonno-veglia, consentendosi un periodo di riposo adeguato, malgrado l’allattamento (facendosi aiutare, ad esempio, dal neo-papà). Altra considerazione utile da fare in questo periodo è che nessuno è perfetto e che qualche errore commesso nel nuovo mestiere di mamma non significa essere inadeguate per il ruolo. Se i disturbi persistono e si fanno consistenti, è meglio rivolgersi ad uno specialista per una psicoterapia o per una terapia farmacologica, secondo i casi.
Mal di Feste Nooooo.... E' Festa!!! Le feste non piacciono a tutti: molte persone non amano i girni di riposo forzato, come la domenica o il Natale, e non le amano perché in quei giorni non si sentono affatto bene. In Olanda, un gruppo di ricercatori dell'Università di Tilburg ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta su un campione di 2000 persone secondo la quale il 3,6% dei maschi ed il 3,2% delle donne mostra di sentirsi malissimo durante le feste. I sintomi accusati sono: mal di testa, senso di affaticamento, dolori muscolari, nausea. A stare peggio di tutti sono coloro che sul lavoro hanno delle responsabilità: essi non riescono a rilassarsi durante i giorni di vacanza, soprattutto se essa è breve. Una spiegazione a questo malessere potrebbe essere il fatto che il rilassamento prodotto dalla vacanza indebolisce l'organismo e lo rende più suscettibile a contrarre malattie. Molti ricercatori sono inoltre concordi nel ritenere che esista una vera e propria 'sindrome natalizia', con manifestazioni di insofferenza, noia, tristezza, ansia e stress. Le cause di tali sintomi sembrano il contatto indesiderato con parenti 'serpenti', lo shopping consumistico, il troppo tempo trascorso a tavola, gli addobbi natalizi ed i bigliettini d'auguri, molto spesso di dubbio gusto ed a volte perfettamente inutili.
L'empatia fra bambini e animali Un rapporto positivo con gli animali aiuta i bambini ed i ragazzi a sviluppare più facilmente un atteggiamento di empatia nei confronti dell'altro, sia esso un animale, un altro bambino, un adulto, una persona di un altro sesso, di un'altra classe sociale o di un'altra cultura. Per non fare atrofizzare queste naturali capacità empatiche del bambino occorrerebbe dunque, quando possibile, non far mancare ai nostri figli la compagnia di un animale che, specie nel caso di figli unici, è destinato a diventare per lui un vero compagno di giochi. Chi ha degli animali in casa sa bene quanto sia profondo il legame che si instaura fra l'animale ed i membri della famiglia, in particolare con i bambini, e non può certo negare che è molto facile individuare anche in questa specie tanto diversa da noi, emozioni e sentimenti molto simili ai nostri, come la gioia, la tristezza, l'affetto. Tra gli animali, quello col quale il bambino riesce ad entrare in maggiore contatto empatico è sicuramente il cane, che diventa una sorta di rifugio per i suoi momenti di difficoltà. Il cane, con il suo affetto, può fargli dimenticare i momenti di tensione con i genitori, le ansie, le paure, le sconfitte. L'animale non giudica, non rimprovera, non critica e questo crea sicuramente la base per un rapporto molto sereno e rilassante per il bambino. Il processo di identificazione e di empatia con l'animale domestico, specie se stabilito in giovane età, conduce poi, nella vita adulta, a posizioni di maggiore rispetto nei confronti degli altri, siano essi persone o animali.
W la nonna! Se la madre è sempre certa ed il padre incerto, ne scaturisce che anche la madre della madre è certa (nel senso che il nipotino, qualunque sia il padre, è sicuramente il figlio della figlia). Questo è ciò che fa la differenza nel rapporto fra nonna materna e nipote. L’affetto, la dedizione di una nonna materna dunque non è mai pari a quello di una nonna paterna. Fin qui, anche senza avere dati scientifici alla mano, ci si poteva anche arrivare. La cosa che invece sorprende è che questo rapporto privilegiato riveste particolare importanza con i nipoti di sesso maschile, mentre per le femmine sembra non vi siano differenze significative. Ma veniamo alle cifre: nelle zone più povere del mondo, dove l’infanzia è sempre a rischio, i nipoti maschi che possono godere della presenza nel nucleo familiare della nonna materna hanno addirittura il 52% di speranze di vita in più. La nonna meglio della mamma, insomma. Del resto le mamme devono occuparsi anche del marito, del lavoro, della casa: sono le nonne che si dedicano con particolare cura ai nipotini, riversando su di loro amore, attenzioni e coccole. Biologi evoluzionisti, sociologi e antropologi culturali si sono così avvicinati alla figura della nonna, in passato relegata ad un ruolo di secondo piano rispetto al nonno. Niente di cui stupirsi: nella società ebraica, una delle società umane più antiche, la discendenza è matrilineare e forte è il senso di appartenenza dei soggetti a quella comunità. Altrettanto può ora dirsi riguardo al ruolo delle nonne, queste anziane ancelle dei valori e delle tradizioni familiari e forse tra le maggiori responsabili dell’evoluzione storica dell’uomo.
Fumare: perché? Una ricerca condotta in Piemonte su un campione di oltre mille studenti (Bonino, 1995) rilevò che il che il 61% dei ragazzi è già fumatore abituale entro i 15 anni, con la tendenza ad anticipare tale momento di inizio verso i 13 anni. I maschi iniziano prima delle femmine e fumano un maggior numero di sigarette; i ragazzi che vivono nei piccoli centri iniziano prima e fumano di più, rispetto a quelli residenti nelle grandi città, così come quelli che frequentano gli istituti professionali rispetto ad altre scuole. Il desiderio di fumare non risponde a motivazioni fisiologiche (come quella di mangiare, di bere, di proteggersi dal caldo e dal freddo, di avere rapporti sessuali), ma solo ed esclusivamente psicologiche. Infatti, per i giovani il fumo è un’ostentazione di forza, di sicurezza di sé, dovuta al fatto di aver ormai superato gli anni incerti dell’adolescenza o la dipendenza dalle prediche di mamma e papà. Fumare è un modo chiaro e visibile a tutti per dimostrare di essere ormai ‘adulti’. Certamente i giovani che iniziano a fumare sono consapevoli degli effetti negativi del fumo sul piano fisico, ma il bisogno di trasgressione è assai più intenso di motivazioni che riguardano malattie che si presenteranno, eventualmente, dopo tantissimi anni (nessun giovane riesce ad immaginarsi anziano e malato) e che pertanto non rappresentano un deterrente. Fumare poi significa partecipare a dei riti collettivi che si compiono nel gruppo, dove la scarsa disponibilità alla condivisione di questa esperienza potrebbe essere letta come un infantilismo o una scarsa adesione agli ideali del gruppo (sollevando così sospetti e diffidenze da parte degli amici). C’è poi l’esempio (cattivo) degli adulti: se gli adulti non fumassero, i giovani non avrebbero alcun bisogno di assumere questo comportamento per sembrare più grandi. E’ davvero incredibile come alcuni genitori pretendano di impedire ai figli di fumare, quando loro lo fanno, anche in loro presenza. Il gesto di prendere una sigaretta dal pacchetto, accenderla, aspirarne il fumo, per poi buttarlo fuori, il buttare via la cenere o lo spegnere la sigaretta, sono tutti gesti che esprimono la personalità o lo stato d’animo del fumatore. La stessa persona infatti può fumare in maniera ‘delicata’ durante un’amabile conversazione dopo il caffè, oppure esprimere, sottolineare, urlare al mondo, tutta la sua rabbia nel vedere ad esempio perdere la propria squadra del cuore. In questo caso i gesti sono più rapidi, le inspirazioni più profonde, le espirazioni più brevi e rumorose; la cenere viene buttata via con maggiore frequenza e la cicca viene spenta con aggressività sul pavimento, in spregio anche al luogo dove eventualmente ci si trova. Ritrovare la propria sigaretta, sempre uguale, nel medesimo pacchetto, e fumarla come d’abitudine, anche nei momenti più difficili, quando si è in preda alle tempeste emotive dovute agli alti e bassi della vita, in un mondo che si evolve in continuazione e che non ripropone mai le stesse esperienze nello stesso modo, assume il significato estremamente importante di rassicurazione psicologica, gratificazione profonda, ritrovamento della sicurezza di sé e delle proprie abitudini, anche in situazioni completamente nuove e terribilmente ansiogene. Possono dunque delle motivazioni di carattere igienico-sanitario o moralistiche, riguardo al fumo passivo, prevenire l’instaurarsi di tale dipendenza? Ed intanto, di fumo si muore!
Lo psicologo scolastico Il compito dello psicologo scolastico è quello di riuscire a sintonizzarsi in modo adeguato al complesso mondo giovanile, essere disponibile all’ascolto, offrire supporto e consigli al superamento dei disagi interni e relazionali, ma anche collaborare con gli insegnanti e le famiglie per dare sostegno alla formazione della personalità dei giovani. Per quanto se ne dica tuttavia, la psicologia scolastica non è stata mai molto gradita. Infatti, la figura dello psicologo viene ancora troppo spesso associata alla psicopatologia piuttosto che alla prevenzione e al benessere della persona. Anche fra gli studenti ed i loro genitori è ancora diffusa questa credenza e molti si sentono spaventati dall’eventuale giudizio dei propri compagni, degli insegnanti o degli altri genitori, che li potrebbero stigmatizzare come 'malati mentali'. Se si riesce a superare questo pregiudizio, lo psicologo risulta essere invece un professionista molto utile nelle scuole, perché può proporsi come figura adulta in grado di prestare attenzione ed ascolto ai problemi dei giovani. I problemi proposti allo psicologo scolastico da parte dei ragazzi sono in genere tipici della particolare età che essi vivono, specialmente nel periodo adolescenziale, oppure si tratta di problematiche legate al rendimento scolastico, fino a storie ben più drammatiche di violenze ed abusi. Il colloquio con lo psicologo viene richiesto nella maggior parte dei casi dagli alunni stessi, ma capita a volte che sia un insegnante o la famiglia stessa ad avvertire l’esigenza di un aiuto per il ragazzo, il quale non riesce a superare da sé il proprio disagio. Inoltre lo psicologo è attivo all’interno delle scuole anche nei dibattiti e negli spazzi di informazione sia dei ragazzi che degli insegnanti. In ultimo, ma non meno importante, vi è l’assistenza psicologica rivolta alle famiglie degli studenti.
Pensieri e parole Linguaggio e pensiero non sono la stessa cosa: il linguaggio infatti è un sistema di simboli usato per rappresentare il pensiero, ma non si sovrappone completamente ad esso. Quando ad esempio tentiamo di descrivere una scena cui abbiamo assistito, le nostre parole riescono a trasmettere all'interlocutore solo una parte della realtà, perché certe sensazioni o emozioni che la scena ha prodotto in noi non sono comunicabili all’esterno. Il pensiero dunque influenza sicuramente il linguaggio. Per fare un altro esempio, se io ho un pregiudizio, le parole che sceglierò saranno in grado di esprimere questo mio modo di sentire. Altrettanto vero però, anche se si tratta di una tesi meno diffusa, è che spesso anche il linguaggio influenza il pensiero, tanto che alcuni pregiudizi si sviluppano anche in base all'utilizzo di alcune parole. Nel libro Le strutture della sintassi (1957) il linguista Noam Chomsky descrive il concetto di grammatica trasformazionale, per cui attraverso il linguaggio gli esseri umani pensano, ragionano, fantasticano e producono un sistema di rappresentazione del mondo, che si basa sulla propria esperienza individuale e che non può non influenzare sia le percezioni che si hanno del mondo, sia la comunicazione con gli altri. Se ad esempio un bambino apprende sin da piccolissimo a distinguere le razze umane in nere e bianche, da questo utilizzo delle parole ne potrebbe nascere un pregiudizio razziale, in quanto bianco è simbolo di purezza e di bontà, mentre nero è simbolo del male. Un altro esempio è l'utilizzo della parola 'uomo' per intendere la razza umana : in questa dizione la donna subisce un implicito declassamento. Il ricercatore Bruner (1966) sostiene a questo proposito che la complessità del pensiero dipende anche dalla qualità e quantità delle parole conosciute: uno dei motivi per cui i bambini di dieci anni classificano gli oggetti in modo più elaborato di quelli di sei è perché dispongono di un più ricco vocabolario. Se pensiero e linguaggio si influenzano continuamente e reciprocamente, è possibile pensare che il pensiero possa svilupparsi senza il linguaggio ? Dalle ricerche dello psicologo ginevrino Jean Piaget il pensiero sembra si sviluppi anche in assenza del linguaggio, come del resto le ricerche sui bambini sordi hanno dimostrato. Nei primi stadi di sviluppo, pensiero e linguaggio si sviluppano parallelamente, ma autonomamente, ognuno per suo conto, per poi diventare sempre più intrecciati fra loro.
Stress da lavoro Lo stress sul lavoro è una malattia molto frequente, che colpisce diverse persone. Si tratta di una condizione psicofisica rischiosa, che comporta un forte aumento di pressione sanguigna e battito cardiaco e che alla lunga può portare a certe malattie cardiocircolatorie. Si è portati a credere che lo stress colpisca solo i manager, ma recenti ricerche hanno dimostrato come questo problema interessi anche i lavoratori di bassa qualifica professionale. Il più delle volte anzi, è proprio la categoria degli impiegati di basso livello ad essere la più colpita, forse per la maggior pressione a cui sono sottoposti, in quanto più in basso nella scala gerarchica. Le relazioni sul lavoro non sono sempre facili da gestire, ci si può trovare a vivere situazioni difficili da affrontare e risolvere. Non sempre , infatti, è facile fare i conti con le diverse emozioni negative che eventualmente possono sorgere sul posto di lavoro: è importante riuscire a riconoscerle e cercare di individuare quali aspetti del collega o del proprio capo possano averle generate. Queste reazioni infatti, non sono sempre il prodotto di una corretta percezione del comportamento altrui; a volte possono dipendere da propri stati mentali che condizionano gli aspetti percettivi e danno così l'impressione che vi siano delle situazioni o delle persone nell'ambiente capaci di rappresentare una minaccia. L'abilità di creare un’atmosfera di comunicazione e di scambio in questi casi può rappresentare una soluzione a questo problema ed alleviare le condizioni di stress. Nelle situazioni in cui ci si sente eccessivamente criticati è importante non discutere, ma confrontarsi con l’altro (capo o collega che sia).
Incubi E’ stato calcolato che almeno nove persone su dieci hanno sperimentato cosa significhi svegliarsi improvvisamente in preda al panico provocato da un incubo, ma per fortuna solo il 5% della popolazione accusa questo problema in modo costante, tutte le notti. Sono diversi decenni che i ricercatori cercano di capire perché alcune persone soffrano di questo problema ed altre no e, ancor più difficile, quale potrebbe essere la funzione degli incubi sulla psiche, se ce ne fosse una. Il professor Ross Levin, che insegna psicologia alla Yeshiva University di New York City e che per ani ha studiato il fenomeno, ritiene che la personalità di chi soffre abitualmente di questo problema sia ‘particolare’. In che senso? Nel senso, spiega il professore, che questi soggetti sono molto aperti verso gli altri e possono essere molto vulnerabili da un punto di vista emotivo. Altre caratteristiche di personalità sono una certa propensione alla fantasia ed alla introspezione, uno stile di pensiero negativo, durante il giorno, spesso associato ad un tono dell’umore che tende verso la depressione. Nello studio pubblicato recentemente nel journal Imagination, Cognition and Personality dal professor Levin la maggior parte delle persone che soffre regolarmente di incubi sogna di essere vittima di un crimine o di un evento particolarmente pauroso. Le persone che hanno vissuto un particolare stress durante la vita diurna (terremoto, alluvione, incendio, incidente ecc.) e che soffrono del disturbo post traumatico da stress, hanno regolarmente degli incubi, che fanno parte del loro disturbo. In questo caso questi brutti sogni sono ancora più distruttivi e possono durare anche per decenni, portando sempre nuova linfa al ricordo del trauma. La terapia consiste nel portare il paziente ad associare le scene traumatiche ad altre immagini neutre o piacevoli, in modo che questo provocato automatismo possa annientare la ricorrenza e la potenza degli incubi ed alleviare così il ricordo stesso del trauma.
Il Melanotan Il vostro desiderio sessuale è scarso, siete in sovrappeso, soffrite di acne, vi piacerebbe avere una pelle più abbronzata? Il mondo scientifico sembra dare una risposta a tutti questi problemi attraverso un solo farmaco: il Melanotan, un prodotto ancora da laboratorio, scoperto per caso, un po' come il Viagra, ma potenzialmente assai più importante, per la possibilità di impiego in vari campi, da quello sessuologico a quello estetico... I ricercatori si erano interessati a questa molecola negli anni ottanta, perché volevano trovare un farmaco capace di produrre melanina in abbondanza già nei primi giorni di esposizione al sole, per poter offrire un grado maggiore di protezione e dunque limitare il problema dei tumori cutanei. Il risultato della loro ricerca fu la messa a punto di un prodotto, il Melanotan, versione sintetica dell'ormone naturale Msh, che stimola i melanociti, cellule dell'epidermide, a produrre melanina, la sostanza che ci fa diventare scuri. Il prodotto sintetico riesce a superare la natura di circa mille volte, ma ancora più sorprendente ed inattesa è la sua capacità di stimolare l'erezione negli uomini e il desiderio sessuale in entrambi i sessi, grazie alla capacità della molecola di attivare alcuni recettori dell'ipotalamo. Ulteriori sorprese sono stati gli altri 'effetti collaterali': la soppressione dell'appetito, la riduzione delle infiammazioni, la lotta al diabete e perfino l'eliminazione dell'acne...
Adolescenza difficile: troppi neuroni in sviluppo Un ricercatore americano, Robert McGivern, specializzato in neuroscienze e operativo presso l'università californiana di San Diego, fa sapere al mondo, attraverso una pubblicazione sulla rivista 'Brain and Cognition' che la causa degli sbalzi di umore degli adolescenti starebbe tutta nel cervello. Infatti durante gli anni della pubertà il cervello è interessato ad una vasta riproduzione neuronale, specialmente nella parte frontale della corteccia cerebrale, un'area che interessa la capacità di gestire i rapporti sociali. Tutto questo accadrebbe a partire dagli undici anni, che è proprio il periodo in cui comincia la crisi adolescenziale. Per questa ricerca sono stati considerati 300 ragazzi fra i 10 ed i 22 anni: a loro è stato proposto di sottoporsi ad un test che misurava la velocità di reazione a stimoli emotivamente significativi. In particolare il test misurava il tempo necessario per associare correttamente alcuni termini evocativi di emozioni, come 'felice', 'arrabbiato' ecc. ad una serie di volti con espressioni diverse. Dalla ricerca è emerso che questa capacità rallenta notevolmente fra gli 11 ed i 12 anni, per proseguire, ma ad un ritmo meno veloce, fino ai 15 anni, quando si stabilizza un po'. Tra i 15 ed i 17 anni le ragazze mostrano tempi di reazione più lunghi di quelli dei loro coetanei, ma intorno ai 18 anni questa differenza sparisce. Conclusioni di McGivern: il rallentamento dei tempi di reazione è legato ad una temporanea riduzione dell'efficienza dei circuiti cerebrali della corteccia prefrontale causata dall'eccesso di crescita delle connessioni sinaptiche. Questo lavoro di auto-riproduzione del cervello lascerebbe gli adolescenti per qualche anno privi di competenza sociale.
Canapa indiana e malattia mentale Metà della popolazione mondiale fuma canapa indiana: in molti pensano che sia un modo del tutto innocuo di ottenere uno stato di benessere, di tipo anche medico, ma in certi casi questa abitudine può essere la causa dello sviluppo di una malattia mentale psicotica. Uno studio condotto su 2500 giovani fra i 14 ed i 24 anni che vivono a Monaco , in Germania, (versione on line dello studio sul British Medical Journal, dic. 2004) ha mostrato come circa il 6% del campione abbia contratto seri problemi psichiatrici nel corso di quattro anni. Per i soggetti già identificati come ‘soggetti a richio’ la percentuale di ammalarsi di problemi psicotici è aumentata del 25%. ( La sostanza pericolosa presente nella canapa indiana che potrebbe essere la responsabile della psicosi nei consumatori è laTHC tetrahydrocannabinol, mentre l’altra sostanza, il CBD cannabidiol è responsabile solo degli effetti benefici legati al consumo di questa droga leggera). Quello che il mondo scientifico si chiede è: persone che soffrono di psicosi, con sintomi che includono paranoia, allucinazioni, sensazione di sentire delle voci, spesso sono consumatori di marijuana, ma la usano per trovare sollievo ai loro sintomi oppure è la droga stessa a creare loro questi problemi? Gli esperti di psichiatria ritengono che la legalizzazione della canapa indiana permetterebbe di informare i giovani sul prodotto che vanno a consumare, avvertendoli dei rischi che corrono, come si fa con l’alcol, o indicando nel pacchetto la quantità di THC, come si fa con la nicotina delle sigarette. Per il momento l’allarme riguarda in particolare chi ha una storia familiare in cui è presente la malattia psichiatrica : nel dubbio, è meglio astenersi dal consumo di canapa.
Donne e alcol Stando ad una ricerca pubblicata nel 2001 dal National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism sembra che il cervello delle donne sia più vulnerabile di quello maschile ai danni provocati dall'alcool. Infatti, mentre gli alcolisti maschi mostrano segni di "riduzione" cerebrale se confrontati con maschi sani, la differenza tra donne alcoliste e sane sembra molto più marcata. Un secondo studio, pubblicato sempre nel 2001 da Susan F. Tapert su Alcoholism: Clinical & Experimental Research, conferma che il danno cerebrale nella donna avviene più velocemente che tra gli uomini e che la morte di cellule cerebrali avviene persino nelle bevitrici adolescenti. Sembra infatti che la capacità di ricordare informazioni, risolvere problemi spaziali, lavorare con mappe e puzzle, eseguire calcoli mentali di aritmetica siano meno accurate nelle giovani che bevono pesantemente rispetto alle non bevitrici. Pare che la causa debba ricercarsi nel minor contenuto d'acqua del corpo femminile rispetto a quello maschile: dal momento che l'alcool si miscela con i liquidi corporei, un determinato quantitativo di alcol diviene più concentrato nel corpo di una donna rispetto a quello di un uomo. Le parti del cervello che mostrano le più marcate differenze sono quelle preposte all'orientamento nello spazio e all'elaborazione delle informazioni. Detto in altre parole, le donne alcooliste si ‘bevono il cervello’ molto più presto e molto di più di quanto accade agli uomini e rischiano per questo la demenza precoce. Questa è la ragione per la quale alle donne viene raccomandato di cercare di bere meno degli uomini, a tutte le età.
La misura dell’amore ‘Chi si somiglia si piglia’ dice un vecchio detto popolare. Che le persone innamorate siano invece ‘diverse’ da tutti gli altri è cosa che tutti possiamo aver osservato: alcuni cambiamenti, sia nel fisico che nel comportamento sono davvero evidenti. Dipende solo dalla forza del pensiero o da qualche modificazione chimica? Oppure è il pensiero che influenza la chimica? Una risposta certa ancora non c’è, se non una ricerca pubblicata lo scorso anno sull’attività cerebrale di alcune persone innamorate. Nel cercare di comprendere quali aree del cervello evocano sentimenti di amore romantico, Andreas Bartels, un neuroscienziato dell’Università di Londra ha reclutato 17 studenti ‘molto innamorati’. Usando la risonanza magnetica, ha esaminato l’attività del loro cervello mentre stavano osservando le fotografie dei loro partners. L’attività cerebrale è stata poi rimisurata agli stessi innamoratissimi studenti, questa volta però durante l'osservazione di una foto di tre loro carissimi amici e amiche, dei quali però non erano innamorati. Esaminando i dati della ricerca Bartels ha potuto riscontrare che mentre i partecipanti osservavano le fotografie dei loro partners, si sviluppava in loro una particolare attività cerebrale in quattro aree ristrette, tutte precedentemente associate al piacere e all’emozione. Mentre i loro cervelli dunque rispondevano in modo similare ad altre emozioni, come la rabbia e la paura, la risposta all’emozione dell’amore era distintamente unica. Questi dati, pubblicati sul giornale di psicologia tedesco Psychologie Heute, suggeriscono che Bartels potrebbe aver trovato, chissà, un modo per misurare l’amore in modo scientifico.
Un farmaco contro il gioco d’azzardo Dall'inizio del 2001 è in corso una ricerca su un farmaco che si pensa abbia la proprietà di inibire il desiderio di giocare d'azzardo anche ai giocatori più incalliti. Si tratta di un oppioide antagonista, che avrebbe dimostrato di essere utile se impiegato contro le patologie compulsive (alcoolismo, cleptomania, piromania ecc.) La nuova medicina, che si sta sperimentando in dieci centri, In Europa e negli Stati Uniti, agisce sul sistema serotoninergico, con l'effetto di stabilizzare l'umore dei pazienti. Il farmaco potrebbe essere commercializzato già nel 2003 ed il suo potenziale mercato è stimato per il primo anno sui 16 milioni di dollari, ma dovrebbe salire a 40 milioni entro il 2009. Non si sa ancora quando questo nuovo prodotto arriverà in Italia: se lo chiedono in particolare i familiari dei 15.000 giocatori d'azzardo del nostra paese. Ma sarà risolutivo come promette o è la solita bufala ben commercializzata? Vedremo.
Pillola unisex Gli scienziati stanno lavorando ad una pillola unisex, capace di funzionare sia nelle donne, sia negli uomini. La proteina chiave si trova nella coda degli spermatozoi e ne controlla la capacità di movimento. La scoperta è stata pubblicata su Nature e viene dall'Università americana di Harvard. I ricercatori hanno chiamato la proteina Ca-sper. L'esperimento è stato condotto su topi i cui spermatozoi erano stati privati della proteina: si è visto che essi venivano prodotti in quantità normali, ma non riuscivano a muoversi in modo sufficiente per fertilizzare un ovulo. La pillola, presa sia dagli uomini che dalle donne potrebbe dunque impedire, in modo preciso, reversibile e senza effetti collaterali, agli spermatozoi di raggiungere l'ovulo. Ovviamente tale pillola potrebbe funzionare, in dosaggi diversi, per curare anche la sterilità . Il gene che controlla questa proteina sembra si trovi anche nell'uomo e dunque i ricercatori sono ottimisti.
Anche i topi sognano Gli scienziati hanno studiato i sogni dei topi ed hanno scoperto che essi possono essere complessi come quelli degli uomini: monitorando la loro attività cerebrale è stato possibile capire quando i topi stavano sognando di correre e quando sognano di stare fermi. Che gli animali sognassero era stato già scoperto da tempo, così come che i loro sogni seguissero la nostra stessa sequenza di stadi del sonno; la novità di questa ricerca è stato scoprire che cosa gli animali sognino. Il Dr. Matthew Wilson, del Centro di Apprendimento e Memoria dell'Istituto di Tecnologia di Boston conferma la novità della ricerca: 'Nessuno sapeva con certezza che gli animali sognassero esattamente come noi, il che significa rivivere nel sogno determinati eventi o frammenti di eventi che sono accaduti durante lo stato di veglia.Osservando alcune cellule dei ratti è stato dunque possibile determinare il contenuto dei loro sogni.' Il Dr Wilson ha riferito al meeting annuale dell'Associazione Americana per l'Avanzamento della Scienza come il suo gruppo di ricerca abbia addestrato questi ratti a correre in un circuito per avere una ricompensa di cibo. I ricercatori hanno memorizzato l'attività cerebrale in due momenti: mentre eseguivano il loro 'compito' e durante il sonno. Quando i topi correvano, si attivavano determinati gruppi di neuroni dell'ippocampo, una regione del cervello particolarmente interessata alla memoria. L'attività cerebrale dei topi è stata nuovamente registrata durante il sonno REM (rapid eyes movements- cioè quando si sogna). In almeno 20 episodi su quaranta i ricercatori hanno trovato esattamente la stessa attività cerebrale di quando i ratti correvano nel circuito. La correlazione era così chiara che è stato perfino possibile ricostruire in quale parte del circuito questi topi sognavano di essere e come sognavano di muoversi.
Gli uomini e la bellezza Ricercatori del Massachusetts General Hospital hanno mostrato a dieci maschi eterosessuali di età compresa tra i 21 ed i 28 anni delle fotografie di belle donne. Il risultato di questa ricerca è che la bellezza sembra accendere gli stessi centri cerebrali della gratificazione che vengono attivati con l'assunzione di cocaina, come riportato sull'ultimo numero della rivista Neuron.
La pillola contro la timidezza Arriva da Glasgow la notizia che entro un anno sarà commercializzata una pillola per non arrossire più. Per combattere l'ansia che scatena reazioni incontrollabili gli scienziati della casa farmaceutica Lundbeck hanno messo a punto l'ESCITALOPRAM. La pillola, che è in corso di sperimentazione in Gran Bretagna, agisce modificando i livelli della serotonina, un ormone che influenza l'umore. La fase di sperimentazione si concluderà a Maggio 2002.
I ricchi sono più felici Andrew Oswald e Jonathan Gardner della Warwick University hanno compiuto un rilevante studio longitudinale, durato dieci anni, su un campione di 9.000 famiglie britanniche. Studiando gli avvenimenti positivi, da un punto di vista economico, che riguardavano i membri di queste famiglie (lotterie, eredità ecc.), hanno scoperto che il tono dell'umore e l'euforia miglioravano nettamente nell'anno successivo, quanto più aumentava il patrimonio. Per cambiare completamente una persona 'normale' in una persona 'felice' bastano, per i ricercatori, un milione di sterline. Laddove i mezzi sono più limitati, dicono gli studiosi britannici, per essere felici bastano salute e un matrimonio solido; per portare infelicità, al di là del problema economico, servono invece la perdita del lavoro ed il divorzio. fonte: The Guardian,
Dove nasce i pessimismo Nell'area della corteccia prefrontale dietro al naso è stata scoperta la valvola fisiologica che rende le persone pessimiste. L'indagine è stata condotta su 89 volontari sani, non colpiti da depressione clinica.
Il panico della cuoca Conoscevamo quasi tutti i tipi di ansia e di panico, da quello sessuale, a quello degli spazi aperti o chiusi, dalla paura degli animali a quella di volare... Non sapevamo però che ora esiste anche il panico della cuoca, o meglio, per dirla in modo più scientifico: “ansia da performance in cucina”. Secondo una ricerca condotta dal professor David Warburton, dell’Università di Reading, la grande popolarità degli chef che appaiono in televisione bloccherebbe la prestazione della cuoca domestica. La sindrome da inadeguatezza culinaria è grave tanto quanto lo può essere una fobia sociale... I sintomi vanno da un totale blocco mentale alla tachicardia, difficoltà respiratorie ed anche nausea. La ricerca si è basata su un campione di 1000 persone. Il 61 per cento di questo gruppo ha dichiarato che l'organizzazione di una cena pesa nella loro vita, in termini di ansia e di stress, più di un colloquio di lavoro o del primo appuntamento, mentre ben il 68 per cento di questi ha ammesso di aver ridotto gli inviti a cena a casa propria a causa delle forti pressioni avvertite. Lo studio è stato commissionato dai produttori del vino Piat d'Or.
Sonni delle mamme in attesa Santiago, M. Nollado e J. Kinzier dell'Università della California hanno studiato tutte le ricerche condotte negli ultimi tempi sul sonno delle donne in attesa. Sembra che l'ossitocina sia la causa della frequente insonnia delle gestanti, poiché stimola l'attività uterina e le contrazioni durante la notte.
Lei soffre di più per amore Le adolescenti hanno una maggiore tendenza a reagire con sentimenti di tristezza alle prime relazioni d'amore rispetto ai loro coetanei maschi. (Da una ricerca di Kara Joyner e Richard Udry, due ricercatori universitari americani, che hanno condotto uno studio su più di 8.000 studenti, maschi e femmine, fra i 12 ed i 17 anni).
Stretta di mano Alcuni psicologi dell'Università dell'Alabama hanno verificato sperimentalmente che una forte stretta di mano, unita ad uno sguardo diretto, faccia una buona impressione sulle persone. Un altro luogo comune che diventa scienza.
Gli ormoni ti tirano su Una ricerca condotta presso la Yale University ha rivelato che gli estrogeni sono efficaci nella depressione che segue la menopausa, ma anche in quella post partum. Gli androgeni possono invece essere utilizzati con successo per incrementare il desiderio sessuale nelle donne in menopausa o negli uomini con deficit ormonali.
Fisiognomica La fisiognomica è una disciplina che individua i caratteri psicologici e morali di una persona studiando i suoi lineamenti. Si tratta di una disciplina molto antica, considerata un tempo come un' arte divinatoria, basata sulla credenza secondo la quale l'aspetto dell'essere umano dipende dalla sua interiorità, che dunque ne determina i tratti somatici. La fisiognomica dunque non è una vera e propria scienza, ma da sempre è molto praticata perché è abbastanza radicata la convinzione che il volto sia lo specchio dell’anima e che in esso possa essere letto il carattere della persona. Le tipologie fisiognomiche più comuni e più semplici da individuare sono il tipo ‘muscolare’, il ‘digestivo’, il ‘cerebrale’. Naturalmente le personalità umane sono più varie e più complesse di quelle descritte dalla fisionomica, ma può essere divertente provare ad associare gli schemi descritti ad alcune persone conosciute e cercare di capire se c’è un fondo di verità. Il tipo ‘muscolare’ ha un viso caratterizzato da ossatura quadrata e volto dai lineamenti marcati: il collo è piuttosto muscoloso, le braccia, le gambe e le dita delle mani sono voluminose. E’ un tipo dal carattere rigido, implacabile, che non si lascia sviare facilmente nel perseguire i suoi obiettivi. E’ una persona energica e piena di buona volontà, grande lavoratore/lavoratrice. Da questo tipo è inutile aspettarsi manifestazioni d’affetto, perché non conosce la sensibilità. Il tipo ‘digestivo’ ha il collo corto, la testa ed il viso piuttosto larghi, bocca carnosa ed occhi piccoli. E’ una persona molto concreta, che non può fare a meno dei piaceri della vita ed in particolare della buona tavola. Non si interessa di problemi spirituali, né ci tiene al suo aspetto fisico: per lui l’unica cosa che conta è fare i soldi e spassarsela come può. E’ particolarmente attratto/a dai tipi muscolari. Il tipo ‘cerebrale’ ha una testa a forma di uovo, con la fronte alta, gli occhi grandi ed espressivi, la bocca piccola collo sottile e mani con dita lunghe e sottili. La sua corporatura è gracile ed il suo punto di forza è il sistema nervoso, sviluppato al massimo. E’ una persona paziente, che non si lascia travolgere dalle emozioni, attento ai particolari, dotato di senso estetico e piuttosto pignolo.
Ottimismo e legge di Murphy La legge di Murphy è considerata una dei maggiori non-sense dei nostri tempi. Per chi non la conoscesse, essa recita testualmente: ‘se una cosa può andare male, lo farà’, alla faccia dell’ottimismo e del pensiero positivo... In pratica, perché la fetta di pane imburrata, se cade, lo fa sempre con lo strato di burro in basso? Perché in genere piove quando abbiamo deciso di lasciare l’ombrello a casa? Per la legge di Murphy ovviamente… Molti ricercatori si sono impegnati a cercare serie ragioni scientifiche a questa legge e la notizia è che finalmente essi pensano di esserci riusciti. I ricercatori britannici, l’economista Keelan Leyser, lo psicologo David Lewis e il matematico Philip Obadya hanno elaborato la seguente equazione: ((U+C+I) x (10-A))/20 x E x 1/(1-sen(F/10)), che dovrebbe spiegare tutto. U infatti sta per "urgenza", C per "complessità", I per "importanza", A per "abilità", F per "frequenza". Ad ognuna bisogna assegnare un valore tra 0 e 9. Una sesta variabile (la E, ovvero l'esasperazione) è stata calcolata a 0,7 dai ricercatori, basandosi sull'osservazione empirica. Il coefficiente di probabilità che si ottiene è una variabile tra 0 e 8,6: più questo valore è alto, più la malasorte è pronta a colpire. Lo psicologo del gruppo, il dottor David Lewis suggerisce dunque questo rimedio per non essere colpiti dalla scure della terribile legge: ‘se non si possiedono le abilità per fare qualcosa di importante, meglio lasciar perdere. Se una cosa è urgente o complessa, bisogna trovare un modo più semplice di farla’. "Se si sbaglia a valutare uno dei fattori", spiega infatti il dottor Lewis, "si rischia di diventare troppo ottimisti. Ed è là che la legge colpisce". Scienza?Per fortuna no, solo fantascienza. O meglio, pubblicità ! La ricerca è stata infatti commissionata da un’azienda del gas che ha basato la sua campagna pubblicitaria, guarda caso, sulla legge di Murphy. A parte la considerazione su come le aziende possano essere ‘fondamentali’ per indirizzare e finanziare la ricerca… Possiamo continuare a pensare positivo!
La femme fatale C’è un tipo di donna che, sin dall’antichità spaventa gli uomini: è la grande seduttrice, la maliarda, la donna fatale, che costituisce, per il genere maschile, allo stesso tempo un’attrazione e una minaccia. E questo malgrado gli uomini abbiano avuto, da sempre, il predominio sul genere femminile Simone de Beauvoir, autrice del libro ‘Il secondo sesso’, pietra miliare del femminismo, scrisse: ‘La storia ci ha mostrato che gli uomini detengono da sempre i poteri concreti; dai primi tempi del patriarcato hanno giudicato conveniente tenere la donna in stato di minorità; i loro codici le sono ostili; in tal modo la donna fu posta concretamente come l’Altro’. Un ‘altro’ misterioso dunque, ma soprattutto pericoloso, per la sua capacità di attrarre e di distruggere. Di donne temibili e crudeli se ne trovano già nella Bibbia, con il mito di Lilith, per non parlare delle arpie nella mitologia greca, delle sirene narrate da Omero, del mito della Sfinge, della Medusa, fino ad arrivare alla strega medievale, a Lucrezia Borgia, alla figura settecentesca della Duchessa de Merteuil, invenzione di Choderlos de Laclos nelle sue “Le relazioni Pericolose”, alle donne della letteratura romantica come la Carmen di Mérimée, la Cécily dei Mystères de Paris, la Cleopatra di Gautier, le donne-vampiro descritte da Masoch e ritratte da Klimt, le femmes fatales proposte dal cinema. Un altro mito diffuso di donna pericolosa è la donna castratrice, simboleggiata dalla vagina dentata: labbra socchiuse che nascondono denti affilati, pronti ad evirare il pene maschile ed intrappolare la vittima, dopo che gli si è proposto il piacere. Rimandano a questa immagine simbolica tute le leggende di animali mitici che minacciano l’uomo di inghiottirlo: Giona e la balena, Sigfrido e il Drago, Teseo e il Minotauro, Ercole e l’Idra e così via. “Une femme est un diable”, affermava Mérimée, ma sarebbe sbagliato dire che tutte le donne siano state viste dagli uomini come creature diaboliche. C’è infatti un altro modello femminile, che invece non ha mai provocato timore negli uomini ed è lo stereotipo della donna virtuosa, asessuata, angelicata. La donna-santa, che si contrappone alla donna-prostituta. La vergine può fare paura se decide di rimanere tale, se rifiuta il contatto con gli uomini: è il caso della strega medioevale, che non avendo mai conosciuto intimamente un uomo ha deciso di consacrarsi al diavolo. Molto più recente è lo stereotipo della Femme Fatale, trasposizione moderna degli antichi miti della Medusa e della Sfinge, cui è seguito, soprattutto nel cinema, lo stereotipo della Vamp (da ‘vampiro’ , termine attribuito inizialmente all’attrice Theda Bara nel film ‘The Vampire’). La donna-vampiro rappresenta una donna con carattere sadico e con tratti nettamente psicopatici, che induce simbolicamente ad uccidere, per succhiare il sangue della vittima (in questo caso l’uomo). Calcolatrice, manipolatrice e crudele, la femme fatale usa il sesso con sfrontatezza, senza riguardo per le convenzioni: è determinata, capace di usare qualsiasi strategia per ottenere ciò che vuole. Soprattutto è una donna enigmatica, incomprensibile, inconoscibile. Del resto, se l’uomo l’avesse potuta conoscere profondamente, non ne avrebbe più avuto timore, e l’avrebbe sottomessa, come l’altro tipo di donna. Oggi la donna non ha più bisogno di utilizzare le armi del mistero e della seduzione per cercare e mantenere il potere attraverso l’uomo: è colta, impegnata, indipendente e può farcela da sola, qualsiasi cosa intraprenda. La crisi dell’uomo moderno, le difficoltà relazionali fra uomini e donne, che tutti conosciamo, ci mostrano che anche la donna emancipata dei nostri tempo incute timore, più per la sua intelligenza che per le sue arti fascinatorie. E allora, per alleviare l’ansia maschile, la donna di oggi deve nascondersi dietro una maschera di ipersessualità femminile, una sessualità sfoggiata, ostentata, esibita, che ha lo scopo di rassicurare gli uomini e la loro virilità.
Strategia di guerriglia nella coppia Vi sono alcuni individui che mettono deliberatamente in atto delle strategie manipolatorie nei confronti del partner, per poter avere il ruolo dominante nella coppia. Ne indichiamo alcune: - Strategie per disorientare. Sono delle strategie che prevedono autocontraddizioni, ottenibili mediante l'utilizzo di definizioni paradossali, come quello della persona che dice : ‘io non ti sto dicendo la verità’. E allora? Sei sincero nel dirmi che stai mentendo o menti quando mi dici la verità? Analogo è il caso del classico ‘io scherzo sempre…’ Scherzavi nel dire ciò che dicevi o scherzi adesso, nel dirmi che stavi solo scherzando? La confusione, come si vede, è totale. Altro esempio: ‘se anche io ti dico di fare il contrario, tu DEVI fare questo' Oppure: 'non devi fare quello che dico io, DEVI dare quello che vuoi'. Ma come si fa a fare ciò che si vuole se qualcuno te lo ha imposto? Se tu mi obblighi a disubbidire, cosa devo fare? Con queste strategie si mette il coniuge in una situazione di subordinazione, richiedendo all’altro di comportarsi come se il rapporto fosse in una situazione di parità (coppia simmetrica), mentre invece non lo è, altrimenti non ci sarebbe bisogno che uno dei due coniugi ingiungesse all’altro di comportarsi ‘come se’. L’altro si trova quindi a vivere una condizione di confusione, di inautnticità, per cui qualunque cosa faccia, sicuramente la sbaglia. - Strategie per colpevolizzare. Qui le tattiche sono dirette ad accusare l’altro di essere responsabile di tutte le situazioni sgradevoli. Per fare questo il coniuge stratega mostra di ritenersi indenne da colpa, parte per primo nelle accuse, cerca testimonianze a suo favore presso parenti o amici. Lo stratega nega ogni responsabilità propria, addossa tutte le colpe all’altro, presenta le proprie impressioni come accadimenti reali anche attraverso testimonianze a lui favorevoli. E' difficile attuare delle controstrategie: la cosa migliore da fare è cercare di mettere il partner nella condizione di assumersi realmente delle responsabilità, di cui non possa poi facilmente scaricarsi (niente consigli, niente soluzioni condivise: deve decidere tutto lui/lei) Un'altra strategia che tende ad accusare l'altro, completamente diversa dalla precedente, si ha quando lo stratega tende a rendersi vittima dell’altro, aizzandolo all’aggressione. Questi individui si comportano come quelli che vanno in giro con un cartello nel quale c’è scritto: ‘per favore non prendetemi a calci’! Leggendo questo cartello, anche chi non avrebbe mai pensato di fare una cosa del genere, prende in considerazione tale possibilità. E allora? Chi è la vittima e chi è il carnefice ? In questo modo gli avvenimenti che appaiono casuali, sono in realtà preordinati e manipolati dalla vittima. Prendete quelle ragazze che vanno in giro con una maglietta in cui vi sia scritto ‘per favore non toccatemi il seno!... Cosa vi aspettate che succeda? In questo caso va dunque smascherato il processo di vittimizzazione, non assumendo per sé il ruolo dell’aggressore. - Strategie per imbarazzare. Con queste strategie, la vittima viene messa in un continuo stato di ansia, perché teme che il partner possa dire o fare da un momento all’altro qualcosa di imbarazzante. Queste strategie sono usate soprattutto da coloro che usano l’umorismo e la battuta ironica o sarcastica con facilità. La vittima avverte naturalmente il messaggio ostile, ma dal momento che è scherzoso non ha molti strumenti per difendersi, a meno che lei stessa non usi la stessa arma dell’umorismo, il che non è sempre facile: sembra infatti che due persone spiritose difficilmente si mettano insieme… - Strategie per far uscire dai gangheri. Una di queste è ignorare il partner nelle discussioni, assumendo un atteggiamento di superiorità. Il suo gioco è quello di non giocare, mostranosi più schifato che arrabbiato. - Le controstrategie sono essenzialmente di tre tipi: - abbandonare il campo, cioè andarsene: facile in sé, ma difficile per le conseguenze che comporta; - smascherare lo stratega: difficilissima, perché richiede un temperamento calmo e riflessivo; - reagire con umorismo: più facile di tutte, purché si sia capaci di ironia ed auto-ironia. Chi non ne è capace però può sempre imparare...
Perché ci si sposa, perché ci si separa Molti matrimoni, apparentemente nati sotto la buona stella di un grande amore, si concludono poi con una separazione traumatica, dove i due coniugi sembrano non riconoscersi più a vicenda, essendosi rapidamente trasformati da persone ‘meravigliose’ a persone ‘odiose’. Come può succedere una cosa del genere? Ci si sposa (o si decide di convivere) per vari motivi, fra cui quello di avere una promozione a livello sociale, di sentirsi a pieno titolo delle persone che hanno terminato il loro processo di formazione e sono entrate a pieno titolo nell’età adulta. Negli ambienti più tradizionali poi, si opta ancor oggi per il matrimonio tradizionale, che è il più antico e universale rito di passaggio verso l’età adulta. Sposandosi infatti, ci si emancipa rapidamente dalla famiglia d’origine e ci si può permettere di avere una vita sessuale, non solo accettata socialmente, ma addirittura incoraggiata. Quando ci si sposa o si va a convivere si spera, evidentemente, di costruire con il/la partner una buona intesa di coppia e trovare così serenità, equilibrio, tranquillità. La ‘bontà’ del/la partner riguarda vari fattori: l’attrazione sessuale che si prova nei suoi confronti, le qualità del suo carattere, in molti casi anche fattori più materiali, come la posizione sociale ecc. A volte la scelta matrimoniale viene compiuta per semplice conformismo sociale: perché lo fanno tutti gli amici, oppure per legalizzare un’unione dopo un periodo di convivenza, perché ci si ritrova in attesa di un figlio, per dare una prova d’amore all’altro, per rispetto delle convenzioni sociali e religiose e perfino, come molti dichiarano, per ricevere dei regali, o una casa in cui vivere, da parte dei genitori o dei suoceri. La motivazione centrale di una coppia che decide di sposarsi è quella di trascorrere del tempo insieme, creare un’unione stabile, mettere al mondo dei figli. Queste almeno le motivazioni consce. E’ difficile accorgersi di quanto le proprie preferenze siano in gran parte culturalmente determinate e le scelte tengano conto delle aspettative che i membri del proprio gruppo sociale hanno nei propri confronti. Ma il più forte condizionamento viene dall’introiezione delle figure primarie di attaccamento e da una sorta di coazione a ripetere, che spinge a ricercare antiche sensazioni nella nuova unione. ’Il matrimonio è la tomba dell’amore’ si dice, ed in molti casi è davvero così: la vita in comune, la troppa intimità, le preoccupazioni economiche e lavorative, la nascita e l’educazione dei figli, la scomparsa di qualsiasi senso di mistero nel partner, il suo eccesso di disponibilità e presenza producono assuefazione e con essa fastidio e noia. Molti partner inoltre diventano molto critici nei confronti dell’altro, per cui le liti sono frequenti, scoprono nel partner dei difetti che non avevano immaginato. Tutto perde di valore: il progetto matrimoniale, il partner, sé stessi. Molte persone si sentono intrappolate nel rapporto matrimoniale, manipolate dall’altro, che viene vissuto come oppressivo e limitante. Chi è concentrato infatti sui suoi bisogni, sull’esigenza di crescita personale, può sentirsi via via diverso, maturato, cambiato, e dunque allontanarsi dalla figura del partner, sentito sempre più lontano, con il quale diventa difficile perfino la comunicazione: ciascuno finisce per fare una propria vita indipendente, che poi porta al desiderio o all’esigenza della separazione. Per molti, al centro della discordia coniugale sono i rapporti sessuali, che diventano abitudinari e sempre meno soddisfacenti. L’aria di conflitto perenne, la scarsa comunicazione, la limitata soddisfazione nei rapporti porta così a cercare delle evasioni extraconiugali, che a loro volta sono foriere di ulteriori litigi ed incomprensioni. E così da partners ‘buoni’ si diventa ‘cattivi’, senza spesso neanche capire fino in fondo quali siano stati gli strani meccanismi e reazioni che hanno modificato questa delicatissima alchimia, che è l’amore.
La prima impressione è quella che conta Ci vuole un decimo di secondo perché una persona esprima un giudizio su di voi, basandosi sulla vostra fisionomia facciale. Janine Willis and Alexander Todorov hanno chiesto a degli studenti universitari di esprimere un giudizio su bellezza, simpatia, competenza, affidabilità, aggressività di alcune facce di attori, dopo averle guardate per 100ms. I risultati ottenuti sono stati del tutto simili a quelli ottenuti in un esperimento simile, che si differenziava da quello descritto solamente perché i partecipanti avevano tutto il tempo che volevano per esprimere un giudizio sulle persone ritratte nelle foto che venivano loro date da esaminare. Le piccolissime variazioni ottenute, nell'osservare le foto più a lungo, avevano due caratteristiche: 1. i giudizi erano leggermente più negativi; 2 l'autore del giudizio si mostrava più sicuro della sua interpretazione. Conclusione: per giudicare una persona ci vuole pochissimo e poi è difficile cambiare idea. La prima impressione insomma è quella che conta.
Leggere ai figli li rende più intelligenti Chi ha detto che è tempo sprecato leggere libri ai bambini piccoli? Helen Raikes e colleghi hanno chiesto a 2.581 madri di famiglie povere, quante volte avevano letto qualcosa ai loro figli, quando essi avevano 14-24 e 36 mesi. Si è visto così che i bambini cui veniva letto qualcosa giornalmente o diverse volte alla settimana, conoscevano molte più parole dei loro coetanei cui non veniva letto nulla. Certamente va detto anche che, se i genitori leggono ai figli delle storie, è abbstanza probabile che a loro volta siano dei lettori e dunque abbiano un vocabolario più esteso, dal quale i loro figli possono attingere ed imparare. I ricercatori però hanno fatto un'altra scoperta interessante: i bambini che ascoltavano le letture dei genitori a 24 mesi avevano un vocabolario più ricco di quelli che ascoltavano le letture a 36 mesi, e questo indipendentemente da quante volte poi essi abbiano ascoltato le letture dei genitori in altre età. Un'altra scoperta della ricerca è che, in ogni caso, i bambini cui venivano letti dei libri avevano più strumenti cognitivi degli altri. Secondo la ricercatrice Helen Raikes della Nebraska-Lincoln university occorre iniziare a leggere ai propri figli molto prima di quanto si è ritenuto finora. Invece si legge ai figli solo in tre casi: se le madri hanno una buona cultura, se i figli sono primogeniti o femmine.
Violenza domestica e morti premature Se una donna subisce violenza domestica (leggi: da parte del marito) durante la gravidanza, il bambino corre il rischio di morire durante i primi stadi dell'infanzia, secondo uno studio condotto in India dai ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health. Il rischio della morte del bambino è più che doppio durante il periodo perinatale (28 settimane di gravidanza fino a sette giorni dopo la nascita) e neonatale (primo mese di vita. Lo studio è pubblicato nel numero di Agosto dell'American Journal of Public Health. "Lo studio ha sscoperto che almeno una su cinque morti nel periodo perinatale o neonatale potrebbe essere prevenuta attraverso l'eliminazione della violenza domestica" ha dichiarato Saifuddin Ahmed, MBBS, psicologo, assistente nel Department of Population and Family Health Sciences alla Bloomberg School of Public Health. Lo studio ha riguardato 5.553 coppie sposate e i riusltati di 2.199 gravidanze. I risultati dicono che quasi il 18% delle donne partecipanti allo studio hanno subito abusi fisici da parte del marito durante l'ultima gravidanza. (Dato che negli USA è stimato fra il 4 l'8%). Non sembra tuttavia che vi sia correlazione fra morte del bambino in epoche successive a quelle indicate e abusi subiti dalla madre. La spiegazione della morte dei piccoli può essere ricercata nella mancata cura di sé della donna, nello stress, nella non corretta alimentazione della donna. Fonte: "Effects of Domestic Violence on Perinatal and Early-Childhood Mortality: Evidence from North India" was written by Saifuddin Ahmed, MBBS, PhD, Michael A. Koenig, PhD and Rob Stephenson, PhD. Stephenson is with the Rollins School of Public Health, Emory University.
Stalking Un fenomeno di violenza in realtà antico, è stato codificato di recente con il termine 'stalking' (dall'inglese to stalk, 'fare la posta', usato ad esempio quando si va a caccia). Consiste in ripetuti comportamenti di controllo e molestie su una vittima designata. I comportamenti di stalking si distinguono in indiretti (telefonate, invio di e-mails, pedinamenti, appostamenti, distruzione di oggetti che appartengono alla vittima, uccisione dei suoi animali domestici ecc.) e diretti (vicinanza fisica in pubblico, condotte minacciose a distanza ravvicinata). La vittima che subisce questi atti si sente privata anzitutto della libertà psicologica, oltre che fisica, soprattutto se queste attenzioni del suo persecutore sono ossessive, non gradite e generano in lei fastidio e preoccupazione. I primi casi osservati di stalking hanno riguardato, specie nel mondo anglosassone, personalità dello spettacolo, ma ora sono in crescita le richieste di aiuto anche da parte di persone comuni soprattutto donne, tormentate da telefonate, lettere d’amore non gradite, ma anche minacce o aggressioni, nella vita privata come nel posto di lavoro. Solo raramente il fenomeno riguarda persone con problemi psichiatrici e manifestazioni deliranti: i comportamenti dello stalker nascono piuttosto da lucidi desideri di vendetta o di controllo sulla vita della vittima, magari per recuperare una relazione ormai finita, oppure per allontanare la vittima dalla frequentazione di un nuovo partner, per convincerla a cambiare determinate scelte. Altre volte si tratta di molestatori sessuali abituali o di corteggiatori maldestri, che non si rendono conto di essere invadenti e inopportuni. Perché vi sia “stalking” le minacce, i pedinamenti e le molestie devono durare per un periodo minimo di quattro settimane e replicate per un numero minimo di dieci manifestazioni. I comportamenti devono essere consapevoli, intenzionali e ripetuti.
Le esperienze negative lasciano il segno Uno studio della School of Psychology presso la University of Leicester rivela che mentre alcune persone possono diventare più dure e ciniche dopo aver affrontato delle avversità, la maggior parte diventa più facilmente manipolabile. Lo studio è stato realizzato da Kim Drake sotto la supervisione di Ray Bull e Julian Boon e ha coinvolto 60 partecipanti. Le “esperienze negative” considerate sono state: gravi malattie o incidenti personali o a familiari e amici, difficoltà al lavoro, episodi di bullismo a scuola, problemi nelle relazioni interpersonali, furti, divorzio dei genitori, morte di parenti o amici. “Le persone che hanno avuto esperienze negative nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza sono più propense a credere a informazioni fasulle, nel breve periodo sono più suggestionabili, e sono facilmente ingannabili cosa che avrebbe un impatto nelle future scelte di vita. Inoltre, sentono molto di più la pressione dell’opinione degli altri”, racconta Drake. “La maggior parte delle persone”, continua il ricercatore, “imparerebbe da queste esperienze a dubitare della propria capacità di giudizio. In sostanza apprenderebbe a non fidarsi delle proprie azioni, giudizi e decisioni a causa del fatto che la maggior parte delle volte queste azioni hanno portato conseguenze spiacevoli”. Al contrario, le esperienze positive sembrano rafforzare la fiducia in sé stessi e nel proprio agire. I genitori giocano un ruolo determinante nell’insegnare come reagire alle avversità e come mantenere una mentalità positiva e un giusto grado di fiducia in sé stessi. Farsi suggestionare nelle scelte di vita può significare non scegliere il meglio per la propria salute e il proprio benessere, non credere nelle proprie idee può voler dire soccombere a quelle degli altri. Fonte: University of Leicester Press Release via Yahoo Salute
Stress e gravidanza Alcuni ricercatori hanno riscontrato che forti livelli di stress possono ridurre la fertilità femminile alterando il ciclo mestruale ed in alcuni casi impedendo completamente l'ovulazione. Uno studio condotto su donne che non avevano avuto il ciclo regolare negli ultimi sei mesi ha scoperto che la psicoterapia ha avuto su di loro un effetto sorprendente, riducendo lo stress e recuperando la fertilità nell'80% dei casi. Secondo gli scienziati, il 5-10% delle donne sperimenta una mancanza di ciclo mestruale in determinati periodi, a volte per scarsa nutrizione, a volte per eccesso di esercizio fisico. Un numero assai maggiore di donne inoltre sperimenta alterazioni del ciclo senza esserne consapevole, e questo determina una riduzione della fertilità. La professoressa Sarah Berga, che ha condotto lo studio presso la Emory University di Atlanta, Georgia, ha detto che la psicoterapia può essere una valida alternativa ai costosi e spesso complessi trattamenti dell'infertilità. Secondo la dottoressa, molte donne che non riescono ad avere figli, cercano di distrarsi andando in palestra, aumentando l'esercizio fisico, ma questo non fa che aumentare anche il livello di stress dell'organismo e dunque peggiora la situazione. Certamente la soluzione non è nemmeno quella di lasciarsi andare all'ozio più completo nella propria casa: anche questo è un fattore di stress. Parlando al meeting annuale della European Society of Human Reproduction and Embryology a Praga, la Professoressa Berga ha dichiarato che spesso le donne che soffrono di forti livelli di stress non ne sono consapevoli, non lo notano. Le donne utilizzate per questo studio non ammettevano ad esempio di essere stressate ed erano troppo prese dal loro lavoro e dai risultati che questo produceva sulla loro autostima. La Barga sta ora studiando un campione composto di 2.000- 4.000 donne per provare i risultati ottenuti sul suo campione, anche su una più larga scala. Fonte: The Guardian
La Nuzialità in Italia Secondo recentissimi dati ISTAT, nel 2005 vi sono stati più di 250 mila matrimoni, valore invariato rispetto al 2004 anche in rapporto alla popolazione con un tasso di nuzialità fermo al 4,3 per mille. Dal punto di vista territoriale le differenze tra le varie regioni rimangono invariate: nel Mezzogiorno si stima una nuzialità più alta (4,8) rispetto al Centro (4,6) e al Nord (3,8). In particolare, Campania (5,4) e Sicilia (4,8), per il Mezzogiorno, e il Lazio (5,2), per il Centro, sono le regioni dove si contrae il maggior numero di matrimoni in rapporto alla popolazione. Sul fronte opposto si rilevano invece bassi livelli di nuzialità nelle regioni del Nord-est, con in testa Emilia- Romagna (3,5) e Friuli-Venezia Giulia (3,6). Che nella prima metà dell’attuale decennio il comportamento nuziale stia attraversando una fase di stasi, che interrompe di fatto la tendenza alla continua contrazione evidenziatasi nel corso degli anni ’90, ma che non mostra alcuna chiara inversione di rotta (come sta avvenendo invece per i comportamenti riproduttivi), lo si evince anche prendendo in esame il tasso di nuzialità totale suddiviso per genere. E’ opportuno ricordare che le statistiche sulla nuzialità qui riportate fanno riferimento alla popolazione presente, ovvero al luogo di celebrazione del rito nuziale e non a quello di residenza degli sposi. In alcune realtà territoriali i tassi possono risultare influenzati dal cosiddetto “turismo nuziale”. Fonte ISTAT
Il Matrimonio: una definizione Vita in comune tra persone di sesso diverso che articola al suo interno la soluzione di alcune esigenze fondamentali della società, quali la necessità di esogamia, la proibizione dell'incesto, la regolamentazione dell'attività sessuale e la divisione dei compiti. Ciò spiega la diffusione del matrimonio e la sua importanza sociale, che pongono questo rapporto al centro di numerosi studi antropologici e sociologici. Dal punto di vista psicologico, il matrimonio si inserisce nel processo dell' evoluzione psichica considerata sotto il profilo dell'individuazione e della coesione che sono in un rapporto inversamente proporzionale, per cui ad una diminuzione di coesione corrisponde un aumento di individuazione. Quando l'individuazione ha raggiunto un sufficiente livello di maturità e non è più semplice separazione reattiva dagli altri e quando la coesione si è evoluta da bisogno simbiotico a bisogno dell'altro in quanto altroi, allora si creano le condizioni di mutualità, in cui i membri dipendono l'uno dall'altro per lo sviluppo delle rispettive potenzialità. Tratto da : Galimberti U., Dizionario di Psicologia, De Agostini
Gli inutili conflitti Le persone che sentono di avere opinioni diverse, su qualsiasi argomento, tendono ad esasperare i propri punti di vista, per mostrarsi differenti, alternative, rispetto ad altri soggetti o gruppi che sostengono idee diverse. Lo vediamo ad esempio in politica, ma è la stessa cosa nei conflitti che riguardano la famiglia e la coppia. Il conflitto esasperato fa si che si veda nell’altro, o negli altri, solo un nemico o dei nemici che mettono a rischio i valori fondamentali, fondanti, della propria personalità, del proprio gruppo sociale, o dello schieramento politico cui si appartiene: il sentirsi minacciati porta ad una reazione e ad una radicalizazione delle differenze. In realtà, tra persone e gruppi appartenenti a posizioni differenti o anche opposte, le ricerche di psicologia sociale ci hanno dimostrato che molti sono i valori trasversali condivisi, i quali spesso tendono invece ad essere minimizzati, per poter amplificare le differenze e dunque la scelta radicale fra una posizione o l’altra. Accade così che, per effetto della coesione difensiva, tutte le energie della persona o del gruppo si scaglino contro un elemento esterno, reale o virtuale, sentito come minaccioso. Perché lo si fa? La ragione è semplice: in questo modo le persone o i gruppi riescono a ritrovare al loro interno la possibilità di soddisfare i propri bisogni di appartenenza o di affiliazione, con rimozione delle proprie tensioni interne, che vengono così riferite ad un oggetto esterno, percepito come persecutore o minacciante. Se un gruppo si oppone ad un altro poi, questo atteggiamento alimenta la coesione dei singoli all’interno del gruppo, minimizzando le reciproche differenze. Nei conflitti di ogni tipo, il difetto risiede quasi sempre nella comunicazione: non si riesce ad accettare il confronto, non si ascolta l’altro, non si cerca di capire le sue ragioni. Ciascuno vede nell’altro (o negli altri) solamente una minaccia per i propri valori, gelosamente conservati e mai discussi e così non si riesce a capire che a volte quei valori sono condivisi, dall’altro o dagli altri, anche se vengono espressi con parole diverse, o attraverso modalità differenti di realizzazione. Il suggerimento che viene dalla psicologia è dunque quello di non combattere battaglie inutili e devastanti sui valori, ma cercare, attraverso un reciproco sforzo di comunicazione, di partecipare alla messa a punto di progetti comuni, reali e tangibili, anziché concentrarsi sul vissuto di minaccia, sulla sensazione che vengano messi in dubbio i propri valori. I valori insomma sono una cosa, la vita sociale è un’altra: occorre concentrarsi sui progetti e non sulle idee: del resto, le idee non possono essere giuste o sbagliate ed è difficile capire chi ha un’idea migliore dell’altra; i progetti realizzati invece, producono effetti sulla realtà e sono più facilmente valutabili da un punto di vista oggettivo e, dunque, migliorabili.
Le donne preferiscono lo stipendio fisso Il fatto che in media le donne guadagnino meno degli uomini non è sempre il risultato di una discriminazione: infatti, se viene data loro la possibilità di scegliere tra un salario fisso ed uno basato sui risultati, le donne scelgono il primo, anche se capiscono che nell'altro modo probabilmente guadagnerebbero di più. Questi i risultati di uno studio condotto dall'Università di Bonn. Lo studio ha riguardato 119 uomini e 121 donne. Nell'esperimento condotto, solo il 44% delle donne hanno scelto di legare il guadagno ai risultati, contro il 68% degli uomini. Ecco perché, spiegano i ricercatori, il 33% delle donne tedesche lavora nel pubblico, dove lo stipendio è basso ma sicuro e solo il 21% degli uomini lavorano in questo settore.Gli uomini insomma, sembrano più preparati nell'assumersi dei rischi.
E' la cultura che salva la vita Nell'ultimo numero della rivista Journal of the American Medical Association, Michael Marmot, un epidemiologo dell’International Institute for Society and Health inglese che da anni si occupa del rapporto tra salute e società, sostiene che sicuramente c'è una correlazione positiva fra livello sociale e qualità della vita, ma il motivo non è legato alla ricchezza, quanto al “capitale sociale” della persona, cioè alla sua cultura. La cultura fornisce insomma i mezzi intellettivi per essere critici e giudiziosi rispetto alle scelte da fare per preservare la propria salute. Questo è vero in Europa, dove uno stato sociale più presente garantisce a tutte le persone lo stesso accesso alle cure pubbliche, ma persino negli Stati Uniti ,dove la Sanità ha una grossa componente privata. Fonte: Marmot M. Status Syndrome: a challenge to medicine. JAMA 2006;295:1304-6.
Minori in videogioco Dalla ricerca “Minori in videogioco” del Centro Minori e Media presentata a Firenze, è emerso che il 40 per cento dei ragazzi italiani gioca ai videogame fino a tre ore al giorno e la metà gioca da solo. Fra i dati emersi dalla ricerca: – la fascia intermedia dei minori (14-15 anni) gioca di più, sia rispetto ai più giovani (11-13), sia rispetto ai più vecchi (16-18) – le differenze di sesso circa lo strumento usato per giocare (pc, playstation, game boy...) sono molto meno marcate di quanto si prevedesse, invece il genere influenza di più il tipo di gioco preferito (i ragazzi preferiscono sport e combattimento, le ragazze avventura) – i giochi di strategia e di ruolo sono preferiti dai più adulti (16-18 anni), mentre avventura e combattimento sono preferiti dai più giovani – 1 ragazzo su 4 ha giocato on line con estranei ed alcuni di loro hanno poi incontrato le persone conosciute on line – oltre il 5 per cento ritiene che non si crei mai dipendenza – la maggioranza (47 per cento) ritiene che si diventa dipendenti giocando più di 6 ore al giorno – il 14 per cento pensa che ci vogliano più di 10 ore al giorno per diventare dipendenti – il 12 per cento ritiene che ci vogliano più di 14 ore al giorno. Fonte: Ufficio stampa Centro Minori e Media 2006 Via Yahoo Salute
Anziani sposati, anziani più sani Anziani felicemente sposati = Anziani più sani Anna Phillips ed i suoi collaboratori della Università di Birmingham in Inghilterra, hanno condotto un’indagine su 184 persone (80 uomini, 104 donne) di età superiore ai 65 anni d'età. Si sapeva già che, per il benessere degli anziani, è necessario preservare il buon funzionamento del sistema immunitario (favorito dalla condizione di vivere in coppia). Ora, con questo studio, pubblicato sulla rivista Brain, Behaviour, and Immunity, è emerso che perfino l’efficacia del vaccino antinfluenzale migliora negli anziani quando vivono un buon rapporto matrimoniale. Gli anziani partecipanti alla ricerca sono stati tutti vaccinati contro i tre ceppi di influenza. A 1 e a 12 mesi dalla vaccinazione sono stati poi sottoposti ad analisi del sangue per misurare il livello di anticorpi contro i ceppi di influenza per cui erano stati vaccinati. Nel contempo è stato somministrato loro un questionario per misurare il livello di stress di ciascuno e registrare eventi quali un lutto in famiglia o tra gli amici stretti. È emerso che, se ad esempio avevano vissuto la tragedia di un lutto, avevano copertura immunitaria ridotta del 69 per cento contro uno dei ceppi influenzali, dell’83 per cento contro un altro. Gli individui non sposati o vedovi avevano il 74 per cento in meno di anticorpi specifici contro i virus influenzali rispetto a individui con una relazione coniugale soddisfacente. Secondo Stewart Neufeld, dell’Institute for Gerontology alla Wayne State University, è possibile che il lutto abbia un effetto negativo sulla risposta del sistema immunitario degli anziani perché di solito si risponde ad esso adottando, anche solo temporaneamente, abitudini di vita scorrette quali sedentarietà e cattiva alimentazione, ma i ricercatori britannici controbattono che la carica di anticorpi antinfluenzali è marcatamente influenzata dal lutto anche quando si pesano fattori come il livello individuale di sedentarietà e le abitudini alimentari. Inoltre, tutti gli anziani coinvolti nello studio avevano abitudini di vita sane. Questi risultati, hanno dunque concluso gli studiosi, dovrebbero far riflettere sulla necessità di un supporto psicologico agli anziani che subiscono un lutto per aiutarli a superare l’evento, proteggendo al tempo stesso il loro stato di salute. Fonte: Phillips AC et al. Bereavement and marriage are associated with antibody response to influenza vaccination in the elderly. Brain, Behaviour, and Immunity 2006; 20(2) via Yahoo Salute
L'Amore In psicologia il sentimento dell’amore è stato definito secondo varie chiavi di lettura. Ad esempio è stato considerato il modo cui ricorre la personalità inadeguata, che cerca nel partner gli ideali a cui tiene ma che non è stata in grado di realizzare. In questo cas l’amore dà origine ad una dipendenza nei confronti dell’amato/a e la sua funzione è, eminentemente, quella di un rimedio contro l’ansia.C’è anche una lettura dell’amore come sviluppo naturale della personalità adeguata, per cui in cui c’è il rispetto per la libertà dell’altro e per le rispettive autonomie: l’amore non è dettato dal bisogno di acquisizione, ma da una sorta di sovrabbondanza oblativa. L’amore-passione è quello connotato da un forte eccitamento sessuale, che di frequente si riscontra nelle fasi iniziali dell’amore e che verrà poi sostituito dall’amore-stima, che si alimenta di familiarità e vicinanza, ma anche di riconoscimento dei valori espressi dalle reciproche personalità. Altre distinzioni sono nelle caratteristiche di alcune componenti dell’amore: L’agape è una forma d’amore diretta verso l’altro, per favorirne sopravvivenza e benessere, senza attendere in cambio particolari gratificazioni. Corrisponde all’amore altruistico, ad esempio quello dei genitori verso un figlio. L’affetto, che ha le sue radici nel primitivo attaccamento del bambino alla madre ed il cui proseguimento è la richiesta di vicinanza dell’altro e di familiarità. La philia, basata sull’aspettativa di una reale gratificazione da parte dell’altro, che si intende ricambiare. E’ un amore che si nutre di ammirazione, di sostegno e di attribuzione di qualità positive all’altro. L’eros che ha la sua radice profonda nel desiderio sessuale, che genera desiderio di possesso e di esclusività, non disgiunto dall’idealizzazione dell’amato e da una tendenza al dominio totale su di lui. Fattori costitutivi dell’amore (o costellazioni, come le chiama Sternberg): l’intimità, che implica i sentimenti di vicinanza, unione, legame, tipici dei rapporti amorosi. La passione che ha il suo centro nella sessualità e da cui si irradiano attrazione e idealizzazione. La decisione cioè la determinazione ad amarsi nel breve periodo e la determinazione a continuare a farlo nel tempo. Ognuna di queste componenti esercita un’influenza sulle altre, per cui un cambiamento nello schema dell’impegno ha conseguenze profonde sull’intimità e la passione, così come un forte stimolo passionale indurrà a cercare soddisfazioni nel breve termine, lasciando sullo sfondo decisioni a lungo termine.
Litigare in modo sano E’ assolutamente necessario, per le coppie, imparare a litigare in modo sano. Uno studio condotto su 150 coppie in buona salute, ma non più giovanissime (età media sui 60 anni), condotta dal Professor Tim Smith e da altri psicologi della University dello Utah, presentata a Denver durante il meeting annuale dell’ American Psychosomatic Society, ha scoperto che le donne che hanno un atteggiamento ostile nei confronti del partner hanno maggiori possibilità di ammalarsi di aterosclerosi (indurimento delle arterie coronarie), specialmente se condividono questo atteggiamento ostile con il marito. Insomma, ammonisce Smith "Una relazione di scarsa qualità è un fattore di rischio per un disturbo cardiovascolare." Lo studio è durato dal 2002 al 2005 ed ha riguardato 150 coppie sposate con almeno un membro tra i 60 ed i 70 anni, mentre l’altro doveva avere non più di cinque anni di meno o di più. I partecipanti non avevano già avuto una diagnosi di disturbo cardiovascolare e non stavano prendendo farmaci per curare questo problema. Ad ogni coniuge sono stati dati 150 dollari ciascuno per partecipare, oltre a un bonus di 300 dollari per fare degli accertamenti medici sulle arterie coronarie – le arterie che alimentano il muscolo cardiaco e che possono causare un attacco di cuore quando sono bloccate Ogni coppia ha dovuto scegliere un argomento –soldi, parenti, figli, vacanze, faccende domestiche – sul quale spesso erano in disaccordo. Poi, mentre erano tranquillamente seduti su comode poltrone, vis-a-vis, ma divisi da un tavolo, ogni coppia ha parlato dell’argomento scelto per 6 minuti, mentre erano ripresi da una telecamera. Espressioni come ‘sei così stupido certe volte’, oppure ‘non voglio che che fai così, voglio che fai come ti dico io’ sono stati codificati dai ricercatori come comportamenti ‘ostili’ o ‘dominanti’. Al contrario, un espressione di sottomessione era quello di chi diceva ‘si, è una buona idea, facciamo così’. Le coppie sono state generalmente calme nel discutere fra loro, anche se in alcuni casi hanno mostrato un atteggiamento molto ostile. I Ricercatori hanno desunto che questo doveva anche essere l’atteggiamento che queste coppie avevano anche a casa loro. Due giorni dopo la discussione, ogni coppia si è sottoposta a visita cardiologia. Risultati: Più le donne avevano fatto dei commenti ostili durante la discussione, più presentavano segni di calcificazione alle arterie. Ancor di più se il marito si era mostrato altrettanto ostile. La gravità di indurimento delle arterie non riguardava l’atteggiamento dominante della moglie o del marito nelle donne esaminate, così come non c’era relazione, per gli uomini, fra la severità della malattia e l’ostilità con cui i coniugi si erano parlati. I mariti che si erano mostrati più dominanti, o le cui mogli avevano mostrato questo comportamento, erano più a rischio di altri uomini di avere le arterie maggiormente indurite. In ogni caso, l’ostilità durante le dispute coniugali è stata peggiore per i cuori delle donne, mentre cercare di controllare il proprio comportamento nelle liti si è dimostrato un pericolo per gli uomini. In conclusione, lo studio dimostra che agli uomini converrebbe litigare senza cercare di controllarsi troppo, mentre alle donne converrebbe mostrare di meno la propria ostilità. O meglio, converrebbe ai loro cuori. I disaccordi sono inevitabili, dice Smith, ma dovremmo fare attenzione a cercare di litigare in un modo ‘sano’. Fonte: University of Utah Public Relations
Amore e altruismo Negli USA è stato condotto uno studio sull’altruismo da parte della Università di Chicago e si è visto che le persone che in genere provano forti sentimenti di amore per gli altri hanno più possibilità di stabilire delle relazioni d’amore forti e durature con il/la proprio/a partner. Le domande erano del tipo’ preferirei soffrire io piuttosto che vedere soffrire la persona che amo’ oppure ‘sono contento/a di fare dei sacrifici per permettere alla persona che amo di realizzare i suoi desideri’. Tra le persone che hanno risposto meno positivamente a queste affermazioni, il 50% ha definito il proprio matrimonio ‘molto felice’, mentre tra i più altruisti sono state ben 67 persone su cento a dichiararsi ‘felicemente sposate’. Si è visto poi che le persone sposate tendono ad essere più altruiste dei ‘mai sposati’ (40% contro 20%), mentre i divorziati ed i separati erano altruisti solo nel 26-28% dei casi. La relazione fra amore e comportamento altruistico viene forse dalla possibilità di poter apprezzare l’amore in un matrimonio sano e riflette il legame fra matrimonio e amore, come è insegnato da molte religioni, fra cui quella cattolica. La religione infatti promuove l’altruismo, come ha dimostrato lo studio; in particolare, le persone che pregano ogni giorno sono più propense ad atti altruistici di quelle che non pregano mai (77 volte all’anno, contro 60 volte). Le persone, anche ideologicamente distanti, sono più disponibili che in passato all’empatia e all’altruismo. A dichiararsi sensibili ai problemi delle persone meno fortunate sono stati il 5% in più del 2002: l’incremento di altruismo è forse dovuto al periodo storico che stiamo vivendo, ai suoi eventi negativi. Altre conclusioni dello studio: - Le donne hanno maggiori sentimenti di empatia degli uomini; - I bambini che crescono con entrambi i genitori hanno maggiori opportunità di sviluppare dei sentimenti di empatia; - I bambini che hanno meno di tutti la possibilità di sviluppare empatia sono quelli cresciuti dal solo padre; - La situazione economica familiare non influisce su altruismo e empatia.
Il nido vuoto Uno studio della Florida State University (professor Robin Simon e Ranae Evenson Vanderbilt University's) ha scoperto che i genitori presentano livelli molto più alti di depressione rispetto ad altri adulti di pari condizione che non hanno figli. Questi sintomi depressivi, oltre tutto, non scompaiono quando i figli crescono e se ne vanno di casa. I ricercatori ipotizzano che i genitori restino coinvolti nella vita dei loro figli e che continuino ad interessarsi a loro anche quando se ne sono andati di casa. E questo ha un costo emotivo molto consistente. Le preoccupazioni per i figli riguardano gli aspetti sociali, fisici, economici, emotivi; il loro benessere, la loro autorealizzazione. Lo studio, pubblicato sull ‘American Sociological Association's Journal of Health and Social Behavior, ha anche rilevato che I genitori di figli adulti (sia quando vivono in casa, sia quando si sono fatti una vita propria) ed I genitori che non hanno la custodia dei loro figli minorenni sono quelli che hanno maggiori sintomi di depressione. Dunque, questo significa che I genitori che vivono con I loro figli minorenni (biologici, adottati, figli dell’attuale partner) hanno meno sintomi di depressione: una scoperta che contraddice la credenza che i genitori ai quali vengono affidati i figli dopo un divorzio siano quelli che vivono il maggiore stress. I genitori sposati inoltre, sono meno depressi dei non sposati e gli effetti della genitorialità sulla depressione riguardano in ugual misura sia gli uomini che le donne. Il problema che i ricercatori evidenziano è l’assoluta solitudine che circonda i papà e le mamme dei nostri giorni: se fanno bene possono essere contenti di sé, ma se sbagliano non sanno a chi chiedere aiuto. Probabilmente la soluzione potrebbe essere quella, dicono i ricercatori, di rivolgersi ai servizi sociali. I segreti dei mariti felici Scott Haltzman, docente di psichiatria alla Brown University ha appena pubblicato un libro che sta facendo scalpore in America: «The Secrets of Happily Married Men», ovvero ‘I segreti degli uomini felicemente sposati’, ricco di consigli per uomini che vogliono non solo avere un matrimonio perfetto, ma anche successo, lunga vita e salute, come garantisce un matrimonio di lunga durata, nei confronti di chi divorzia (200% di aumento del rischio di morte). L’uomo deve trattare il matrimonio come fosse una scalata carrieristica, dove il successo e il raggiungimento della meta sono tutto; deve mettere a buon frutto i suoi connotati biologici di maschio alfa, aggressività, spirito competitivo, bisogno di primeggiare, incanalandoli per rendere felice la moglie. Secondo il professore, per comunicare la donna usa in media 7.000 parole al giorno e ben cinque toni diversi di voce, mentre l’uomo usa 2.000 parole e tre toni, il che dimostrerebbe che gli uomini sono gravemente carenti nella sfera comunicativa, emotiva ed intuitiva. «Quando parlano dei loro sentimenti, il loro livello di stress aumenta in maniera esponenziale, al contrario di quanto avviene nella donna». In The Secrets of Happily Married Men lo psichiatra offre la descrizione dettagliata delle “mansioni” del bravo marito: amore, rispetto, fedeltà coniugale ed emotiva, aiuto in casa e coi figli, solidarietà verso le sue ambizioni professionali. «Tratta tua moglie come tratteresti un cliente importante», spiega il libro, «accoglila con calore e cortesia, anticipa i suoi desideri e offrile doni appropriati». Per migliorare la vita coniugale Haltzman suggerisce ai mariti di «raccogliere dati, osservando lei in situazioni mondane, quando si rivela di più, prendendo note e scrivendo liste di cose da fare». In altre parole: mettere tutto nero su bianco, «come si farebbe in ufficio prima di un’importante riunione di lavoro». Il settimanale Time lo mette addirittura nella sua lista dei 6 libri del 2006 che «vi aiuteranno a essere più sani, realizzati e felici». Fonte: Corriere della Sera Feb 2006
Le donne che lavorano sono più felici Le donne britanniche sono più felici se svolgono lavori diversi dal lavoro di casalinga,secondo una ricerca dell’Economic and Social Research Council. 'Ciò che abbiamo scoperto contraddice i neo-conservatori, I quali sostengono che le donne sarebbero più felici se potessero tornare a fare il lavoro tradizionale di casalinga' dice la Professoressa Rosemary Crompton, che ha condotto una ricerca che ha preso in esame cittadini di diversi Paesi Europei ed in particolare donne inglesi e portoghesi. La ricetta per la felicità personale e la soddisfazione familiare consiste, secondo la ricercatrice, nella combinazione della possibilità di lavorare fuori di casa e nella più giusta divisione dei compiti domestici. Lo studio condotto infatti mostra che lo stress da lavoro, e tutti i conflitti che ne derivano, non riguardano tanto il lavoro in sé, ma le modalità in cui esso viene affrontato dalle lavoratrici: se vi fossero più lavori part time e la cultura dell’orario di lavoro lungo anche per le donne, tutto sarebbe più semplice. Nel Regno unito I ricercatori hanno trovato ad esempio una correlazione significativa fra i livelli di stress delle donne che lavorano e la loro ambizione di carriera. Le donne in carriera della Gran Bretagna, dice La Crompton, non hanno accesso ai servizi per la cura dei figli e per l’aiuto domestico. In Portogallo invece, secondo la ricercatrice, le donne manager hanno un orario di lavoro più limitato rispetto alle donne inglesi ed un più ampio accesso all’aiuto domestico retribuito. Secondo la Professoressa Crompton la rivoluzione culturale compiuta dalle donne, sta perdendo colpi. 'Le donne hanno meno possibilità, meno occasioni di scelta e meno flessibilità, non appena arrivano a posizioni lavorative di un certo prestigio. Nello stesso tempo la gestione del denaro familiare non è ancora diventata egualitaria ed il contributo degli uomini ai lavori domestici sembra si sia fermato all’apice raggiunto negli anni ottanta’. Per quanto riguarda il Portogallo, si è potuto calcolare che le donne portoghesi lavorano 68 ore a settimana circa, fra lavoro retribuito e lavoro domestico (molto più delle donne inglesi secondo lo studio. Tuttavia va precisato che nel campione di donne inglesi considerato, il 71% lavorava part time) e, ciò nonostante le portoghesi erano più orientate delle inglesi a pensare che sia la vita familiare che I loro bambini avrebbero sofferto della scelta della madre di andare a lavorare fuori di casa. Il conflitto fra vita familiare e vita lavorativa è assai meno accentuato in Finlandia ed in Norvegia, dove le famiglie con due lavoratori ricevono un generoso aiuto statale. Tuttavia, le donne francesi che pure ricevono sostanziosi aiuti finanziari per la cura dei bambini, hanno mostrato di vivere il conflitto in misura assai superiore alle donne scandinave. Il motivo? L’aiuto domestico prestato dai loro partners. Conclusione della professoressa Crompton: ‘Sebbene possano essere presi dei provvedimenti (ad esempio la riduzione dell’orario di lavoro) per aiutare le donne a superare meglio il conflitto vita familiare-vita lavorativa, occorre pensare anche a risolvere quelle particolari circostanze e tradizioni locali che regolano la gestione della vita familiare’
Matrimonio con benefit Il New York Time ha definito il fenomeno «matrimonio con benefit» e gli ha recentemente dedicato la copertina. E’ il matrimonio di lunga durata, ma ricco di tante scappatelle, la nuova forma di unione che piace agli americani. Un libro che esalta questa filosofia negli USA è ‘La regola delle 50 miglia’, dal titolo originale: ’50-mile-rule’, di Judith Brandt, che è già un best seller. (C’è anche un sito internet: www.50milerule.com). Il segreto è quello di concedersi tutte le scappatelle possibili, ma senza perdere mai completamente la testa e non sfasciare quindi il proprio matrimonio. Insomma, la regola della doppia morale, che da noi è sempre esistita… Vuoi per i più sentiti valori religiosi, vuoi per l’influenza della Chiesa cattolica, vuoi perché gli italiani non hanno mai avuto tanti soldi per poterselo permettere, da noi da sempre si tradisce e si trasgredisce, ma senza mandare a rotoli il proprio matrimonio. Dunque, per noi niente di così particolarmente sconvolgente. Non così per gli americani, che divorziano alla prima difficoltà incontrata dalla coppia e che hanno pochissimi matrimoni di lunga durata nella casistica dei loro registri anagrafici. Per aiutarsi a tradire con intelligenza dunque, suggerisce l’autrice, è bene scegliere un partner che abiti almeno a 50 miglia da casa propria. Questa della distanza è stata una specie di illuminazione per lei, tanto che, rivela: «Ho deciso di scrivere il libro durante una relazione con un uomo sposato, che mi ha spiegato che lo faceva solo quando la moglie era distante almeno un'ora di macchina». Le motivazioni per tradire descritte in The 50-mile rule sono tante, l’importante è seguire tutte le regole d’oro indicate nel libro. Indichiamo le più importanti: 1 - NON FARSI SCOPRIRE Il tradimento riuscito è quello che rimane segreto. 2 - SEGUIRE LA REGOLA DELLE 50 MIGLIA Evita spiacevoli incontri tra amante e coniuge mettendo almeno 50 miglia tra i due. 3 - PRATICARE SEMPRE SESSO SICURO Non solo usa sempre il preservativo, ma scegli un posto nascosto e non lasciare tracce dell’incontro. 4 - SCEGLIERE L’AMANTE CON INTELLIGENZA L’amante ideale è quello che sa qual è il suo posto nella graduatoria. 5 - NON COMUNICARE TROPPO CON L'AMANTE Non condividere troppi dettagli della tua vita matrimoniale, mantieni le due esperienze completamente separate. 6 - NON FARE PROMESSE CHE NON SI POSSONO MANTENERE Rompere una promessa può scatenare una catena emotiva che potrebbe ripercuotersi sulla vita matrimoniale, senza promesse non ci sono delusioni. 7 - EVITARE SPESE AZZARDATE Evita di insospettire il coniuge con spese azzardate o lasciare tracce indelebili come le tue iniziali su un gioiello regalato in uno slancio d’affetto. 8 - TERMINARE LA RELAZIONE NEL MOMENTO GIUSTO Una volta raccolti tutti i benefici di una relazione, esci senza spezzare il cuore dell’altra persona coinvolta, anche perché una persona ferita potrebbe diventare pericolosa. 9 - NEGARE SEMPRE Nega se interrogato, nega se ci sono le prove, nega se colto in flagrante. Ammettere un tradimento può solo peggiorare le cose. 10 - NON SENTIRSI COLPEVOLI Il senso di colpa è una forma di controllo istituita dalla società, non ne hai bisogno se segui le regole con attenzione. Insomma, come potremmo chiamarla, noi italiani, questa prodigiosa scoperta della Brandt? The discovery of the warm water?
Litigare fa male alla salute Lo stress che una coppia sposata sperimenta in una litigata di 30 minuti può ritardare di almeno un giorno la capacità dei loro corpi di rimarginare una ferita. E se l’ostilità fra i due partners persiste, il ritardo può essere ancora più lungo e comportare importanti implicazioni per le persone che soffrono di ferite croniche, come ad esempio le ulcere della pelle. Si sapeva, in verità, che lo stress cronico riduceva le capacità del sistema immunitario, ma scoprire che una lite di solo mezz’ora potesse produrre un effetto così profondo sulle ferite del corpo non se lo aspettavano neanche i ricercatori. La ricerca è stata condotta a presso l’università statale dell’Ohio, facoltà di medicina. Il campione ha riguardato 42 persone sposate, fra i 22 e i 77 anni. Ad ogni coniuge è stata inflitta una piccola ferita sull’avambraccio anteriore con uno strumento che si usa per la biopsia, che raschia via otto strati della superficie epidermica ogni otto millimetri di diametro. Prima che si potesse formare la cicatrice, è stato utilizzato un altro strumento per creare una bolla protettiva su ogni ferita, dalla quale i ricercatori potevano estrarre i liquidi che normalmente riempiono queste ferite. Nel primo esperimento, ad ognuno dei due partners è stato chiesto di parlare di un aspetto di sé stessi che avrebbero voluto cambiare, mentre l’altro è stato istruito a contribuire alla discussione con commenti incoraggianti che potessero evitare ogni possibile conflitto. In una seconda sessione, diversi mesi dopo, ad ogni partner è stato chiesto di tirare fuori uno degli argomenti che, in genere, producevano conflitti nella coppia, come ad esempio le questioni di denaro. Lo stress è stato misurato attraverso la somministrazione di questionari e dall’analisi del sangue. Si è così visto che, nella prima sessione, la maggior parte delle ferite era guarita in cinque giorni, mentre la discussione di 30 minuti nella seconda sessione aveva causato un giorno di ritardo. … Ergo, come potevamo immaginare, litigare fa male a sé stessi, al coniuge e alla relazione di coppia.
TIPI DI COPPIA In psicosessuologia sono stati evidenziati diversi modelli di coppia stabile. Provate a scoprire il vostro: COPPIA SIMBIOTICA: i due partners vivono in simbiosi e nella coppia non ci sono spazi di autonomia personale. Questo è il tipo di coppia tipico dell’adolescenza, che se dura anche in età adulta impedisce ai due partners una vera maturazione. COPPIA COMPLEMENTARE: in questo tipo di coppia i bisogni opposti si compensano. Ad esempio lui timido-lei estroversa, lui forte.lei debole ecc. COPPIA SIMMETRICA : i due partners sono in simmetria fra di loro, il che significa che sono troppo simili e per questo sono sempre in competizione e spesso ostili perché lavorano entrambi per affermare la propria superiorità. COPPIA EDIPICA: i due partners si sono scelti perché hanno visto nell’altro/a l’immagine del genitore di sesso opposto e dunque si tratta, in un certo senso, di una relazione a tre: io, tu-come-sei, tu-come-ti-vorrei. COPPIA NARCISISTICA : il/la partner viene scelto/a perché rappresenta un immagine di ciò che si è stati in passato, di ciò che si vorrebbe essere, di ciò che si è. Apparentemente si ama l’altro/a: in realtà si ama sé stessi.
L'uomo ideale Qual è l’uomo ideale per una donna? Gli uomini sono, da sempre, convinti che le donne siano in questo molto volubili. Lo stesso Freud dichiarò che nella sua vita aveva scoperto molte cose sulla psicologia umana, ma non era riuscito a capire cosa volevano realmente le donne. In verità le cose non sembrano essere così difficili: sull’argomento sono state condotte molte ricerche e si è visto, anzitutto, che le donne cercano negli uomini le stesse qualità che gli uomini cercano nelle donne: ai primi posti spiccano doti quali la bontà, le capacità di comprensione e l’intelligenza (Kenrick & Simpson, 1997). Le donne però, non è un luogo comune, sono interessate anche al denaro, alla posizione economica dell’uomo (Buss, 1989) ed ai rapporti di lunga durata (Buss 1994). Mettendo insieme diverse ricerche, questo è il profilo del marito ideale che ogni donna desidera trovare: tipo socialmente rispettato, finanziariamente stabile, con qualche anno in più, ricco, ambizioso, dinamico, sincero, emozionalmente stabile e romantico…. (vedi ricerche di Ardener, Ardener, & Warmington, 1960; Buss, 1989, 1994; Feingold, 1992; Kenrick & Simpson, 1997; Townsend, 1989; Townsend & Roberts, 1993; Wiederman & Allgeier, 1992). Le ragioni di tutto ciò sono essenzialmente biologiche: infatti, se il padre si occupa, insieme alla madre, dell’allevamento dei figli, è stato dimostrato che si riduce moltissimo la mortalità infantile, specialmente nelle società pre-tecnologiche (vedi ricerche in proposito di Fisher, 1992 di Hill & Hurtado, 1994; di Geary, 1998)) e dunque non dovrebbe sorprendere che le donne siano biologicamente predisposte a preferire partners in grado di garantire un rapporto di lunga durata, sicuro, stabile. Diverso è se una donna cerca l’avventura: le donne in questo caso sono molto più attente e selettive e guardano soprattutto alle qualità fisiche dei partners potenziali (Kenrick, Groth, Trost, & Sadalla, 1993). C’è poi il discorso del reddito. Si è visto che alcune donne con alto potenziale socio-economico acconsentono con maggiore facilità delle altre ad avere una relazione sessuale con un uomo attraente di condizione socio-economica bassa. Ma sposarselo è un’altra cosa: nessuna delle donne ‘ricche’ che avevano partecipato ad una ricerca e che si era dimostrata disponibile ad avere un’avventura con un uomo più povero ha poi accettato l’idea di costruire con questo partner un rapporto di lunga durata (vedi Townsend & Roberts, 1993).
Anoressia e genetica E’ stato pubblicato sulla rivista Biological Psychiatry, uno studio sull’anoressia, da parte del gruppo di ricerca di Walter Kaye della University of Pittsburgh, con la tomografia a emissione di positroni (PET), per confrontare il cervello di donne che hanno sofferto di anoressia con donne che non hanno mai avuto questo problema. Per gli studiosi dell'Universita' di Pittsburgh, l'anoressia potrebbe essere favorita da disfunzioni nei circuiti del piacere e appagamento, aree del cervello legate anche all'abuso di sostanze. Lo studio dimostra infatti che le donne che hanno sofferto di anoressia hanno i recettori dopaminergici eccessivamente attivi, indipendentemente da fattori quali età, peso, tempo trascorso dalla fase acuta della malattia. I ricercatori hanno somministrato a una decina di donne sane e ad altrettante ex-anoressiche delle molecole innocue, che si legano a tali recettori ed hanno riscontrato, nelle ex anoressiche, un eccesso di attività recettoriale nello striato antero-ventrale dei gangli basali e nel caudato dorsale. La prima regione è sede dei circuiti che modulano il senso di appagamento e ricompensa, il secondo è legato alle risposte al pericolo. Alterazioni dell’attività di queste regioni neurali spiegherebbero l'incapacità' di provare appagamento nel cibo e di avvertire la minaccia che grava sulla propria salute a causa dei digiuni ripetuti. Disfunzioni del sistema dopaminergico potrebbero inoltre spiegare perché le ragazze anoressiche spesso sono incapaci di provare emozioni positive in seguito a stimoli che innescano positività nelle persone sane. E' probabile che, come suggeriscono altri studi, almeno in parte, queste alterazioni abbiano un'origine genetica.
Psicologia del Respiro: respira e scoprirai chi sei Respirare non è solo un'attività fisiologica necessaria alla sopravvivenza. E' molto di più. Per esempio, il respiro interagisce a tal punto con le nostre emozioni che possiamo tracciare un intero elenco di modi di respirare (e di emettere aria) collegati a particolari stati emotivi ed emozionali:
Il respiro, quindi, accompagna e, al tempo stesso, fa parte delle nostre emozioni. Rendercene conto può essere di aiuto per comprenderci meglio, per essere più consapevoli dei nostri stati d'animo e delle ragioni che li innescano. Ma se limitiamo questo processo di conoscenza al solo "capire", limitiamo anche la nostra esperienza e la possibilità di imparare a gestire noi stessi in modo più efficace. Infatti, conoscere le diverse manifestazioni del nostro respiro e imparare a interagire con esso, attraverso la pratica della tecnica respiratoria, ci porta gradatamente a risultati molto più utili della sola conoscenza. Attraverso un semplice "training", che può essere svolto individualmente o in gruppo, si possono imparare i fondamenti delle tecniche di respirazione consapevole e "allenarsi", farne uso fino a realizzare una vera "rieducazione respiratoria". Quando al corpo arriva più ossigeno, quindi più energia, i benefici sono assicurati: la circolazione sanguigna è stimolata, organi e muscolatura sono maggiormente ossigenati a beneficio del ricambio cellulare, nel sistema nervoso si stabilizza la naturale alternanza tra sistema simpatico e sistema parasimpatico (è proprio dalle alterazioni del funzionamento di questi due sistemi che hanno origine molti disturbi fisici e disagi emotivi) permettendo così ad alcune tensioni di sciogliersi. Maggiore relax e maggiore benessere, quindi, sia fisici sia interiori. Ma c'è di più. I motivi di "stress" sono quotidiani nella vita. Alcuni fanno parte dell'esistenza stessa e vanno accettati; altri invece nascono dall'atteggiamento abituale con cui si affrontano le cose. Su questa seconda sfera il respiro ha un grande potere di intervento e di gestione. Con l'allenamento e l'esperienza, ricorrere al respiro come mezzo di auto-aiuto e di sostegno nei momenti di difficoltà diventa automatico. Un aiuto non da poco, semplice, efficace, a portata di mano: è già dentro di noi, basta imparare a utilizzarlo. "Una parola del Signore creò i Cieli e un soffio di Sua bocca li ornò tutti" afferma il Vangelo, indicandoci che il respiro è l’energia della creazione. La tradizione biblica, infatti, narra che Dio infuse la vita in Adamo soffiando; l’etimologia della parola inspirazione è: portare lo spirito dentro di sè. Per ogni essere umano il primo respiro segna il suo ingresso nella vita e l’ultimo la sua dipartita. E’ possibile sopravvivere settimane senza mangiare, giorni senza bere, solo pochi minuti senza respirare. Il nostro modo di respirare parla di noi, esprime i nostri stati d’animo e le nostre convinzioni più profonde. Molte persone non si accorgono neppure del proprio respiro, oppure lo notano dolorosamente solo nel momento in cui viene a mancare. Com’è possibile che un atto fisiologico involontario sia talmente denso di significati e potenzialità? Le abitudini respiratorie non sono solo automatismi fisiologici, sono l’espressione corporea delle difese e dei principali modelli mentali di ogni individuo. Dal momento in cui veniamo al mondo, infatti, il nostro organismo si adatta all’ambiente circostante, imparando a mediare i suoi bisogni; in questo processo naturale di adattamento, alcuni desideri vengono regolarmente inibiti, altri repressi. Per sopravvivere impariamo a negare anche a noi stessi alcuni bisogni e le emozioni ad essi collegate, sviluppiamo strategie compensatorie e altre reattive, innalziamo difese - necessarie nell’infanzia – che ci accompagneranno poi anche nell’età adulta, strutturate nel profondo delle nostre fasce muscolari. Le tensioni della nostra muscolatura diventano la diga necessaria ad arginare il flusso delle sensazioni ed emozioni negate o represse; la riduzione (inibizione) del respiro che ne consegue è "necessaria" come ulteriore meccanismo di difesa. Qualità (profondità e rilassatezza) della respirazione e percezione delle sensazioni sono infatti collegate. L’ "equazione" che ne consegue è elementare: "Meno respiro, meno sento". Evitare di percepire, prevenire il possibile disagio o dolore, in alcuni casi paradossalmente anche il piacere, sono atteggiamenti altamente diffusi nei modelli culturali occidentali, basati sulla dualità contrapposta. E’ possibile vedere quello che questi atteggiamenti contribuiscono a produrre sia guardando intorno a noi, sia guardandoci dentro. Malessere, insoddisfazione, frustrazione, disagio, sfiducia: sono i segnali che indicano quanto ci si è allontanati da sé stessi, dal proprio "centro" di equilibrio, dalla propria capacità di rispondere in modo creativo alle sfide dell’esistenza, dalla naturale propensione al piacere che sostiene la vita. Riprendere il contatto con il respiro può essere il primo passo, o un passo significativo, nel viaggio di riconnessione a sé stessi. Intervenendo sulla respirazione, la funzione fisiologica che meglio esprime il concetto di "comunicazione", possiamo avere uno scambio d’informazioni tra i diversi livelli della nostra coscienza: dal corpo, alla mente, alle emozioni e viceversa. Durante questa esperienza è possibile che una o più parti di noi riconoscano l’inutilità di alcune difese: come la corolla di un fiore si schiude ai raggi del sole, così la nostra coscienza può aprirsi a una nuova percezione e a un nuovo modo di vivere le esperienze. Abbiamo visto come alcune tensioni muscolari e il mantenimento di uno schema respiratorio ridotto (poca aria) siano due modalità funzionali alla difesa, alla protezione dalle sensazioni ed emozioni represse o negate. La pratica della respirazione consapevole e circolare innesca un processo opposto: l’aumento della quantità d’aria provoca una maggiore ossigenazione a sangue tessuti, i tessuti irrorati di sangue e più ricco di ossigeno tendono a rilasciarsi, il flusso delle sensazioni e delle emozioni riprende a scorrere intensamente nel corpo e può essere così percepito dalla coscienza. La respirazione ha quindi potenzialmente la facoltà di aggirare i meccanismi di controllo; all’interno di un sessione di respiro questo ha come scopo di permettere all’individuo di concedersi una fase di tregua e di scarica energetica, alla fine delle quali la mappatura del proprio Sé può essere ridefinita partendo da un rinnovato rapporto con il corpo e le sensazioni.
Respirazione e Energia Si parla spesso di energia. Sembra un concetto di significato ovvio. In realtà, dare una definizione rigorosa di "energia" è un compito arduo, in quanto implicherebbe l'esistenza di un unico modello di energia, capace di comprendere tutte le forme e tutti fenomeni attraverso i quali essa si esprime. L'energia non è quindi un'entità assoluta di cui si può discutere attraverso un solo punto di vista. Per questo nel trattare l'argomento è necessario specificare il "modello di "energia" considerato, il fenomeno osservato e la disciplina di studio utilizzata per spiegarlo. Ogni disciplina lavora all'interno di un proprio campo di azione, utilizzando strumenti propri. La scienza, ad esempio ha definito diverse forme di energia, ha osservato i relativi fenomeni e li ha descritti, mettendoli in relazione con formule matematiche. (Se desiderassimo evitare numeri e calcoli, impegnandoci a definire modelli di energia più spirituali e, liberando la nostra mente a concetti più immaginari, l'aspetto romantico del nostro carattere che ci ha spinti a questa scelta, si troverebbe di fronte ad altrettanto complicati enigmi filosofici). Concentriamoci ora su un modello di energia importante per il mondo del respiro consapevole: l'energia legata alla respirazione. Domande quali "Che tipo di energia si utilizza nella respirazione circolare?", "Qual è il suo legame con l'ossigeno?", "Esistono spiegazioni scientifiche riguardo gli effetti prodotti dalla respirazione circolare?" sorgono spontanee. In una seduta di respirazione circolare, si può assistere a un fenomeno di "attivazione" che, in genere, viene così descritto: "La respirazione circolare permette di introdurre nell'organismo una quantità di energia superiore alla norma. L'abbondante flusso energetico agisce sulla memoria cellulare portando a emergere eventuali blocchi fisici, emotivi ed energetici, prodotti da esperienze vissute come traumatiche e represse nell'organismo". Nella descrizione di questo fenomeno si parla di "memoria cellulare" e di energia legata alla respirazione. Si può quindi essere indotti a ritenere che il modello di energia da considerare è l' energia cellulare. Oltretutto, da un punto di vista scientifico, è proprio l'energia cellulare ad essere legata all'ossigeno e al respiro. La cellula rappresenta la più piccola unità morfofunzionale dell'organismo. Esso vive perché vivono le sue cellule. La cellula, così come l'organismo, è dotata di vita autonoma; essa ha una "pelle", la capacità di riprodursi, respira, assorbe ed elimina sostanze, è ricca di energia. Qualsiasi forma di energia sperimentiamo attraverso le facoltà del nostro essere, è riconducibile all'energia cellulare. I pensieri, ad esempio, sono legati alle cellule cerebrali (neuroni). Il movimento è il risultato della cooperazione tra cellule nervose e cellule muscolari. Il paradosso è che l'essere umano. normalmente, sperimenta ed è cosciente del risultato, non dell'origine dell'energia. La vista è una manifestazione dell'energia contenuta nelle cellule del cervello e dell'occhio. I nostri sensi ci consentono di sperimentare la vista ma non di essere coscienti dell'energia cellulare legata a tale facoltà. La scienza identifica l'energia cellulare in una molecola di nome ATP. Tutto qui? Un concetto così importante si riduce a una sigla?!? Proprio così. Una sigla che nella cellula svolge funzioni di trasporto e di conservazione dell'energia, come una "pistola carica". La "pistola" ATP viene caricata per mezzo di un complicato meccanismo di reazioni in cui l'ossigeno, ossidando le sostanze nutrienti, svolge una ruolo essenziale. Possiamo quindi affermare che l'energia cellulare è davvero in relazione con l'ossigeno. Tuttavia il concetto scientifico di energia cellulare non è applicabile al fenomeno di "attivazione" che emerge nella respirazione circolare. Vediamo perché analizzando questo concetto: "Più respiriamo più energia viene prodotta nelle cellule". Se questa affermazione fosse vera , le nostre cellule potrebbero letteralmente scoppiare d'energia! Tutti conoscono la situazione dei caselli autostradali al rientro dalle vacanze: nonostante le file di macchine siano lunghissime, comunque devono fermarsi e passare una alla volta la casello. La fila, poi, scorre più o meno velocemente a seconda dell'umore del casellante .... Una situazione analoga avviene nella cellula che permette un passaggio misurato di ossigeno, indipendentemente dal grado di respirazione e dipendentemente dalla effettiva necessità della cellula. In realtà noi potremmo respirare incessantemente in modo profondo per un anno di fila e l'ATP nelle nostre cellule non subirebbe modifiche sostanziali. Ma allora come spiegare i "fenomeni" della respirazione? Nel Rebirthing esiste un principio esplicito: "L'Amore porta a galla tutto ciò che è contrario all'Amore per risolverlo/guarirlo". Questo è un magnifico principio applicabile a tutti gli aspetti della nostra vita, anche al respiro. Il respiro viene messo in relazione a un flusso di energia vitale e di amore che purifica e risana. Scoprire se ci sia poi una relazione tra i nostri dolori e gioie e una misteriosa molecola di nome ATP,lo demandiamo alla scienza.
L’importanza del "respiro circolare" Dal famosissimo centro di ricerca di Esalen, Big Sur (California), crogiolo di tutte le innovazioni psicologiche e psicosomatiche degli ultimi 30 anni, ci viene l’ennesima conferma dell’importanza e dell’utilità del "respiro circolare". "La respirazione circolare è uno strumento di grande importanza, perchè l’unione ininterrotta dell’inspirazione-espirazione-inspirazione potenzia il flusso dell’ossigeno e dell’energia che scorre nel corpo, rigenera e produce una profonda armonizzazione energetica. Il primo risultato della pratica della respirazione circolare si produce sul piano fisico, con lo scioglimento delle contratture muscolari e dei sintomi dolorosi ad esse connessi. Inoltre stimola la circolazione sanguigna e quella linfatica. Guardando il fenomeno in chiave psicosomatica, se la muscolatura si rilassa qualche cosa avviene anche a livello delle sensazioni e delle emozioni: dalla vera e propria "scarica catartica" all’altrettanto importante fluidificazione degli stati emotivi prima stagnanti. Anche la mente si alleggerisce, si acquieta, si armonizza con gli altri livelli. Un grande vantaggio che l’esperienza del respiro circolare offre è di sperimentare la diversità e il benessere prodotti dal vivere in un corpo rilassato, tra emozioni fluide e pensieri non duali: provato una volta, viene voglia di riprovarci ancora e, perché no, di imparare a vivere in questo stato."
Il respiro libera le coronarie "Tra i medici pionieri che hanno applicato pratiche eterodosse in un approccio terapeutico olistico, troviamo Dean Orrish, famosissimo medico autore del best seller americano "Come fare recedere le malattie cardiache", un testo guida consultato e consigliato ai pazienti dai cardiologi dei maggiori centri clinici USA. Il dottor Orrish, unendo alimentazione ed esercizio fisico alla pratica della visualizzazione, dichiara di essere stato addirittura in grado di ridurre nei pazienti l’occlusione delle coronarie causata dal colesterolo. E non è l’unico a parlare in pubblico di risultati tanto positivi. La visualizzazione si basa anche su uno stato dio profondo rilassamento generato da esercizi di respirazione. Il paziente forma nella propria mente immagini che lo trascinano all’interno del proprio corpo, come in un viaggio, fino a visualizzare l’organo che da malato diventa sano. Nel caso di eccesso di colesterolo, i vasi da grondanti grassi e lipidi, tornano lisci come quelli di un bambino. Respirazione e visualizzazione pare abbiano efficacia nei casi di stati di salute chiaramente organici, quali artrosi, ulcera, febbre, diabete e angina. Si tratta di una dimensione intensa di coscienza del se e del proprio organismo, al punto di giungere letteralmente a "vedere" gli organi interni, mandando loro sensazioni di buona qualità è ossigeno in abbondanza. Tutto ciò non ha niente di mistico, ma richiede concentrazione e volontà. Se si pensa ai benefici effetti che la meditazione procura sicuramente su pressione alta e accelerazione del battito cardiaco, si può iniziare a comprendere il meccanismo".
Comunicazione
“Tu diventi ciò che dici” Parafrasando il detto per cui “l’uomo è ciò che mangia”, si potrebbe dire che ognuno di noi “diventa le parole che dice”. In effetti, comunicare è semplice come respirare. Tuttavia “comunicare” non significa semplicemente “informare”: vuoi dire “entrare in relazione” (e dunque scambiare informazioni, messaggi, sensazioni...) con soggetti esterni a noi. Per ogni essere vivente non comunicare è praticamente impossibile perché anche il silenzio, lo sguardo, gli atteggiamenti non verbali o le smorfie del volto sono aspetti che “parlano” per noi e manifestano il nostro modo di essere, l’universo dei nostri stati d’animo.
Una buona comunicazione inizia dalla pancia E’ stato dimostrato che il feto è in grado di percepire attraverso il ventre la voce della madre che gli parla durante i nove mesi di gravidanza, come pure i suoni e le musiche provenienti dal mondo esterno.
Le regole per una comunicazione felice Una buona comunicazione è il segreto per far fluire l’energia, ma anche per stimolare correttamente il nostro cervello, che si nutre di parole e le fa germogliare: a patto, però, che si tratti di parole spontanee, perché le parole forzate, il linguaggio omologato e i modi di dire intasano la mente e creano “ingorghi” che nel tempo possono dare origine a disturbi psicosomatici. Per esempio: spesso in coppia una battuta “infelice” o un battibecco dettato dal nervosismo aprono la strada a incomprensione, musi e rancori; tra genitori e figli, i giovani reagiscono alle imposizioni degli adulti con il silenzio o con parole sgarbate; al lavoro, si può eccedere con i toni melliflui per ottenere l’approvazione di capi e colleghi o, all’opposto,. lasciarsi andare a espressioni lamentose o rabbiose; e anche con gli amici a volte si adotta una comunicazione faziosa e standardizzata, sicuramente non originale ma “modulata” sullo stile del gruppo cui si appartiene pur di conservare il diritto di far parte di quella compagnia. Sta di fatto che ogni volta che non riusciamo a esprimerci o comunichiamo in modo forzato o sbagliato, creiamo un blocco energetico: il “detto male e troppo” come pure il “non detto” si trasformano in tossine energetiche che provocano disagi e infelicità.
Le parole sbagliate intossicano il cervello Non esistono parole ascoltate o pronunciate che non lascino traccia. Tutte le parole, e in particolare le parole sbagliate, producono delle ricadute: seminano scorie e condizionamenti, generano atteggiamenti distorti e “storpiature” che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti, esse vanno ad agire contemporaneamente su due cervelli (come minimo): quello di chi parla e quello di chi ascolta. E in entrambi i cervelli, diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio. Proviamo a seguirlo.
- Dalla voce all’orecchio... L’ingresso dei suoni nel corpo avviene attraverso il timpano, una specie di “porta” situata dentro l’orecchio. Da qui procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico.
- si propagano sotto pelle... A questo punto le parole stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione. A livello centrale invece vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi fisico-chimici e viceversa.
- ... sino ad arrivare a tutto l’organismo. Quando una parola entra dentro di noi (può essere una parola da noi pronunciata o anche solo pensata in silenzio, oppure la parola che ci viene detta) modifica contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri: in sostanza, crea un differente stato di coscienza sia a livello psichico che somatico. Di conseguenza, può far star bene o può creare disagio. La parola è come un seme che feconda il cervello In tutte le tradizioni, orientali e occidentali, si riconosce alla parola un potere fecondante rispetto al cervello, simile a quello di un seme che — messo nella terra — inizia a crescere e dà origine alla pianta. Il filosofo russo George Ivanovitch Gurdjieff sostiene che: «Noi diventiamo le parole che ascoltiamo», mentre una delle massime del saggio indiano Sri Nisargadatta Maharaj recita: «Dissolvi le parole». Soltanto così la materia creata dal linguaggio (e quindi anche il disagio o la malattia indotti dalle parole) perderà forma e consistenza, fino a svanire nel nulla. Ecco perché già gli antichi sacerdoti egizi vietavano di nominare le malattie, in quanto il fatto solo di enunciarne il nome equivale a “seminarle” nella realtà. Il nostro cervello, infatti, è come un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui, cadono come tanti semi: ascoltando se stessi e gli altri si diventa come il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Il linguaggio è una vera e propria energia tipica dell’uomo: le parole sono “frecce” che nascono all’interno di noi stessi e fluiscono verso il mondo esterno, diventando linguaggio. E tutto ciò che diciamo, in definitiva, lascia un segno sulla nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare non solo la mentalità, ma anche la materia di cui siamo fatti. Per questo possiamo tranquillamente affermare che noi diventiamo per davvero le parole che pronunciamo, quelle che abbiamo ascoltato e che continuiamo ad ascoltare. La soluzione: essere consapevoli della nostra comunicazione. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, occorre acquisire consapevolezza di cosa diciamo e di come parliamo. Perché, quando è “giusta”, la parola trasforma l’energia, ma ciò accade solo quando esprimiamo ciò che sentiamo veramente, quando parliamo in maniera personale e originale e, se serve, quando riusciamo a tacere.
Il valore terapeutico del silenzio La cultura contemporanea ci riempie di parole e ci costringe a vivere in uno spazio intasato di suoni, di pensieri, di proiezioni mentali. Con il silenzio, invece, si eliminano tutte le parole inutili e sbagliate che si affollano nella mente. Se anche per qualche minuto, senza farsi prendere dall’assillo di riempire il vuoto di parole, ci rilassiamo e restiamo a mente vuota senza pensare né dire nulla, è probabile che si affaccino alla mente le parole più adatte a quella determinata situazione. Secondo i più recenti studi neurologici, infatti, quando siamo in silenzio, nel nostro cervello avviene una sorta di riorganizzazione, di “reset” e, probabilmente, si può addirittura parlare di un affioramento di funzioni cerebrali diverse, molto antiche, messe sullo sfondo dal fluire continuo ed eccessivo delle “parole di superficie”. È soltanto nel silenzio, infatti, che possiamo incontrare i “nostri” suoni e le “nostre” parole: quelli che davvero ci appartengono e che possono guarirci da tutti i mali. Il suono, infatti, nasce dallo spazio interiore: a sgombrare tale spazio è il silenzio, che ha la funzione di smaterializzare il pensiero e di creare il vuoto, luogo di incubazione delle parole autentiche e grembo di accoglimento dell’ascolto.
Noi diventiamo le parole che pronunciamo, quelle che abbiamo ascoltato e che continuiamo ad ascoltare. Ecco perché è importante diventare consapevoli della nostra comunicazione. Alcuni consigli in proposito: • Usa poche parole I Innanzitutto, impara a pronunciare i suoni giusti e il giusto numero di parole, solo le parole che ti servono per esprimerti in modo adatto alle tue vere esigenze. Chiediti, per esempio se stai usando le parole appropriate per manifestare le tue emozioni, se ripeti sempre le stesse parole come inutili infarciture del discorso... Considera tutte queste variabili e verifica come potresti comunicare in maniera diversa e più naturale. • Usa un linguaggio personalizzato e “leggero” / Smetti di adattarti a modelli standard di perfezione e di successo, e non pronunciare più parole inutili, sterili o prese a prestito da altri giusto per riempire lo spazio tra te e il tuo interlocutore: ritrova in te stesso i “tuoi” suoni e lasciali affiorare nel modo più spontaneo possibile. Non aggiungerci altro. Ogni parola, infatti, è come un vettore energetico, una freccia diretta al bersaglio: più l’appesantisci con premesse, precisazioni, sinonimi e più la rallenti, distogliendola dalla sua naturale traiettoria. • Privilegia la sintesi /11 vero messaggio che si intende trasmettere è sempre molto breve: secondo gli esperti, si può condensare in non più di dieci parole. Tutte le altre, sono parole “di contorno”, buone soltanto a esprimere segnali contraddittori e ambigui. Se dunque devi dire qualcosa, cerca di esprimerlo con poche parole, chiare e comprensibili. Sarai più deciso e sicuro di te, e... terrai inchiodato all’ascolto i tuoi interlocutori. • Non Sostituirti al tuo interlocutore / Tra gli errori di comunicazione più diffusi c’è quello per cui chi parla tende a... mettersi nei panni di chi lo ascolta. Così facendo, esprimiamo solo la paura di essere giudicati dall’altro, oppure non siamo sicuri che quello che stiamo comunicando sia “giusto”. Cerchiamo invece di esprimere solo ciò che sentiamo e basta. • Non Cercare di convincere / Una comunicazione con intenti manipolatori è una comunicazione malsana. Più si cerca di blandire l’interlocutore e più questi si sentirà ingannato, se invece si tenta di smantellare le sue idee, si metterà sulle difensive. Meglio quindi comunicare in modo sincero e neutrale e lasciare all’altro la libertà di coltivare le sue idee, che magari sono già uguali alle nostre... • Non Copiare gli altri / La comunicazione è come un abito: per colpire, dev’essere personalizzata. Bando dunque all’abuso di slang, modi di dire, proverbi, parole straniere... Se parli copiando qualcuno, rischi solo di sembrare una caricatura, sortendo effetti ridicoli e senza ottenere nessun risultato.
Il Bacio Un bacio è la fragranza dell’amore sulle nostre labbra. È il gesto dei nostri teneri affetti, un pegno d’amore verso chi amiamo. Nel linguaggio metaforico di tutti i giorni, i baci vengono rubati, gettati o usati per sigillare lettere d’amore o altri contratti del cuore più invisibili. Un bacio tra amanti, come quelli delle sculture nei templi hindu, segna l’inizio della deliziosa scoperta reciproca. Il bacio è il primo atto quando si fa l’amore. Indica l’impulso a trascendere la nostra separatezza e ad agire in base al desiderio dell’unione fisica, oltre alla simbolica ricerca interiore dell’integrità psichica. Nell’istante del bacio il due diventa uno, ma solo per un momento e solo al livello “facciale” della persona. Il bacio degli amanti accende le passioni più profonde e la libido necessaria per indagare il mondo misterioso di Eros. Allo stesso modo, un bacio proveniente dal Divino potrebbe stimolare in noi un desiderio più profondo, un impegno più “viscerale” verso il processo dell’individuazione. Simbolicamente, un bacio rappresenta un incontro gentile tra gli opposti. Un bacio è l’opportunità di affrontare e riconoscere l’Altro in quanto Altro. È il riconoscimento simbolico, il momento in cui si trasmettono calore, affetto e rispetto reciproco. Simboleggia l’inizio del processo intimo con cui cominciamo a scoprire la natura profonda e familiare del Sé, attraverso il confronto e il riconoscimento dell’Altro. Un momento simile ci porta letteralmente faccia a faccia con l’Amato, dandoci l’opportunità di assaporare momentaneamente il sapore, il tocco, l’odore, il respiro e lo spirito caratteristici di quell’individuo. Tra amici un bacio sulla guancia vuol dire “ciao” e segna ritualmente l’inizio di periodo particolare che si passerà insieme. Allo stesso modo, un bacio (magari su entrambe le guance, secondo l’uso francese) dice “addio” promettendo allo stesso tempo un incontro futuro, un affetto che non muore. Una madre o un padre augurano la buonanotte al figlio con un bacio, come se lo mandassero in un mondo di dolci sogni con la protezione di un sigillo particolare; in questo caso, il bacio vale come un segno di garanzia, un simbolo della custodia amorevole dei genitori. Nei racconti delle fate, la principessa vittima dell’incantesimo di un sonno profondo o dell’incoscienza può essere risvegliata dal bacio di un amore autentico. Allo stesso modo, un principe che è stato gettato nel mondo ripugnante delle rane può essere riportato al suo vero io grazie al bacio di una principessa interiore che riconosce il suo autentico valore. Marie Louise Von Franz ci ricorda che nei racconti delle fate i baci indicano la redenzione che vince la repulsione. Secondo lei, “quando perdiamo la nostra unità” con noi stessi e torniamo alla ricerca dell’integrità interiore, un bacio può essere un veicolo simbolico che ci rimette sulla strada verso l’integrità (vedi nota 1). La nostra rana interiore, la nostra bruttezza rimossa, aspira a essere baciata proprio come la rana della poesia di Galway Kinnell:
Baciare la rana
Ma nonostante il suo grande potere di redenzione, il bacio può avere un lato oscuro, come nel bacio della morte, associato all’inconscio e a organizzazioni criminali come la mafia. È un segno che si usa per indicare chi è stato condannato a morte. In origine, era associato al bacio con cui Giuda indicava in Gesù l’amico e l’amato maestro, provocandone però l’arresto e la crocifissione da parte delle autorità romane.Dante Alighieri ha rappresentato il “bacio della morte”, il segno con cui nel cristianesimo medievale si indicava l’adulterio. Nel canto V dell’Inferno leggiamo il fatale triangolo amoroso tra Francesca, Giovanni (il suo fidanzato) e Paolo, il fratello di quest’ultimo. Francesca e Paolo si baciano e vengono scoperti da Giovanni, che li uccide entrambi, facendoli finire all’inferno. Un bacio del genere, con le sue conseguenze eterne, è un profondo dilemma morale che solleva molti interrogativi sul potere simbolico di un bacio. La perversione dello scopo ordinario del bacio, l’atto del “baciare e indicare”, o il bacio che uccide anziché redimere, rappresenta il peggior tipo di tradimento che può farci una persona di cui un tempo ci fidavamo e che ritenevamo sincera. Un tale tradimento, se riuscissimo a sopravvivere, richiederebbe da parte nostra un lavoro finalizzato a ri-stabilire la relazione e ad affrontare l’Altro interiore, nel tentativo di “raggiungere l’unità attraverso un bacio”.
La Sessualità Qual è il rapporto tra la sessualità di una persona e la sua pratica? Lo zen insegna che ogni cosa è parte di un essere universale, interconnesso e interdipendente. Questo essere è perfetto e completo in quanto tale. Inoltre, secondo lo zen tutti condividiamo questa perfezione, qui e ora. Se accetto ciò, devo ritenere che il mio valore è completo e incondizionato. “Incondizionato” vuol dire senza alcun “se” (condizione). Il mio valore non dipende dal fatto che mia mamma lo riconosce, gli altri mi approvano, non mi arrabbio, non ho desideri sessuali né, tanto più, inclinazioni sessuali atipiche ecc. Il mio valore non dipende da ciò che dico e nemmeno da ciò che faccio. A prescindere da tutto il resto, il mio essere fondamentale è già il Buddha (l’illuminato). La mia pratica serve a risvegliarmi a questo. In altre parole, “praticare” vuol dire realizzare la mia integrità presente e la natura non-duale del Buddha, quindi liberarmi dall’autoalienazione o da quel doloroso dualismo chiamato samsara. Per praticare in modo costruttivo, occorre coinvolgere tutto il proprio essere. Se ho un rapporto negativo o mi sento alienato dalla mia sessualità, non sto dando tutto me stesso alla pratica, tanto meno sto accettando il mio valore incondizionato di Buddha. Nella ricerca della verità, l’importante non è con chi sto facendo o meno l’amore, ma se riconosco sempre il valore incondizionato mio e del mio partner. L’accettazione incondizionata rappresenta l’amore e la morale perfetti. La tradizione zen affronta la sessualità all’interno della più vasta categoria dell’indulgenza sensuale. La regola generale è evitare l’abuso della sensualità; ciò include sia l’indulgenza eccessiva sia la mortificazione estrema dei sensi. La maggior parte della gente vive negli estremi. Diventiamo obesi perché mangiamo troppo, ci ammaliamo per il cibo troppo nutriente, abbreviamo la vita con l’alcol, la droga e il tabacco, ci assordiamo con la musica a tutto volume, intorpidiamo la mente con divertimenti stupidi e spesso ci stressiamo con lavori che odiamo per poterci vestire secondo l’ultima moda, guidare una nuova automobile e avere la casa più bella dell’isolato. Facciamo tutto questo, insegna lo zen, perché pensiamo che così il nostro valore o la nostra autenticità aumenteranno; crediamo che queste cose cancelleranno il fatto (di cui ci rendiamo appena conto) che nulla, soprattutto noi stessi, è eterno; riteniamo che se riusciremo a tenere il corpo e la mente abbastanza occupati, non dovremo affrontare la sofferenza della vecchiaia, della malattia e della morte. D’altra parte, anche privare il corpo e la mente di cose necessarie per conservare la salute o la consapevolezza è un abuso dei sensi. Sia l’edonismo che il masochismo possono essere violazioni della Via di Mezzo. Comprendere davvero che possediamo già il valore incondizionato della buddità vuol dire riconoscere che il nostro bisogno e desiderio (o passione) più essenziale è già completamente appagato. In tal modo, tutti gli altri desideri vengono riconosciuti come meramente ausiliari e quindi dovremmo riuscire a parteciparvi senza attaccamenti. Tuttavia, troppo spesso questo insegnamento secondo cui è possibile godere delle passioni restando illuminati è stato frainteso o volutamente distorto nella dottrina secondo cui le passioni e i desideri sono in se stessi l’illuminazione. Tale distorsione è chiamata “zen del gatto selvatico” o del “gatto folle”, ed è garantito che alla fine condurrà all’aumento delle nostre sofferenze. Il grande errore dell’edonismo è che spesso è molto selettivo. Generalmente, l’edonismo conferisce al sesso uno status sacro, negando che tutte le altre funzioni del corpo siano ugualmente venerabili. Lo zen sostiene che esse sono tutte ugualmente sacre, e quindi nessuna andrebbe considerata in maniera diversa dal normale. La vita può essere adorata come un tutto, ma assegnare al sesso un valore più alto del dovuto è tipico di una falsa spiritualità. Inoltre, la maggior parte dell’edonismo culturale nasce come reazione al puritanesimo sociale o individuale, che provoca sensi di colpa o di vergogna collegati al sesso. Una spiritualità fondata su una simile reazione è poco sana. Una delle ragioni per cui lo zen si è mantenuto fedele alla tradizione monastica è stata la necessità di contrastare le tendenze del “gatto selvatico”, che portano all’ulteriore illusione secondo cui io sono le mie passioni condizionate, anziché l’incondizionata natura del Buddha al di là di esse. Un’esperienza di illuminazione è un lungo e profondo sollievo dalle nostre sofferenze; l’edonismo, al massimo, non è che un’anestesia superficiale e molto temporanea del dolore. A proposito della sessualità, la regola buddista tradizionale impone che un laico eviti i rapporti sessuali con i minori, con chi è sposato o fidanzato con un'altra persona e con chi è stato condannato al carcere o ricoverato in una clinica mentale. A parte ciò, la sessualità dei laici è affare loro. Ciò che lo zen chiede è esaminare attentamente le nostre relazioni alla luce degli insegnamenti sulla sofferenza e l’impermanenza. Il sesso può essere facilmente utilizzato per aumentare la sofferenza. Sin dall’inizio, il buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti sul desiderio, che se desideriamo e non otteniamo l’oggetto del nostro desiderio, sperimentiamo l’infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò che vogliamo, all’inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo ansiosi quando ci aggrappiamo all’oggetto del desiderio. E quando lo perdiamo (come è inevitabile, data l’impermanenza), sperimentiamo un’infelicità ancora maggiore. Non è il sesso a provocare il dolore, ma il nostro attaccamento. Solo se sappiamo perdere e ottenere in modo equanime, siamo in pace con la nostra sessualità. Lo zen ci chiede di tenere sempre a mente questo. La promiscuità è un’altra attività che lo zen ci chiede di considerare attentamente. Stiamo cercando di instaurare una relazione, anche solo per una notte, o vogliamo evitare di impegnarci in un’altra? La nostra attività è una ricerca genuina del giusto partner o è un tentativo camuffato di usare l’altro per sentirci più completi, senza però preoccuparci minimamente dei suoi bisogni? La prostituzione, in sé, non è condannata nello zen. Quello che una persona fa con il suo corpo è affare suo. Ma ciò che è condannato è lo sfruttamento o il danno inflitto a un’altra persona, anche se quest’ultima è apparentemente consenziente. La compassione verso gli altri non va abbandonata per amore dei desideri sessuali. Lo zen non dà giudizi morali nemmeno sul sesso finalizzato al piacere, anziché alla riproduzione. Né fa distinzioni tra l’omosessualità e l’eterosessualità, o tra la sessualità cosiddetta naturale e quella innaturale. Perché dovrebbe, quando il suo scopo è provocare una consapevolezza non-duale, quindi priva di giudizio, del Sé, all’interno del quale tutte le distinzioni succitate sono prive di senso? Lo zen riconosce che la vita laica, in generale, e la sessualità in particolare, possono spesso interferire con il raggiungimento di questo obiettivo: ecco perché incoraggia una stile di vita monastico per coloro che desiderano fare del raggiungimento di tale obiettivo un’attività a tempo pieno. Ma lo zen riconosce anche che la decisione di abbandonare la vita laicale non è pratica e nemmeno necessaria per la maggior parte delle persone. Quindi, lo zen afferma che la nostra relazione sessuale, qualunque essa sia, deve basarsi totalmente sull’amore e il sostegno reciproco.
La costruzione dell’Autostima Un bambino non ha un'autostima, ma l'opinione che ha di se stesso è l'immagine diretta e in costante cambiamento dell'opinione che hanno di lui le persone con le quali ha a che fare. Tutte le persone? Certamente no, ma innanzitutto quelle persone più significative, a cominciare da genitori, fratelli e da tutti gli altri parenti che il bambino frequenta abitualmente. Se i genitori amano un bambino, sostengono le sue iniziative e curiosità, ridono per i suoi scherzi, gli consentono di trasgredire senza punirlo in modo eccessivo, e quando vietano un comportamento gli indicano comunque un'alternativa ad esso, allora questi genitori stanno lavorando per costruire nel loro figlio un'immagine positiva di se stesso, una sana fiducia nelle proprie capacità e nel proprio diritto ad essere amato. In seguito, la vita obbligherà questo bambino ad avere confronti con altre persone: altri parenti, altri bambini, i compagni di scuola, le maestre, i professori. I successi e gli insuccessi che otterrà saranno tutti avvenimenti di grande importanza che contribuiranno a plasmare progressivamente l'immagine che ha di se stesso nei diversi ambiti della vita: la capacità di risultare simpatico, di piacere in generale, le competenze nello sport e nello studio, la gradevolezza fisica. Con il passare degli anni in questo bambino inizia a consolidarsi un'immagine sempre più precisa di se stesso, laddove le proprie capacità e le proprie carenze sono diventate più chiare e consolidate. Durante l'adolescenza, però, si "riapre la partita": lo sviluppo intellettivo, emotivo e sessuale, espone la persona ad un'enorme quantità di nuove esperienze che rimettono in gioco il lavoro sino a quel punto consolidato, nel bene e nel male. Nuovi studi, nuovi compagni, il corpo che si trasforma, abilità intellettive notevolmente più raffinate, i primi amori caratterizzati da successi e da rifiuti, avranno un effetto fondamentale nello sviluppo della persona. Al termine dell'adolescenza, con l'adozione di un ruolo lavorativo, intellettivo e affettivo adulto, l'autostima è nella gran parte dei casi piuttosto consolidata, ed a questo punto sono necessari eventi significativi perché l'immagine di se stessi venga messa in discussione in modo sostanziale come, ad esempio, un grande successo o insuccesso amoroso o lavorativo, l'avvento di malattie o eventi traumatici che modificano in senso negativo la percezione del proprio corpo, una psicoterapia efficace che fa stare meglio con se stessi. Se l'autostima è piuttosto consolidata con l'ingresso nell'età adulta, ciò non vuol dire che il grado di autostima che abbiamo di noi stessi sia adeguato alle nostre reali capacità e caratteristiche. Molte esperienze negative o di sconferma della nostra persona, infatti, possono consolidare in noi l'immagine di una persona non degna d'amore, stupida, brutta, anche se una tale opinione di noi stessi è molto lontana dalla realtà dei fatti. Sentirci in questo modo genererà sofferenza non indispensabile nella nostra esistenza e inciderà in modo negativo sui nostri progetti di vita e sulle scelte affettive e professionali, ma anche su molte decisioni quotidiane, solo apparentemente banali. L'autostima, però, non è una "cosa" che abbiamo nella testa e che genera il suo effetto semplicemente per il fatto che è dentro di noi. L'autostima è una cosa attiva, è un processo, un modo di relazionarci al mondo ed alle persone ed è anche un modo per interpretare e dare un significato agli eventi in cui siamo coinvolti. Ad esempio, se ritenete di essere brutti o non degni d'amore, nel momento in cui una persona si fa avanti per corteggiarvi, potreste pensare: "Accidenti, si vede che non ha proprio nessuno sottomano", oppure "Si vede che mi sta prendendo in giro oppure ha bisogno di qualcosa da me", oppure, ancora, "Ma come fa a dire, dopo due volte che mi ha visto, che è perdutamente innamorato: deve sicuramente essere uno stupido". La nostra autostima è un processo, è un qualcosa che "filtra" gli eventi esterni e attribuisce un significato agli eventi stessi. Questa operazione, inoltre, influenza a sua volta la nostra autostima; nell'esempio in questione, invece di essere contenti per aver avuto una conferma della nostra gradevolezza, finiamo per pensare che interessiamo solo agli stupidi o perché qualcuno vuole un favore da noi, o solo per il sesso e ci sentiamo l'ultima ruota del carro. Alla fine di questo processo, la nostra autostima, invece che rafforzata, può risultare ulteriormente confermata in negativo se non addirittura peggiorata. È come avere più fame dopo aver mangiato… Il lettore più attento si sarà certamente accorto che stiamo usando il termine autostima in modo molto generale: è vero. L'autostima, infatti, non è un unicum o un processo unitario: l'autostima è un insieme, più o meno armonico, di valutazioni complessive che effettuiamo su noi stessi e che riguardano diversi ambiti della nostra persona, come ad esempio: bellezza, intelligenza, cultura, posizione sociale, competenze professionali, potere economico, diritto di essere amati, adeguatezza nel ruolo di moglie, di figlio, di amante, di genitore, e così via. Guarire oltre la Coscienza Il trattamento sciamanico dei disagi psicofisici Dott. Carlo Zumstein, Ph.D., psicoterapeuta In questo articolo, Carlo Zumstein, psicoterapeuta svizzero, discute la possibilità di integrare i metodi sciamanici nel trattamento convenzionale delle depressioni. Basandosi su di una lunga esperienza in entrambi i campi, Zumstein suggerisce dei modi per integrare le due discipline, rispettandone i distinti metodi e sfere di intervento. La sua interpretazione della depressione consente di vedere questa condizione non solo come una malattia psichica, ma anche come una malattia spirituale, che può essere alleviata e curata con il trattamento sciamanico. L’approccio sciamanico di Zumstein si inserisce nell’ambito della metodologia del “core shamanism” (sciamanismo transculturale), sviluppata dall’antropologo americano Michael Harner, fondatore e direttore della Foundation for Shamanic Studies (Mill Valley, California). Carlo Zumstein si è formato attraverso i programmi di addestramento della Foundation, studiando per molti anni con Michael Harner e Sandra Ingerman. Ha inoltre partecipato alle tre spedizioni della Foundation a Tuva (Asia centrale), dove ha potuto fare importanti esperienze nel campo dello sciamanismo asiatico-siberiano. Possiede un certificato nel Counseling sciamanico, il metodo di consulenza sciamanica sviluppato da Harner e descritto in questo articolo. Carlo Zumstein è uno dei Faculty member (insegnanti incaricati), che rappresentano la Foundation for Shamanic Studies in Europa, e dirige la sezione svizzera e italiana della Foundation. Tiene seminari di base e avanzati in Svizzera, Germania e Italia. E’ autore di tre libri: “Reise hinter die Finsternis” (“Viaggio oltre l’oscurità”, Ariston, Monaco, 1999); “Shamanismus: Begegnungen mit der Kraft” (“Sciamanismo: incontri con il potere”, Hugendubel, Monaco, 2001); “Der Shamanische Weg des Traumens” (“La via sciamanica del sognare”, Ariston, Monaco, 2003). Questa traduzione è basata sul testo, riveduto e ampliato, di una conferenza presentata dall’autore al 1° Congresso del World Council for Psychotherapy, Vienna, 2 luglio 1996. L’articolo è stato pubblicato sulla rivista Anthropos & Iatria (Anno VII, Numero III, Luglio-Settembre 2003, pp. 72-83) e sul sito web www.medicinealtre.it (Anthropos & Iatria VII, III).
Introduzione I metodi impiegati attualmente nel trattamento della depressione si basano su approcci che integrano i fattori biologici, psicologici e sociali. I modelli psico-bio-sociali della depressione – per esempio, quello proposto da Daniel Hell nel suo libro Welchen Sinn macht Depression (1994) – prendono in considerazione soltanto le dimensioni esperienziali e comportamentali della coscienza ordinaria e dello stato di veglia cosciente e la realtà ordinaria associata con quello stato di coscienza. Ma le depressioni – come pure le psicosi – sono caratterizzate da una fuga dalla realtà ordinaria. Nel lavoro psicoterapeutico con persone depresse, si è dimostrato utile e significativo cercare risposte a domande come: Dove si ritraggono le persone depresse? In che tipo di realtà cercano rifugio? Domande come queste sono spesso poste in contesti che implicano un pregiudizio. La fuga dalla realtà ordinaria è normalmente svalutata come una fuga in un mondo privato di sogni o fantasia. Il tentativo di fuga è interpretato come un sintomo addizionale della malattia. In questa conferenza, mi propongo di dimostrare come sia possibile disporre di una gamma più ampia di opzioni nel trattamento delle persone depresse, quando è consentito alla mente di regredire a uno stato arcaico di coscienza e realtà. Questa regressione della coscienza può essere raggiunta per mezzo dei metodi terapeutici sciamanici. Lo sciamanismo è nato migliaia di anni fa durante lo stadio magico dell’evoluzione della coscienza umana. La parola “magico” non è usata qui nel senso di infantile o primitivo, ma per riferirsi all’unità primordiale – nel linguaggio odierno, “spirituale” – con i poteri dell’universo. La coscienza umana si è evoluta attraverso una lunga storia di sviluppo ed è quindi possibile per essa regredire a stadi evolutivi precedenti. Considerare la depressione in questa dimensione aiuterà ad espandere la nostra comprensione dei disordini depressivi. Note: Non si sostiene che la regressione della coscienza sia la causa dei disordini depressivi. La supposizione che tale regressione sia avvenuta rappresenta un’ipotesi proficua e pratica, che si è dimostrata estremamente utile in un certo numero di casi. Un cambiamento nella coscienza produce sempre un cambiamento nella realtà. Per esempio, con l’evoluzione della visione prospettica, la realtà nel suo insieme ha cominciato ad essere percepita in modo spaziale. Nella psicologia contemporanea, l’anima stessa è paragonata a uno spazio interiore, seppur immaginario. L’apparato psichico è un costrutto; sia il superconscio che il subconscio sono sfere spaziali. La coscienza e la realtà formano un’unità basata, in definitiva, sul mondo stesso. Tutto ciò che esiste ha – o meglio è – coscienza. La realtà è coscienza del mondo come questo appare agli esseri umani nella loro consapevolezza. Per tale motivo, in questa discussione, si preferisce utilizzare l’espressione “coscienza-realtà”. La storia evolutiva dell’intera razza umana è riflessa nell’evoluzione dell’individuo e questo vale anche per la coscienza. Anche in questo caso, l’ontogenesi riflette la filogenesi. L’evoluzione della coscienza Nella sua opera Gesaumtausgabe, Jean Gebser distingue cinque stadi di sviluppo nell’evoluzione della coscienza (vol. II-IV, Novalis Publishers, Schaffhausen, 1978; 1° ed. 1949, 1953). La coscienza arcaica Lo stato arcaico di coscienza corrisponde al senso di completa sicurezza e protezione, che il bimbo non ancora nato sperimenta nel grembo materno. Equivale essenzialmente al vivere “..nello stato paradisiaco, in quanto la persona è ancora totalmente circondata, indivisa e indifferenziata dal cosmo, dall’universo…” (Gebser, 1978, pag. 15), che, per il bambino, è rappresentato dalla madre. Nella sua identità con il cosmo, l’essere umano dei tempi preistorici non ha né coscienza riflessa né sogni notturni. E’ ancora totalmente indiviso e perciò non ha bisogno di rappresentazioni interiori di sé e del mondo. Se confrontassimo le loro menti con lo stato di coscienza attuale, ci sembrerebbe che l’uomo arcaico sia vissuto in uno stato crepuscolare e sonnolento e non fosse ancora completamente sveglio. Questo è probabilmente lo stato arcaico di identità con il tutto – un’unione che continuiamo a desiderare per tutta la vita. La coscienza magica Simultaneamente al suo arrivo nel mondo esterno, il neonato ottiene anche il suo posto nel mondo. Il suo stato di identità con la totalità arcaica è interrotto. Il bambino è immediatamente messo di fronte al compito di far conoscere i propri bisogni vitali e deve darsi da fare affinché questi siano soddisfatti. Il soddisfacimento dei bisogni vitali è assicurato, quasi per magia, dall’ambiente del bambino, di solito attraverso le cure prestate dalla madre. Egli non ha nemmeno bisogno di essere completamente sveglio. Il lattante è ancora totalmente un corpo, sul corpo della madre, in uno stato di unità, ma non di identità con essa. E’ come se l’infante fosse ancora radicato in lei, percependo dalle profondità del suo corpo, ricevendo calore, amore e conforto, ma anche ascoltando. Nella sua capacità di ascoltare, egli appartiene ancora interamente alla madre. La capacità di vedere è subordinata. Il bambino passa la maggior parte del tempo dormendo. Raramente è attivo consciamente, semplicemente indulge nella gioia del movimento. Piuttosto che pensare, semplicemente guarda con stupore; piuttosto che parlare, si concede di balbettare. E’ senza tempo e senza spazio, totalmente presente nell’attimo corrente in cui ogni cosa è, o può essere, evocata semplicemente desiderandola, grazie all’onnipresenza della madre. Questo è lo stato della sicurezza magica, del benessere totale e della piena appartenenza al mondo. “Magico” non è qui sinonimo di “miracoloso”. Anche per l’individuo preistorico, il “magico” rappresenta una relazione con i poteri del mondo e questa relazione è determinata dall’immediatezza e dalla corporeità. I bisogni basilari del corpo e il loro soddisfacimento occupano il punto focale della sua coscienza e della sua realtà. Tuttavia, egli deve aver già avuto la consapevolezza del suo essere distinto dal mondo – non più avvolto nell’abbraccio protettivo del mondo, ma inserito e parte di esso. Si può attribuire lo stato di coscienza dei cacciatori e raccoglitori del Paleolitico alla coscienza magica. Il mondo dava loro ciò di cui avevano bisogno, o essi semplicemente prendevano ciò di cui avevano bisogno. Vivevano in unione con il mondo e con il clan. Vivendo in stretto contatto con la Madre Terra, impararono a mettere i suoi poteri al loro servizio. Per farlo, non avevano bisogno di essere svegli o consapevoli nel senso moderno di queste parole, né avevano ancora bisogno di pensare in modo logico. Vivevano in uno stato di connessione materiale e corporea con l’ambiente immediato. Questo era ancora uno stato antecedente all’io per entrare in relazione con il mondo. L’uomo primitivo poteva collocare i suoi orecchi sulla Terra, ascoltarla ed essere connesso con i suoi poteri. L’epoca della coscienza magica è stata l’era in cui è sorto lo sciamanismo. Si potrebbe dire che nella sua ricerca di fertilità, protezione e poteri di guarigione per mezzo dell’unione con la terra, l’uomo del Paleolitico è regredito allo stato precedente di identità arcaica, ma non più nel senso di un dissolversi nel tutto. Dotato di una coscienza rudimentale della propria identità, egli scelse di fondersi con un potere specifico, generalmente con lo spirito di un animale, ma a volte anche con un elemento – acqua, fuoco, ecc. – o con gli spiriti ancestrali. La regressione sciamanica non è una ricaduta nell’unità arcaica del tutto. E’ invece l’unione, cercata consapevolmente, con particolari esseri di potere per scopi e occasioni particolari, per esempio, durante i rituali di caccia e di guarigione. In termini moderni, si potrebbe descrivere questa regressione come una trasformazione dello stato arcaico di coscienza. Sebbene sia un ritorno a uno stadio precedente di sviluppo, la regressione avviene deliberatamente e da un punto di maggior vantaggio. La coscienza mitica L’essere umano si risveglia dall’assopimento magico, diventa consapevole di se stesso e del mondo e si rende conto che è separato da quel mondo in un mondo solo suo. Ha scoperto la propria anima personale. Ora può sperimentare l’io e il tu, il soggetto e l’oggetto sia come polarità complementari, che come opposti inconciliabili. Gebser descrive questo processo come un “risvegliarsi alla polarità” e ammonisce che questa consapevolezza può intensificarsi fino a diventare conflitto. Ancora legato integralmente alla famiglia, il bambino scopre sia il proprio ego sia i conflitti inerenti nelle lotte contraddittorie della propria anima. Questa è la genesi dell’essere umano psicologico, che è dotato di specifici affetti ed emozioni, con una relazione unica con se stesso, con gli altri e con il mondo. L’essere umano possiede ora un’anima individuale interiorizzata. E’ diventato oggetto della propria percezione. Mentre continua a evolvere, il suo mondo interiore diventa il campo di un gioco energetico, sempre più finemente differenziato, di istinti, affetti, emozioni e bisogni. E’ stato questo che ha portato Freud a formulare il concetto dell’apparato psichico e a sviluppare le sue idee sulle psicodinamiche. Poiché è stato separato dall’unione con il mondo, l’essere umano deve iniziare a pensare, spiegare, descrivere e documentare. Deve inoltre cominciare a sognare, in quanto ora ha un proprio mondo interiore in cui ritirarsi durante il sonno. Egli spiega il mondo a se stesso, descrivendo la sua relazione con il mondo e il suo posto in esso nella forma di miti, fiabe ed epiche. Sviluppa cosmologie e fonda religioni. Attribuisce i poteri che operano nel mondo a figure mitologiche o a divinità immateriali. L’essere umano mentale-razionale L’essere umano mentale-razionale è l’uomo odierno modellato da una società altamente meccanizzata, che lo allontana ancora di più dal fondamento primordiale dell’essere. I poteri del mondo sono spiegati nei termini delle scienze naturali. I loro effetti sono riproducibili e possono essere sfruttati a scopi industriali. La consapevolezza di sé rischia di degenerare in isolamento egocentrico. Molte persone stanno cercando i modi per ritornare alle loro radici, studiando gli insegnamenti antichi per ritrovare le conoscenze perdute, cercando di accedere alla coscienza arcaica, magica e mitica. Le conseguenze dell’evoluzione della coscienza Questa divisione, piuttosto grossolana, della storia umana in “mutazioni epocali della coscienza” può aiutarci a capire meglio certi fenomeni della coscienza come il sonno, i sogni, l’estasi, gli attacchi di panico, le reazioni di shock, l’irrompere degli affetti primari, ma anche le malattie mentali come la depressione. Tutti questi fenomeni possono essere interpretati come delle regressioni a modalità precedenti della coscienza. (Per quanto ne sappia, non è ancora stata fatta alcuna ricerca per esplorare le possibili relazioni tra le malattie mentali e l’evoluzione della coscienza.) Il sonno può essere interpretato come un ritorno notturno allo stato arcaico di coscienza La persona che dorme rimane sufficientemente consapevole da poter essere svegliata. Perfino senza svegliarsi, chi dorme è in grado di soddisfare i bisogni corporei, per esempio, per cambiare posizione. Anche i sogni possono essere visti come una regressione della coscienza. Un’attività interna dei sensi ha luogo durante lo stato di coscienza regredita, ottenuto attraverso la deprivazione sensoriale. Semmai diventiamo consapevoli di questo stato, normalmente lo diventiamo solo dopo esserci svegliati dai nostri sogni. Il sognare è legato alla nostra abilità interna di formare rappresentazioni di noi stessi e della nostra realtà. Ciò significa che, nei termini della storia evolutiva, i sogni risalgono a un’epoca in cui l’essere umano si è già distanziato dalla precedente identità con il mondo. Ha sviluppato uno spazio interiore personale e ha iniziato a sperimentare se stesso in un rapporto di polarità – forse perfino di opposizione – con il mondo esterno. Il sognare implica il diventare consapevoli delle azioni di poteri ed entità interne. E’ la continuazione di esperienze interne ed esperienze esterne, legate allo stato di veglia, entro lo spazio interiore dell’individuo. E’ indipendente dal tempo, dallo spazio e dalla logica razionale. Mentre sogniamo, possiamo ritornare a uno stato arcaico di coscienza e ottenere intuizioni circa le connessioni ed interrelazioni cosmiche. Probabilmente, C.G. Jung descriverebbe le esperienze oniriche di questo tipo come sogni archetipi. Fondamentalmente, comunque, i sogni sono implicati nelle dinamiche della nostra vita interiore personale. Sono convinto che almeno una regressione parziale abbia luogo negli stati di depressione clinica e che questa regressione ci riporti allo stato arcaico di coscienza. Tuttavia, diversamente dal sonno e dai sogni (dai cui lacci normalmente ci liberiamo al risveglio), la depressione acuta è una prigione dalla quale l’individuo è raramente capace di liberarsi senza un aiuto esterno. Il Volto Nascosto della Depressione La depressione può essere vista come una dissociazione della coscienza, combinata con la regressione a uno stato arcaico di coscienza. E’ come se la coscienza si fosse scissa in due parti. Una parte della personalità rimane consapevole dell’io e fissata sul conflitto dell’anima. Questo dilemma insorge quando l’anima pone richieste e aspettative troppo alte per la persona, che si sente ancora totalmente incapace di soddisfarle. Allo stesso tempo, un’altra parte della personalità è regredita a uno stato arcaico e crepuscolare. All’osservatore esterno questo appare come il lato intorpidito, storpiato e depresso della persona, che si è allontanata dalla vita e dalla vitalità. Le persone depresse sono anche dissociate dalla loro paura. Questa non è più percepita come uno stimolo interno di auto-protezione, ma è invece sperimentata come un potere esterno mortale, la cui potenza primordiale e terrificante schiaccia l’individuo. Sebbene la paura giochi un ruolo essenziale nella depressione, è più il risultato, che non la causa della perdita di realtà, di cui soffre la persona depressa. Dal punto di vista della psicopatologia tradizionale, in cui i disordini delle funzioni psicofisiche sono definiti sulla base della coscienza nello stato di veglia, la perdita di motivazione è il sintomo centrale della depressione. Il blocco delle funzioni e abilità vitali centrali è associato a questa perdita, assieme alla rottura dei legami tra impulsi e inibizioni. Siamo ancora impotenti quando cerchiamo di affrontare le cause di questa perdita dell’energia vitale. Le funzioni vitali essenziali, come le funzioni motorie, l’appetito, la digestione, gli affetti, le emozioni e la libido sono bloccate. Eppure, allo stesso tempo, le persone depresse sono tormentate da sentimenti di inquietudine che, nonostante la profonda stanchezza, non permettono loro di addormentarsi. Sperimentano una totale assenza di pensieri, oppure soffrono di un interminabile circolo vizioso di pensieri tormentosi di auto-accusa e auto-denigrazione, di sentimenti di inutilità e di colpa e la certezza della propria impotenza. L’unica via di scampo da questo tormento sembra essere il suicidio. Sono dominati dalla paura della povertà e da paure primarie di tutti i tipi. E’ un fatto ben noto che le persone depresse reagiscono al loro ambiente soltanto in misura ridotta, che a volte si ritraggono completamente, non escono dal letto e trascurano il loro aspetto esteriore. Nessun stimolo esterno è in grado di attivarli: sono indifferenti, apatici, assenti. Sperimentano le sfide della vita quotidiana come un peso enorme e insopportabile. Le cose di tutti i giorni perdono qualsiasi significato, in quanto l’individuo ha perso ogni legame con quelle sfide. Affermazioni delle persone depresse “Non sono più qui….gli altri sono lontani da me….non ho più alcun legame con i miei beni, hanno perso ogni significato per me….ogni cosa è semplicemente troppo per me….non riesco più a sentire me stesso….il tempo non passa mai….non posso prendere alcuna decisione….non riesco nemmeno a fare le cose più semplici….far la spesa è diventato impossibile….non so più cucinare….non valgo niente….fallimenti ovunque….sono un peso per tutti….” Le persone depresse tendono anche ad avere l’effetto di intorpidire e smorzare l’ambiente circostante. Questo senso di spegnimento suscita spesso delle reazioni di rifiuto e disagio, e perfino minacce, da parte della famiglia e degli amici. L’agitazione e l’iperattività sono reazioni frequenti, come lo sono i consigli del tutto inutili come “Devi solo volerlo”, “Puoi tirarti su da solo”, “Non darti per vinto” o “Non prendertela”. Intorpidimento e ottundimento da parte dell’individuo depresso suscitano reazioni opposte di agitazione e attività febbrile da parte della famiglia e degli amici. Le persone depresse non si sentono tagliate fuori soltanto dalla famiglia e dagli amici, ma anche dalla realtà quotidiana, come se vivessero fuori dal tempo e dallo spazio. Le connessioni più semplici non sussistono più ed essi trovano impossibile mantenere il senso dell’orientamento. Dove si trova la persona che non è più qui, quando i suoi rapporti con ciò che la circonda sono interrotti? Molte di queste persone riferiscono: “C’è il vuoto dentro di me….non ho più sentimenti….tutto è nero dentro di me….non sono più qui….non sono realmente da nessuna parte….solo ansia, inquietudine e questa paralisi mortale….voglio essere ancora al centro della vita….non mi sveglio mai del tutto al mattino….” La depressione sembrerebbe essere una malattia a due facce. Sono visibili a tutti la perdita di energia, l’angoscia ossificata, l’ansia, l’impotenza e l’allontanamento dalla realtà quotidiana. Sono udibili le lamentale dell’individuo depresso circa i fardelli della vita, i suoi sentimenti di inferiorità e i sensi di colpa. Di continuo si possono udire le persone sofferenti esprimere il loro desiderio di morte. Qual è l’altro lato, il volto nascosto, della depressione? Esiste realmente questo aspetto che rimane in ombra? Il desiderio di morte espresso da così tante persone depresse ci mostra la direzione del loro sguardo. “Vorrei essere morto….preferisco morire che continuare ad affrontare questi tormenti….non sono fatto per questa vita…. mi manca tutto ciò che è necessario per vivere in questo mondo…voglio ammazzarmi….” Senza dubbio, ognuno di voi ha ascoltato delle persone depresse esprimere tali sentimenti. Fin tanto che la morte rappresenta uno spettro terrificante che allontaniamo dalla mente, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per liberare la mente delle persone depresse da tali pensieri cupi. Le espressioni di un desiderio di suicidio sono un’indicazione medica della necessità di ricovero in ospedale e di trattamento con farmaci. Tuttavia, se le esperienze, che provengono da una sfera separata dalla normale coscienza di veglia, non fossero attribuite sommariamente a una coscienza non strutturata, se ci aprissimo per capire le profondità evolutive della coscienza, forse allora potremmo capire il desiderio di morte come un anelito per ritornare allo stato di unità con il tutto. Durante l’epoca antica in cui eravamo ancora avvolti nell’abbraccio protettivo del cosmo, l’unione era il nostro modo primario di essere. Noi tutti bramiamo di ritornare a quello stato e – prima o poi – dovremo tutti ritornarci. Le persone depresse sono profondamente consce di questo; possiedono una consapevolezza intensificata della morte. Per il resto di noi – limitati come siamo alla coscienza di ogni giorno – il desiderio di morte sembra essere il nemico mortale della vita e noi associamo la morte con sentimenti di paura e terrore. Le persone depresse non possono parlare di questo con noi, o perlomeno possono farlo soltanto nelle forme cariche di terrore comuni nella nostra società. Di conseguenza, la loro visione soggettiva dell’esperienza della depressione ci rimane per lo più celata. Tendiamo anche a valutare gli altri sintomi della depressione come elementi di un intrico di sintomi negativi, una prova del fallimento a far fronte alle richieste della coscienza normale di veglia. Per lo stesso motivo, tuttavia, la mancanza di stimolo e motivazione, la mancanza di sensualità e piacere – tutte queste cosiddette “mancanze” – potrebbero essere ugualmente espressioni del fatto che la mente delle persone depresse è diretta verso il passato, verso una fase precedente dell’evoluzione della coscienza. Se, come notato sopra, la coscienza crea veramente la realtà, allora l’essere umano depresso è di fatto regredito a un livello arcaico di coscienza-realtà. Questa ipotesi ha realmente un senso: solamente ritornando a una fase della coscienza caratterizzata dall’identità con il cosmo, ci avviciniamo alla possibilità di dissolverci nella totalità del cosmo. Questo dissolvimento è anche il cammino spirituale verso l’esperienza di comunione con l’universo. Naturalmente, la differenza sta nel fatto che l’esperienza spirituale presuppone la capacità di ampliare, in modo consapevole e intenzionale, il nostro sguardo per comprendere tutti gli stati di coscienza, combinata con un solido ancoraggio nella realtà quotidiana. La persona depressa è priva sia della visione sinottica che di un ancoraggio sicuro; non ha alcun indizio circa ciò che gli sta accadendo nell’altro livello. La coscienza stessa, che a noi appare come la cosa più vicina e naturale, si manifesta simultaneamente come la cosa più misteriosa. Un esempio clinico Ursula ha cinquant’anni ed è la madre di tre figli, il più giovane dei quali è afflitto dalla nascita da un grave difetto cerebrale. Ursula è venuta da me per la prima volta dieci anni fa, dopo aver sofferto per tre inverni di una depressione, che il medico di famiglia aveva cercato di curare con farmaci. Più di tutto, Ursula si lamentava di una specie di frattura, una divisione di se stessa in un lato estremamente esigente e antagonista, che identificava con i genitori, e un lato infantile che bramava immergersi in un mondo interiore di fantasia. Come nel caso di molte persone depresse, così anche per Ursula: il primo piano era occupato da lamentele e auto-recriminazioni riguardo il suo fallimento come madre, moglie e donna di casa in rapporto agli standard dei genitori, che ancora dominavano il suo sistema di valori. Gradualmente, tuttavia, ella iniziò a rivelare altri aspetti della sua regressione. Confidò che perfino da bambina aveva cercato di sfuggire alle pressioni imposte dai genitori e dagli insegnanti ritirandosi in un altro mondo, un mondo in cui poteva sperimentare unicamente sentimenti di sicurezza e conforto. Era là che attingeva l’energia che le consentiva di sopportare le ferite emotive e psichiche, che aveva subito durante molti anni di abusi sessuali. Rasenta l’ironia il fatto che Ursula trovasse più facile parlare dell’abuso sessuale, che non del suo mondo di fantasia. Si sentiva in colpa perché bramava continuamente questo stato di immersione, anche se la sua vita era cambiata drasticamente. Nonostante si sentisse felice con il marito e con i figli, sentiva ripetutamente il bisogno di ritirarsi nel suo letto e andare in quell’altro mondo. Ma ora, invece di renderla più forte come nel passato, queste fughe la rendevano sempre più debole e meno capace di far fronte alle esigenze della vita quotidiana. Nel vero senso della parola, Ursula era bloccata in un corridoio oscuro tra due mondi, sospinta avanti e indietro lungo quel passaggio dall’ansia, senza un’ancora affidabile, incapace di trovare un rifugio sicuro. Sperimentava questa divisione a livello fisico: sentiva che il lato sinistro del suo corpo era il suo lato infantile e magico, mentre il lato destro apparteneva ancora ai genitori, invece che a lei. Dimensioni Evolutive della Coscienza L’ipotesi che le depressioni siano correlate con una dissociazione della coscienza e una regressione alla fase arcaica, può aiutarci a capire in che tipo di realtà si ritraggano le persone che soffrono di malattie depressive. Per quanto ne sappia, questo approccio non è ancora stato investigato. Voglio comunque sottolineare chiaramente che non sto ipotizzando che la regressione della coscienza o gli stati alterati della consapevolezza siano le cause della depressione. La mia ricerca per scoprire in che tipo di realtà si rifugino le persone depresse, e i miei sforzi per capire lo stato di coscienza associato con quella fuga, mi hanno consentito di reinterpretare la depressione come un’esperienza spirituale male indirizzata. Avendo volto le spalle alla vita quotidiana, le persone depresse si confrontano con dimensioni della coscienza, con le quali il resto di noi deve imparare a vivere nuovamente. Il volo apparente in un mondo privato è un sintomo ulteriore della depressione, che possiede un enorme significato pratico. Le persone che soffrono delle gravi depressioni, chiamate “maggiori” o “endogene”, hanno abbandonato la realtà quotidiana, o perché esperienze traumatiche hanno sciolto i loro contatti con la realtà, o perché non sono mai state capaci di sviluppare un ancoraggio sicuro. La depressione come una sofferenza primaria cristallizzata è più che la tristezza per la perdita di una persona amata: è anche una paralisi per la perdita di realtà. Le persone depresse non si sentono più a loro agio in alcuna realtà. Sono state abbandonate dalla realtà. Rimarranno abbandonate fino a quando non insegneremo loro a muoversi – navigare – tra le realtà. Lo sciamanismo e l’evoluzione della coscienza Piuttosto che provocare una scissione della coscienza, i metodi sciamanici offrono dei modi efficaci per imparare a espandere la consapevolezza, così da penetrare più pienamente le profondità e potenzialità della coscienza. Gli etnologi e gli antropologi meritano la nostra gratitudine per averci fornito un gran numero di conoscenze sullo sciamanismo, nelle sue forme originali e derivazioni contemporanee. Particolare gratitudine è dovuta a quei ricercatori, che inoltre hanno esplorato lo sciamanismo dall’interno, percorrendo essi stessi il cammino dello sciamano. Michael Harner, un professore americano di antropologia, ha studiato di prima mano i metodi sciamanici, che ancora sopravvivevano nelle poche oasi rimaste delle culture indigene, e ha reso quei metodi accessibili alle persone “civilizzate” attraverso lo sviluppo del cosiddetto Core Shamanism (sciamanismo transculturale). Rendere lo sciamanismo accessibile a noi, significa renderlo qualcosa che possiamo imparare e sperimentare. Significa mostrarci dei metodi pratici per riscoprire le nostre radici sciamaniche. (Si veda, Michael Harner, The Way of the Shaman, Harper & Row, San Francisco, 1980, 1990; ed. it., La via dello sciamano, Mediterranee, 1995). La riscoperta di questa antica conoscenza circa le esperienze, che diventano accessibili durante gli stati alterati di coscienza, rende possibile capire le irruzioni spontanee di tali esperienze nella vita degli esseri umani. Questa riscoperta rende anche possibile denunciare l’errore di discreditare, in modo sommario, tutte le possibilità esperienziali primordiali, considerandole esperienze patologiche. Lo sciamanismo, nella forma del Core Shamanism, può essere classificato tra i vari metodi per espandere la coscienza. Non è un metodo psicologico, tuttavia, e non dovrebbe essere semplicemente incorporato nella psicologia. Nemmeno è una forma di psicoterapia. Vorrei ammonire esplicitamente contro il tentativo, troppo frettoloso, di “psicologizzare” lo sciamanismo, cercando di “integrarlo” nel contesto dei metodi psicologici odierni. Come ho spiegato sopra, lo sciamanismo e la psicologia derivano da fasi totalmente diverse dell’evoluzione della coscienza. Prestare adeguata attenzione alle fondamentali differenze cosmologiche e metodologiche tra i due campi, richiederebbe più tempo e più spazio di quanto questa conferenza consenta. Considerato nei termini della storia dell’evoluzione della coscienza e, in particolare, della fase di unità magica con l’ambiente, lo sciamano primitivo può essere visto come qualcuno che sa come regredire allo stato arcaico di identità con l’universo. La sua intenzione, tuttavia, non è di dissolversi e annientare se stesso, anche se egli cerca l’unione con i poteri dell’universo. Lo sciamano incontra questi poteri come le energie essenziali delle piante, degli animali, degli elementi e nella forma dei fenomeni innumerevoli che lo circondano. Attraverso l’identificazione temporanea con i propri spiriti aiutanti personali, egli può far uso del loro potere e della loro saggezza allo scopo di ottenere guarigione, protezione, forza, difesa, fertilità, ecc. La natura apparentemente primitiva dello sciamanismo è anche il suo maggior vantaggio. Poiché lo sciamanismo è una tecnica arcaica per modificare la coscienza, i suoi metodi possono insegnarci a riscoprire il senso perduto di armonia con il fondamento originario dell’essere. Poiché è un metodo arcaico, i poteri cosmici si manifestano allo sciamano nei loro aspetti originari come gli spiriti degli animali, delle piante e degli antenati. Il potere ha sempre bisogno di una forma in cui manifestarsi: questo principio vale anche per la realtà ordinaria. Il metodo centrale dello sciamanismo è il viaggio nella “realtà non ordinaria” (un termine coniato da Carlos Castaneda). La deprivazione sensoriale, creata dal tambureggiamento prolungato e monotono, accompagna un’espansione della nostra coscienza-realtà ai livelli arcaici, a strati cosmico-universali dell’essere e, in definitiva, al senso di identità con il mondo come un tutto. Usando la metodologia dello sciamanismo, il praticante sciamanico immagina di aver trovato un’entrata nella terra in un luogo nella natura scelto in precedenza. Entrando nella terra, trova un tunnel e, quando passa oltre l’uscita luminosa di questo tunnel (che l’ha portato nelle profondità della terra), si ritrova nella realtà non ordinaria. Qui, con l’aiuto dei suoi spiriti aiutanti, cerca la soluzione dei problemi che è andato là per risolvere. Questa breve introduzione allo sciamanismo, nei termini dell’evoluzione della coscienza, sarà sufficiente per gli scopi del momento. Durante queste settimane avete avuto molte opportunità di lavorare con guide competenti, che vi hanno introdotto agli aspetti etnologici e antropologici dello sciamanismo. Nel nostro contesto, sono di particolare importanza i seguenti punti: Lo sciamano va sempre nella realtà non ordinaria con un’intenzione ferma e ben precisa. Si lascia guidare dalla sua missione di guarigione – cioè, dal lavoro di guarigione che intende effettuare per un individuo, per la comunità o per la natura come un tutto. Quando è entrato nella realtà non ordinaria, egli incontra sempre i suoi spiriti aiutanti o alleati. E’ attraverso la connessione con questi spiriti che ottiene il potere di guarire. Dopo aver terminato il viaggio, lo sciamano ritorna sempre nella realtà ordinaria, dove può trasmettere agli altri la conoscenza e il potere dei suoi spiriti. È quindi in grado di fungere da messaggero tra le realtà in maniera efficace e intelligibile. Se rimanesse nella coscienza-realtà degli spiriti, sarebbe un pazzo inutile e inefficiente. La Depressione e lo Sciamanismo Le depressioni – e probabilmente anche le esperienze psicotiche – hanno radici comuni nelle potenzialità arcaiche della coscienza, simili a quelle che sono alla base dei metodi sciamanici. L’essere umano depresso regredisce, con una parte essenziale della sua coscienza, a un livello arcaico di coscienza-realtà. Questo livello è caratterizzato da uno stato, simile al sonno, di vitalità ridotta, dall’annullamento del tempo, dello spazio e del significato e dalla prossimità alla morte. Allo stesso tempo, l’ego-coscienza dell’individuo depresso, che si è formata attraverso le sue esperienze nello stato ordinario di veglia, rimane consapevole e desta. L’individuo depresso vive in entrambi gli stati simultaneamente. Da un lato, è bloccato e incapace di armonizzarsi con i poteri dell’universo, dall’altro non è sufficientemente desto per poter far fronte alle richieste della vita quotidiana. Le conseguenze sono ansia e disperazione: egli piange per la sua incapacità di vivere pienamente e si addolora per l’incapacità di essere adeguato nell’una o nell’altra realtà. Dal punto di vista sciamanico, l’ansia sospinge incessantemente le persone depresse avanti e indietro lungo il tunnel oscuro tra le due realtà. Esse non sono né ancorate nella realtà ordinaria, né hanno trovato degli alleati in quella non ordinaria, cioè, sono separati dalle energie universali di tutte le cose viventi. Per esprimere questo concetto in termini un po’ esagerati, potremmo dire che la persona depressa, intrappolata nel suo oscuro mondo intermedio, deve imparare – come lo sciamano – a muoversi tra le coscienze-realtà, per attingere potere ed energia dalla realtà non ordinaria e per ancorarsi nella realtà ordinaria. Lo sciamano ha imparato a muoversi avanti e indietro tra le due coscienze-realtà Questa abilità è una delle sue capacità centrali ed egli fa estrema attenzione a sostenerla e affinarla. Lo sciamano è colui che attraversa i confini tra le due realtà. E’ un messaggero – un messaggero del potere. Egli ritorna nella realtà ordinaria portando con sé il potere delle entità, che ancora – o di nuovo – esistono in armonia con l’universo. Quelle entità sanno di che cosa noi esseri umani abbiamo bisogno per riacquistare salute e benessere. Possono aiutarci a superare le nostre disarmonie, a sciogliere i nostri blocchi e a guarire i nostri sentimenti di alienazione e isolamento. Il Core Shamanism fornisce un’immagine chiara e pratica della transizione da una coscienza-realtà a un'altra. Questa transizione è il tunnel tra le due realtà. Poiché si trova in innumerevoli fiabe e miti, indubbiamente conoscete già il motivo del tunnel come legame e soglia tra le varie realtà. La fiaba ben nota di “Frau Holle” contiene un buon esempio di questo motivo. Maria, che è stata rifiutata dalla matrigna, si punge inavvertitamente un dito filando e, mentre cerca di lavare il fuso dal suo sangue, precipita in un pozzo (il tunnel). Quando riacquista conoscenza, si ritrova nell’Altro Mondo di Frau Holle. Questa è la più semplice introduzione alla comprensione del viaggio sciamanico nella realtà non ordinaria. Forse ricordate che anche la sorellastra preferita di Maria si avventura nell’Altro Mondo di Frau Holle, ma con scopi impuri. Ella si getta deliberatamente nel pozzo, ma soltanto per essere ricoperta di pece e venirne ricacciata fuori. Parlando simbolicamente, si potrebbe dire che la persona depressa è similmente ricoperta di pece appiccicosa, ma non sa come sia successo e come può ripulirsi. Non c’è quasi differenza tra l’esperienza di iniziazione vissuta dalla persona depressa e quella vissuta normalmente dallo sciamano. Spesso la vita di entrambi è stata piena di eventi traumatici come l’abbandono, lo sfruttamento, l’abuso, le malattie, le esperienze di pre-morte, la perdita di membri importanti della famiglia, emigrazioni, guerre, ecc. La fuga in un altro mondo è spesso l’unico modo per l’anima di sopravvivere. La persona depressa è un essere umano che ha vissuto un’iniziazione. Egli ha accesso ad altre coscienze-realtà, ma non è consapevole di questo dono, né capace di usarlo in modo efficace. Infatti, difficilmente ci si può aspettare che lo sia, perché non ha beneficiato di una iniziazione formale. Il Trattamento Sciamanico delle Persone Depresse Dal punto di vista sciamanico, le persone depresse hanno bisogno di aiuto in due direzioni: Da un lato, hanno bisogno di un collegamento con l’energia vitale, cioè con i loro animali di potere, in modo da trovare l’energia necessaria per ancorarsi nella realtà ordinaria. Dall’altro lato, hanno bisogno di una guida per imparare a muoversi in modo sicuro tra le coscienze-realtà. Invece che permettere ai sentimenti di ansia di bloccarli, i pazienti dovrebbero imparare a incontrare la paura come un alleato, come una scorta che appare di tanto in tanto per ricordare loro che hanno bisogno di proteggersi. L’ansia può così svolgere una funzione positiva, guarendo l’individuo, mentre egli impara a guarire se stesso e forse altri. Nel corso degli ultimi due anni, ho utilizzato delle sessioni sciamaniche con pazienti selezionati come completamento della regolare pratica psicoterapeutica. Le mie esperienze sono basate su dieci individui, alcuni dei quali hanno terminato il trattamento, mentre altri stanno ancora lavorando con me. Per ripeterlo ancora una volta: lo sciamanismo non è psicoterapia! La letteratura sulle culture indigene fornisce numerosi resoconti di esperienze di interazione tra lo sciamanismo e la medicina scientifica. Nella nostra cultura, comunque, esperienze di questo tipo generalmente mancano, specialmente nel campo della psicoterapia. Sebbene un numero sempre maggiore di psicologi stia lavorando per integrare i due approcci, i ricercatori di entrambe le discipline sono ostacolati dalla mancanza dei concetti necessari. Al momento, soltanto un approccio chiaramente separato, lato a lato, è accettabile. La loro integrazione è il processo di guarigione stesso. Indicazioni La decisione di tenere una sessione sciamanica dovrebbe essere presa nel contesto di una relazione psicoterapeutica continuativa. Il momento adatto per fissare la prima sessione dipende dalle condizioni del paziente depresso. In generale, il terapeuta dovrebbe aspettare almeno fino a quando il paziente è di nuovo in grado di parlare e di ascoltare e non richiede più alte dosi di farmaci anti-depressivi. Parallelamente alla terapia regolare, si possono tenere fino a dieci sessioni sciamaniche. Queste dovrebbero aver luogo a intervalli di due o quattro settimane. La decisione di fissare ogni nuova sessione dovrebbe essere presa congiuntamente dal paziente e dal terapeuta. A un qualche punto della terapia, il paziente potrebbe iniziare timidamente ad accennare a esperienze con luoghi di libertà totale, luminosità e redenzione. Il modo in cui egli parla di questi luoghi suggerisce che sa molto di più al riguardo, o perlomeno che vi sta alludendo come contro-esempi delle sue difficoltà presenti. Alcuni pazienti dicono di sentirsi attirati verso quei luoghi. In casi come questi, è possibile reinterpretare l’esperienza depressiva come una malattia spirituale, o un’iniziazione repressa. Ciò può succedere nella quinta sessione, nella decima, o forse dopo due anni di psicoterapia. Di regola, aspetto sempre che sia il paziente a darmi il primo segnale. In espressioni come “….mi sento come fossi sotto la superficie….ogni cosa è perfettamente immobile là, non spiacevole, ma senza sentimento, come ovattata….Non sono con me stesso, ma da qualche altra parte, non so dove….da lontano, posso vedere tutto il lavoro che ho lasciato incompiuto e mi sento in colpa…. sprofondo nel vuoto….vedo il mondo come se stessi guardando attraverso un tubo….mia moglie e i miei figli mi parlano, ma quello che dicono non ha alcun significato per me….in questa vita faccio tutto sbagliato….è come se sentissi mia madre defunta chiamarmi….ho guardato dall’altro lato e ho visto una luce bianca….c’è troppa luce per me in questo mondo….” Prendo queste affermazioni alla lettera come allusioni ad esperienze di una realtà alterna. Il trattamento sciamanico delle depressioni può essere suddiviso in tre fasi: 1) reinterpretare la depressione, 2) procedure pratiche, 3) effetti Reinterpretare la Depressione Il lavoro di reinterpretazione non è di per sé sciamanico. Serve invece a preparare il cambiamento di prospettiva da una visione psicologica delle malattie depressive a una spirituale. Consentitemi ancora di sottolineare che non sto proponendo una interpretazione eziologica delle depressioni. Ogni spiegazione proposta e ogni trattamento potenziale deve prendere in considerazione una varietà di cause. Per quanto possibile, cercherò di utilizzare le parole stesse dell’individuo depresso per descrivere il viaggio che egli ha intrapreso nell’altra realtà, quella in cui tutti siamo vissuti nell’infanzia. Per la maggior parte di noi, comunque, il processo di educazione ha sbarrato l’accesso a quella realtà, come se ora l’ingresso a quel mondo fosse nascosto dietro una porta invisibile. Le persone molto spirituali – per esempio, i monaci tibetani che tutti conosciamo – si sforzano attentamente di riaprire quella porta. Per gli individui depressi, l’accesso all’altro regno non è mai stato chiuso completamente, oppure è stato aperto in modo violento da esperienze traumatiche. Il desiderio di ritornare allo stato di unità con il tutto è una specie di richiamo, che ci attrae continuamente. Allo stesso tempo, i pazienti depressi si sentono anche legati alle richieste della realtà ordinaria. Alla fine, la loro ansia crudele li sospinge avanti e indietro lungo il corridoio buio tra i mondi. Spiego ai pazienti depressi che questo andare avanti e indietro è la condizione depressa stessa. Ogni persona porta dentro di sé il desiderio intenso di ritornare nell’altra realtà, quel luogo dove possiamo nuovamente sentirci sicuri e confortati, il grembo protettivo del mondo dove possiamo ancora sentirci in unione con ogni cosa – come eravamo prima di nascere e come saremo di nuovo dopo la morte. Questa reinterpretazione non cerca di fornire una spiegazione causale, ma cerca invece di rivalutare e apprezzare in modo più pieno il valore dell’esperienza depressiva. La reinterpretazione può infatti produrre risultati sorprendenti: 1. In generale, i pazienti reagiscono con un senso di sollievo immediato, come si fossero liberati da un grande peso, anche se a volte sono un po’ diffidenti. Per la prima volta, ascoltano qualcuno che riconosce il valore della loro esperienza ed è disposto a considerare quella sofferenza come un fenomeno, che può essere inquadrato entro la cornice della normale esperienza umana. Scoprono che ci sono modi per riacquistare il controllo sul viaggio fuori dalla realtà ordinaria. Cominciano a vedere le loro esperienze in una nuova luce. 2. Tutti i miei pazienti hanno capito immediatamente la metafora del corridoio oscuro tra i mondi. Per loro questa simbologia funzionava come un invito a parlare del loro desiderio per un altro mondo. Allora confidarono che, per molti anni, questo mondo privato era stato la loro unica via di scampo dalle pressioni della vita quotidiana. Spesso hanno detto di aver saputo di questa possibilità fin dalla fanciullezza. Anche ora si sentono continuamente attirati verso quell’altro mondo. Nonostante il senso di colpa, la maggior parte di loro continua a cedere alla tentazione, anche se sono consapevoli che la famiglia e gli amici insistono perché cerchino di essere meno assenti e “più qui”. I pazienti descrivono anche quanto sia doloroso essere bloccati nel corridoio tra i mondi. Dicono che durante le fasi di profonda depressione, non solo perdono l’accesso a qualsiasi tipo di rifugio, ma si sentono anche privi di profondità, tagliati fuori sia dal mondo esterno che da quello interno. 3. Sono capaci di parlare del loro desiderio intenso per la morte. Non vedono più la morte nel modo in cui la vede generalmente la nostra società, cioè come uno spettro terrificante e in parte rimosso. La depressione possiede la propria sensibilità nei confronti dei poteri elementari dell’essere. Anche se il senso spontaneo di sollievo e alleggerimento non dura, la possibilità di parlare di tali esperienze permane. Spesso, tuttavia, dobbiamo prima cercare le parole, le immagini e le metafore appropriate, in quanto queste generalmente mancano nel nostro vocabolario. Rituali Sciamanici di Guarigione Ora dedicherò alcune parole alla discussione dei rituali sciamanici di guarigione, che conduco nel ruolo di praticante sciamanico. Reinterpretare la Depressione Conduco i rituali sciamanici solo con il consenso precedente del paziente e nel corso di sessioni separate da quelle di psicoterapia. In preparazione al rituale, modifico la disposizione dei mobili nel mio studio, in modo da creare uno spazio libero che ci consenta di sedere su dei cuscini e di sdraiarci su di una coperta stesa per terra. La stanza viene oscurata. Dispongo i miei oggetti di potere sull’altare, accendo una candela e brucio dell’incenso, lasciando che il fumo profumato si espanda nell’aria. Indosso anche un gilè speciale per significare che il mio orientamento interno è cambiato. L’intero “allestimento sciamanico” della scena segnala, sia al paziente che al praticante, che non stiamo più lavorando nella realtà ordinaria o secondo delle modalità psicoterapeutiche. Dal punto di vista psicologico, tutto ciò serve per introdurre il lavoro sciamanico. Praticando abitualmente lo sciamanismo in queste condizioni e in questo ambiente, diventa più facile per me provocare delle reazioni coscienti e inconsce e catalizzare la riorganizzazione mentale necessaria per questo tipo di lavoro. Procedure Pratiche Tutte le sessioni di consulenza sciamanica sono condotte in modo simile e, viste dall’esterno, sembrerebbero assolutamente non spettacolari. Quando il paziente ed io entriamo nella stanza, gli faccio osservare come l’ambiente sia stato modificato e stabilisco il seguente accordo con lui: se dovesse sentirsi a disagio, in qualsiasi punto della sessione, deve sentirsi libero di terminarla immediatamente, senza dare alcuna spiegazione. La nostra conversazione successiva, riguardo lo scopo della sessione (la sua indicazione terapeutica), sottolinea di nuovo che stiamo per iniziare un altro tipo di lavoro – non psicoterapia. Nel corso della discussione cerchiamo una risposta alla domanda: “Qual è il mio (cioè, del paziente) maggior problema al momento?” Assieme cerchiamo una risposta chiara a questa questione. Le persone depresse generalmente hanno bisogno di energia vitale e di libertà di muoversi. I pazienti formulano spesso le loro risposte in questa direzione. Vogliono condividere i loro pensieri tormentosi e le loro difficoltà a trovare la fiducia in se stessi e la forza per realizzare i propri scopi nella vita. Soprattutto, vogliono riscoprire la capacità di “essere qui” – di sentirsi genuinamente presenti con i loro compagni umani e con l’ambiente che li circonda. Spiego la sequenza della sessione e ripeto di nuovo il nostro accordo, poi chiedo al paziente di sdraiarsi sulla coperta che ho steso sul pavimento. Questa è una coperta speciale che uso soltanto per il lavoro sciamanico. Poi gli dico che non deve far altro che sperare nel successo dei nostri sforzi e, inoltre, rimanere aperto e attento a qualsiasi cosa potrebbe succedergli. Dopo essermi messo nello stato d’animo adatto scuotendo brevemente il sonaglio e cantando, mi sdraio accanto al paziente. Attraverso le cuffie, ascolto il suono familiare del tamburo e intraprendo il cosiddetto viaggio diagnostico, per presentare il problema del paziente ai miei aiutanti spirituali. Le loro risposte possono indicare quattro direzioni in cui procedere: 1. Terminare la sessione: sia perché non è il momento giusto per il paziente di ricevere questo tipo di aiuto, o perché questo aiuto potrebbe essere rischioso per lui. 2. Il paziente ha bisogno di essere collegato con l’energia vitale attraverso un animale di potere personale. 3. Vari eventi traumatici nella vita del paziente hanno provocato la sua perdita del potere dell’anima o, come diciamo, di parti dell’anima. Quando l’anima di qualcuno perde la sua interezza, la persona diventa suscettibile agli effetti di influenze patologiche. Essa è priva del suo nucleo essenziale, o essenza vitale – in qualsiasi modo si scelga di chiamare la parte mancante. Dal punto di vista spirituale, questi individui sono indifesi e, perciò, molto vulnerabili alle malattie dell’anima e del corpo. Non è difficile capire come la persona che ha perso parti della propria anima tenda ad essere depressa, in quanto il suo spirito o potere vitale è assente. Una discussione approfondita del concetto di perdita dell’anima esula dagli scopi di questa conferenza. Sandra Ingerman, una psicologa americana con molti anni di esperienza nella pratica del recupero dell’anima, ha esposto i risultati da lei ottenuti usando questo metodo in due libri (Soul Retrieval, Harper, San Francisco, 1991, ed. it. Il recupero dell’anima, Crisalide, 2001; Welcome Home, Harper, San Francisco, 1993). 4. La persona può essere posseduta da energie che le sono estranee e, perciò, inutili e dannose. Queste “intrusioni” dovrebbe essere rimosse o estratte.
Questi tre concetti di malattia:
- perdita dell’energia vitale
- perdita del potere dell’anima
- essere colpito o posseduto da energie estranee
sono tipici concetti sciamanici. I metodi utilizzati nel rituale di guarigione sono determinati dal tipo di malattia da curare. Questi possono includere la reintegrazione dell’energia vitale o delle parti dell’anima e/o l’estrazione delle energie estranee. Dal punto di vista sciamanico, la persona è sana quando vive di nuovo in armonia con l’universo. Possiamo identificare dei concetti simili della malattia e del trattamento nel pensiero medico e psicologico contemporaneo. Per esempio, una malattia può essere provocata dalla mancanza di elementi essenziali alla vita, fondamentalmente, dalla mancanza di energia, oppure il malato soffre di infezioni, cioè le intrusioni consumano la sua energia. La perdita dell’anima è molto simile alla nozione psicologica, secondo cui la persona è ancora attaccata emotivamente ai traumi passati, che devono essere superati. Lo sciamanismo presuppone che, per proteggersi dai traumi passati, parti dell’anima si separino e debbano essere ritrovate e restituite alla persona che le ha perdute. Dal punto di vista di un osservatore esterno, il trattamento sciamanico consiste di una serie di azioni ritualizzate derivanti dalle pratiche sciamaniche, che i popoli indigeni hanno messo in atto per molte migliaia di anni. Questa conferenza non è il luogo adatto per una descrizione dettagliata di quelle pratiche. Superficialmente, queste pratiche potrebbero sembrare piuttosto insignificanti, in quanto il trattamento effettivo non ha luogo nel mondo visibile della realtà ordinaria, ma è invece effettuato dalla forze spirituali nel mondo, per noi invisibile, della realtà non ordinaria. Le azioni ritualizzate del praticante sciamanico nella realtà ordinaria stanno a rappresentare le azioni compiute dagli spiriti nella realtà non ordinaria. Effetti Quando il paziente giace in silenzio sulla coperta, consapevole che qualcuno accanto a lui sta cercando aiuto in un’altra sfera – una sfera che per molti anni gli è servita da rifugio – spesso si sente toccato profondamente. Può percepire i cambiamenti che avvengono dentro di lui prima ancora che il praticante sia ritornato nella realtà ordinaria, o che abbia iniziato a raccontare il lavoro fatto dai suoi aiutanti nella realtà non ordinaria. A volte questo può portare all’espressione spontanea di sentimenti, a lacrime, a sospiri profondi che alleggeriscono il regno interiore del paziente. Molti dicono di aver provato sollievo, di aver sentito che qualcosa se n’era andato o che il potere stava ritornando. Si sentono nuovamente integri, pieni e appagati. Sono consapevoli di sensazioni di calore, potere e gioia. A volte, tuttavia, possono passare vari giorni o settimane prima che questi effetti si facciano sentire. Spesso i pazienti reagiscono con irritazione al ritorno del potere dell’anima. All’inizio possono essere spaventati dal potere insolito che ora percepiscono dentro di sé, o possono sentirsi diffidenti. In questi casi, è importante dare tempo sufficiente ai pazienti, assicurarli che, se lo desiderano, sono perfettamente liberi di lasciar andare quel potere. Naturalmente, è anche importante continuare ad accompagnarli come psicoterapeuti. Spesso i miei spiriti aiutanti mi incaricano di portare indietro dei rituali o delle azioni particolari, che aiuteranno i pazienti a familiarizzarsi con quella energia, ad accettarla e integrarla. Per esempio, i miei aiutanti potrebbero indicarmi di dire al paziente di cercare un luogo nella natura e collocare una pietra sulla terra, come mezzo per diventare più consapevole del nuovo ancoraggio, che ora ha conseguito nella sua personalità e nella realtà ordinaria. E’ stato dimostrato che gli individui depressi sono spesso persone la cui anima si è frantumata in molti pezzi. Molto potere dell’anima è ancora bloccato nella storia passata della loro vita. Inoltre, i loro frequenti attacchi di paura e ansia continuano a consumare il potere dell’anima. Queste ansie possono includere la paura di essere in mezzo alla gente, il senso di non essere in grado di affrontare la vita, o la convinzione di essere costretti a confrontarsi con delle richieste troppo grandi. In ciascun caso, l’individuo depresso si sente incapace di proteggersi in modo adeguato. E’ come se la parte rimanente dell’anima (quella che continua a mantenerlo vivo) fosse un frammento talmente piccolo, da non poter più funzionare come il nucleo attorno al quale può “cristallizzarsi” il potere dell’anima (che è stato riportato con il recupero dell’anima). Questo processo continuo di frammentazione dell’anima sembra erodere inesorabilmente l’ancoraggio del paziente nella realtà ordinaria e spingerlo sempre più vicino alla morte. Egli sembra troppo debole per trattenere e integrare il potere dell’anima, che gli è appena stato riportato. Questo concorda con un sentimento condiviso da molte persone depresse: spesso esse sperimentano l’energia e la motivazione come dei disturbi indesiderati, come un disagio irritante che sono incapaci di utilizzare in modo mirato. Di conseguenza, il recupero dell’anima deve essere ripetuto più volte. Questi recuperi, inoltre, devono essere combinati con gli sforzi per accrescere il potere protettivo, per esempio, incoraggiando il paziente a visualizzare una nube di luce colorata, che lo circonda e lo protegge. Con pazienti particolari si è reso necessario effettuare dieci recuperi dell’anima a intervalli di varie settimane o mesi. Lo scopo è creare un “nucleo di anima” solido e durevole con un ancoraggio forte e sicuro nella realtà ordinaria. Il Counseling Sciamanico Questo è il passo più importante nel trattamento spirituale delle malattie depressive. Quando i pazienti sono riusciti a cristallizzare dentro di sé sufficiente potere dell’anima, possono imparare a muoversi avanti e indietro tra le coscienze-realtà, possono cioè diventare i propri consiglieri, o counselor, sciamanici. Il Counseling sciamanico è un’espressione coniata da Michael Harner per descrivere un processo strutturato, per usare il viaggio sciamanico come mezzo per aiutare le persone a lavorare con le forze spirituali. Non è richiesta una esperienza precedente o una conoscenza dello sciamanismo per utilizzare questa metodologia.
Le pre-condizioni essenziali, comunque, sono la volontà di:
- accettare l’esistenza di una sfera spirituale;
- alterare la propria coscienza come mezzo per accedere a quella sfera spirituale, che chiamiamo anche realtà non ordinaria. In pratica, si visualizza questo accesso come un tunnel, una porta o un foro in una specie di membrana.
Assumendo che le persone depresse siano rimaste bloccate o intrappolate nel corridoio tra le coscienze-realtà, il Counseling sciamanico le aiuta a penetrare nel regno dei poteri spirituali, a completare la loro iniziazione, annullare la frattura nella loro coscienza e ottenere nuova energia vitale dall’unione con i poteri cosmici. E’ questa riunione che, in definitiva, ristabilisce e rafforza il loro ancoraggio nella realtà ordinaria. Il paziente si prepara per il viaggio stendendosi sul pavimento. Gli viene detto che, quando il tamburo inizia a suonare (attraverso le cuffie), deve cercare un luogo nella natura con un’entrata nel terreno e poi scendere attraverso un tunnel nel cosiddetto mondo di sotto. Entrando nel tunnel, dovrebbe focalizzare la sua intenzione sullo scopo di vedere una luce chiara alla fine del tunnel. Deve andare verso quella luce, uscire dal tunnel ed entrare nella realtà non ordinaria. Quando vi è giunto, dovrebbe focalizzare tutta la sua intenzione sullo scopo di incontrare un animale di potere. Al paziente vengono date informazioni precise, che gli consentono di distinguere il suo animale di potere da tutti gli altri animali, che potrebbe incontrare. Per quanto possibile, egli dovrebbe parlare ad alta voce, raccontando le sue esperienze nella realtà non ordinaria mentre avvengono, in modo da poter registrare il racconto su di una cassetta. In seguito, il contenuto della cassetta può essere riascoltato e discusso assieme. Se necessario, si possono fare delle sessioni successive di psicoterapia, per continuare a lavorare con il materiale che il paziente ha riportato dalla realtà non ordinaria. Ogni viaggio con il tambureggiamento dura 15 minuti. Quando il paziente diventa più esperto, i viaggi possono essere estesi a 30 minuti. Un cambiamento nel ritmo del tamburo segnala al paziente che è giunto il momento di iniziare il viaggio di ritorno. Per tornare, egli ripercorre, nella direzione opposta, lo stesso cammino, fino a quando raggiunge il tunnel e finalmente riemerge nello stesso luogo nella natura dove il viaggio era iniziato. In una sessione successiva, il paziente impara a porre una domanda ai suoi alleati nella realtà non ordinaria e a capire la risposta che riceve. Lo scopo del terzo viaggio è trovare un maestro spirituale nel mondo di sopra e porre una domanda circa il trattamento più efficace per le depressioni. In questo modo, il paziente ha appreso gli elementi fondamentali del viaggio sciamanico. In termini più generali, si è familiarizzato con tre elementi essenziali dell’attività spirituale:
- l’intento che lo guida, cioè la domanda che pone ai suoi alleati;
- il passaggio per entrare e ritornare dalla realtà non ordinaria, cioè il tunnel;
- ha acquistato degli spiriti aiutanti, o alleati, nella forma di animali di potere e maestri.
I viaggi successivi approfondiscono la comprensione che il paziente ha cominciato ad acquisire. Col tempo e con la pratica, può fare da solo il viaggio sciamanico a casa sua. All’inizio, le persone depresse credono che i loro tentativi di fare il viaggio sciamanico saranno dei tristi fallimenti. Prima di intraprendere il primo viaggio, molti pazienti esprimono paura del tunnel oscuro, che potrebbe intrappolarli o essere pieno di pericoli e di mostri. Nonostante le loro paure, nove dei dieci pazienti, ai quali ho insegnato la tecnica del viaggio, trovarono il loro animale di potere nel corso del primo viaggio. La paziente di nome Ursula incontrò sei alleati. Era molto compiaciuta: all’improvviso aveva riscoperto l’accesso a una vita interiore ricca e pittoresca che, nel corso di viaggi successivi, diventò sempre più viva e vibrante. La sua scoperta di questo regno avvenne dopo che, per lungo tempo, aveva creduto che il suo mondo interiore fosse interamente oscuro e morto. Attraverso il tunnel oscuro, Ursula penetrò in un livello di coscienza, o di esperienza, originario e funzionante in modo salutare. Indipendentemente dal fatto che ora aveva trovato dei guardiani per le sue energie vitali e dei compagni per i suoi soggiorni nella realtà non ordinaria, ottenne anche la prova convincente di avere dentro di sé potere ed energia. Per Ursula questa era la conferma del fatto che la sua immaginazione e i suoi sentimenti erano ancora integri e che dentro di lei esisteva un mondo affascinante – invece dei pensieri tormentosi e senza fine. Altri pazienti reagirono in modo simile. Tutti loro sperimentarono il passaggio consapevole attraverso il tunnel come molto meno temibile, che il continuare a languire immobili e senza direzione in una oscurità irreale. Senza eccezioni, tutti i pazienti ritornarono dal viaggio sentendosi più vitali e rilassati, più sicuri e in un miglior stato d’animo. E’ anche interessante riferire che iniziarono a sognare con maggior frequenza. In molti casi, avvennero delle guarigioni o ci furono dei sogni di iniziazione, come se i sogni consentissero ai pazienti di raggiungere quelle cose, che fino ad allora non erano riusciti a ottenere nella vita cosciente di veglia. Come conseguenza del viaggio sciamanico, ci furono dei miglioramenti evidenti in tutte le aree sintomatiche. I pazienti si sentivano più svegli e presenti, più sicuri e motivati, più capaci di mantenere delle relazioni interpersonali e di prendere delle decisioni. Riferirono anche di un ravvivarsi dei loro affetti ed emozioni. Vari pazienti poterono terminare il trattamento psicoterapeutico, altri poterono allungare gli intervalli tra le sessioni. Oltre a questo, i metodi del Counseling sciamanico hanno fornito delle intuizioni preziose riguardo le esperienze delle persone depresse e hanno reso possibile riconoscere un aspetto della depressione, che prima era nascosto. Conclusioni L’interpretazione odierna, multidimensionale, delle depressioni è stata ampliata per includere un aspetto collegato all’evoluzione della coscienza. Questa espansione ci ha consentito di capire che dei processi apparentemente inconsci implicano, in realtà, una divisione della coscienza ed una regressione a una coscienza-realtà arcaica. La regressione della coscienza è un elemento fondamentale dello sciamanismo. Quando le persone depresse imparano a compiere il viaggio sciamanico, la regressione allo stato arcaico di unità con le forze dell’universo può diventare una risorsa, che restituisce la vitalità e accresce il senso di ancoraggio nel sé e nel mondo. L’aspetto straordinario di questo processo sta nel fatto che le persone, che erano state diagnosticate come depresse e che si erano precedentemente allontanate dal mondo quotidiano, sono state capaci di apprendere un metodo, che le ha aiutate a stabilire un confine chiaro tra i mondi della realtà ordinaria e non ordinaria. Usando questo semplice metodo, i pazienti sono stati in grado di passare senza timore, e in entrambe le direzioni, attraverso i varchi tra i mondi. Un aspetto, non nuovo, di questa metodologia è che la persona, il cui problema psichico implica (tra le altre cose) una perdita di realtà, è istruita a lasciare la realtà. Il trattamento prescritto è identico al sintomo della malattia. Il prescrivere il sintomo come un intervento terapeutico è un concetto ben noto. Nel futuro, quando queste persone “si immergono” – e questa immersione dovrebbe essere interpretata in due sensi – esse possono chiamare e incontrare i loro spiriti aiutanti. I miei pazienti ed ex-pazienti hanno imparato a iniziare un dialogo con i loro alleati ed ora possono consentire a questi alleati di assisterli e guidarli. Gli aiutanti interiori hanno dato loro l’accesso all’energia vitale universale e questo, a sua volta, rafforza il loro senso di autonomia, fiducia in se stessi e la loro capacità di vivere la vita. Il contatto con le energie spirituali rafforza il loro senso di appartenere al mondo, accresce la loro capacità di amare e di provare compassione per tutte le cose viventi.
La psicologia di Babbo Natale e i suoi Doni Babbo Natale occupa un posto importante nel mondo incantato dell’infanzia. E’ una guida verso la realtà adulta. Fedele al suo appuntamento annuale, arriva in un giorno di festa, portando regali e creando un’atmosfera magica, insieme all’albero, al presepe, alla famiglia riunita, alla neve… Di solito con l’ingresso della scuola primaria, nella testa dei bambini, il Babbo Natale “considerato vero” lascia spazio in modo naturale al Babbo Natale “desiderato e idealizzato”. Passa il pensiero antropomorfico, rimane il concetto. Babbo Natale è associato al regalo, è legato alla bontà: chi si è comportato bene, chi ha preso bei voti, riceverà un dono. Molti genitori si chiedono se c’è un’età in cui è il caso di chiarire le cose, cioè dire che Babbo Natale non esiste, evitando che la verità sia svelata da altri. Personalmente sono contrario. Dalla seconda settimana di vita, i bambini vedono la realtà del mondo. Finché riescono a ritagliarsi spazi in cui sognare, come a Natale, è giusto lasciarli fare. I sogni non fanno male. Se sono i figli stessi a chiedere spiegazioni, perché magari hanno sentito qualcosa dagli amici e sono perplessi, mamma e papà possono iniziare a dire che per raggiungere tutti i bambini del mondo, Babbo Natale si fa aiutare dai loro genitori a comprare i regali. Se domandano invece dove abita quell’uomo vestito di rosso dalla lunga barba, meglio evitare di dire nel cielo, dove in genere sono collocati i nonni defunti e non è da associare nemmeno al presepe, simbolo sacro. Babbo Natale è ovunque, perché è la bontà in persona. Quello dell’apprendistato della verità, comunque, è un processo che avviene di solito senza traumi. Ogni bambino ha il proprio ritmo e la propria lucidità. Il compito dei genitori è accompagnarli nella crescita senza imporgliela… “…Mi faccio perdonare la mia assenza…” I doni copiosi e costosi dei genitori, soprattutto se separati, nascono spesso come una forma di risarcimento ai figli, di cui inconsciamente si pensa di non prendersi cura abbastanza. O di non amare abbastanza. O di avere fatto soffrire a causa di certe decisioni prese. Il regalo in questi casi diventa un sostituto di sé, uno strumento per allentare i sensi di colpa (“non ero presente ma ti ho pensato”…”ho fatto un sacrificio economico per te!”). Infine, ancora nell’ambito genitori figli, l’abbondanza di doni nasconde talvolta un rifiuto inconsapevole (“in realtà non ti avrei voluto, intralci la mia vita, e per questo mi sento un genitore indegno”). Il regalo non è sempre innocente! Videogiochi ai bambini? Regaliamo quelli giusti… Danno dipendenza, incitano comportamenti violenti o sono un concentrato di stimoli sensoriali, logici e cognitivi? Secondo molti studiosi, ci sono videogame che possono rivelarsi validi supporti educativi… Ecco i concetti chiave: 1) davanti al video è facile perdere la misura del tempo, un adulto deve quindi concordare, con i ragazzi che giocano, un orario. E farlo rispettare. 2) bambini e giovani non vanno lasciati soli. E’ necessario guidare la scelta dei videogame, come libri, spettacoli, film, tv. E’ importante quindi informarsi e anche provare i giochi, per capirne a fondo i meccanismi. 3) soprattutto i prodotti più recenti possono rivelarsi utili. Perché aiutano a stimolare la logica e a incrementare confidenza e abilità con gli strumenti informatici. Apprezzabile che i protagonisti di questi giochi siano cartoni animati non realistici, appartenente alla dimensione fantastica propria dei bambini. Sono presentati dei problemi, ma adeguati all’età: affermazione della personalità, di conflitti con i pari o con gli adulti, di rapporto con la natura. In età prescolare, i giochi elettronici, non dovrebbero infatti inseguire il realismo, inutile l’eccesso di effetti o movimenti troppo veloci… Il Magnetismo Personale Che cosa s'intende per magnetismo personale? L'espressione « Magnetismo Personale » serve a designare quella specie di potente fascino che alcuni individui producono sui loro simili. Senza che essi sembrino fare alcunché di speciale, questi individui ispirano la simpatia, l'interesse, la considerazione. La loro presenza è gradita, si prova come un bisogno di renderseli amici, di conquistare la loro stima. Né la bellezza, né la ricchezza, né il successo, né le qualità morali possono identificarsi coll'indefinibile e sottile irradiazione che emana l'individuo magnetico che ha qualche cosa di più e di diverso: vi è l'impressione di un serbatoio di forze la cui vicinanza vi attira, appunto come un campo magnetico attira tutto ciò che di suscettibile d'influenza si trova in sua prossimità. In che cosa consiste dunque questa misteriosa energia e pur tuttavia reale e tangibile? Perchè uno la possiede e un altro no? perchè una persona ne possiede poca ed un altro apparentemente molta? E da dove proviene? A quali fonti possiamo attingerla? La terminologia più vicina è il concetto di "fascino". Esistono vari studi sul concetto, la maggior parte in francese, pubblicati all'inizio del secolo (consigliamo H. Durville di cui possiamo fornire una copia elettronica digitalizzata). Successivamente, l'affermarsi della psicologia tradizionale ha portato la comunità scientifica in altre direzioni. La difficoltà scientificamente a provare il magnetismo personale ne è forse la causa principale. Attualmente ben poche persone conoscono a fondo questa disciplina, più semplice di molte altre create successivamente e che magari ne incorporano delle parti. Eppure i vantaggi sono tanti: nella vita, nelle relazioni, nella terapia, in quanto una maggiore efficacia personale è la chiave stessa del successo. Il Prof. Rolland, il cui padre aveva tra l'altro già scritto un'operetta al riguardo, alcuni brani della quale sono stati inclusi in questo lavoro, ci ha aiutato nel capire cosa veramente fosse questa materia. Oltre che basarci sul metodo trasmesso da Rolland, costituito da una serie di esercizi anche più vasta di quella indicata in quest'opera, abbiamo consultato sia opere antiche che opere moderne, e cercato ovunque persone che potessero dirsi maestre della materia, comparando e cercando di comprendere cosa veramente si celasse dietro queste parole. Possiamo pensare che il magnetismo provenga:
Questi aspetti non verbali sono in stretto rapporto col nostro controllo di noi stessi. Possiamo infatti pensare che più siamo padroni di noi stessi più possiamo essere coerenti e congruenti. Questo è il livello nel quale crescita personale e potenza comunicazionale arrivano a coincidere. Molte persone inseguono o l'uno o l'altro, ovverosia o vogliono migliorare la comunicazione o vogliono migliorare loro stessi. Esiste una terza strada, dove entrambi i risultati sono possibili contemporaneamente. Il magnetismo personale è utile nella vita quotidiana, in quanto permette di moltiplicare l'impatto relazionale di una persona. E' utile nel business, in quanto permette di creare maggiore contatto ed impatto con il cliente. In connessione con le tecniche comunicazionali (vedi capitolo apposito) è uno strumento potentissimo di utilizzo tra l'altro immediato. E' utile nelle relazioni perchè tra l'altro porta a dare invece che a chiedere solo. E' utile nell'insegnamento, in quanto moltiplica l'impatto comunicativo. Ed è anche utile nella terapia, dove i risultati di qualsiasi disciplina psicologica sono più netti nel caso di presenza di forza magnetica. Il magnetismo ha una specifica fisiologia. Per essere efficace, il pensiero deve essere coerente con la nostra volontà, e, fisiologicamente, esprimersi in maniera coerente sia a livello del sistema cerebro-spinale che del sistema simpatico. In poche parole tutto l'organismo deve agire coerentemente A questo proposito già gli indiani avevano portato attenzione sull'importanza della colonna vertebrale in tale processo. Il midollo spinale serve da canale al pensiero, trasmettendolo al sistema nervoso, e nel contempo riporta le informazioni al cervello. Un'importanza notevole ha inoltre l'utilizzo dello sguardo. La parte puramente organica e cellulare dell'essere deve essere sotto il controllo della volontà che è egualmente una manifestazione del pensiero, nel suo aspetto materiale, fisico, realizzativo. Volontà significa volere di azione, di manifestazione. il pensiero, quindi, facendo partecipare il sistema nervoso per agire, ricorre, attraverso la volontà ugualmente a questo come agente capace di animare la materia. L'efficacia di tale tipo di volontà è moltiplicata dalla corretta respirazione. La respirazione è la strada con la quale mettiamo in moto ed in stato di salute il nostro organismo e possiamo risvegliare le varie facoltà cerebrali ed armonizzare le varie funzioni organiche.
Percezione dei Colori e Percezione Emotiva Lo psicologo, psichiatra e filosofo svizzero Max Luscher ha steso un interessante il “test dei colori “ (del 1949), che trovò rapida diffusione negli anni '60 in tutta Europa e nel resto del mondo. Secondo Luscher, alla visione dei colori e delle combinazioni cromatiche si genera una risposta comportamentale, emotiva, fisica, cosicché la predilezione o il rifiuto per un determinato colore possono rivelare precisi aspetti caratteriali e tendenze emotive nei confronti della vita affettiva e di relazione: in breve, i colori parlano di noi, dando precise informazioni su bisogni, desideri, rifiuti, paure, basta saper decifrare il messaggio. Il test di Luscher si avvale di otto colori, 4 colori base (rosso, giallo, verde e blu) e 4 colori ausiliari (viola, marrone, grigio e nero), che concorrono a descrivere diversi sentimenti di sé.
Il grigio del test non è né chiaro né scuro. E completamente privo di ogni stimolo e di ogni tendenza psicologica. É neutro. Né soggetto, né oggetto. Né introversione né estroversione. Né tensione, né rilassamento. Il grigio non é un territorio occupato, ma una frontiera. Una terra di nessuno, una zona smilitarizzata, un muro dì Berlino. Un confine tra zone diverse, l'approccio al quale differisce a seconda della direzione da cui si proviene. Chi sceglie il grigio in prima posizione vuole separare tutto con un muro, rifiuta di impegnarsi per proteggersi da ogni stimolo e da qualsiasi influenza esterna, Non desidera lasciarsi coinvolgere, e rinuncia a qualsiasi partecipazione spontanea, facendo ciò che deve in modo meccanico ed artificiale. Anche quando dà l'impressione di partecipare pienamente, in effetti partecipa solo da lontano: si mette da un lato e si osserva senza lasciarsi coinvolgere da scelte o rifiuti drastici. Il grigio svolge dunque un ruolo giustificativo per il soggetto. Il blu scuro rappresenta la calma totale semplice fatto di guardare questo colore produce un effetto pacifico sul sistema nervoso. La tensione diminuisce, il polso e la respirazione si regolarizzano mentre i meccanismi di difesa lavorano per ricaricare l'organismo. Il corpo si rilassa, recupera. Sul piano psicologico, il blu scuro sviluppa ulteriormente la sensibilità. Esso è la rappresentazione cromatica di un bisogno biologico fondamentale: sul piano psicologico, pace e soddisfazione, su quello fisiologico, tranquillità. Il blu rappresenta i legami di cui ci si circonda, per sentirci stabili, sicuri, liberi da ogni tensione, in una situazione equilibrata ed armoniosa. Rappresenta l'unione, un sentimento di appartenenza e perciò la fedeltà: ma poiché si tratta di chi ci è caro, e siamo in questo particolarmente vulnerabili, rappresenta anche la sensibilità, la profondità del sentimento. In quanto sensibilità ed appartenenza, rappresenta infine una condizione che favorisce l'energia, l'esperienza del bello, la meditazione. Schefling utilizza il simbolismo del blu nella sua Filosofia dell'Arte. «il silenzio è la condizione propria della bellezza, come la calma di un mare tranquillo». Il blu corrisponde in modo simbolico alle acque calme e ad un temperamento quieto, alla femminilità. la sua percezione sensoriale è la dolcezza, il suo contenuto affettivo la tenerezza. Sul piano fisiologico il verde rappresenta la “tensione elastica”. Sul piano psicologico, la volontà nell'azione, la perseveranza, la tenacità. Il verde esprime dunque la fermezza, la resistenza ai cambiamenti, la costanza nei punti di vista, ed attribuisce un grande valore all' Io in tutte le forme di possesso e di autoaffermazione; il possesso accresce la stima e la sicurezza di sé. Il verde corrisponde simbolicamente alle sequoie maestose, quindi ad un temperamento austero ed autoritario, alla corda tesa dell'arco. La sua percezione sensoriale è l'amarezza, il suo contenuto affettivo la fierezza. Il verde in quanto tensione" agisce come una barriera dietro la quale l'eccitazione creata da stimoli esterni si accumula senza venire liberata aumentando il sentimento di fierezza, di superiorità cosciente, di potenza, di dominazione sugli avvenimenti, o perlomeno di sentirsi in grado di condurli e dirigerli. Questo accumulo di stimoli esterni conduce a differenti gradi di padronanza intesa non soltanto come slancio che si giunge a padroneggiare ma anche coste chiarezza interiore, disponibilità all'autocritica e consequenzialità logica: tutto ciò porta all'astrazione dal formalismo. Questo comportamento può spingere il soggetto a cercare condizioni di vita migliori migliore deve essere la salute, propria e degli altri, la vita deve prolungarsì, ed essere più utile. Il soggetto che sceglie il verde desidera. veder dominare le proprie opinioni, avere una giustificazione della sua persona come rappresentativa di principi fondamentali e immutabili. Si mette su un piedistallo ed ha la tendenza a far la morale agli altri. Vuole impressionare, ha bisogno di essere considerato, di fare a modo suo malgrado l'opposizione o la resistenza generali. il rosso rappresenta uno stato fisiologico che provoca energia. Accelera il polso e la respirazione, aumenta la tensione. Il rosso esprime la forza vitale e l'attività nervosa, sottolinea il desiderio in tutte le sue forme: il bisogno di arrivare a dei risultati, al successo. Il soggetto desidera con avidità tutto quello che gli permette dì vivere pienamente ed intensamente. Il rosso sottolinea perciò lo slancio spontaneo, la "forza di volontà" e tutte le forme di vitalità e di forza, dalla capacità sessuale al desiderio di cambiamenti rivoluzionari E uno slancio verso l'azione, lo sport, la lotta, la competizione, l'eroismo e la produttività. Il rosso è simbolo del sangue, della conquista, della fiamma che illumina lo spirito umano, un temperamento sanguigno. la sua percezione sensoriale è l'appetito, il suo contenuto affettivo il desiderio. Una fatica fisica e nervosa dei problemi di cuore, l'impotenza e la perdita del desiderio sessuale accompagnano spesso il rifiuto del rosso. In termini temporali, il rosso è il presente... Il giallo è il colore più luminoso del test, dà un'impressione di leggerezza e di gaiezza. Il rosso denso e cupo è un colore stimolante; il giallo, meno denso e più leggero, è evocatore. Come il rosso, il giallo aumenta la tensione, aumenta i battiti del polso e la respirazione, ma lo fa in modo meno regolare. Il giallo si riflette, irradia, la sua è una gaiezza impalpabile. Il giallo manifesta una personalità aperta e indica rilassamento o potere. Dal punto di vista psicologico, il rilassamento è una liberazione da tutti i problemi, da tutte le contrarietà. il giallo è il simbolo del calore del sole, della gaiezza, della gioia. la sua percezione sensoriale è il piccante, il suo contenuto affettivo una volatilità piena di speranza. A differenza di quella del rosso, l'attività del giallo è più incerta, e tende a mancare di coerenza. Il soggetto che sceglie il giallo può essere un turbine di attività, ma non lo sarà mai in modo continuativo. La scelta di questo colore indica un bisogno di possesso e di speranza o l'attesa di una felicità più grande. Indica anche la presenza di un conflitto nel quale il potere è sentito come necessario. Questo desiderio di felicità si manifesta in tutte le sue forme, dall'avventura sessuale alle filosofie illuminatrici ed è sempre indirizzato verso il futuro. Il giallo spinge in avanti, verso quel che non è ancora definito. Il soggetto prova il desiderio dì trovare una via d'uscita che gli consenta di rilassarsi, e rivela anche un suo certo lato superficiale, il gusto del cambiamento per il cambiamento, il desiderio di vivere altre esperienze. Come il verde, il giallo cerca l'importanza e la considerazione altrui, ma a differenza del verde, che è fiero ed indipendente, il giallo non è mai in riposo, ed è costantemente impegnato a perseguire le proprie ambizioni. Il violetto è un insieme di rosso e di blu, e benché sia un colore a sé stante, mantiene alcune proprietà degli altri due, in quanto composto da essi, anche se ne perde la nettezza di significato. Il violetto tenta di unificare la conquista impulsiva del rosso e la dolce sottomissione del blu, e rappresenta dunque l'identificazione. Questa identificazione è una sorta di unione mistica, una profonda intimità di sentimenti che punta ad una fusione totale tra il soggetto e l’oggetto, che fa sì che tutto quel che il soggetto pensa e desidera possa divenire una realtà. In un certo senso è l'incantesimo, il sogno realizzato, uno stato magico nel quale i desideri sono soddisfatti. La persona che preferisce il violetto vuole avere dei rapporti magici. Vuole affascinare se stessa e gli altri in quanto, benché l'identificazione sia magica, la distinzione tra soggetto ed oggetto esiste ancora. Il violetto può essere l'identificazione in quanto fusione intima, erotica o può condurre ad una comprensione intuitiva e sensibile. Ma il suo carattere irreale e fantasioso può anche portare all'incapacità di distinguere, e di qui all'esitazione, all'incertezza, fino all'irresponsabilità. Un adulto preferisce normalmente uno dei quattro colori primari (rosso, verde, blu, giallo) al violetto. La scelta di questo colore da parte dei giovanissimi dimostra che per loro il mondo è ancora un luogo magico, in cui possono ottenere tutto ciò che desiderano: stato d'animo che ha certo un suo fascino, ma che non è bene si prolunghi nell'età adulta. la scelta del violetto in quest'ultimo caso indica invece una tensione prolungata, le conseguenze di uno choc, o di situazioni difficili vissute in tutta la prima infanzia. Si tratta di soggetti che necessitano di una comprensione particolare, di un trattamento pieno di riguardo e di molto affetto. E che hanno l'esigenza di un partner nel quale identificarsi. Ma può anche trattarsi di i soggetti che vogliono essere stimati per il proprio fascino, per le proprie maniere, che vogliono farsi notare. Sensibili e con buon gusto, non vogliono che le proprie relazioni li trascinino in responsabilità troppo grandi da affrontare. Il marrone è un insieme di rosso e di giallo un po' carico. L'impulsività del rosso è diminuita da questa fusione, come anche lo slancio creativo, la forza vitale e la dinamicità. la vitalità non è più efficace, è passivamente ricevuta e sensoriale. Il marrone rappresenta dunque le sensazioni di benessere fisico e di soddisfazione sessuale, la necessità dì essere liberati da situazioni che creino sensi di sconforto, stati d'insicurezza, malattie fisiche reali, e ancora da conflitti o problemi che il soggetto non si sentirebbe in condizione di risolvere. Quale che sia la causa, lo stato sensoriale del corpo è precario, e si sente la necessità di circondarlo di maggiori elementi di sicurezza.
“Il segreto dei 15 lumi” 1° lume Un uomo impazzisce e viene messo in un manicomio. Un amico va a trovarlo. L’amico è un professore di filosofia, ha scritto molti libri, è uno studioso molto famoso, ed è anche uno psicologo. Il folle è seduto su una panchina, sotto un albero, in un giardino, circondato da alte mura. Il professore gli si avvicina, si siede di fianco a lui e gli chiede: “Come ti senti, qui?” Il folle ride. Dice: “Mi sento benissimo, come non mi sono mai sentito prima…” Il professore è perplesso. Dice: ”Perché? Perché ti senti così felice in un manicomio?” E il folle: “Manicomio? Chiami questo un manicomio? Ho lasciato il manicomio là fuori… questo è il posto più sano che ci sia al mondo! Il manicomio è là fuori; queste mura ci proteggono dai pazzi. Semmai ti stancherai dei pazzi che ci sono là fuori, qui sarai sempre il benvenuto. Vieni qui! Qui è tutto molto tranquillo… nessuno interferisce nel lavoro altrui, tutto è molto silenzioso. Ci vivono pochissime persone, e non ho mai incontrato persone altrettanto sane… sono tutte come me!”
2° lume …In un villaggio c’era un pover’uomo che tutti consideravano idiota, e visto che tutti gli dicevano: “Sei un idiota!” anche lui cominciò a crederci… Cosa poteva farci? Lo dicevano tutti, non potevano sbagliarsi in tanti. E così aveva accettato l’idea di essere un idiota… Quando apriva bocca, immediatamente qualcuno gli diceva: “Taci! Sei un idiota, non capisci niente. Stai zitto!” Ma la cosa lo feriva profondamente… Un saggio si trovò a passare per il villaggio. L’uomo andò dal saggio e gli raccontò la sua triste storia. Il saggio disse: “ Non preoccuparti figliolo, si tratta di un problema molto semplice. Devi fare solo questo: ogni volta che qualcuno dice qualcosa… tu non dire nulla di tuo, osserva semplicemente gli altri che parlano. Se qualcuno dice: “Guarda che bel tramonto!”, tu criticalo. Chiedi: “Che cosa è la bellezza? Perché dici che questo tramonto è bello? Io non vedo niente di bello. Dov’è bello?”: Tu critica e basta. Se qualcuno dice: “Guarda quella donna!” Tu critica: “cos’ha di buono quella donna? E’ solo uno scheletro ricoperto di carne dentro un sacco di pelle!”…. Il saggio disse: “Ricorda una sola cosa: non fare mai affermazioni tue, altrimenti le criticheranno. Per un mese persisti con le critiche. Vai in giro per la città e, a chiunque dica una qualunque cosa… Qualcuno dice: “Servire i poveri è bene”… Tu chiedi: “cos’è il bene? Perché sono poveri? Cosa intendi con servire?… Per un mese quell’uomo mise in pratica il suggerimento del saggio. L’intera città si stupì di quanto fosse diventato intelligente. “cos’è accaduto? E’ un miracolo! Nessuno è capace di rispondere a tali domande!” E COMINCIARONO A DIRE CHE NON ERA PIU’ UN IDIOTA, ERA DIVENTATO SAGGIO… Dopo un mese il saggio ripassò, chiamò il giovane e gli chiese: “Va tutto bene?” L’uomo rispose: “benissimo! Non va solo bene, è fantastico! Mi avete regalato un segreto meraviglioso. Ho criticato tutti: preti, studiosi, poeti, eruditi, e li ho sconfitti. Ora tutti hanno cambiato opinione. Pensano che mi sia accaduto un miracolo : “La sua personalità è cambiata totalmente, non è più un idiota. E’ il più intelligente fra gli uomini, è un saggio di cui dobbiamo andare orgogliosi.”…Voce di popolo, voce di Dio…
3° lume Un uomo era impazzito… non era pericoloso, però nella sua follia l’uomo era convinto di essere morto. Tutti cercavano di convincerlo: “Tu sei vivo. Mangi, bevi, dormi, vai a passeggio… e dici che sei morto?”. Lui rispondeva: “Io so benissimo di essere morto! Chi vi ha detto che i morti non vanno a passeggio?”. Era un tipo davvero originale. Chiedeva: “Chi vi ha detto che i morti non mangiano? Forse anche voi siete morti, avete solo dimenticato di esserlo! Io me lo ricordo”. Lo portarono dallo psichiatra. Non rimaneva altro da fare. Lo psichiatra disse: “Non preoccupatevi. Ho curato molte persone come lui. Si sieda”. Il morto si sedette e chiese: “Lei pensa di essere vivo?”. Lo psichiatra disse: “E’ venuto per farsi curare o per curare me?”. Il matto rispose: “Così, per curiosità, volevo sapere se lei è ancora vivo. Queste persone pensano di essere vive, e io dico la verità, dal profondo del mio cuore, nell’affermare che sono morto”. Lo psichiatra era molto intelligente e aveva una lunga esperienza. Prese un coltello e fece un taglio sulla mano dell’uomo, un taglio leggero, affinché sanguinasse. Prima di tagliare chiese: “Quando era vivo aveva sentito dire che i morti non sanguinano?”. Il matto rispose: “Si. Da vivo avevo sentito un proverbio che diceva che i morti non sanguinano”. Allora lo psichiatra gli fece un taglio sulla mano e quando vide uscire il sangue esclamò: “Ah ah! E adesso… che mi dice?”. Il morto alzando la voce ribatté: ”Ah ah! Questo vuol dire che il proverbio era sbagliato: i morti sanguinano e questa ne è la prova!”.
4° lume ...Invito della Follia... La Follia decise di invitare i suoi amici a prendere un caffè da lei…Dopo il caffé, la Follia propose: "Si gioca a nascondino?"…"Nascondino? Che cos'è?" - domandò la Curiosità. "Nascondino è un gioco. Io conto fino a cento e voi vi nascondete. Quando avrò terminato di contare, cercherò e il primo che troverò sarà il prossimo a contare"….Accettarono tutti ad eccezione della Paura e della Pigrizia. "1,2,3. - la Follia cominciò a contare. La Fretta si nascose per prima, dove le capitò. La Timidezza, timida come sempre, si nascose in un gruppo di alberi. La Gioia corse in mezzo al giardino. La Tristezza cominciò a piangere, perché non trovava un angolo adatto per nascondersi. L'Invidia si unì al Trionfo e si nascose accanto a lui dietro un sasso. La Follia continuava a contare mentre i suoi amici si nascondevano. La Disperazione era disperata vedendo che la Follia era già a novantanove. "CENTO!" - gridò la Follia - Comincerò a cercare. ». La prima ad essere trovata fu la Curiosità, perché non aveva potuto impedirsi di uscire per vedere chi sarebbe stato il primo ad essere scoperto. Guardando da una parte, la Follia vide il Dubbio sopra un recinto che non sapeva da quale lato si sarebbe meglio nascosto. E così di seguito scoprì la Gioia, la Tristezza, la Timidezza. Quando tutti erano riuniti, la Curiosità domandò: "Dov'è l'Amore?". Nessuno l'aveva visto. La Follia cominciò a cercarlo. Cercò in cima ad una montagna, nei fiumi sotto le rocce. Ma non trovò l'Amore. Cercando da tutte le parti, la Follia vide un rosaio, prese un pezzo di legno e cominciò a cercare tra i rami, allorché ad un tratto sentì un grido. Era l'Amore, che gridava perché una spina gli aveva forato un occhio. La Follia non sapeva che cosa fare. Si scusò, implorò l'Amore per avere il suo perdono e arrivò fino a promettergli di seguirlo per sempre. L'Amore accettò le scuse. Oggi, l'Amore è cieco e la Follia lo accompagna sempre.
5° lume In una scuola, una scuola missionaria cristiana, l’insegnante chiede ai bambini: “Chi è l’uomo più grande mai esistito?”. Un americano risponde: “Abraham Lincoln”. Un mussulmano risponde: “Hazrat Maometto”. E così via… finchè tocca a un piccolo ebreo che si alza e dichiara: “Gesù Cristo”. L’insegnante non crede alle sue orecchie… un ebreo che afferma Gesù Cristo? Ed esclama: “Lo intendi veramente?”. E il ragazzino: “Quello non c’entra: nell’intimo del mio cuore so che è Mosè, ma gli affari sono affari”.
6° lume Un uomo segue una prostituta a casa sua, e resta allibito nel vedere lauree e diplomi che tappezzano tutte le pareti della stanza. “Sei laureata?” chiede. “Certo” replica l’altra serafica, “ho una laurea in lettere alla Columbia, e un’altra in arti drammatiche a Oxford, ma non solo…” L’uomo è incredulo: “Ma come è possibile che una ragazza come te faccia una professione come questa?”. “Non lo so”, replica la donna, “semplice fortuna immagino!”.
7° lume In una chiesa, durante la predica, il prete si rivolge ai fedeli: “Per favore, si alzino tutte le vergini presenti!”. Solo una donna, con in braccio un infante, osa alzarsi. Era evidentemente una madre, e il prete disse: “Credi di essere vergine? Tu sei madre!”. E la donna: “Certo io sono madre… ma questa bambina è vergine, e non è in grado di stare in piedi da sola!”.
8° lume Ho sentito di un uomo che non si sposò mai, e mentre stava morendo, a novant’anni, qualcuno gli chiese: “Non ti sei mai sposato, ma non hai mai spiegato perché. Almeno ora che stai morendo, sciogli questa curiosità. Era un segreto, ma ora puoi dircelo, visto che stai morendo… Tra poco non ci sarai più. Se anche il tuo segreto è svelato, non te ne verrà nessun male.”. L’uomo disse: “Sì, un segreto c’è. Non è che io sia contro il matrimonio, ma stavo cercando una donna perfetta. Ho cercato e cercato, e tutta la mia vita è scivolata via…”. Chi lo aveva interrogato chiese ancora: “Ma su questa terra, con tanti milioni di persone, di cui la metà donne, non sei riuscito a trovare una donna perfetta?”. Sul viso del morente scivolarono lacrime calde: “Sì, una l’ho trovata.”. L’amico era sconvolto ed esclamò: “Allora cosa è successo? Perché non vi siete sposati?”. E il vecchio disse: “Quella donna era alla ricerca di un marito perfetto!”.
9° lume Un uomo mussulmano venne da me e disse: “Proprio come accadde nella vita di Maometto, così sta accadendo nella mia vita: di notte ricevo dei messaggi; Dio stesso, Allah, mi invia dei messaggi. Ma il problema è che al mattino mi dimentico sempre quale fosse il messaggio”. Gli dissi: “Fa una cosa. Tieni un quaderno e una matita vicino al letto e quando vai a dormire continua a ricordare che quando Dio ti rivela qualcosa il tuo sonno si interromperà immediatamente e sarai in grado di scrivere. E scrivilo, qualsiasi cosa sia”. Mi disse: “Questi messaggi sono verità tremende. Possono trasformare il mondo intero. Il problema è che al mattino me li sono dimenticati”. Gli risposi: “Tu fa come ti ho detto. E qualsiasi cosa sia, portala qui”. Il giorno dopo tornò. Era molto preoccupato e triste, depresso, frustrato. Gli chiesi: “Cosa è successo?”. Rispose: “Non riesco a credere a ciò che è successo. Ho fatto tutto quello che mi hai detto. Mentre mi addormentavo ho continuato a ricordarmi che appena ricevevo il messaggio mi sarei alzato subito e lo avrei scritto. Ed è successo come mi avevi detto”. “Ma allora”, gli chiesi, “Perché sei così triste?”. Rispose: “Il messaggio mi rende molto triste”. “cosa diceva?”. Il messaggio era: “Crodino, l’aperitivo biondo… fa impazzire il mondo!”. Un cartellone pubblicitario si trovava proprio di fronte alla sua casa; probabilmente ci passava davanti, e così… Per cui mi disse: “Ti prego, non dirlo a nessuno, perché mi sento così frustrato. Come è potuto accadere? E’ forse uno scherzo che Dio mi sta giocando?”.
10° lume Un grande Maestro illuminato aveva sempre accanto a sé un librone e non permetteva mai a nessuno di guardarci dentro. Quando non c’era nessuno intorno chiudeva porte e finestre e la gente pensava: “Ora sta leggendo”. Ogni volta che c’era qualcuno presente, metteva il libro da parte. Ed era proibito accedervi, nessuno doveva toccarlo. Naturalmente divenne oggetto di grande curiosità. Quando il vecchio Maestro morì, la prima cosa che fecero i discepoli… si dimenticarono di lui. Era steso lì, morto; ora non c’era nessuno che potesse imporre il suo divieto… Si precipitarono sul libro, doveva contenere qualcosa di straordinariamente significativo. Ma rimasero profondamente delusi: c’era una sola pagina scritta, tutto il resto del libro era vuoto, e anche quella pagina non conteneva granché, soltanto una frase. E la frase era: “Nel momento in cui sei in grado di fare una distinzione tra il contenitore e il contenuto…sarai diventato saggio…”.
11° lume Ero seduto sulla riva di un fiume. Un uomo stava annegando, perciò corsi per buttarmi, ma prima che potessi raggiungere la riva un altro uomo che si trovava lì si buttò. Perciò mi fermai, stavo quasi per buttarmi, ma mi fermai: qualcun altro si era già buttato. Ma poi mi accorsi che il secondo uomo stava anche lui annegando. Mi creò ulteriori problemi. Dovetti buttarmi e salvarli entrambi. Chiesi al secondo uomo: “Cosa è successo? Perché ti sei buttato?”. Rispose: “Mi sono completamente dimenticato! L’uomo stava annegando, non riuscivo a distogliermi da quell’idea… e il desiderio di salvarlo… mi sono completamente dimenticato che non so nuotare”.
12° lume C’era una volta una grande città. Sembrava così ai suoi abitanti, ma in effetti non era più grande di un piattino. Le case della città erano grattaceli e coloro che ci vivevano affermavano che i tetti toccavano quasi il cielo… ma per coloro che non si facevano trarre in inganno la città non sembrava più alta di una cipolla. In quella città erano riuniti gli abitanti di dodici città, milioni di persone… ma per coloro che sapevano contare c’erano soltanto tre idioti, non una persona di più. Il primo idiota era un grande pensatore: un grande creatore di sistemi, un metafisico, quasi un Aristotele. Sapeva parlare di qualsiasi cosa, potevi fargli qualsiasi domanda e lui aveva sempre la risposta pronta. In città si diceva che fosse il più grande dei veggenti. Naturalmente era completamente cieco; non avrebbe visto l’Himalaya di fronte ai suoi occhi, ma sapeva contare le zampe delle formiche che strisciavano sulla luna. Era completamente cieco, ma con la logica tagliava un capello in quattro. Vedeva cose che nessuno aveva mai visto… Era estremamente critico verso la realtà mondana che si poteva vedere e lodava continuamente l’invisibile, che soltanto lui e nessun altro poteva scorgere. Il secondo uomo sentiva la musica delle sfere, sentiva gli atomi che danzavano, l’armonia dell’esistenza… ma era sordo come una campana. E il terzo idiota, il terzo uomo era completamente nudo. Non aveva nulla. Era l’uomo più povero che fosse mai esistito, a eccezione di una spada che portava sempre con sé. Aveva sempre paura, era paranoico; aveva paura che un giorno qualcuno lo avrebbe derubato. Naturalmente, non possedeva nulla. Un giorno si riunirono a conferire, perchè girava voce che la loro città fosse in un momento di grande difficoltà. Era stato chiesto ai tre idioti, che erano ritenuti molto saggi, di andare a fondo nella questione: era vero che la città fosse in pericolo? Era imminente una crisi, una qualche catastrofe? Il cieco fissò l’orizzonte lontano e disse: “Sì. Posso vedere migliaia di soldati del Paese nemico in arrivo. Non soltanto li posso vedere, ma posso anche contare quanti sono. Posso vedere a quale razza e a quale religione appartengono”. Il sordo ascoltò in silenzio, rifletté e disse: “Sì. Posso sentire quello che dicono, e posso anche sentire quello che non stanno dicendo e che nascondono nei loro cuori”. Il mendicante, il terzo idiota, saltò su, prese in mano la spada e disse: “Ho paura. Ci deruberanno tutti”.
13° lume Era un pomeriggio assolato e un uomo camminava tutto solo per la strada. Camminava veloce, cercando di non aver paura… Se c’è qualcuno si può aver paura, ma se non c’è nessuno intorno come si fa a spaventarsi? Quell’uomo era solo, e si spaventò al punto da mettersi a correre. Era un pomeriggio tranquillo e sereno, e non vi era nessuno attorno a lui. Quando si mise a correre, sentì il suono dei passi rimbombare precipitosi dietro di sé, e si spaventò ancor di più: forse qualcuno lo stava inseguendo. Allora, impaurito, si guardò alle spalle con la coda dell’occhio e vide una lunga ombra che lo inseguiva. Era la sua ombra, ma vedendo che gli correva dietro, corse ancora più velocemente. A quel punto non fu più in grado di fermarsi, perché più forte correva e più rapida l’ombra lo seguiva; alla fine impazzì. La gente del villaggio, quando lo videro correre in quel modo, in molti pensarono che stesse seguendo qualche pratica ascetica di grande rilevanza. Non si fermava mai, se non nel buio della notte, quando l’ombra spariva facendogli credere che nessuno lo inseguisse più; all’alba ricominciava a correre. Alla fine non si fermò neanche più di notte: penso che, malgrado la distanza percorsa di giorno, mentre riposava l’ombra lo raggiungesse e ricominciasse a inseguirlo al mattino. Allora si mise a correre anche di notte; impazzi completamente: non mangiava, né beveva. Migliaia di persone lo osservavano, ricoprendolo di fiori o porgendogli pane o acqua. La gente cominciò a venerarlo ancor di più; a migliaia lo rispettavano. Ma lui impazzì sempre più, finchè un giorno stramazzò a terra e morì. Gli abitanti del villaggio in cui morì gli eressero una tomba all’ombra di un albero e chiesero a un vecchio mistico della zona cosa scrivere sulla lapide. Il mistico dettò alcune righe: “Qui giace un uomo che ha sprecato tutta la sua vita fuggendo dalla propria ombra. Un uomo che ne sapeva meno della sua stessa lapide, perché questa è protetta dall’ombra e non corre, quindi non crea ombra alcuna”.
14° lume "Nessuno arriva alla cima della montagna più alta. Nessuno comprende questo luogo misterioso. Né Cristo, né Buddha, né Dio, nessun santo, nessun saggio potrà esprimerlo Con la virtù dell'eloquenza, Neanche con il silenzio. Studiando profondamente e spingendo lontano le nostre ricerche, Arriviamo in questo luogo; Anche se guardiamo tutto il giorno, è come se non avessimo occhi, Anche se ascoltiamo tutta la notte, è come se non avessimo orecchie. Melodia di un'arpa senza corde, Di un flauto senza fori Questa musica solleva i cuori più freddi, La sua armonia sconvolge lo spirito più ironico. Il soggetto e l'oggetto scompaiono entrambi, L'attività dei fenomeni e la profondità della Saggezza si assopiscono. Non più ansietà, progetti, calcoli, Non si pensa più. Il vento cade, le onde scompaiono, L'oceano s'acquieta. Con la sera, il fiore si chiude, le persone se ne vanno; Allora, la pace della montagna diventa profonda". 15° Lume ...........................
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